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lunedì 4 luglio 2011

Vuoi vedere un miracolo?

Mentre, qualche sera fa, le immagini di Corpo celeste scorrevano davanti a me sullo schermo del cinema, mi sono venuti in mente alcuni versi di Mariangela Gualtieri, nella raccolta Bestia di gioia, dedicati alla bruttezza patologica di certi luoghi italiani di oggi, alla bellezza delle cose distrutta senza coscienza, con passiva, greve e serena imbecillità.

Vedendo le due facce del paese
quella più antica e la nuova
mi ha stretto una morsa disperata.
Pochi minuti, è vero. Ho deglutito.
Non ci ho pensato più. Ma c’era
fotografata la rovina di tutta una specie.
Un’insipienza nuova di gente massacrata
che s’è venduta gli spiriti di casa
e ha tolto ai figli il bene. Così,
da sola, non perché forzata.
Da sola ha scelto la borgata nuova.
Io sento inginocchiata dentro loro
- e dentro me -
la bellezza della terra intera.




 
Lo splendido film d’esordio di Alice Rohrwacher, ha al proprio centro esattamente questo: la “rovina di tutta una specie ... che toglie ai figli il bene”, l’“insipienza nuova di gente massacrata” capace di mettere in ginocchio “la bellezza della terra intera”.



Nel mondo devastato portato in scena, una Reggio Calabria di uno squallore umano e fisico atroce e senza remissione, il compito della ricomposizione e della cura, della ricucitura e della verità, è affidato allo sguardo attento, spaventato e serio della protagonista, Marta, una ragazzina di quasi tredici anni. Uno sguardo la cui serietà abbiamo incontrato in altre pagine superbe di cinema che ha per protagonisti i bambini e i ragazzi di cui spesso in questo blog si è parlato. Corpo celeste entra, infatti, nel novero di quei film preziosi che ci raccontano la potenza dello sguardo adolescente sulle macerie dei nostri spazi e dei nostri tempi. La sua capacità di rivelare con precisione, attraverso il rimpovero muto, la silenziosa domanda di senso, l’incessante interrogazione sulle cose che lo attraversa, lo stato inquietante di degrado in cui affondano vite, abitudini, gesti, luoghi, parole, oggetti, pensieri, rapporti.


La circostanza intorno a cui è costruita la vicenda, il percorso di preparazione alla cresima della protagonista, rende ancora più tetro lo scenario in cui si muove questa umanità disorientata e luttuosa. Poiché in questo contesto che dovrebbe assolvere alla guida delle anime, ogni istanza spirituale annega, paradossalmente in una demente assenza di comprensione, compassione, devozione. In una assordante assenza di disposizione all’ascolto, di raccoglimento e accoglimento della trascendenza e della spiritualità, intese come dimensioni che consentono all'umano l’accesso a un ordine più ampio, alto, complesso, a una relazione con il creato e la sua intelligenza, la sua grazia, il suo mistero, la sua bellezza.


Le pie donne che si muovono in questa parrocchia sciatta e diseredata, e in una chiesa, a metà fra una morgue, l’ingresso di un condominio e un ristorante della camorra, sono un emblema perfetto di questa umanità allo sbaraglio. Eternamente e inutilmente vocianti, sgraziate nei loro incongrui abiti di lustrini e ricami, perse in una ripetizione di gesti e di mansioni condotti in ossequio a convenzioni e norme prive di forma e sostanza, disvelano, in momenti che si aprono come accecanti squarci di verità, una natura di orchesse, capaci, dietro il pretesto dell'accudimento delle anime giovani, di gesti ambigui ed efferati di violenza psicologica e fisica.
La bravura sorprendente della regista sta nel gioco di contrappunto fra la bruttezza desolante dell'ambiente, quella che Luigi Ghirri in un suo bellissimo scritto ha definito  “un disastro visivo colossale”, e la bellezza intensa della domanda disattesa di verità della ragazzina, che riesce, con la sola grazia acerba della sua presenza e del suo sguardo a ricomporre l’orrore che la circonda. Eroica nell'impresa silenziosa di cucire con il filo del senso e del pensiero i brandelli del mondo esploso che la circonda, Marta, interpretata da Yle Vianello, è una protagonista indimenticabile.


Memorabili alcune scene. Quella in cui le dita della ragazzina percorrono, fra le macerie di una chiesa abbandonata, il volto ligneo di un Cristo di cui, dall’unico adulto in grado di verità, ha appena appreso il grido ultimo di furore: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato.” 
Quella in cui il crocifisso prelevato dall'antica chiesa distrutta, anziché finire nella nuova sede, grazie a un provvidenziale incidente finisce in mare: vedendolo ho provato il medesimo sollievo e la medesima commozione provati ascoltando Michel Piccoli che, in Habemus papam, in autobus, prova il discorso di investitura pontificale fra pazzi, extracomunitari e gente stanca e qualunque.
Quella in cui Marta, in fuga da una blasfema e terrorizzante cerimonia della cresima, a base di balletti televisivi eseguiti da bambine cinquenni, cresimandi vestiti come bodyguard e un pastore di anime arido e afasico dedito alla conta di voti e soldi, si avventura verso il mare, trovando il coraggio di attraversare l'acqua nera e ferma di un tunnel che la separa dalla spiaggia. Qui incontrerà una piccola comunità di ragazzi selvatici intenti a costruire strane ed esili architetture di rifiuti e oggetti dilavati dall’acqua. Uno di loro, mettendole in mano la coda di una lucertola, ancora danzante di vita e di energia, pronuncia l'ultima frase del film: «Vuoi vedere un miracolo?»
Finalmente, si respira.