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giovedì 24 maggio 2012

A scuola tra bosco, cielo e prato

[di Giulia Mirandola] 

Per la seconda volta sono salita in Val di Pejo accompagnata da visitatori d'eccezione: Alessandro Riccioni, Alicia Baladan e Giusi Quarenghi. Come un anno fa, la meta è stata una pluriclasse di montagna, ai piedi del monte Vioz, nel Parco Nazionale dello Stelvio. Non più la scuola elementare Bevilacqua, chiusa definitivamente in un clima di scontento e incertezze nel giugno 2011, bensì la Scuola Pejo Viva, un'esperienza inedita in Trentino e originale di per sé, basata sull'insegnamento parentale, documentata giorno per giorno attraverso un sito: strumento di comunicazione consono ai tempi che corrono.

Scuola Pejo Viva.
Da settembre 2011, nove bambini dai sei ai dieci anni e i rispettivi genitori, seguiti quotidianamente da un gruppo coeso di insegnanti volontari, fanno scuola "senza scuola", in due aule ricavate con semplicità da un appartamento a pochi passi dal vecchio edificio scolastico. La campanella è appesa a una legnaia, le bandiere sono quelle dell'Europa, dell'Italia e del Marocco (in classe ci sono tre bambini marocchini). Nessuno avrebbe scommesso sulla durata oltre Natale di Scuola Pejo Viva, quando la realtà mostra che ciò è stato possibile. In questi giorni Fatima, Davide, Arianna, Agnese, Lorenzo, Maryam, Omar, Nicola, Lisa si preparano agli esami, la prova per loro più difficile.

Alicia e Alessandro.
 La porta della scuola si è aperta innumerevoli volte nel corso dei mesi ad ospiti saliti in quota per conoscere da vicino questa realtà e ascoltare i tanti perché di una scelta radicale come quella di rinunciare alla cosiddetta scuola di tutti, la scuola pubblica. Da parte mia ho cercato di avvicinare il racconto di Scuola Pejo Viva a persone che a titolo diverso si occupano di storie. Tra loro, un antropologo visuale, Michele Trentini, che sta progettando un documentario sull'argomento; Alessandra Henke, una giornalista di Radio 3, che dedicherà alla vicenda un radio documentario in cinque puntate per il programma "Tre soldi"; Luigi Monti, direttore della rivista "Gli asini", che nell'intervistare il maestro Alberto Delpero ha scoperto un nuovo mondo; tre autori, Riccioni, Baladan, Quarenghi, che con i loro versi e illustrazioni hanno seminato letteratura per l'infanzia; Maria Giaramidaro, attiva nel campo della promozione della lettura e fondatrice di Oliver Associazione Culturale, che da Mazara del Vallo ha risalito la penisola per osservare differenze e somiglianze tra la Sicilia e il Trentino.


Alessandro, Maria e Giulia.
L'arrivo di Riccioni, Baladan e Quarenghi portava con sé una motivazione: fare poesia. Riccioni e Baladan si sono concentrati sulle pagine del loro Cielo bambino, prima attraverso una "ginnastica" di gesti e parole condotta da Alessandro Riccioni, adatta a slegare il linguaggio e a sciogliere con il corpo la mente. Poi con un gioco dell'oca magnifico, disegnato da Alicia Baladan, ingrandimento con variazioni dell'ultima tavola del libro, giocato a squadre di "soli", "lune" e "comete", con un grande dado di cartone. Riccioni si è presentato ai bambini come "l'omino tondo che fa impazzire il mondo" ed essendo un poeta di parola ha fatto impazzire per un po' chiunque gli capitasse a tiro. Con Alicia il gioco era all'aperto, tra terra e cielo, in mezzo a improvvisazioni in rima, risate, pegni in forma di canto e molto dialetto mescolato alla lingua italiana.
Il gioco dell'oca di Alicia, da Cielo bambino.

I bambini all'opera.
Sul rapporto tra dialetto pegaese e lingua italiana ha lavorato a fondo Giusi Quarenghi, impegnata due giorni dopo nella costruzione di un libro di grande formato, A scuola tra bosco, cielo e prato. Si tratta di un progetto collettivo di scrittura, che verrà presentato in sede d'esame.


A scuola tra bosco, cielo e prato.
Giusi e i bambini al lavoro
Nelle sue pagine cartonate rilegate a spago, scritte e colorate a mano, i bambini raccontano chi sono, dove hanno fatto scuola, con quali maestri, su quali materie e con che orario settimanale, cosa è loro piaciuto di più e cosa di meno. La pagina finale è un esempio di bilinguismo applicato al collage: oggetti raccolti durante una passeggiata nel bosco vengono commentati con didascalie in italiano e in pegaese, a rimarcare che la padronanza bilinguistica non può prescindere dal lessico e dalla grammatica italiana.
Il pomeriggio è stato un momento di festa trascorsa al Mulino dei Turri. Giusi Quarenghi ha impastato pane e raccontato storie che affondano nelle origini di questo cibo antico. Ne è sortita una grande pasta madre, nata sotto gli occhi di bambini, genitori, anziani, distribuita cruda a piccole pagnotte e affidata alle cure di tante mani. Una metafora azzeccata per salutare la Scuola Pejo Viva e augurare buona crescita a chi ha studiato qui.




Al Molin dei Turi per far il pane con Giusi.

martedì 24 maggio 2011

Evviva i bambini nelle scuole

[di Giulia Mirandola]

Del maestro Alberto Delpero e dei bambini della scuola elementare di Pejo, questo blog si è occupato alcuni mesi fa. Pluriclasse, montagna, lettura e scrittura erano i termini chiave di una breve intervista al giovane maestro, che in poche incisive frasi trasmetteva il senso di lavorare in pluriclassi e di fare scuola in montagna oggi.
Della scuola “R. Bevilacqua” di Pejo, nell’ultimo mese, hanno parlato ripetutamente i quotidiani locali del Trentino, rendendo pubblica una notizia: la scuola elementare di Pejo dopo giugno chiuderà. Una chiusura annunciata da tempo e non gradita a chi, in questo contesto, opera e vive.
Gli argomenti che questa vicenda solleva vanno ben oltre la politica e la cultura locali. I bambini di Pejo, riuniti in pluriclasse, fanno scuola secondo modalità che è rarissimo ritrovare in altri contesti, specie quelli urbani. La specificità della situazione “pluriclasse” e la straordinarietà della figura di Delpero (maestro elementare, archeologo, direttore di cori, fondatore della Libera Università di Pejo), ha attirato nel corso del 2009-2011 l’attenzione, oltre che di questo blog e dell’associazione culturale Hamelin di Bologna per cui lavoro, di un gruppo di educatori che operano in Emilia-Romagna e in Campania. D’altra parte, da tempo è in corso un fitto scambio epistolare tra i bambini di Pejo e quelli della scuola elementare di Coumboscuro, che speriamo di poter presto documentare meglio proprio sulle pagine di questo blog.

Capire certe dinamiche da lontano è difficile, ma può esserlo meno nel momento in cui qualcuno, dall’esterno, giunge, osserva, documenta, rielabora, trasmette. È nata dal desiderio di raccontare a chi non ne sa nulla o poco di questa singolare vicenda, l’idea di tornare a visitare la scuola di Pejo insieme a Ilaria Tontardini (Hamelin Associazione Culturale) e a Giusi Quarenghi.
Il 3 maggio scorso abbiamo passato una giornata intera con i bambini, il maestro, i genitori. Al mattino a scuola, a fare poesia, nel pomeriggio all’aperto, nei pressi del mulino recentemente ristrutturato da mamme e papà, insieme anche agli anziani del paese, a leggere, a suonare la fisarmonica, a cantare.

Dai quaderni di poesia, mentre sediamo in classe, ciascuno legge un componimento a scelta. Ci sono versi su cui la voce di Giusi si innesta per passare dalla lingua italiana al dialetto del posto o a quello bergamasco, oppure per sottolineare la felicità di certe scelte lessicali o giochi ritmici, come «primavera sai far di meglio», «ma con tutta la sua forza si raddrizza il biancospino», «in una scatola con le ali ieri ho volato sulle nuvole […] sotto di me c’era bianco». Poi, il “gioco” diventa collettivo. Ciascuno sceglie una parola e in essa cerca il “proprio” senso. Il risultato, dopo due ore abbondanti di concentrazione, è una poesia collettiva in cui ciascun bambino è autore di almeno un verso:

Nella parola poesia volo con la mente
e sono avvolta nei pensieri e quasi quasi
mi addormento.
Nella parola morte mi viene voglia di vivere.
Nella parola albero mi rivesto di foglie mature.
La parola sole mette voglia di salire sul trattore.
Nella parola mulino trovo un soffio di grano e un soffio di fame.
Nella parola aria cammino con le ali
e nel cuore mi passa un soffio così gelido che mi riscalda.
Nella parola buio scopro la paura e inciampo nella luce.
Nella parola letto sono come morto e canto.

Prima di lasciare le montagne, il maestro Delpero consegna a Giusi quattro domande scritte, a cui la scrittrice risponde così:

Scuola di montagna, scuola piccola, pluriclassi: modelli scolastici che suscutano opinioni discordanti, a volte antitetiche. Che ne pensi?
 Sono di parte, lo dichiaro subito. Vengo da una pluriclasse di montagna, anni ’50, nella quale credo di aver imparato, in cinque anni, a leggere, scrivere, far di conto, rileggere e correggere, fare e rifare, provare e riprovare, cantare, disegnare, stare insieme e da sola, arrivare prima e arrivare dopo, portare pazienza e farla portare, aguzzare l’ingegno e provare a farla franca, copiare e no, capire la differenza tra le parole, come cambia la lingua, a parlarla, a scriverla, a leggerla… L’esperienza che ne ho avuto alimenta in me uno sguardo amichevole e fiducioso. Così considero questi modi di fare scuola non relitti del passato da lasciare indietro quanto prima, ma piuttosto esperienze pioniere, vocazionalmente pioniere, capaci di stare e essere in situazioni particolari ed eccezionali. Si dice che l’eccezione confermi la regola. Vale anche in questo campo, a mio parere. Situazioni ambientali, climatiche, sociali oggettivamente eccezionali sfidano la scuola a inventarsi e a essere scuola nonostante e grazie a queste condizioni eccezionali. Rendere praticabile l’eccezionalità è la loro forza e la loro legittimità. E dove  c’è consapevolezza, la scuola diventa presidio di un territorio, in senso lato, di una comunità allargata, che sperimenta e genera conoscenza, saperi e più solidarietà che conflitto tra le generazioni. La scuola fa corpo con la comunità, insieme crescono, conservandosi e trasformandosi. E il gruppo può trarre giovamento dalla disomogeneità, anche anagrafica; c’è più posto per i tempi di ognuno e nell’arco lungo dei cinque anni (meno frantumato nella miriade delle verifiche sui tempi brevi) c’è una buona probabilità che arrivino tutti e si consolidino quei fondamentali sui quali costruire tanti saperi, compresi il saper imparare, il saper vivere, il saper fare.

Giusi a Pejo, perché?
Per un incontro tra colleghi. Sono venuta a incontrare un gruppo di colleghi, tra i 6 e gli 11 anni, che hanno una bella e confidente consuetudine con il leggere e con lo scrivere, da soli e insieme, per compito e per gioco, per fare esercizio e per  il bisogno e il desiderio di esprimersi, nella lingua nazionale e in quella locale, per amor di poesia.
Il tutto è cominciato da Giulia, ragazza che muove e fa muovere i libri e con le storie di parole e immagini costruisce ponti e demolisce muri… Giulia ha incontrato il maestro Alberto in val di Rabbi, a casa di Cheyenne, la ragazza pastora, e hanno parlato di libri, di scuole di montagna… i fili hanno incominciato a essere tessuti e sono arrivati fino a me e mi hanno portato qui.

Come sei stata in questa scuola?
Posso dire che qui non sono stata solamente in una ‘scuola’, e anche che sono stata veramente in  una scuola nel senso più vivo della parola. Perché sono stata anche in una comunità, in un paese, in un paesaggio non in uno spazio separato con la scritta ‘scuola’ per identificarlo. Qui la scuola è anche all’aperto, dentro e fuori il mulino, in come ci si saluta tra grandi e bambini.
Non mi ero preparata, ero semplicemente bendisposta, anche a lasciarmi un po’ sorprendere. Del resto, mi piace la montagna e mi piacciono le scuole di montagna, perché vi incontro, più frequentemente che altrove, insegnanti e bambini graziati dall’aria fina, dal trattare con i vari problemi che derivano sia da quello che manca sia da quello che c’è, dall’aver accettato che ogni cosa e ognuno ha il suo tempo, e che l’abitudine alla pazienza e alla fatica è necessaria come l’aria.

 Ma la sorpresa reale ha superato la sorpresa immaginata. Qui ho trovato ben di più: una comunità e una scuola in relazione, a darsi  reciprocamente vita, attenzione e cura. I bambini, figli di una mamma e di un papà, ma anche del paese e della comunità di Pejo; e gli adulti, tutti, impegnati e propositivi nel passare conoscenze, condividere esperienze, costruire appartenenza (che non vuol dire chiusura e immobilità, ma qualcosa che ha insieme la forza flessibile delle radici e delle ali). Una realtà di educazione permanente, come si diceva anni fa, di comunità educante, che si educa mentre educa e cresce con chi cresce e non lascia indietro e fuori nessuno.
Che bello sentire come due donne belle di vecchiaia mi rivelano dove sta il segreto: Siamo un paese fortunato, abbiamo qui delle mamme brave, ma così brave…
In questa scuola non chiusa in classe, ma che allarga la classe all’intero paese fino al mulino, alla malga e ai boschi su su fino dove i boschi spariscono; in questa scuola dove ho visto i bambini lavorare e ascoltare e stare attenti senza mai il bisogno di un richiamo da parte del maestro o mia, capaci di autonomia e di autodisciplina, di fare gruppo camminando con il proprio passo, mi sono trovata benissimo. E ho visto i semi di una foresta immortale, per quanto i taglialegna possano provare a darsi da fare.

La scuola che vedi oggi?
Faccio fatica a vederla, la scuola, spesso, oggi. È come avvolta nella nebbia. Una nebbia mortificata e mortificante. Ho come l’impressione che molta scuola si sia come adattata a essere una grande agenzia di ‘badanza’: l’importante è che nessuno si faccia male, che non si verifichino incidenti tali da finire sui giornali oppure sì, si vada sul giornale e anche in televisione, grazie a un ‘evento’ che ha il potere di rompere la routine!
Contro questo rischio, io mi ritrovo invece a confermare amore e fiducia proprio nella routine della scuola, in una scuola forte proprio di come è giorno per giorno, della quotidianità che propone e vive, consapevole di essere, volere e poter essere, tempo e luogo a misura di infanzie vivibili, dove bambini e bambine possono essere quello che sono, e crescere, a partire da quello che sono.
Viviamo tempi tanto balordi, che ho fin letto di un illustre studioso che ha indicato in don Milani e Gianni Rodari i responsabili del progressivo degrado della scuola; vorrei passasse di qui, l’illustre studioso. Proprio qui, dove a me viene da dire, con la poetessa  Marina Cvetaeva

Evviva i bambini nelle scuole,
che cresceranno più di noi!

I bambini della scuola di Pejo lo stanno già facendo.

venerdì 19 novembre 2010

La lettura e la scrittura

Una doppia pagina tratta dal nostro Anselmo va a scuola
Alberto Delpero è un maestro elementare. Insegna a Pejo, in Trentino, a una pluriclasse, cioè una classe frequentata da bambini di età diverse. L'unica rimasta, in questa regione: le altre sono state tutte chiuse. La ragione per cui la medesima sorte non è toccata a questa, è che i genitori hanno fatto resistenza, sono insorti e hanno protestato contro il provvedimento di chiusura, minacciando di ricorrere all'istruzione paterna, dato che se l'istruzione è un obbligo, non lo è la frequenza di una scuola. Alla fine le loro ragioni hanno prevalso su quelle della Provincia. Così, oggi, i bambini di Pejo hanno ancora il loro maestro, e la loro pluriclasse. Di lui, che ci ha fatto conoscere Giulia Mirandola (che per noi da quattro anni cura il Catalogone ed è una attiva collaboratrice dell'Associazione Hamelin), abbiamo letto vari articoli sulla scuola e la lunga, bella intervista che sull'ultimo numero della rivista Hamelin. Storie figure pedagogia, Giulia gli dedica. Ci hanno colpito il suo parlare, e scrivere, colto, nitido, serio, acuto, concretissimo, i suoi riferimenti pedagogici, la sua attitudine alla relazione con i bambini e la scuola, per nulla teorica, tutta fattiva. Infine, le sue idee e la loro forza calda, tranquilla, tenace. Diremmo, testarda. Come quando, per esempio, afferma: «Il fare, l'esperienza, sono componenti irrinunciabili. E alla scuola serve esperienza pratica in quantità industriali. Si deve tagliare ad occhi chiusi sulle chiacchiere.»
Riportiamo due brani dell'intervista, che vi invitiamo a non perdere.

Quali sono le azioni necessarie nella scuola e cosa ritieni sia uno spreco?
Ho dei dubbi … sui corsi di aggiornamento che insistono sul metodo. C'è sempre qualcuno che arriva con il metodo migliore. Adesso va per la maggiore il supporto delle tecnologie. … Io sono per una scuola più “povera” che “ricca”. Le macchine hanno dei costi e difficilmente creano apprendimento o dimensioni psicologiche come riescono invece a fare fra di loro le persone. Quello che mi interessa trasmettere ai ragazzi sono gli atti fondamentali: lettura e scrittura. Sono e saranno sempre le chiavi per penetrare qualsiasi campo della cultura…

Perché la lettura e la scrittura sono così centrali nella crescita di una persona?
Perché in mezzo c'è la possibilità di comunicare. Ma c'è anche il confronto quotidiano e personale con la parola, che è il mezzo su cui si muovono i pensieri e i significati. … L'individuo, attraverso le narrazioni, racconta se stesso e si affaccia sul mondo. Per questo, la capacità narrativa, il contatto con le narrazioni, orali e scritte, rende la mente più “utile” alla vita e più pronta ad assumere delle prospettive rispetto al poliedro della realtà.

Post scriptum
Il tema del nuovo numero di Hamelin è l'adolescenza: chi fosse interessato all'argomento troverà numerosi articoli ricchi di spunti e riflessioni. Noi suggeriamo l'abbonamento a questa rivista, piena di fervore e veramente preziosa per cura, qualità, libertà di pensiero e di vedute. E, diremmo, sana testardaggine.