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lunedì 2 febbraio 2015

Contano le parole

Se leggiamo la definizione di Wikipedia, l'alfabeto è «un sistema di scrittura i cui segni grafici (i grafemi) rappresentano singolarmente i suoni delle lingue (foni e fonemi).» Beh, non è vero.  In tutte le lingue, questa corrispondenza fra segno alfabetico e suono vocale è men che perfetta.

George Bernard Shaw, che si è molto dedicato alla questione con il suo consueto, pungente umorismo, ha dimostrato che nella lingua inglese è possibile scrivere gli stessi suoni in maniera molto diversa, dimostrando come il gesto della scrittura e della lettura sono (o sarebbero) molto diversi dall'atto della fonazione, rendendo pressoché impossibile dedurre la pronuncia dall'ortografia. Per esempio, la parola fish [pesce] potrebbe essere scritta ghot: i tre suoni che compongono la parola [f-i-sh] si trovano anche, rispettivamente alla fine di tough [taf], nella lettera o di women [uìmen] e nella t di nation [nèscion].



In questa ottica, l'alfabeto è un semplice strumento per la costruzione dell'elemento fondamentale del linguaggio: le parole. Le lettere, che non hanno un senso - se non simbolico - per se stesse, sono tasselli di un gioco combinatorio che permette di narrare il mondo attraverso la scrittura e di renderlo fruibile attraverso la lettura.
Nel mio ricordo, e nel racconto di alcuni altri, la scoperta della lettura non corrisponde al acquisizione della capacità di riconoscere le lettere, ma alla scoperta che non sono le lettere, ma le combinazioni delle lettere a dare un senso a quel che è scritto. Non è il riconoscimento delle lettere, ma la composizione delle parole che riempie di gioia e apre la porta a un mondo non più solo visto e parlato, ma finalmente narrato, quindi espanso, potenzialmente infinito.



Still Another Alphabet Book, di Seymour Chwast e Martin Stephen Moskof (McGraw Hill, 1969) propone un modo nuovo (ancora oggi, a quasi cinquant'anni di distanza) per accostarsi all'alfabeto e alla sua importanza, enfatizzandone proprio questa funzione. Diversamente da quanto accade con i tradizionali libri, qui non si chiede al bambini di memorizzare una forma e di associarla a una o più parole che iniziano con quel segno, ma di giocare con le lettere per imparare a usarle in maniera creativa. È un gioco quasi enigmistico di riconoscimento e composizione.



In ogni doppia pagina, si propone un'immagine e si evidenziano, nella sequenza alfabetica, alcune lettere. Al bambino si chiede di riconoscere quel che è rappresentato e di usare le lettere evidenziate in diverso colore per costruire la parola corrispondente. Un modo eccellente per imparare la lingua (e funziona anche per imparare una lingua straniera).



La difficoltà varia. Alcune immagini propongono oggetti e creature noti: aeroplano, gatto, pesce, cavalletta, cappello. Altre  cose meno familiari: radiografia, iceberg. Altre concetti astratti: nulla, scomparsa, alto. In esergo, la chiara spiegazione: Questo abbecedario è anche un enigma e un gioco. Osserva attentamente l'alfabeto al piede di ogni pagina: puoi trovare una parola che descriva l'immagine? Se non ci riesci, le soluzioni sono alla fine del libro.



Quando venne pubblicato, negli Stati Uniti, fu accolto come «un ABC di oggi; un ABC che accoglie tutti i più recenti ed entusiasmanti sviluppi della grafica americana; un ABC che delizierà grandi e piccini. Parole, concetti e idee sono tutti contenuti nelle illustrazioni.» L'AIGA lo incluse fra i 50 migliori libri del 1970. Un analogo entusiasmo ha accolta la recente riedizione.


L'entusiasmo del recensore è quello trasmesso dal libro. E di questo tipo di entusiasmo per l'alfabeto c'è un gran bisogno nel momento in cui si vuole conservare alla lettura quell'aura di magia che la circonda nel momento in cui cominciamo a impararla. È solo conservando questo entusiasmo che si può trasformare il leggere da attività meramente utilitaristica in una vera gioia. E fare di un bambino un lettore.


Il nostro esemplare, rilegato in finta tela con sopraccoperta, appartiene all'edizione destinata elle biblioteche, pur non riportando alcuno dei soliti segnali di provenienza bibliotecaria. È stato acquistato a New York, per soli 10 dollari, in una bellissima e accogliente libreria-caffé. Online si trovano facilmente la riedizione Dover (2014) e l'edizione originale a prezzi di poco superiori.

lunedì 6 maggio 2013

Detesto le fotocopie

[di Antonella Capetti]

Non saprei in quale altro modo dirlo. Le fotocopie non mi piacciono, le trovo poco utili, se non addirittura dannose (credo che l’incapacità di scrivere di alcuni dei nostri ragazzi, e di farlo rispettando le regole basilari dell’ortografia, dipenda in larga misura dall’abuso di schede/fotocopie degli ultimi anni) e, soprattutto, minano qualsiasi senso estetico, arrivando a far odiare il disegno a bambini che, per anni, hanno fatto di matite, pastelli, tempere e pennarelli il naturale prolungamento della propria mano.

Come si fa ad apprezzare la bellezza con un quaderno ridotto a un ammasso di fotocopie incollate (a volte malamente) su ogni pagina, talvolta di pessima qualità, frutto di penosi copia/taglia/incolla, colorate di malavoglia dai bambini (e molto spesso dai genitori stessi, per far prima) e utilizzate male e in fretta solo per far spazio, e tempo, a un’altra fotocopia?

Sto per concludere un ciclo: i miei ragazzi (45) sono in quinta (due quinte, per la precisione) e talvolta riprendo in mano i quaderni della prima, solo per riguardare i libri letti con loro, e che hanno insegnato loro a leggere e scrivere.
Il primo giorno di scuola, io e Lisa avevamo preparato l’accoglienza di quella classe, animando L’albero dell’alfabeto di Leo Lionni.















Sulle prime pagine di quei quaderni trovo la A iniziale di Anselmo (Anselmo va a scuola di Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani) e quella di Achille di Mangerei volentieri un bambino di Sylviane Donnio e di Dorothee de Monfreid. Poi la P di Pico Pecora di Vis Leendert Jas, la E di Eugenio Trombetta, di Birte Muller e di Elmer di David McKee, la O di Olivia di Jan Falconer.

Quaderno di Silvia M., 6 anni, 15 settembre 2008.





















A settembre 2013, ci saranno due nuove prime (di 26 e 28 bambini) e ad Anselmo nel frattempo si sono aggiunte Alba e Bella (Alba e Bella amiche per la pelle, di Dafne Ben Zvi e Ofra Amit); con la E è arrivata invece Evelina Verdemela di Mara Dompè, Annalisa Sanmartino e Giulia Torelli. Per fortuna, nuovi libri continuano a essere pubblicati: quando stavo preparando la consonante P per i primini del prossimo settembre, Il grande libro dei pisolini, di Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani, non era ancora uscito, e ora lo posso aggiungere, pensando a nuove attività con i bambini.















Lo scopo del blog che oggi qui presento, da me pensato e realizzato, è proprio questo: condividere una didattica dell'italiano in prima classe studiata per essere strettamente e intimamente collegata al vissuto del bambino, attraverso la lettura di albi illustrati per l'infanzia e la presentazione dell'alfabeto attraverso i rispettivi protagonisti. Ogni storia, fantastica e suggestiva, in questo senso, diventa un magnifico strumento per parlare della quotidianità, delle proprie esperienze, dei propri sentimenti, della relazione con i pari e con gli adulti, in una continua fruizione di letteratura di qualità e di una rappresentazione iconica che diventa stimolo per la creatività e la strutturazione di uno stile grafico-pittorico personale e non stereotipato.

Quaderno di Silvia M., 6 anni, 7 ottobre 2008.





















Post dopo post, nel blog illustro come insegno l'intero alfabeto, e non nell'ordine consueto, ma in quello particolare che si propone a scuola: partendo cioè dalle prime lettere che vengono presentate ai bambini, per terminare con suoni dolci e duri, digrammi, trigrammi, h e lettere straniere.
Nel blog, quindi, ogni lettera dell'alfabeto è presentata non nell'ordine noto, ma così come viene solitamente insegnata nel corso del primo anno di scuola. Da qui il nome che ho scelto: APEdario perché A, P ed E sono spesso le prime lettere insegnate agli alunni, che possono cominciare a utilizzarle per formare le prime sillabe e parole.















Per ogni lettera presento uno o più albi illustrati il cui protagonista abbia attinenza con la lettera presa in esame; a seguire, troverete una breve trama del libro, il suo incipit e i necessari riferimenti bibliografici.
Vengono poi presentate nel dettaglio le diverse attività ispirate al libro che ho proposto per l'apprendimento di lettura e scrittura, con gli eventuali collegamenti interdisciplinari (con particolare riferimento ad arte e immagine, cittadinanza e costituzione). Grande attenzione è riservata alla dimensione affettivo-relazionale, finalizzata alla creazione in classe di un clima sereno e di un ambiente di lavoro efficace.
APEdario è tutto qui: se pensate che possa interessarvi, vi aspetto!

Quaderno di Sofia R., 6 anni, 22 ottobre 2008.




















P.S.
Non è esattamente vero che detesto proprio tutte le fotocopie. In classe, ogni anno, propongo a ogni bambino di disegnare il proprio autoritratto. Poi faccio una composizione di tutti i ritratti per ottenere un ritratto collettivo, di classe, che fotocopio e distribuisco a tutti i bambini.

Autoritratto della prima classe, Scuola primaria di Carimate, a.s. 2008/2009.

giovedì 11 aprile 2013

Il misterioso signor Loverso

Una volta, tanti anni fa, a Milano, in Galleria, c'era una libreria remainders piccola, affollatissima, disordinatissima, lunga e stretta, non ci si passava in due, che si sviluppava su tre piani, in verticale. Lì, avevano non solo libri a buon mercato, ma libri meravigliosi che non c'erano da nessun altra parte. Se avevi la fortuna di incocciarci, dovevi affrettarti a comprarli, perché li trovavi solo lì. E oltre a essere preziosissimi e rari, questi libri costavano poco, anche se erano libri di pregio, classici e saggi magnifici, edizioni rilegate, titoli introvabili. Quindi, praticamente una condizione ideale. Perché accadeva questo? Perché erano libri fuori catalogo o fallati o pubblicati da case editrici fallite o libri che nessuno aveva voluto, decretandone l'esclusione. Insomma, erano libri a cui era andata male, poveretti. Però, benché gli fosse andata male, se approdavano lì, una nuova chance l'avevano. Potevano incontrare un cliente capace di vederli e di capire che erano bellissimi. Lì ho visto per la prima volta la monografia su Babar edita da Garzanti: lo ricordo bene perché non l'ho comprata, pensando che l'avrei trovata ancora. Sbagliato.

Sono passati decenni prima che riuscissi a rimetterle sopra le mani (mai rimandare l'acquisto di un libro). Qualche tempo fa, un noto illustratore che non sta più in Italia mi ha detto di averci lavorato, in quella libreria. Quindi sicuramente ci siamo incontrati, decenni fa, perché io ci andavo spessissimo. Che strano: è un po' come essersi incontrati in un'altra vita.
Se, in preda a facili ottimismi, a volte ci capitasse di pensare che quando un libro è bello alla fine ha successo, sappiate che non è vero, anche se sarebbe bello crederci. Se così fosse, infatti, la piccola libreria lunga e stretta non sarebbe esistita. E il libro di cui oggi scrivo non sarebbe finito su quei banchi. Perché questo è il classico caso di un libro geniale e bellissimo che nessuno conosce. E che probabilmente quando è uscito ha venduto sette copie.

Si intitola Piccolo alfabetario illustrato, edito da Lerici editori Milano, di cui autore è Loverso. Loverso, così, senza un nome accanto: un cognome a cui io penso corrisponda l'autore dell'intero libro, testi e illustrazioni. Ma è un ipotesi, perché di questo libro in effetti non so nulla e non ho trovato alcuna notizia, da nessuna parte: date, biografia dell'autore eccetera.
Poi, a dire la verità, io lo sto chiamando libro, ma si tratta di una cartella 30x20, con sei fogli sciolti ripiegati in quattro e 48 illustrazioni a colori. Siccome Piccolo alfabetario illustrato è una rivisitazione di un abecedario per l'infanzia, volendo i fogli, dispiegati, si possono appendere al muro, in classe o a casa per fare imparare ai bambini l'alfabeto o semplicemente per avere una bella cosa appesa, da guardare.
Piccolo alfabetario illustrato è un libro fatto con pochissimo, a cominciare dai colori che sono quattro: azzurro, verde, rosso e giallo. E a finire con i testi: due o tre righe per pagina, più qualche parola qua e là.

La quantità di mezzi con cui questo libro è stato fatto è inversamente proporzionale alla quantità di intelligenza con cui è stato pensato.
D'altra parte, l'amore per il poco che questo misterioso signor Loverso esibisce si rivela anche nella scelta del tema: l'alfabeto. Cosa c'è, infatti, di più elementare di un ABC, destinato alla categoria umana più elementare che ci sia, i bambini? Nonostante l'abc sia, già di per sé, una cosa elementare, il misterioso signor Loverso per tutto il libro ci invita a non fare l'errore di prenderlo sul serio. Lo fa attraverso l'umorismo.

Ecco infatti come comincia questo alfabetario:

I pensieri si fanno con le frasi.
Le frasi si fanno con le parole.
Le parole si fanno con le lettere.
Bisogna conoscere le lettere per evitarle.
Così non si hanno pensieri.


Io dico che il ragionamento del misterioso signor Loverso non fa una piega.
E dopo averci stordito con questa vertigine deduttiva, ecco che Loverso va all'attacco della prima lettera. Alla A segue la B. E alla B, la C. E così via fino, ovviamente, alla Z, con solo la W doppia a rappresentare la categoria delle straniere e delle esotiche (inserita forse per riempire una pagina rimasta vuota).
Il misterioso signor Loverso, dell'alfabeto, che tutti pensiamo essere la cosa più nota al mondo, al punto che definiamo le conoscenze basilari di ogni disciplina come “l'abc”, ci mostra i lati più spiazzanti, che poi sono anche quelli più interessanti e meno frequentati.
Lo fa facendoci ridere (cliccate sulle immagini per leggere i testi).


Ma quando scrive che la effe è un lettera da gatti, ffffffff, o che i ricchi sono pieni di acca perché molto Hanno, ci sta suggerendo cose che banali non sono affatto. Perché, in effetti, è vero: per quanto noi ci ostiniamo a pensare il contrario, gli animali parlano e le persone abbienti oltre ad avere più cose, hanno anche più parole, benché queste sembrino gratuitamente a disposizione di tutti. Vi sembrano sciocchezze? A me no.
Soprattutto dette con questo spreco di sfavillante, dissimulata intelligenza.

Anche le immagini di questo alfabetario sono bellissime. Oltre che per la ricercata ingenuità,  la leggerezza, l'umorismo, perché sono, anche loro, spiazzanti.


Se il misterioso signor Loverso ha un talento è quello di associare parole a immagini. Osservate la lettera emme: troviamo un magnifico Martello di Marx. Cosa distingue un martello di Marx da uno non di Marx?
Nulla, solo il fatto che lo segnali, del tutto arbitrariamente, una didascalia. Non so se questo escamotage irrida più il concetto di proprietà privata o la pretesa del linguaggio di enunciare un fatto come verititero. Di entrambi, comunque sia, il misterioso signor Loverso mette in luce la stupidità.
Insomma, l'avete capito: questo alfabetario, nonostante l'aspetto ridente, colorato, giocoso, bambinesco, è un saggio di filosofia. Come poi sono tutti gli alfabetari, anche se nessuno pretende di farci caso. Il misterioso signor Loverso, invece, evidentemente è uno che certe cose le nota. Per esempio quella che un alfabeto è il primo libro di filosofia che un essere umano incontra, perché, oltre a contenere tutti i possibili pensieri formulabili, ha dentro anche tutte le cose che stanno fra la terra e il cielo. E anche quelle che non ci stanno.
Insomma, il misterioso signor Loverso è un filosofo. Non ci credete?
Leggete come finisce questo libro:

È finito.
Non c'è altro.
 -   Un caffè?
 -   No, grazie.


(gz)




giovedì 19 maggio 2011

Un surreale metodo di lettura

Abbiamo trovato questo libro a Barcellona, al mercatino di Sant Antoni, che si tiene tutte le domeniche mattina nel quartiere Sants, intorno a un vecchio mercato abbandonato. Ce n'era una bella piletta, e ne abbiamo anche regalata una copia ad Anna Castagnoli, per poi litigare su chi avrebbe fatto il post.
Abbiamo vinto noi.

In copertina dl Amanacer, che vuol dire “alba”, ci accoglie una scenetta oleografica: il fratello grande tiene il libro alto sopra la testa e lo indica con il dito alla sorellina, che tende la pargoletta mano verso il sapere. Dovrà faticare per elevarsi all'alfabetizzazione.

Infatti, di fatica ne dovrà fare parecchia perché, secondo il maestro Ricardo Molner, autore del testo e delle illustrazioni, a leggere si impara con dei faticosissimi scioglilingua. Faticosi al punto da rendere necessario appellarsi all'aiuto niente meno che della Vergine Maria in persona e, in subordine, dell'Angelo Custode.


Il libro si apre e si chiude su risguardi illustrati, che descrivono scene abbastanza surreali: qualcuno lavora, qualcuno fa sport, dei bambini giocano con un pallone aerostatico autocostruito e un tizio con i capelli ritti, alla guida di una convertibile, va a sbattere contro un palo e ammacca la carrozzeria. Una nota piacevolmente sovversiva, che non si perderà più.


Nelle pagine, una calligrafia nitida, senza grazie, è un alternarsi, ancora, di illustrazioni che descrivono scene di vita quotidiana. Semplici e surreali. Un atleta si fa la doccia vestito; una filiforme signora cammina sul filo con l'ombrello aperto in una mano e uno straccio per la polvere nell'altro; il buon lavoratore spilla il vino dalla botte, ma chi lo beve è uno scioperato male in arnese; navi affondano mentre soli sorgono e galli cantano; babbi in pigiama leggono il giornale incuranti della moglie ferita, che viene medicata da una bambina; donne danzano al suono della fisarmonica mentre proprio lì accanto, un tizio afferra per un piede un altro tizio, precipitato in un tombino aperto.




Il libro è piccolo, evidentemente povero. D'altra parte, era il 1941 e la guerra si faceva sentire, anche nella Spagna non belligerante ma oppressa. Ma per quanto povero, è studiato per dare al bambino l'idea di essere prezioso: il dorso in tela, le pagine delicate, le molte illustrazioni a colori. E in fondo, per noi abituati alle carte da 170 grammi, ai colori speciali, alle fustellature e ai pop up, alle cartonature plastificate, arricchite da paillettes, elementi a rilievo e ologrammi, una grande lezione di come un libro, per essere bello, non debba necessariamente essere un libro costoso, nei fatti o nelle apparenze.