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lunedì 4 maggio 2015

Una scienza che nasce per gioco

Venticinque anni fa, quando cominciavo conoscerla, di Giovanna Zoboli mi colpì la capacità di riconoscere e nominare le piante (non che non mi avessero colpito anche altre cose, ma quelle son cose private). Io credevo di essere un padreterno, nel campo: avevo imparato i nomi delle piante sull'onda della mia passione per l'illustrazione botanica e la mia frequentazione di erbari di diverse epoche. La sua conoscenza veniva, invece, da una madre curiosa e dalla passione per il giardinaggio, che l'aveva portata a frequentare i giardini botanici e a compulsare con grande attenzione i cataloghi dei vivai

Nessuno di noi aveva studiato sui libri la morfologia e l'anatomia delle piante e ancora adesso, come allora, non sapremmo dire che cosa distingue una briofita da una tracheofita. Per lei - e per me in misura minore - si tratta di una conoscenza pratica, apparentemente di scarsa utilità: non saremmo in grado di ottenere la sufficienza in un esame di botanica elementare e, forse, neppure in un'interrogazione di biologia liceale.


Ma, in qualche modo, questa conoscenza nomenclatoria, questa capacità di riconoscimento, questa conoscenza appresa giocando (anche se i nostri erano giochi da grandi) è patrimonio non da poco. Non tanto perché ce ne si può pavoneggiare alle feste (io so anche imitare i versi degli animali e questo ha sempre risultati sorprendenti), quanto perché è una chiave di lettura del mondo. Una chiave, come già detto, pratica, ludica, che permette di interpretare il mondo e la sua bellezza con grande libertà. Giovanna mi ha detto recentemente che conoscere il nome di una pianta le permette di vederla, di distinguerla. Certo, i grandi sistemi di classificazione sono più esatti e profondi. Ma richiedono un'applicazione, uno studio e, alla lunga, risultano noiosi, faticosi, inutilmente farraginosi. Sono repulsivi per l'adulto e, ancor più, per il bambino e per il ragazzo.


D'altra parte, ne L'idioma analitico di John Wilkins, (Altre inquisizioni; Feltrinelli, 1963; poi Adelphi, 2000), Jorge Luis Borges immagina un'enciclopedia cinese «che s'intitola Emporio celeste di conoscimenti benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in (a) appartenenti all'Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s'agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche.» Questa classificazione, nella sua assoluta, impensabile arbitrarietà, ci mette di fronte da una parte alla futilità di qualsiasi metodo con cui l'uomo ha pensato di poter ordinare il mondo; e dall'altra all'intrinseca necessità dell'uomo di dare sistematicità alla materia del mondo per sottolinearne ed evidenziarne la meraviglia. Una necessità di conoscere la natura che trova nella capacità ludica e creativa del linguaggio uno strumento d'elezione


Infatti, per quanto futile sia lo sforzo, resta in ciascuno di noi la necessità di osservare e il piacere di conoscere. Conoscere con gli occhi e con la bocca. E a questo compito si dedica Ti faccio a fettine di Chiara Armellini.


La struttura è quella resa nota da Ti faccio a pezzetti, della stessa Chiara Armellini, pubblicato nel 2012 e vincitore del Premio Soligatto 2013, dove la lettura procede a coppie di doppie pagine: nella prima coppia di pagine, il testo descrive, annuncia l'identità di una pianta senza svelare il nome, a destra il medesimo soggetto è mostrato a pezzi; nella seconda coppia di pagine, il testo nomina la pianta a caratteri molto grandi e, accanto, mostra la figura intera.


Ricordo che, a Roma, a Più Libri Più Liberi, una signora che aveva sfogliato il libro insieme a un'amica per pochi minuti si è domandata, a voce abbastanza alta da lasciarsi intendere anche da noi: «E poi, una volta che hanno risolto gli indovinelli, che cosa se ne fanno del libro?».


Ricordo anche che, alla premiazione del Soligatto, i cinquecento e più bambini-giurati che affollavano un grande auditorium, e che il libro lo conoscevano a memoria, gridavano i nomi degli animali, si sbracciavano e ridevano divertiti allo scorrere delle immagini sul grande schermo. Mi sono interrogato spesso su questa capacità di godere del riconoscimento, della scoperta del conosciuto, che sembra essere diventato oscuro a noi adulti. E forse dipende dal fatto che per noi adulti le storie sono, per l'appunto, solo storie; e i libri solo libri.


Ma per un bambino le storie e i libri sono anche pezzi, pezzetti, fettine: tasselli che permettono di costruire continuamente mondi nuovi e riconoscere un mondo che non è mai generico, ma sempre molto specifico. Un mondo nel quale non esiste "il cane", ma esistono Ombra e Chico e il cane dei vicini che abbaia quando passi e quelli abbandonati lungo la strada e quelli che una volta... Dove un fiore di tarassaco, un dente di leone, non è un concetto astratto, ma qualcosa di molto materiale, che si strappa e si soffia, scomponendolo in mille e mille frammenti per poi, magari, ricomporlo nella pagina di questo libro.


Da qui comincia la scienza, da qui la classificazione illuministica, da qui la catalogazione del mondo. Comincia per gioco.

mercoledì 22 aprile 2015

Alle radici dell'albo / 1: il mondo alla rovescia

Per il mio compleanno del lontano 1998, ho ricevuto in regalo da un'amica napoletana una piastrella decorata da una divertente scenetta, nella quale una sardina apriva una scatoletta di omini sott'olio.

Nell'iconografia popolare napoletana, le immagini di un mondo sovvertito sono molto comuni e apprezzate.

D'altra parte, quello del mondo alla rovescia è uno dei grandi topos iconografici, che ha ispirato innumerevoli autori, da Collodi a Rodari, per restare solo alla lingua italiana, ma che è sempre stato presente nella letteratura e nell'iconografia popolare.

Nel suo famoso saggio L'opera di Rabelais e la cultura popolare, Michail Bachtin identifica questo tema con il momento del carnevale, passaggio dall’inverno alla primavera, morte di un mondo tramontato e nascita di una nuova stagione di abbondanza. Nel periodo di carnevale, nel Medioevo, le gerarchie della vita ordinaria erano sovvertite. Le regole erano stravolte così che tutti potessero vivere una «vita all’incontrario», un «mondo alla rovescia». Gli umili diventavano potenti, e viceversa, il padrone faceva da servo al proprio servitore. Ciò che era superiore era tirato verso il basso così da costringerlo a rinnovarsi e a rigenerarsi. Durante il carnevale tutte le figure erano duplici, accoppiate per contrasto: magro-grasso, alto-basso, giovane-vecchio, eccetera e gli oggetti, vestiti indossati alla rovescia, come «gonne sulla testa», «vasi al posto di copricapi», oppure «l’uso di utensili come armi», ecc. Forse per questa ragione ai bambini piace tanto il mondo rovesciato in cui, insieme a tutti gli altri, anche i rapporti fra grandi e piccoli si sovvertono e cambiano di segno, stabilendo nuove regole e assetti, impensabili in regime di 'normalità'.



Risalendo l'albero genealogico del picture book, abbiamo trovato questo chapbook, un libretto venduto per un penny o poco più dagli strilloni per le strade e nei mercati delle città britanniche.



Sono stati questi strilloni i primi promotori della lettura che, offrendo fogli scandalistici, calendari, ballate, immagini devozioni e libretti da pochi soldi hanno dato il via alla diffusione massiccia di immagini e libri destinati all'infanzia e, più in generale, alle persone incolte e semianalfabete.



Come non leggere, in queste xilografie rozze e male inchiostrate, i progenitori dei divertentissimi Nonsense books di Edward Lear (del quale avevamo già parlato qui), o delle coloratissime tavole di Atak per Mondo Matto?





The world turned upside down, or, No news, and strange News.
York: printed and sold by J. Kendrew, Colliergate (1820 circa).
L'esemplare della Miniature Books Collection della Library of Congress è scaricabile in formato pdf qui.

Chi volesse approfondire il tema del mondo alla rovescia non potrà fare a meno de Il mondo alla rovescia di Giuseppe Cocchiara (Bollati Boringhieri, 2015).

venerdì 17 aprile 2015

This is…: un esperimento che diventa libro

This is… Questo è un libro.
E questo libro è cominciato come un pretesto per mettere alla prova alcuni pensieri e idee diverse, alla fine del mio corso di illustrazione. Ma dato che avevo poco tempo a disposizione per farlo, ho deciso di raccogliere tutti questi pensieri e idee in un libro solo, giusto per verificarle, convinto che il risultato non sarebbe stato altro che un esperimento.

Ho un nipotino e, all’epoca, cominciava a imparare le prime parole. Avevo notato che “etichettava” le cose con le parole che conosceva: con molto orgoglio, puntava il dito e dichiarava: «faccia», «occhi», «bocca» e «albero». Questo modo rudimentale di descrivere il mondo, ad ascoltarlo, sembrava proprio poesia.



La sensazione provata ascoltandolo, si è mescolata alle parole ascoltate a una conferenza TED da poco sentita: una scienziata parlava delle sue ricerche sulla capacità dei bambini di apprendere le lingue (perché anche da piccolissimi siamo in grado di distinguere fra le diverse lingue e questo ci permette di capire cosa dobbiamo imparare). Così è nata l’idea di un libro bilingue: una lista delicata e un po’ casuale di cose che un bambino potesse identificare, attraverso parole e simboli.
Ho sviluppato le immagini a partire dall’idea di utilizzare forme semplici e riconoscibili. Il miglior esempio è la prima parola del libro: casa. La forma che ho attribuito alla casa è quella che comunemente disegniamo e riconosciamo, anche se nessuno di noi (salvo qualche rara eccezione, vive in una casa che ha quella forma riconoscibile). Ma è proprio questa la forma da usare e da indicare come casa.



Un’altra cosa che mi interessava sviluppare era la forma del libro. Mi piace pensare al libro come a un oggetto: pagine trasparenti, buchi fustellati, fili e cose del genere non fanno che aggiungere interesse alle pagine. Naturalmente, devono avere un proprio posto, una misura; e in un libro come questo, così semplice, volevo che ci fosse qualcosa che mantenesse vivo l’interesse, che facesse procedere nella lettura, facesse desiderare di continuare a seguire la storia. Tutto è cominciato con un pensiero semplice: «E se il lettore potesse avere un’anticipazione della pagina successiva? In questo modo potrebbe intuire cosa sta per accadere. Se nella prossima pagina vediamo una nuvola all’orizzonte, giriamo la pagina per vedere la pioggia. La stessa idea è applicata al testo: il libro è una sola, unica, lunga frase che comincia con «This is…» e procede con un ritmo costante e continue ripetizioni della congiunzione “e” che ho pensato di usare per replicare il modo semplice di mio nipote di esprimersi per elenchi. Così, ho cercato un ritmo lento e un testo nel quale ogni cosa fosse ugualmente interessante.



Come ho detto, non avevo molto tempo, così mi sono lanciato nel progetto, facendo molti esperimenti e tentativi concentrati in un paio di settimane. Tutto si è concluso in stamperia dove, in una sola notte, ho serigrafato tutto il libro. Sono genuinamente convinto che molti dei lavori migliori vengano realizzati in tempi stretti, senza spazio per pensare troppo, prendendo decisioni intuitivamente e sapendo che l’errore non è una eventualità.


Dopo questa prima fase, e dopo che il progetto è interessato a Topipittori, a cui l'avevo spedito, ho cominciato a lavorare sul libro insieme all'editore. Per arrivare a quello che oggi è in libreria mi sono dovuto applicare a due problemi. Il primo era trasformare il concetto sviluppato in un oggetto tecnicamente producibile. Questo significava aggiungere pagine e riconfigurarle, in modo da uniformarle almeno in altezza (ma conservando la base variabile). Poi volevo aggiungere qualcosa alla fine del libro che permettesse di leggerlo come il resoconto di una passeggiata (che cioè avesse una sequenza narrativa più forte ed evidente) e  invitasse a tornare a casa (a tornare, cioè, alla prima pagina per ricominciare di nuovo, in un’altra lingua.) Dato che il libro era scritto in forma di elenco, avrebbe potuto continuare all’infinito, quindi ho dovuto pensare a un cambio di tono che rendesse esplicito il fatto che il libro era giunto alla fine.


Il secondo problema, una volta apportate queste modifiche, era fare sì che il libro continuasse a essere fedele all'idea originaria. Per questo è stato necessario riflettere a fondo: il tipo di lavoro che non vorresti mai trasparisse dalle pagine di un libro. Ho dedicato molto tempo all’osservazione del libretto da cui era nato il tutto, e a pensarci, per capire bene come funzionasse, quali meccanismi lo muovessero. In questa fase è stato importante sentirmi autorizzato ad apportare sensibili cambiamenti alla struttura del libro, per ritrovare le condizioni in cui avevo lavorato all’inizio del progetto. Alcune pagine sono state scartate, altre recuperate.





Ogni decisione, in questa fase del lavoro, è stata orientata a conservare l’energia e lo spirito del libro originario. Anche nella stampa e nella confezione: mi ha molto sorpreso che l’editore abbia pensato a una cucitura che richiamasse quella da me fatta a mano per il progetto iniziale. Da tutte queste decisioni sono scaturiti i dettagli che rendono questo libro, ai miei occhi, davvero amabile. Spero siate d'accordo con me!



Adesso che il libro è finito è un piacere osservare con quanta lentezza gli altri lo sfoglino e lo leggano. Spero che This is... sia usato dai bambini, ma che anche gli adulti trovino un modo di applicare le parole alle immagini, magari in una nuova lingua, giocando con le pagine per costruire piccole storie.


Se volete saperne di più su Joe Lyward:
Web: www.joelyward.co.uk
Twitter: @joelyward
Instagram: @lywardian

This is… un libro in quattro lingue
di Joe Lyward
24 pagine in formato variabile.
Brossura con cucitura Singer a filza.
isbn 978 88 98523 24 5
15 euro



lunedì 2 febbraio 2015

Contano le parole

Se leggiamo la definizione di Wikipedia, l'alfabeto è «un sistema di scrittura i cui segni grafici (i grafemi) rappresentano singolarmente i suoni delle lingue (foni e fonemi).» Beh, non è vero.  In tutte le lingue, questa corrispondenza fra segno alfabetico e suono vocale è men che perfetta.

George Bernard Shaw, che si è molto dedicato alla questione con il suo consueto, pungente umorismo, ha dimostrato che nella lingua inglese è possibile scrivere gli stessi suoni in maniera molto diversa, dimostrando come il gesto della scrittura e della lettura sono (o sarebbero) molto diversi dall'atto della fonazione, rendendo pressoché impossibile dedurre la pronuncia dall'ortografia. Per esempio, la parola fish [pesce] potrebbe essere scritta ghot: i tre suoni che compongono la parola [f-i-sh] si trovano anche, rispettivamente alla fine di tough [taf], nella lettera o di women [uìmen] e nella t di nation [nèscion].



In questa ottica, l'alfabeto è un semplice strumento per la costruzione dell'elemento fondamentale del linguaggio: le parole. Le lettere, che non hanno un senso - se non simbolico - per se stesse, sono tasselli di un gioco combinatorio che permette di narrare il mondo attraverso la scrittura e di renderlo fruibile attraverso la lettura.
Nel mio ricordo, e nel racconto di alcuni altri, la scoperta della lettura non corrisponde al acquisizione della capacità di riconoscere le lettere, ma alla scoperta che non sono le lettere, ma le combinazioni delle lettere a dare un senso a quel che è scritto. Non è il riconoscimento delle lettere, ma la composizione delle parole che riempie di gioia e apre la porta a un mondo non più solo visto e parlato, ma finalmente narrato, quindi espanso, potenzialmente infinito.



Still Another Alphabet Book, di Seymour Chwast e Martin Stephen Moskof (McGraw Hill, 1969) propone un modo nuovo (ancora oggi, a quasi cinquant'anni di distanza) per accostarsi all'alfabeto e alla sua importanza, enfatizzandone proprio questa funzione. Diversamente da quanto accade con i tradizionali libri, qui non si chiede al bambini di memorizzare una forma e di associarla a una o più parole che iniziano con quel segno, ma di giocare con le lettere per imparare a usarle in maniera creativa. È un gioco quasi enigmistico di riconoscimento e composizione.



In ogni doppia pagina, si propone un'immagine e si evidenziano, nella sequenza alfabetica, alcune lettere. Al bambino si chiede di riconoscere quel che è rappresentato e di usare le lettere evidenziate in diverso colore per costruire la parola corrispondente. Un modo eccellente per imparare la lingua (e funziona anche per imparare una lingua straniera).



La difficoltà varia. Alcune immagini propongono oggetti e creature noti: aeroplano, gatto, pesce, cavalletta, cappello. Altre  cose meno familiari: radiografia, iceberg. Altre concetti astratti: nulla, scomparsa, alto. In esergo, la chiara spiegazione: Questo abbecedario è anche un enigma e un gioco. Osserva attentamente l'alfabeto al piede di ogni pagina: puoi trovare una parola che descriva l'immagine? Se non ci riesci, le soluzioni sono alla fine del libro.



Quando venne pubblicato, negli Stati Uniti, fu accolto come «un ABC di oggi; un ABC che accoglie tutti i più recenti ed entusiasmanti sviluppi della grafica americana; un ABC che delizierà grandi e piccini. Parole, concetti e idee sono tutti contenuti nelle illustrazioni.» L'AIGA lo incluse fra i 50 migliori libri del 1970. Un analogo entusiasmo ha accolta la recente riedizione.


L'entusiasmo del recensore è quello trasmesso dal libro. E di questo tipo di entusiasmo per l'alfabeto c'è un gran bisogno nel momento in cui si vuole conservare alla lettura quell'aura di magia che la circonda nel momento in cui cominciamo a impararla. È solo conservando questo entusiasmo che si può trasformare il leggere da attività meramente utilitaristica in una vera gioia. E fare di un bambino un lettore.


Il nostro esemplare, rilegato in finta tela con sopraccoperta, appartiene all'edizione destinata elle biblioteche, pur non riportando alcuno dei soliti segnali di provenienza bibliotecaria. È stato acquistato a New York, per soli 10 dollari, in una bellissima e accogliente libreria-caffé. Online si trovano facilmente la riedizione Dover (2014) e l'edizione originale a prezzi di poco superiori.

giovedì 9 ottobre 2014

Fin da quando ero piccola

Cara Alessia,
ho letto le tue riflessioni sul blog di Radice-Labirinto, nel post Libro elegante, libro distante?.
Sono d'accordo con te: i librai hanno vita movimentata, come tutti coloro che si occupano di libri. E sono anche d'accordo che l’idea di bambino che ognuno possiede è la bussola con cui si traccia la linea di confine fra libri per bambini e non.
Il tuo post tocca moltissime questioni, su tutte varrebbe la pena di riflettere, ma, essendo stata chiamata in causa, a proposito del libro L'uomo dei palloncini, penso sia necessario fare, su questo, alcune precisazioni. La tua analisi di L'uomo dei palloncini arriva dopo una serie di considerazioni che, a partire da quella centrale di 'nostalgia dell'infanzia' da parte dell'adulto, proseguono con distinzioni fra poesia e prosa, e con l'identificazione del 'lirismo come insidia' che porta alla 'perdita di vista della trama e della realtà'. Al di là delle idee personali su concetti generali, su cui si può essere più o meno d'accordo, in base alle proprie convinzioni, formazione e cultura, voglio specificare alcuni punti fondamentali che riguardano il mio lavoro, che conosco bene e di cui posso parlare con sicurezza, grazie a un'esperienza ventennale di autrice e di lavoro editoriale, escludendo quello che non mi appartiene e in cui in alcun modo mi riconosco.
Il sentimento di nostalgia nei confronti dell'infanzia mi è estraneo (anche quello verso l'adolescenza). Provo grande interesse verso queste età, che mi sembrano fondamentali nella vita degli individui. Bambini e ragazzi hanno, per me, pensieri, comportamenti e idee degni di estrema attenzione per la forza, la ricchezza, l'intensità, l'intelligenza, lo spessore dei significati e dei valori che mettono in luce. Significati in grado di mostrare aspetti rilevanti dell'esperienza umana, anche adulta.
Non è una mia scoperta, ovviamente: tutti coloro che hanno studiato, educato e sono stati in compagnia dei bambini lo sanno e ne hanno fatto esperienza. 

Per quanto riguarda la mia autobiografia, non ho nostalgia della mia infanzia, il che non significa naturalmente che non abbia bei ricordi a essa legati e che non mi capiti di provare nostalgia, come tutti, verso momenti passati legati soprattutto a persone che non ci sono più. 
Da piccola mi è sempre interessato giocare, ma anche crescere, mi sono sempre interessati gli adulti, oltre che i miei coetanei. Forse anche perché ho la fortuna di avere una memoria del passato molto viva, questo da sempre. Capita che cose accadute quarant'anni fa mi sembrino vicine come il ricordo di una cosa accaduta ieri, il che rende il passato non insanabilmente lontano, ma prossimo e presente. Questo mi aiuta nello scrivere per bambini, non per volgermi al passato con rimpianto, idealizzandolo, ma perché mi dà la possibilità di recuperare esperienze infantili.
Pur avendo avuto un'infanzia e una adolescenza agiate e tutto sommato serene, in una famiglia sufficientemente equilibrata e di buon senso, mi ricordo con estrema chiarezza che queste età hanno comportato notevoli dosi di fatica, impegno, dolore, paura, coraggio, rabbia, disagio, e richiesto, per questo, molta energia. Non è facile essere bambini e ragazzi per la semplice e buona ragione che in quei periodi della vita non sai nulla e devi capire tutto, in un contesto adulto che afferma di sapere tutto e di non dovere capire nulla. Questo, anche se sei un bambino che vive in società e famiglie accoglienti, benestanti e democratiche, non cambia di una virgola.
Tale concetto è particolarmente arduo da accettare da parte del mondo adulto che chiede alle generazioni giovani di restituirgli, in cambio di cure, educazione e accudimento, una buona immagine di sé, e tende a chiudere gli occhi su tutte le manifestazioni dell'infanzia e dell'adolescenza che destabilizzano la perfezione del quadro d'insieme, e che possono generare sentimenti ed emozioni non proprio accettabili, come dubbi, rabbia, fastidio, irritazione, indifferenza, stanchezza, senso di inadeguatezza o di colpa. Insomma il confronto generazionale non è facile per nessuno, da sempre.

La maturità ritengo sia una conquista: finalmente si è liberi di scegliere e di essere. L'infanzia e l'adolescenza sono, costituzionalmente, età di grandi scoperte, cambiamenti, trasformazioni e inquietudini, ma non sono le età della libertà e delle scelte. Per questo i bambini vogliono, giustamente, crescere, e per questo gli si fa un torto se si impedisce loro di farlo.
L'uomo dei palloncini nasce non dalla nostalgia per la mia infanzia o un momento particolare di essa, ma dall'avere osservato, una sera di qualche anno fa, dalla finestra di una casa in una cittadina appenninica, un giovane uomo che faceva quel mestiere. Non mi ero mai soffermata su questo tipo di personaggio e quello che vidi quella sera mi accorsi che non era un semplice venditore, ma una figura interessante che sapeva entrare in relazione coi bambini e parlare loro, capirli. Questo mi interessò molto: non me l'aspettavo, e rimasi a osservare quell'interazione per qualche ora, come fossi al cinema.
In seguito, pensando alle ragioni per cui quella figura mi potesse avere tanto attratto, e dopo aver scritto L'uomo dei palloncini, testo la cui stesura avvenne nel lasso di tempo di due anni circa, ne misi a fuoco con chiarezza tre. Tutte sono legate a mie esperienze infantili. Siccome per i bambini le questioni fondamentali si esprimono sotto forma di domanda, in questo modo formulerò le tre ragioni.

1)    Come ha fatto il mondo a esserci se io non esistevo? Come era prima? Ovvero c'è sempre un momento in cui i bambini scoprono questa realtà: e cioè che il mondo, e i loro genitori, non sono nati con loro. È una scoperta incredibile, proprio filosofica, anche perché in quel momento i bambini si rendono conto che il mondo potrà continuare a esistere anche quando loro non ci saranno più. Insieme a questo scoprono i concetti, impersonali, di tempo e di spazio.

2)    Come fa una persona che non mi conosce a conoscermi così bene? Come fa a sapere chi sono, di cosa ho bisogno? Ovvero, ci sono adulti che pur non sapendo nulla di noi ci conoscono benissimo e sono in grado di offrirci cose che nemmeno i nostri affetti più cari sanno darci. Questa è un'altra scoperta incredibile perché apre all'infinito l'orizzonte, limitato, della famiglia e della casa. Con questa scoperta si inizia a essere nel mondo.

2)    Come mai la notte il mondo non scompare, le cose non si annullano nel buio? Avevo osservato, le volte in cui avevo accesso al mondo dopo le 9 di sera, che esistevano persone che la notte rimanevano sveglie, per lavoro, per esempio, ma anche perché insonni. Pensai così che il merito della salvezza del mondo fosse loro che non dormivano mai, e vegliavano sul sonno degli altri, permettendolo. Fu un grande sollievo. Immaginavo figure adulte di appoggio e responsabilità, figure di bene e saggezza che magari non conoscevo, ma su cui sapevo di poter contare. I miei mi proteggevano, ma c'era qualcuno che a sua volta proteggeva loro.

Questa storia, perciò, non ha nulla a che vedere con la nostalgia, ma con esperienze infantili molto forti. L'ho scritta pensando a quanto mistero quella semplice figura portasse con sé. Quanto un incontro del genere, così apparentemente prosaico, l'acquisto di un oggetto, possa determinare un'esperienza significativa per un bambino, per il quale, per esempio, le cose rivestono sempre significati immateriali e simbolici importanti. Vi siete mai chiesti, seriamente, perché i bambini, tutti i bambini del mondo, siano irresistibilmente attratti da venti grammi di plastica attaccata a un filo? O perché un bambino possa metterci molto tempo a scegliere un oggetto assolutamente insignificante? Addirittura a volte un prodotto seriale, uguale a cento altri identici, ma nel quale sembra vedere fondamentali differenze?

Sono consapevole di essere stata una bambina pensosa e portata per la contemplazione e la riflessione sul mondo intorno a me. Ma questa è una caratteristica che tutti i bambini hanno, non mia esclusiva. Che i bambini abbiano questa inclinazione naturale lo ha affermato e ripetuto per tutta la vita, fra gli altri, Maria Montessori. È quel tipo di caratteristica per cui di solito, appena una bambino esprime un pensiero di solito definito 'profondo', gli adulti cadono dal mondo delle nuvole, trovando assolutamente incredibile che a quell'età si pensi in quel modo, come se a parlare fosse stato, fra lo sgomento generale, una scimmia o un canarino. Non solo i bambini pensano, ma come dichiara il titolo di un imperdibile libro del maestro umbro Franco Lorenzoni, edito da Sellerio, I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica.

Da piccola, alle elementari leggevo fumetti: da Topolino a Diabolik (che trovavo un po' pretenzioso), da Valentina Mela Verde ai Peanuts. Essendo una bambina osservatrice mi era chiaro che con numerosi miei coetanei potevo condividere le mie impressioni sui primi due fumetti, molto popolari (oggi direi il 90% dei bambini); per trovare amiche con cui condividere il mio amore per Valentina, la percentuale scendeva diciamo al 30%. Dei Peanuts, - ragazzini americani dal segno elegante, filosofici, caustici, pensosi, esilaranti, le cui storie non cominciavano e non finivano perché erano storie fatte di situazioni e non di trama - potevo parlare con pochissimi, praticamente nessuno. Io conoscevo i Peanuts perché mia madre era abbonata a Linus, rivista di nicchia che i più non conoscevano. I miei non mi forzavano a leggerlo per farmi diventare una scimmia intelligente da esibire nei salotti radical. Semplicemente i miei erano curiosi, leggevano molto e di tutto, e la rivista girava per casa e io la guardavo e leggevo i fumetti che mi piacevano; gli altri, quelli che non mi parlavano, li lasciavo perdere, pensando che prima o poi magari avrei avuto accesso ai loro misteri.
Non mi sentivo strana per avere, fra gli altri, anche gusti diversi: non mi importava non trovare qualcuno con cui parlare dei Peanuts. Se rimanevano una passione solitaria, coi miei amici potevo parlare di un milione di altre cose.

Senza paragonarmi a Schultz, trovo importante che i bambini possano avere esperienze del genere. Che vi siano libri che parlino loro con una voce che può anche spiazzarli e parlare una lingua che ha regole diverse. Se scrivo Il grande libro dei pisolini o Al supermercato degli animali sono, ovviamente, consapevole che avrò un pubblico più numeroso: temi, parole e rime so benissimo che rendono il libro più accessibile e godibile per tutti, facendo riferimento a un mio gusto e a mie esperienze di bambina molto amate, allegre e condivise. Ma come scrittrice penso sia interessante rivolgermi anche a quei lettori che hanno esperienze meno condivisibili e meno facili da capire, spiegare, affrontare, accogliere, esattamente come le avevo io. Per questo non mi precludo libri come L'uomo dei palloncini, come La più buona colazione del mondo, C'era una volta una storia o Casa di fiaba per dire qualche titolo davanti al quale ho visto inarcarsi più d'un sopracciglio.

Infine, due considerazioni: se qualcuno mi dice che a suo figlio è piaciuto un mio libro sono ovviamente molto contenta, ma con ciò non deduco in nessun modo che il libro piaccia 'a tutti i bambini'. E rimarrei piuttosto perplessa davanti a una riflessione che parta dal presupposto di 'osservare il libro con gli occhi di un adulto'. Quale adulto? Forse me stessa? Difficile stabilire che in base alla reazione di un non ben definito adulto una storia sia mancata o riuscita, stabilendo il perché. Sappiamo bene che i pareri di noi tutti sui libri sono contrastanti. Ma sappiamo altrettanto bene che esiste un modo più impersonale di valutare un libro, e che ci sono libri orrendi e libri buoni, al di là del fatto che ci siano piaciuti o meno, dato che la nostra opinione è relativa e soggettiva. Per giudicare una cosa bisogna conoscerla. E quello della conoscenza è un processo di avvicinamento che richiede tempo, distacco e impegno.
Sforzarsi di vedere con gli occhi di un bambino è meritevole, ma sempre tenendo presente che noi non lo siamo bambini, e quel bambino lo immaginiamo soltanto. Sotto numerosi giudizi dati a libri per bambini cova sempre l'idea che i libri, per essere definibili adatti ai bambini, debbano piacere alla misteriosa categoria dei bambini, test inequivocabile, che ne sancisce la leggibilità tout court. Come se non ci fossero gusti, inclinazioni, interessi che fanno di ogni bambino un lettore diverso, come avviene per noi adulti che a ogni passo invochiamo, fino destituirla di ogni senso, la famigerata bibliodiversità. Come se non esistesse una possibilità di discorso critico, al di là dell'età, come se provare a uscire dal cerchio mi piace/non mi piace dei bambini, fosse un sopruso inammissibile e antidemocratico. Come se non ci fosse un'idea di educazione. Quanti problemi da sbrogliare, quanta confusione su questi temi.

Ricordo un padre, a Più libri più liberi, fiera romana dal pubblico selezionato, che dopo essersi rigirato per le mani un libro per dieci minuti, decise di non comprarlo con questa spiegazione: «Troppo problematico, preferisco non mettergli in testa idee che non ha.» O una madre, pediatra, in cerca di un libro per il compleanno della sua bambina, che dopo aver ispezionato ogni millimetro di Filastrocca ventosa non lo acquistò: «Non voglio gettare un'ombra sul momento felice dello spegnere le candeline.» Quanto questi due genitori stavano pensando al loro figlio come lettore e hanno effettivamente valutato il libro al di là della riflessione 'fa bene o fa male'? Quanto quelle ombre e quelle idee sbagliate riguardavano loro e non i loro bambini? Se empiricamente stabiliamo che a molti bambini piace di più il coniglio dei cereali Nesquik rispetto alle illustrazioni di Mattotti per Hansel e Gretel, cosa significherà? Che i bambini sono più esposti a immagini pubblicitarie o che Mattotti non è un illustratore adatto all'infanzia? Che la Nesquik ha sfruttato la popolarità planetaria di un celebre coniglio dei cartoni animati o che la fiaba dei Grimm è inadatta a essere illustrata per i bambini di oggi perché propone loro un immaginario negativo e spaventevole? Che il coniglio è rassicurante e propone un'idea di infanzia positiva, allegra e condivisibile o che Mattotti è inquietante e distante perché ha elaborato un linguaggio visivo che non ha tenuto in considerazione la visione delle cose dei bambini, ma solo la propria? Qual è la visione delle cose dei bambini? Quella che stabiliamo noi? Quella che stabilisce la Nesquik? O quella che stabiliamo noi insieme alla Nesquik? Quella di Mattotti? Quella dei Grimm?

Possibile che quando si parla di libri per bambini il giudizio sia quasi invariabilmente vincolato a ragioni psicologiche e terapeutiche di fruibilità e così raramente a un discorso sulla cultura, l'educazione all'immagine, al segno, alla parola? Non è anche questo modo di vedere le cose che alla fine consegna l'idea di lettura in età infantile a pratica di puro intrattenimento con tutte le conseguenze del caso? Eppure, come spiega impeccabilmente Lorenzoni nel suo bellissimo libro, in un capitolo magistrale sull'educazione all'arte, "i bambini sanno nutrirsi in modo straordinario del bello."

Si parla sempre, e aggiungerei quasi da non poterne più (e da non capire più di cosa si stia parlando), di diversità. Forse così come dobbiamo rispettare e capire le differenze fra le persone, grandi e piccole, dobbiamo capire quelle fra i libri.
Al di là di L'uomo dei palloncini che leggitimamente può piacere o non piacere così come tutti i libri del mondo, forse questi libri 'eleganti' che ricorrono a parole e immagini che utilizzano registri 'altri' perché raccontano di esperienze 'altre', parlano a bambini che nella vita di tutti i giorni fanno esperienze poco condivise, ma importanti sia per se stessi sia per gli altri.
Fin da quando ero piccola ho imparato che riguardo a certi temi e modi di esprimersi, le percentuali si abbassano. Non è un problema per me, mi colpisce sempre che lo sia per altri.