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venerdì 23 maggio 2014

I narratori invisibili

La prima cosa che si incontra, in questo libro senza parole, Fiume lento di Alessandro Sanna, sono le parole di Ermanno Olmi. 

Non bisogna spander indifferentemente parole su un foglio bianco quando non c'è n'è bisogno.
Proprio come in questo caso, quando le parole sono altre, fatte di differenti segni dove la parola scritta è del tutto estranea a una narrazione fatta di sole immagini. 

E sicuramente in quelle raffigurazioni narranti di uomini e paesaggi, di giorni assolati, di burrasche, di alluvioni e di gelo, ciascuno potrà avvertire nel silenzio intimo della contemplazione l'insorgere di suoni immaginati, evocazioni di melodie, voci della natura, richiami di creature in amore nel segreto del bosco e il soffio del vento che tutto converge nelle sue gore, in un impalpabile concerto di armonie.

Così come sono sempre parole a chiuderlo: quelle di Sanna, che spiega il prender forma di questo racconto visivo. Si potrebbe avere la tentazione di considerarle entrambe non necessarie, prendendo letteralmente il monito di Olmi: Non bisogna spander indifferentemente parole su un foglio bianco quando non c'è n'è bisogno. Ma sarebbe sbagliato scavalcare la volontà dell'autore e la riflessione del regista che quelle parole hanno volute.


In questo senso mi viene da dire che Fiume lento sia utile per riflettere sulle narrazioni. Per quanto mi riguarda, questo libro mi ha fatto venire in mente Vite sbobinate e altre vite di Alfredo Gianolio, edito da Quodlibet, 2013, un libro di racconti, privo di immagini.

Quodlibet è una casa editrice che da anni, nella collana Compagnia Extra, attraverso saggi, romanzi, racconti, riflette sulla narrazione e i modi del raccontare. Lo fa attraverso diversi autori, come Gianni Celati, Paolo Nori, Ugo Cornia, Daniele Benati, Franz Kafka, Luigi Ghirri, Dino Baldi, Paolo Morelli, Delio Tessa, per dirne solo alcuni. La raccolta di Gianolio si inscrive in questa linea. Compagnia extra in effetti potrebbe anche fare venire in mente un certo numero di persone che a gruppetti o da sole camminano, raccontandosi cose.

Alfredo Gianolio, è un avvocato di Reggio Emilia, nato a Suzzara, al di là del Po, in provincia di Mantova. Ha collaborato con Cesare Zavattini, scrittore che dei pittori naïf che vivono lungo il Po diceva: Se è vero che dipingono senza saper dipingere è anche vero che possono scrivere senza saper scrivere.

In Fiume lento, fra tanti personaggi, abita anche un pittore, Antonio Ligabue, che di questi pittori è fratello. Nel corso del tempo, Gianolio ha raccolto con il registratore le storie di vita di questi pittori, ma anche di altri che non lo sono. Quindi le ha trascritte. Vite sbobinate e altre vite le raccoglie.


Per farvi capire qualcosa in più di questi magnifici 37 racconti, riporto un brano dell'intervista ad Alfredo Gianolio Fra Zavattini arte naif e Resistenza, realizzata da Chiara Cabassa per la Gazzetta di Reggio, il 9 febbraio 2014.

"Veniamo a Gianolio critico d’arte e scrittore. E all’incontro con un certo Zavattini.
«A farmi incontrare Za è stato il Premio Naif di Luzzara e da allora è nato un lungo sodalizio iniziato con la partecipazione come redattore al “Bollettino dei Naif” di cui Zavattini era direttore. Negli anni ’60, a Reggio, c’erano due avanguardie. Una faceva capo a Corrado Costa e si ricollegava al dadaismo e al surrealismo. L’altra, quella di Za, era incardinata sulla concezione dell’egualitarismo etico, sociale e politico. Za partiva dal presupposto che tutti possono scrivere e dipingere e che la cultura era fallita perché era sempre stata nelle mani di pochi. Il suo egualitarismo lo portava ad apprezzare i naïf: se meritano, questo il suo pensiero, possono anche esporre alla Biennale di Venezia. Ghizzardi era stato rifiutato? Za volle che i critici andassero nel tugurio dove viveva e lavorava per capire la sua arte. Lo stesso accadde con Valla, il naïf filosofo».


Alcuni mesi fa ha pubblicato le sue “Vite sbobinate e altre vite” che ci riportano al suo sodalizio con Zavattini.
«Ai tempi del “Bollettino dei Naïf” avevo sentito la necessità di conoscere cosa c’era dietro i quadri dei naïf e mi misi in comunicazione con quei pittori emarginati del Po, ascoltando e registrando la loro voce: nacquero le nastrobiografie dalle quali emerse un interessante spaccato umano e sociale. Il “Bollettino” chiuse e l’esperienza pareva finita. Ma qualche anno fa lo scrittore reggiano Daniele Benati, amico di mio figlio Aldo, mi invitò a partecipare alla redazione dell’Almanacco delle prose. Il Semplice, edito da Feltrinelli. Qui ebbi come maestri anche Celati, Cavazzoni, Nori, Cornia. Allargai la mia ricerca anche verso le persone “normali”, convinto che tutti nel fondo della loro coscienza sono naif, perfino i direttori di banca. È che la “naïvetè” è spesso sepolta sotto strati di luoghi comuni che costituiscono una rete protettiva in ambito sociale»."


L'idea di disegnare e scrivere senza conoscerne tecniche e presupposti teorici, affermata da Zavattini, mi fa venire in mente la predilezione per gli attori non professionisti di Ermanno Olmi, che ha girato un lungo documentario sul fiume Po (che trovate in un post del blog Gavroche), e un film, di recente, che si svolge lungo il suo corso, Centochiodi. Come altri registi, Olmi ha cercato di raccontare ricorrendo a interpreti 'naturali', privi di capacità professionali, per evitare che le tecniche e l'idea di racconto di cui queste sono portatrici andassero a sostituirsi al racconto stesso.


La mancanza di parole in Fiume lento, penso debba leggersi come qualcosa di simile. Un fare a meno di..., una incompiutezza cercata, una assenza che porta a galla dal fondo il senso del racconto e lo lascia scorrere con un ritmo proprio, naturale. In questo senso, davvero penso che la coerenza fra 'contenuto' e 'forma' in questo caso sia totale e in questa consista la vera forza di questo libro. Credo anche che Sanna sia fortemente connesso con questa idea di racconto non autoriale, di narrazione orale e anonima, imperfetta, patrimonio di tutti, non ovviamente perché non sia capace di disegnare (se c'è un autore in cui questa capacità è lampante è proprio lui). E credo che l'egualitarismo etico, sociale e politico di cui parla Zavattini appartenga fortemente alla dimensione narrativa di Fiume lento, e non solo per i contenuti in esso riconoscibili (l'alluvione, la nascita del vitello, la festa eccetera), ma per il loro modo di prendere forma.


Le cose che mi colpiscono di più in questo libro sono due, e in entrambi i casi si tratta di relazioni: quella fra uomo e paesaggio; quella fra individuo e collettività. Ciò che in entrambi i casi risolve la relazione, la porta in primo piano, facendo sì che avvenga fluidamente, facendone trapassare continuamente i soggetti l'uno nell'altro (uomo e natura, individuo e paesaggio, soggetto e collettività), è il corpo dell'immagine. Nell'immagine avviene la fusione, la celebrazione dell'unione. Il colore sembra usato come metafora di una legge fisica, a dare conto dell'energia, delle materia di cui è fatto il mondo. In queste immagini Sanna sembra dire che tutto si appartiene perché tutto è fatto della stessa sostanza luminosa. E in questa visione, effettivamente, si celebra un'utopia.


Nello stesso modo, le voci che raccontano le vite di Gianolio sono impersonali, escono da bocche di singoli, certo, ma con modalità corale. Nessuna è riconoscibile o cerca di affermare uno stile, di coincidere con un'identità: tutte, invece, si concentrano sulla narrazione. È il racconto puro, l'obiettivo, sganciato da preoccupazioni autoriali. In ogni storia entrano ed escono i medesimi personaggi, le medesime atmosfere, i medesimi oggetti, le medesime vicende, benché ognuna narri fatti e cose e persone effettivamente diversi. La bellezza di questi racconti sta nell'invisibilità dei narratori, nella loro perdita di identità, meglio nella non necessità di una identità. Come nelle immagini di Sanna, è il linguaggio, qui, a creare unità, flusso, moto; tutto è racconto, e in questa unità assoluta si celebra la natura misteriosamente organica e dinamica della vita. La natura corale di questi racconti mi ha fatto venire in mente in particolare due immagini di Fiume lento: quelle in cui i minuscoli personaggi del racconto, portati in primo piano, acquistano volto.


In entrambi i casi, sembra che il disegnatore per un attimo abbia voluto prendere il lettore alla sprovvista, mostrandogli che queste figurine, che si muovono entro sfondi giganteschi, sono in realtà uomini, donne, bambini, con un volto riconoscibile, e perciò con una storia. Le voci che corrispondono a queste facce, per me, sono quelle registrate e trascritte da Gianolio. 

“Io sono Zattelli Renato chiamato Tirri. Ho vissuto coi nonni perché la mamma si era risposata. I miei nonni erano di Sanata Vittoria di Gualtieri e mi hanno tirato su da gran signore, anche troppo.”

“Quando facevo le elementari (ero in terza) la mia maestra vide un mio disegno nel libro di Ornato e mi mandò in tutte le classi a farlo vedere, quindi vuol dire che il disegno l'ho nel sangue.” (dal racconto di Elena Guastalla).


“Sono il figlio della Monterivi Cleonice e di Spaggiari Giuseppe, che erano i banconieri della cooperativa di consumo di Pratofontana. Mi chiamo Ivo ma ho preso il nome d'arte di Pantaleone, il santo protettore di Codemondo, dove ho abitato per molto tempo.”

“Sono cresciuta con principi morali molto solidi. Nata il 16 settembre 1018 a Reggio Emilia, avevo genitori onesti, mia madre soprattutto era una santa.” (dal racconto di Laura Bertozzi).

“Quando ero piccola andavo a dormire nel letto con mio padre e con mia madre. Mio padre nel sonno aveva degli incubi e urlava per i ricordi della guerra del '15-'18 e mi ricordo che mia madre andava a prendergli un bicchiere d'acqua perché si calmasse.” (dal racconto di Emilde Vacondio).


“La mia era per quei tempi, una famiglia modello, sono il penultimo di sedici fratelli. Sono nato a Borgo forte, sulla sponda mantovana del Po, mio padre Angelo aveva una venerazione per Mussolini. Aveva fatto la guerra mondiale, era stato squadrista, aveva fatto la marcia su Roma.” (dal racconto di Udo Toniato).

“Mi piace fare il ritratto di persone  già morte, perché quelle vive non sono mai contente.” (dal racconto di Giuseppe Raineri).


Vi ho riportato alcuni degli incipit di questi racconti: voci che escono dalle pagine come fanno le memorie dai muri, dagli oggetti, dagli abiti. Voci cantanti, prive di corpo.
Così, alla fine di tutto questo, ho pensato che, a volte, le parole di un libro si trovano, misteriosamente, in un altro, e così le immagini. Come se ci fosse stato fra le une e le altre un commercio sottobanco, imprevedibile. E perciò, volendo trovarle, queste parole, queste immagini, bisogna andarsele a cercare o più probabilmente avere la fortuna di incontrarle, altrettanto misteriosamente. Per me con questi due libri è avvenuto questo.

Fiume lento ha vinto il Premio Andersen 2014 come miglior libro illustrato. L'assegnazione del premio ad Alessandro Sanna avverrà domani, 24 maggio, a Genova, nel corso della cerimonia che si terrà al Museo Luzzati, Porta Siberia, Porto Antico, dalle 15 alle 18.


martedì 7 maggio 2013

Si può non

Negli ultimi decenni, al progressivo deteriorarsi dell'autorità genitoriale si è accompagnato il prosperare di una vera e propria cuccagna manualistica finalizzata a insegnare a padri e madri l'importanza dell'impartire regole, divieti e sanzioni ai propri figli: dal celebre I no che aiutano a crescere a Digli di no. Fallo per lui!, da Se mi vuoi bene, dimmi no a Le regole che fanno crescere a I sì che aiutano a crescere a I bambini hanno bisogno di regole ecc. L'impressione generale, in tutto questo, guardandosi intorno, e al di là di quanti sì e no ai bambini debbano essere, giustamente, detti, è che gli adulti, in generale, abbiano idee molto confuse in merito a cosa sia una regola e a cosa serva, a cosa significhino autonomia, libertà e responsabilità.
La questione non è banale: andando al nocciolo, non si tratta di stabilire formule magiche che facciano sopravvivere alla minore età delle nuove generazioni, ma di riflettere su diritti e doveri, giusto e sbagliato, rispetto di sé e del prossimo, libertà, capacità di operare scelte, relazione fra collettività e individuo.

In una parola, la questione in ballo è quella, niente meno, del libero arbitrio che è alla base dell'etica. Ed è per questo che i manuali, seppur spavaldamente fiduciosi nel potere dell'individuo di costruire se stesso come un mobiletto dell'Ikea (con un incomprensibile libretto di istruzioni in dodici lingue), a volte danno l'impressione di avere una funzione più tranquillizzante che sostanziale, lasciando grandi e piccoli, genitori e figli in balia di questioni fondamentalmente irrisolte, e in una confusione che anche semplicemente nella vita di tutti i giorni può avere conseguenze significative.
Per non sottovalutare la portata del problema e la qualità delle risposte, varrebbe sempre la pena ricordare che sono più di diecimila anni che gli esseri umani, attraverso filosofie, religioni, scienze e letterature, ci discutono su e continuano a farlo tutt'ora. Perché di una cosa possiamo essere certi: non ci sono risultati acquisiti definitivamente in questo ambito: la storia non ci garantisce niente, è un flusso di eventi in continuo cambiamento in cui tutto è costantemente rimesso in discussione, e per questo l'eredità culturale da una generazione all'altra va rinnovata e ricostruita costantemente, pena il suo decadimento.


Detto questo, per non perdersi d'animo di fronte a questioni tanto complesse, va considerato che se il problema del libero arbitrio è un problema squisitamente umano, noi siamo esseri umani, quindi, teoricamente, all'altezza del compito. Importante è non pensare di risolvere questioni rilevanti prendendo scorciatoie, e impegnarsi a trovare buone risposte, che sono quelle che i bambini chiedono, con la consapevolezza che non saranno magari definitive, e che si potranno correggere col tempo, l'ascolto e le esperienze, soprattutto se si è in loro compagnia. Perché non credo esista una compagnia migliore per riflettere su tutto ciò, della loro. Primo perché i bambini spesso sono più allegri e vispi della gran parte degli adulti e, secondo, perché, come hanno affermato i più importanti pedagoghi della storia, da Jean Jacques Rousseau a Maria Montessori, possiedono una profonda capacità di riflessione sulle grandi questioni, un vivo senso della giustizia e in questo senso sono in grado di insegnare molto a chi sta loro vicino.


Tutto ciò, a preambolo di un libro che dal mio punto di vista appare come una versione evoluta dei vecchi manuali di buon comportamento. O, meglio, una via di mezzo fra questo e un manuale di educazione civica. Perché, in effetti, se dell'educazione non si vuol fare unicamente una faccenda (pur dotata di una sua ragione d'essere) di collocazione di cucchiai, tovaglioli e posti a tavola, sempre si finisce nel campo delle regole che disciplinano la vita della collettività, e in quello della relazione fra individuo e organismo sociale.
A questi temi Giusi Quarenghi dedica una riflessione interessante dedicata ai piccoli, dal titolo, molto significativo, di Si può, che così principia:

Non sempre si può - ma a volte si deve -

fare quello che salta in mente.

Non sempre si deve - ma a volte si può 
-
fare non come dice la gente.



Si può anche non volere

non dovere, non potere.

Non riuscire a fare questo

ma essere capaci di fare quello.

Essere né di meno, né di più

essere come sei tu.


Attraverso un uso delle parole che precipita il lettore in medias res e ribalta il consueto punto di vista, la questione è presa di petto. Rivolgendosi ai bambini, la voce che qui parla, forte e chiara, introduce un concetto nuovo: si può fare non. Un concetto dirompente, che cambia le carte in tavola.
perché la prima conseguenza dell'introduzione di questo concetto, è che il divieto smette di essere una imposizione decisa al di fuori della nostra sfera, e ineluttabile, per ricadere invece nel dominio della libera scelta. E infatti, qualche riga più sotto, l'autrice afferma che si può anche non volere, non dovere, non potere. In un contesto, come il nostro, in cui la progressiva ineducazione, prima ancora che maleducazione, va di pari passo a un progressivo conformismo, si tratta di una indicazione importante. Perché le due cose sono fortemente legate.


Il fascino della trasgressione per i bambini, per i ragazzi sta nell'andare contro, più che a una norma, a un divieto, espresso dalla più familiare e odiata delle espressioni: non si può. Ma se utilizziamo queste tre parole riconsiderandone l'ordine, la prospettiva muta completamente e davanti a noi si apre il campo aperto della libertà, con tutte le sue possibilità. Ogni cosa, allora, capiamo improvvisamente, non dipende più da quello che una voce esterna ci dice che dobbiamo essere o non essere, fare o non fare, ma da noi, da quello che per noi decidiamo, da quello che vogliamo (mi viene in mente la risposta che un bambino di una scuola Montessori diede a una signora in visita, la quale, perplessa, osservava che i bambini lì facevano “tutto quello che volevano”: “Noi non facciamo tutto quello che vogliamo, noi vogliamo quello facciamo”). Basta una semplice inversione fra verbo e negazione, e diventiamo responsabili dei nostri gesti e dei nostri pensieri, ce ne assumiamo le conseguenze.


Cosa sono le cose che si possono non fare? Moltissime. Le cose che si possono non fare sono come i giorni di non compleanno, a stare ad Alice e alle sue cronache da Dietro lo specchio, ma anche da Wonderland: sono più di 364, sono tutti i giorni di una vita (come ci insegna da sempre la poesia, per esempio nelle parole di Wisława Szymborska in Disattenzione, quando ci invita all'unico vero dovere che abbiamo verso noi stessi: quello di essere noi nel mondo, e non solo in noi stessi o nel mondo). E il paragone non è a effetto. Il dominio della libertà e quello delle parole, hanno molto in comune: cambiare una regola consolidata, che normi un comportamento o una frase, può voler dire fare una rivoluzione. Alice si trova per la prima volta a riflettere sul significato delle cose quando precipita in un mondo che usa le parole in modo diverso dal suo, e di cui non coglie la logica, e quindi il senso. E comincia per questo a riflettere su ciò che ha sempre dato per acquisito. In questo rivedere costantemente il proprio punto di vista, in questo prendere le proprie misure in un confronto accettato con quelle del mondo, sta, appunto, il processo della crescita.


Giusi Quarenghi nel suo libro invita i bambini a compiere un viaggio analogo; li esorta a precipitare in un equivalente della tana del bianconiglio, a scivolare dietro lo specchio. Un percorso nella sostanza della libertà che solo può portare a crescere, e che non si risolve in una opposizione statica e asfittica fra permesso e divieto, ma fa appello ai desideri profondi dell'individuo, alla sua necessità di differenziazione e di relazione, al suo bisogno di Sé e al suo bisogno dell'Altro.
C'è tanto “mondo” in questo testo: la pelle dei fichi, i mucchi di foglie secche, la febbre, i muretti, i cachi e i bruchi, il vomito, le pozzanghere, i gechi, la pioggia, il pane, le ortiche, le formiche, le mani, i piedi, la neve fresca, l'influenza, le rane, la luna, i rami, l'erba, il vento, le ombre, le stelle... E c'è anche tanto “sé”, espresso nel momento dell'essere: l'avere e il non avere paura, l'avere e il non avere schifo, il guardare, il vedere, il parlare, il provare, l'arrivare, l'ascoltare, il dondolare, l'annoiarsi, lo sbagliare, il non dare la colpa, il non voler fare pace, il rincorrere, il sopportare, l'arrampicarsi, il capire, l'arrossire, il brontolare, il non dormire, il ridere, il pensare, il carezzare, il tirare dritto, lo star soli, il non andare d'accordo, l'osservare, il raccontare...


Una varietà di esperienze e di fenomeni che costringe il lettore ad allargare l'orizzonte dello sguardo nel pensare alla libertà. E che sposta il discorso delle regole a quello, tout court, della vita e dell'interesse che proviamo, nel viverla, a trovarne, appassionatamente, il senso. Che poi è l'orizzonte largo, larghissimo in cui i bambini sono immersi e dentro il quale va a cadere il senso di quel che accade loro e quello delle loro azioni. Ridurre il discorso della libertà, dei diritti e dei doveri, all'ambito ristretto di una casa, di una famiglia, di un ambito parentale, di una classe, di approvazioni e disapprovazioni, di gratificazioni e frustrazioni, di premi e castighi, ci dice Giusi Quarenghi, è fare loro un torto. Un torto immenso.
A questa mancanza di prospettiva e di significato nell'educare viene il sospetto si debba attribuire quel tragico errore tanto spesso commesso di interpretare l'essere bambini per una malattia incomprensibile, ingestibile.

Chi è vivo può ammalarsi, 

disturbare, preoccupare...

Niente pillole per favore

non corriamo dal dottore.

In questo senso sono certa che la lettura di questo libro oltre che ai bambini, sarà proficua anche agli adulti, come lo è quella di ogni albo illustrato di valore.
Chiedo scusa ad Alessandro Sanna, autore delle illustrazioni del libro, per avere parlato solo del testo di Giusi Quarenghi. Lo so: a proposito di un libro illustrato non si fa. Ma il tema trattato e il modo con cui lo è stato, mi stavano particolarmente a cuore. Per questo ho esaurito tutto lo spazio. Di buono c'è che le illustrazioni hanno una tale visibilità che mi affido alla loro forza e alla perspicacia e all'occhio acuto dei nostri lettori per la loro lettura.
(gz)

Grazie a Franco Cosimo Panini Ragazzi per averci messo a disposizione le immagini del libro.