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venerdì 18 settembre 2015

Siamo tutti storie piccole

[di Cristina Bellemo]

«… l’universo è grande così grande come
il valore di una persona».
(Arjuna, dieci anni, peruviano, in Ma dove sono le parole, a cura di Chandra Livia Candiani con Andrea Cirolla, Effigie, Il Primo Amore, I fiammiferi)

Come si fa a raccontare una storia piccola?
Be’, in quanto piccola, è presto detta.
Anzi no. Perché una storia piccola può essere anche grandissima, immensa, e può custodire in sé tanto, e tutto di noi.
Quando ho scritto Storia Piccola lavoravo ad alcuni racconti di adozione: riflettevo su che cosa significa, e che cosa provoca, l’arrivo di un bambino, in qualsiasi tempo, in qualsiasi luogo egli giunga. E riflettevo anche sulle parole per dire, sul loro coraggio e sulla loro bellezza.
Da sempre sono innamorata delle parole, sul mio biglietto da visita è scritto proprio Parole: mi incantano, mi affascinano, talvolta i loro prodigi mi disarmano e mi sconcertano.
Così è germogliato un racconto che si snoda su questi due sentieri, la vita e le parole, riuniti a un crocicchio da una convinzione profonda: ciascuno di noi è una storia piccola e però piena di dignità. Una storia che merita spazi e tempi di narrazione di sé, di accoglienza e di ascolto. Perché una storia le cui parole nessuno ascolta e nessuno dice, muore. E con lei muore la persona che ne è portatrice.
Ogni storia piccola STA nell’infinito, granellino di preziosa unicità, e RESISTE e RESISTE. E dice. E dà.


Storia Piccola inizia proprio da qui: C’era una volta l’infinito.
Ricordo con un sorriso il promettente smarrimento di Alicia Baladan davanti a questo incipit: Come si affronta una storia che incomincia così?!
Ma questa sfida, che lei sentiva grande, doveva poi guidarla a creare la meraviglia delle illustrazioni che ha disegnato per questo albo (dovete vederle: sono infinitamente capaci di significati!).
È la storia di un bambino che viene alla luce, nasce. Nel corso della vita si nasce molte volte, ma qui la novità del suo essere al mondo, in quel preciso piccolissimo luogo che è dentro l’infinito, in quel preciso piccolissimo istante che è dentro l’eternità, richiede attenzione da parte del mondo.
Un bambino che nasce è qualcosa che CI riguarda, pena la rinuncia alla nostra umanità. Lo afferma ad alta voce Arjuna, nei suoi versi riportati in apertura.


Beniamino nasce in un giorno, in una casa, in una famiglia, in un’aria, in un profumo, in un ordine o in un disordine di una stanza, alla presenza o in assenza di qualcuno, in una tonalità di luce che irrompe o nel mistero di una penombra.
Intorno, anche nella natura, tutto è fremito, e trepidazione, ed emozione per lui.
Beniamino è un principe, il suo nome significa prediletto (e perciò atteso), e la sua mamma è una Reginamamma e il suo papà è un Repapà. È una regalità fiabesca e dunque metaforica: a significare che ciascuno ha potenzialmente diritto sovrano sulla propria esistenza, e al contempo che la potenza della gioia ci fa re.
L’onda di questa gioia autentica si propaga con un’energia e un entusiasmo istintivi e bambini: è un contagio. Non ci si trattiene dal mostrarsi anche «sfrenati» in questo festeggiare. Oggetti di uso quotidiano diventano improvvisati strumenti di musica, e si mangiano leccornie come solo nelle feste eccezionali.


Poi le tappe della crescita di Beniamino sono scandite dalle parole che egli pronuncia per dire il mondo. Sono parole piene della sua stessa sorpresa. È dare nome, consistenza percepibile e condivisibile di suono a ciò che si incontra e si conosce in un primo tempo silenziosamente con i sensi, si vede, si tocca, si ascolta, si assapora, si annusa.
Nominare il mondo, per un bambino, è FARE il mondo. Far esistere ciò che è detto.
E accanto a questo, la voglia irresistibile di comunicare le proprie scoperte, che mette in gioco un tu, chiama a una relazione.
Così Beniamino dice la mamma e il papà, riconoscendo i genitori come altro da sé.
Dice se stesso, e l’impegnativa costruzione della sua identità.
Dice la sete, che è consapevolezza dei propri bisogni primari e autonomia nell’esprimerli, ma anche desiderio pervadente di conoscenza.


Dice la paura che l’incontro col mondo inevitabilmente fa scoppiare.
Dice gli amici, e la necessità di relazioni esterne ed estranee al nucleo familiare.
Dice la possibilità di immaginare, e toccare con i pensieri e le parole i mondi non ancora conosciuti, ma sognati e immaginati. Le parole sanno raggiungere anche il lontano.
Poi viene il momento di imboccare la sua strada, di dire la sua vita.
Tra le parole di Beniamino, ci sono i silenzi, preziosissimi: sono i tempi dell’attesa, della pazienza, della preparazione.
Accanto a lui mamma e papà vivono questo suo crescere, e sbocciare alla vita, con sconfinata e sbaragliante allegria.
Sicuri che tutta questa bellezza non è cosa da tenere solo per sé. È bellezza che ci permea e ci fa migliori e dunque si trasmette, e si attacca, e si appiccica, perfino indipendentemente dalla nostra cosciente volontà.


C’è un verso, in una canzone di Niccolò Fabi che si intitola Attesa e inaspettata: «chi viene alla luce, illumina». Mamma e papà desiderano subito dare il loro contributo di bene e di bello al mondo nel nome di Beniamino. Con sincera e solida concretezza, direi proprio corporea, fisica, e non nei termini di una virtuale socializzazione, di un’ostentazione autocompiaciuta, e perciò fragilissima.
Piantare un albero d’olivo che regali ossigeno e ombra con la sua chioma.
Far zampillare fontane in tutto il regno perché ci si possa dissetare.
Accogliere.
Regalare concerti fuori programma.
Fare festa.
Che bello pensare che l’arrivo di un bambino possa rendere davvero migliore il mondo!
I genitori sperimentano anche quella sbadataggine (ben nota agli innamorati…) che è necessario affrancamento dalla tirannia della razionalità, pausa rivitalizzante dal ragionare, e dal dover ponderare. Abbandono benefico alle emozioni.


Danzano sotto la pioggia senza ombrello.
Dimenticano la guerra.
Dormono con le ciabatte infilate.
Lasciano volar via le tende dalle finestre.
Che libertà!
Recuperano il loro sé bambino ma, al contempo, vivono anche il loro spazio di distanza e di indipendenza della relazione di coppia.
E forse anche di questo si nutre la loro fiducia verso Beniamino, verso il suo percorso, fino alla partenza per un nuovo viaggio, tutto suo.
Non lo hanno caricato delle loro aspettative, e hanno accolto con un senso di dono e di straordinarietà ogni suo gesto di apertura al mondo. Lasciandosi sempre sorprendere. Non permettere a una persona di sorprenderti, ingabbiandola in schemi di giudizio e di pregiudizio, è una forma di uccisione della vita, e dell’individualità.
Certamente mamma e papà gli sono stati al fianco con parole belle.

Alicia Baladan, Storia piccola in corso d'opera.

Nel periodo in cui scrivevo Storia Piccola, come dicevo, pensavo alle parole. E un giorno mi capita (non certo per caso…) di leggere nel blog di Topipittori una recensione al libro Infanzia, di Nathalie Sarraute (che ho poi subito acquistato), dalla penna di Giovanna Zoboli. Ne sono stata conquistata, forse perché parlava così direttamente a certe parti di me, alla mia personale esperienza.
Scrive Giovanna: «Le parole, i racconti che accompagnano la nostra venuta al mondo hanno il potere di determinare il corso della nostra vita, almeno fino a quando la nostra lingua, in uno sforzo titanico di autodeterminazione, non comincia a conformare questa narrazione a regole sue proprie».
Sì, sono pienamente d’accordo con Giovanna quando sostiene che le parole sono questione di vita o di morte.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

Reginamamma e Repapà di sicuro hanno circondato Beniamino di parole belle, anche se la storia vi accenna soltanto senza pronunciarle, concentrandosi su quelle di Beniamino.
E lui le ha ascoltate, e imparate, e le ha ripetute facendole sue.
Mi sono detta quanto è fondamentale che come adulti, e non solo genitori, regaliamo parole belle ai nostri bambini, con la genuinità di chi, prima ancora, le cerca instancabilmente per se stesso.
Le parole belle non sono solo quelle che dicono le cose a modino, buone e carine.
Sono le parole precise, intense, poderose, che sanno rivelare universi in poche lettere, in una manciata di note.

Alicia Baladan, Storia piccola, schizzi preparatori.

Non dobbiamo essere sciatti nell’uso delle parole con i bambini, non dobbiamo darle per scontate, non dobbiamo sottovalutarle. Dobbiamo anzi averne cura, proteggerle, sorvegliarle, sentirle come patrimonio da trasmettere. E donarle, spargerle, sparpagliarle, proferirle, annunciarle, ripeterle, sussurrarle, farle risuonare e rimbalzare. Accudirle perché crescano forti, e si arricchiscano di significati nuovi, di inedite possibilità narrative. Giochiamo, anche, con le parole, senza mai perdere di vista il loro vigore e il loro peso.
Una parola non vale l’altra, e sceglierle è un atto di rispetto e d’amore.
Diamo alle parole la dignità che chiedono, chiamiamole con il loro giusto nome. Esse possono cambiare il nostro mondo, e quindi il mondo.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

Scrive Chandra Livia Candiani in Ma dove sono le parole?, a proposito del suo lavoro sulla parola poetica con i bambini: «… ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi».
Qui sta forse anche un pezzettino di senso del mio scrivere storie piccole.
E, a questo proposito, mi piace riportare un ultimo frammento dall’articolo di Giovanna, dove risponde a chi le chiede cosa renda un testo adatto alla lettura di un bambino. «Un uso di ogni singola parola rigoroso, non casuale, appassionatamente attento, profondamente veritiero, onesto, limpido, vivo. Una disciplina delle parole “non solo inerente alla scrittura, ma a tutta la vita intellettuale (Flannery O’ Connor”)».
Vita, e parole per dirla.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

mercoledì 27 novembre 2013

Checché ne dica Celeste

[di Cristina Bellemo]

La leggerezza perduta ha cominciato a viaggiare tra le persone, piccole e grandi, da un bel po’ di tempo. E subito mi sono resa conto che, delle persone, intercettava la sensibilità, i sentimenti, le emozioni in maniera sorprendente.
La scintilla che l’ha fatta nascere è stata una domanda bambina: in seguito al bombardamento mediatico di una parola, crisi, i miei figli, allora piccolini, mi hanno domandato che cos’è la crisi. Questa cosa che sembrava fare così tanta paura ai grandi (e dalla quale, dunque, i bambini come avrebbero potuto difendersi…).
Ho pensato di rispondere con una storia, riflettendo al contempo sul peso (niente affatto leggero) che le parole hanno per i bambini, quelle che noi adulti ci prendiamo il lusso di buttare in mezzo, con la leggerezza della superficialità, senza interrogarci sui loro significati, e sui loro effetti.
Il primo incontro ufficiale della storia, dopo quello familiare con i miei figli, divertiti più che altro dalla trama, e con Massimiliano, mio marito, instancabile e però severissimo ascoltatore (che mi ha dato ottimi suggerimenti), è stato quello con la giuria del premio Andersen, a Sestri Levante, che decise di assegnare alla storia nel 2009 il trofeo Baia delle Favole: l’unico caso in cui, al ricevimento del telegramma, sono riuscita a percorrere le scale di casa mia nel tempo record di tre secondi, quattro gradini alla volta.
La suddetta giuria aveva ravvisato nella storia echi ariosteschi, con particolare riferimento ad Astolfo che va sulla luna a recuperare il senno di Orlando. Interessante: Ariosto è tra le mie amate letture liceali e universitarie, ma se un riferimento c’è stato, è stato del tutto inconscio.


Consapevole, invece, è stato, in fase di scrittura, il tornare a uno dei miei libri del cuore: Il deserto dei tartari di Buzzati, soprattutto per l’ambientazione e l’atmosfera. E poi quell’ultima porzione di stelle del maggiore Giovanni Drogo è da sempre uno dei versi letterari che più mi appassionano.
Poi la storia ha proseguito il suo viaggio, raccontata ai bambini in tante, diversissime situazioni, ma raccontata spesso anche ai grandi, la maggior parte delle volte in seguito a loro esplicita richiesta.
Dopo la lettura, proponevo un gioco: se fossimo anche noi abitanti del castello di Celeste, a cosa saremmo disposti a rinunciare, per salvarci dal precipitare, e a cosa invece non rinunceremmo per nulla al mondo? Le risposte chiedevo di scriverle in tanti bigliettini, anonimi o no, a discrezione di ciascuno.

Tutte le volte il gioco è stato accolto con grande serietà, pur cercando io, di fronte a certe 'rivelazioni', di alleggerire i toni (senza mai banalizzare, però): come se fosse uno spazio a lungo atteso (spesso ho percepito una sorta di implicito finalmente!) per riflettere sul proprio superfluo e sul proprio necessario ma, soprattutto, per condividere le proprie riflessioni nel gruppo. Per raccontarsi ed essere ascoltati. Come se il proprio 'qualcosa da dire' fosse stato a lungo, e faticosamente, tenuto dentro, e ora avesse la necessità di essere detto. Detto a qualcuno disponibile ad accoglierlo. E forse era, questo, proprio un buttare via le cose pesanti, un alleggerirsi, un piccolo, momentaneo, transitorio ma significativo recupero della leggerezza perduta. Nel condividere i pesi.
In molte classi sono emerse, così, storie personali sconosciute, seppure dopo una convivenza di molti anni (come mai?); conflittualità sommerse e bisognose di essere portate alla luce, e risolte; piccoli tesori di esperienza che dovrebbero trovare mani disposte a raccoglierli e a conservarli per sempre.
La lista delle cose pesanti di cui liberarsi andava via via allungandosi. Un bambino di quinta elementare, una volta, mi ha detto che dal castello avrebbe buttato giù i sensi di colpa. I sensi di colpa in quinta elementare…
Naturalmente in questi elenchi variopinti comparivano i libri, i compiti a casa, fratelli o sorelle rompiscatole, genitori brontoloni, maestre (peraltro lì presenti e, in genere, assolutamente impassibili), brutti voti, e impegni noiosi (come la danza  a cui la mamma mi costringe ad andare).
Qualche volta veniva fuori il nome di una compagna o di un compagno. Cosa che, nelle normali dinamiche di relazione avrebbe potuto anche far sorridere, non fosse che a volte quel nome ricorreva nelle parole di così tanti bambini della classe, da far pensare a un rischio vero, e pesante, di emarginazione. Di cui occuparsi ben oltre il gioco della leggerezza perduta.
Ma si allungava anche la lista delle cose da tenere, clandestinamente, per sé, in barba a qualsiasi re Celeste, perché troppo preziose.


Ricordo un episodio, per me straordinario (tanto da avermi ispirato un racconto che è stato poi incluso in un mio libro), accaduto in una quarta. Una bambina, prima di dire qual era la cosa a cui non avrebbe mai rinunciato al mondo, aveva chiesto ai compagni di non ridere.
Ecco che subito si crea un religioso silenzio, animato più dal rispetto che dalla curiosità, credo.
«Il mio pupazzo dell’infanzia, con cui dormo tutte le notti» dice la bambina, e nel buttar fuori questa sua piccola gigantesca verità le scappano fuori anche le lacrime. Un pupazzo dell’infanzia in quarta elementare, quando ci si sente ormai troppo grandi per certe cose troppo da piccoli, è davvero una grande rivelazione.

Dopodiché le mani si alzano a raffica:
"Grazie che hai avuto il coraggio di dire questa cosa. Io avrei tante cose da dire, ma non ne ho il coraggio."
"Sai che anch’io, di notte, quando il papà non c’è, vado a dormire nel lettone con la mamma?"
"A me fanno paura le ombre sull’armadio, è tutta colpa di quell’albero in giardino."
"Anch’io ho un pupazzo, è una tigre. Il mio è un lupo. Il mio è un orsetto."

Alla fine la maestra mi ha ringraziato perché, mi spiega, i bambini hanno vissuto un momento di così grande intimità emotiva, di autenticità, come probabilmente non è mai accaduto.
Alcuni genitori, una volta, invece, si sono risentiti. E mi hanno fatto capire di non aver gradito: chissà che cosa avrebbero potuto spifferare i loro figli…
Un’altra volta, mi hanno ringraziato le ragazze di una quinta superiore: grazie a quel gioco erano riuscite a svelare ferite che bruciavano da un bel po’, a causa di relazioni difficili tra loro. Erano riuscite a parlarsi, e poi si erano sentite molto più leggére.
Ma io non avevo alcun merito, in quel gioco. Anzi, in quel gioco io scomparivo e, spesso, dopo un po’, nessuno si accorgeva nemmeno più che fossi lì.
Qualche valore, forse, ce l’aveva la storia, che però era già diventata altro da me, era di chi la voleva, aveva preso una vita e una strada sue. Se non altro, forse, il valore piccolo di aver creato un’occasione, aperto una breccia da cui osservare, ascoltare.
Però mi rimaneva, sempre, una preoccupazione, che appesantiva il significato di questi momenti straordinari, eppure così ordinari.


Che quel tesoro di emozioni, storie, esperienze, rivelazioni non ci fosse nessuno a raccoglierlo, a farlo risuonare, brillare, viaggiare. Che le parole scritte con forza dirompente, rivoluzionaria energia finissero chiuse dentro un cartellone e mai più ridette. Mai più seminate a far germogliare fiori. Ma lasciate a impolverarsi, e a ingiallirsi, in qualche sgabuzzino. E poi buttate via come robe vecchie, rinsecchite, e invece ancora, sempre, potenzialmente capaci di novità.
Mi pareva una irripetibile opportunità pedagogica buttata via.
Mi pareva che il gioco della leggerezza perdesse, così, un po’ del suo significato, soprattutto perché si faceva perdere significato alle meraviglie che i bambini avevano saputo deporre in quel baule clandestino. Le si copriva col silenzio, la dimenticanza, mentre erano cose degne di memoria. Memorabili.


E mi rimaneva un interrogativo, anche. C’è bisogno che arrivi un estraneo a narrare una piccola storia, per aprire questi spazi di dialogo? Forse sì, certe volte. La routine è sempre in agguato.
Recentemente ho riproposto il gioco a un gruppo di bambini della scuola dell’infanzia e di prima della scuola primaria. Giusto per sgomberare il campo dal timore che La leggerezza perduta sia una storia troppo difficile per i più piccoli, i bambini, senza bisogno di spiegazioni (pesanti!), hanno capito al volo il meccanismo.

"Io mi terrei gli amici."
"Io l’amore della mamma."
"Io il mio trattore giocattolo."


Che libertà, nell’esprimere queste scelte.
E anzi mi hanno rassicurato: la mia lanterna, ingombrante e piuttosto pesante, quella che uso la notte, quando scrivo, perché la fiamma viva che sfarfalla mi faccia compagnia, beh, tranquilla, quella te la puoi tenere. Checché ne dica Celeste.
Lungo questa strada di incontri, ho capito una cosa importante. Più che capito, forse l’ho ritrovata dentro di me, in quel sostrato profondo dove stava ad aspettare, insieme ad Astolfo, a Orlando e alla luna e ai senni di chissà chi, forse anche al mio.


Il necessario e il superfluo non sono (sempre) categorie oggettive. Fatti salvi i bisogni primari (su quali siano, poi, bisognerebbe aprire, anzi, spalancare un altro capitolo), il necessario e il superfluo hanno a che fare con la nostra identità. Ciò che è necessario per me, ciò che è superfluo per me.
Ho imparato a guardare con attenzione tutto ciò che (mi) succede ogni giorno, e ho visto che si sconvolgono immediatamente le scale di valori, e di priorità. E perfino il senso del rispetto ne beneficia.
Ricordo una festa, facevo la scuola media. Giocavamo al gioco della bottiglia e mi fu regalata una gomma da cancellare a forma di cuore.
Un oggetto decisamente superfluo, e anche piuttosto brutto.
In un eccesso di romanticismo dovuto all’età, ho giurato in quel momento che l’avrei regalata alla persona con cui avrei condiviso la vita.
Ho resistito molte volte alla tentazione di donarla, me la sono anche dimenticata per un po’. E alla fine l’ho regalata a mio marito Massimiliano.
Per me quella gomma non è affatto un oggetto superfluo. Checché ne dica Celeste.

Ricordate che, sabato, 30 novembre, alle ore 17.30, Alicia Baladan, Cristina Bellemo e La leggerezza perduta vi aspettano allo Spazio Libri Laboratorio la Cornice di Tommaso Falzone. Letture di Antonella Capetti.

Tutte le immagini a corredo di questo post, eccetto la copertina del libro, si riferiscono a schizzi, prove, disegni preparatori realizzati da Alicia Baladan, che ringraziamo per averli resi disponibili, nel corso della progettazione di La leggerezza perduta.

lunedì 21 ottobre 2013

Prove di libertà

Invito per incontro Centro Interculturale CDLEI, Bologna, 2012
Il 25 ottobre, e fino al 3 novembre, a Pavia, presso lo Spazio per le Arti Contemporanee di Palazzo del Broletto di piazza della Vittoria, inaugura una personale di Alicia Baladan. La mostra fa parte del Festival dell’Illustrazione di Pavia, alla sua sesta edizione, quest'anno ispirato al mito dell'ippogrifo ariostesco riveduto da Italo Calvino. Il festival ogni anno prevede tre esposizioni (qui trovate tutto sugli eventi in programma) e un focus su un illustratore emergente a cui viene dato un premio in denaro e al cui lavoro viene dedicata una mostra. Quest'anno è toccato ad Alicia.

Prime idee per Piccolo grande Uruguay, 2011.

Esposte, troverete, oltre ad altri lavori, molte delle tavole realizzate per i libri pubblicati da Alicia in questi anni, la maggior parte dei quali nel nostro catalogo: Una storia Guaranì, del 2010 (menzione al concorso “migliori illustrazioni latinoamericane 2010, Universidad de Palermo, Argentina); Cielo bambino, del 2011 (selezionato a Ilustrarte 2012, Biennale dell’illustrazione del Portogallo); Piccolo, grande Uruguay, sempre del 2011; Cuentos del globo, edito da Pequeno nel 2011; La leggerezza perduta, del 2013.


Sopra e a destra: Un masso, appunti
in pantone, a voce alta. 2011






















Alicia ci ha comunicata la notizia della mostra e del premio perché aveva necessità di acquistare alcuni libri da esporre. Se non ne avesse avuto necessità, temo che ci sarebbe arrivato l'invito il giorno prima dell'inaugurazione, e questo post non avremmo avuto il tempo di farlo. E ce ne saremmo rammaricati. Questo per dire che Alicia è uno di quegli illustratori che vive in perfetta serenità nell'ombra: schiva, ritirata, concentrata e dedita, nella tranquillità (si fa per dire...), al suo lavoro. Credo che il suo temperamento fantastico, solitario e rigoroso, si percepisca bene dalle sue illustrazioni abitate da personaggi che paiono sempre sull'orlo di rivelazioni, caduti fuori dal tempo, affacciati su paesaggi misteriosi, implicati in accadimenti e vicende surreali.




















Auguri di Pasqua, 2013, 2012, 2011.

Prima di scrivere questo post, dato che di lei qui abbiamo già scritto parecchio, e non volevo ripetermi, ho fatto visita al suo blog in cerca di ispirazione. E ho trovato cose che non ricordavo di avere mai visto: schizzi, prove, disegni, lavori più o meno veloci realizzati per mostre, concorsi, depliant, occasioni diverse... Ovvero quel tipo di materiale che costituisce il lavoro quotidiano di un illustratore.
Un editore ai suoi autori chiede una prestazione particolare e impegnativa: pretende un lavoro finito, compiuto, coerente, pensato per vivere insieme a un testo, finalizzato alla riuscita di un libro, un prodotto che finirà prima sugli scaffali di una libreria, poi nelle mani di un lettore, anzi di numerose librerie e di numerosi lettori, e non in un solo paese del mondo, ma spesso in diversi. Tutto ciò porta l'illustratore, giustamente, a pensare “istituzionalmente” al proprio lavoro e a realizzarlo in questa prospettiva. Quindi diciamo che l'editore, nel corso della realizzazione del libro vedrà il lavoro in diverse fasi, ma sempre si tratterà di un lavoro impostato secondo questa visuale, per quanto ancora imperfetto.
Blu, 2011.

Prova di copertina per Cielo bambino, 2011.

Per questo, quando un editore si trova invece a poter spiare nel quotidiano di un illustratore, fra le sue carte sparse, nei suoi cassetti, sul suo tavolo, scopre un mondo e una dimensione del fare sorprendente e sconosciuta, quasi esotica, tanto si ha la sensazione che sia inesplorata. Per fare un paragone è come incontrare per strada una persona che si è abituati a vedere al lavoro. Cambiano a tal punto i suoi gesti, modi, abiti, parole, espressioni, da farla risultare a volte irriconoscibile.
Io non so se le immagini che ho scelto per questo post in omaggio ad Alicia e al suo fervido immaginario, saranno esposte a Pavia. Credo di no. Là ci saranno quelle, splendide, che ha fatto per i libri e là le potrete ammirare, dato che meritano, sicuramente, una visita. Ma qui ho preferito mettere queste.

Schizzi per Una storia Guaranì, 2010.

Schizzi per La mia valle, 2012.

Non ricordo più che artista diceva, o di che artista si diceva (il solito, inevitabile Picasso?), che il senso dell'opera o, meglio, l'opera stessa, non sta negli highlight quanto nell'intero percorso, nello sviluppo del lavoro di un artista. E che, pertanto, le eccellenze vanno considerate come parti di un insieme il quale, solo, dà conto delle parti e del loro significato. Per quanto io sia un editore, e quindi condannata a pretendere dagli autori prestazioni “istituzionali”, trovo congeniale questo punto di vista.

Work in progress, 2013.

Personalmente, il movimento che dà l'anarchia del lavoro quotidiano, la sua mobilità, l'imprevedibilità, il non compiuto, l'imperfetto, il non finito, l'occasionale che contraddistingue questi materiali, i tentativi, gli scherzi, i giochi sono per me davvero, alla fine, nel lavoro di un artista, il lato più affascinante. Quello che mi sorprende di più, e che alla fine più invidio come prove di una libertà rispetto a se stessi che io immagino affondi le sue radici nel rapporto costante con la materia. Forse perché con le parole è davvero tutto diverso.

Illustrazione per la mostra Corpo di mille balene, Cantù, 2013

giovedì 4 aprile 2013

La leggerezza di Cristina e Alicia

Di ogni libro che pubblica, l'editore conosce la ragione e la storia. Di ognuno sa quel che lo distingue dagli altri del catalogo. La leggerezza perduta per me coincide con la scoperta di Cristina Bellemo, cioè di una scrittrice di storie per libri illustrati promettente, brillante, rigorosa. Insomma, molto, molto brava. Cristina non è solo autrice di libri illustrati, ma io l'ho scoperta come tale ed è stata un sorpresa vera.
In questo ultimo decennio, in cui in Italia la qualità degli albi illustrati è cresciuta in modo esponenziale, sono andati crescendo di pari passo il livello e la professionalità di una generazione di illustratori e grafici: alla vivacità di questo genere editoriale e all'interesse del pubblico, cioè, ha corrisposto l'attività di scuole come Sarmede, Ars in Fabula, MiMaster (per nominarne solo alcune, senza contare le scuole storiche come ISIA e Scuola del Libro a Urbino, IED e Accademie d'Arte in tutta Italia eccetera), oltre a una gran quantità di corsi di ogni genere, sorti spontaneamente, per iniziativa di illustratori, librai ed editori: un'offerta vasta e variegata che ha formato e indirizzato la creatività delle numerose persone interessate a lavorare in questo ambito.
Un fenomeno che ha dato grande impulso alla qualità dei linguaggi visivi.


La mia impressione, però, in tutto questo, è che non ci sia stata altrettanta attenzione, o almeno non altrettanto strutturata e seria, da parte di scuole e formatori, alla qualità dei linguaggi verbali. Cosa che compromette significativamente la riuscita di un albo: perché un albo, ricordiamolo, è un genere letterario (o forse, meglio, narrativo), complesso e difficile, nonostante possa apparire, al contrario, facilmente abbordabile a un principiante (e questo perché ha 'poco' testo). Nella mia esperienza di editore, l'impressione, nettissima, è stata per lungo tempo che le persone che se la sapevano cavare brillantemente con un testo, un narrazione, la costruzione di una storia per un albo illustrato, si potessero contare sulle dita di una mano, o quasi. E che a buone immagini spessissimo si accompagnassero testi banali, esilissimi, mal congegnati, lacunosi, noiosi, scarsi, se non pessimi, realizzati spesso nella più totale ignoranza, se non nello sprezzo, di conoscenze narrative basilari, di elementari rudimenti della lingua italiana e della letteratura per ragazzi, in particolare degli albi illustrati. La sensazione era quella di autori improvvisati, privi, oltre che di idee e di competenze, di formazione e cultura adeguata.


Negli ultimi anni, però, ho avuto, in questo senso, alcune sorprese. Accanto al talento di illustratori sempre più aperti al confronto e motivati alla crescita professionale, ho visto manifestarsi quello di nuovi autori, apparentemente spuntati dal nulla di questo vuoto: capaci, sorprendenti narratori e persino eccellenti, raffinati poeti. Persone dotate di idee, di cultura e di una lingua all'altezza della situazione. Una vera, grande scoperta.


Cristina Bellemo è una di loro. L'anno scorso, in fiera, ci siamo incontrate per la prima volta. Avevamo già ricevuto il bellissimo testo di La leggerezza perduta e già le avevamo proposto di pubblicarlo: ci incontravamo per mettere a punto i dettagli dell'accordo. In quell'occasione, ricordo che diedi a Cristina una copia del nuovo Catalogone, il numero 5, appena uscito. E Cristina mi disse una cosa che mi colpì molto: mi spiegò che per lei i Catalogoni, di cui aveva seguito la pubblicazione fin dal primo numero, erano stati fondamentali: strumenti importanti per capire cosa fosse un albo e come affrontarne e risolverne la scrittura. Rimasi molto sorpresa dalla sua affermazione: è vero che abbiamo iniziato a pubblicare i Catalogoni come mezzi formativi e di promozione alla lettura dei libri illustrati. Ma, nel realizzarli, abbiamo sempre pensato soprattutto a coloro che usano i libri illustrati nel loro lavoro e nel rapporto coi bambini: cioè i librai, i bibliotecari, gli insegnanti, gli atelieristi, i promotori, i genitori...


Fino a quel momento, non mi ero soffermata a riflettere specificamente sul fatto che qualcuno potesse guardare ai Catalogoni come a una scuola di scrittura, narrazione e composizione. Cristina mi sorprese, indicandomi questo utilizzo. Non averci pensato, dipendeva da un angolo visuale limitato dalla prassi: ma in effetti, pensandoci, saper scrivere di libri illustrati, significa soprattutto averli saputi leggere. E la capacità di scrittura deriva da una profonda capacità di lettura, che si tratti di leggere racconti o oggetti, immagini, paesaggi o fatti quotidiani. Se si impara a leggere un libro illustrato, si impara a capire come funziona, e quindi si impara anche a scriverlo, se si è dotati di talento narrativo.


L'affermazione di Cristina mi ha fatto pensare che lo sviluppo editoriale dell'albo illustrato, in questi anni, se ha avuto l'effetto di accrescere la qualità dei professionisti dell'immagine attraverso il lavoro di scuole e corsi, ha promosso anche un grande fermento critico attraverso l'uscita di numerose pubblicazioni specifiche e il grande lavoro dei blogger, che sta avendo ripercussioni significative sugli autori in via di crescita e formazione. E questo mi sembra un dato importante.


Ma, in tutto questo, non ho parlato dell'oggetto del post di oggi, cioè di La leggerezza perduta e del tema che affronta (con leggerezza degna di Rodari e Calvino): quello, attualissimo, del superfluo (che si accompagna a una riflessione serrata su necessità e desideri). E di come questa storia ci sia apparsa subito, nella sua serietà e nel suo umorismo, perfetta per l'immaginario di Alicia Baladan, che infatti alla leggerezza di Cristina ha saputo dare il volto di un medioevo aereo e fantastico, fra suggestioni che spaziano da Escher ai trecenteschi italiani.


Una illustratrice, Alicia, dai molteplici registri espressivi, capace di mescolare con rigore malinconia, ironia, riferimenti pittorici e gioco. Un'autrice complessa e colta che da un libro all'altro sta mostrando di cosa è capace, e che in pochissimo tempo si è affermata fra i migliori talenti in circolazione (quest'estate terrà un corso a Macerata) e sta lavorando anche all'estero, come oggi capita sempre più spesso a molti nostri illustratori italiani.
Poco male, vuol dire che lasceremo a voi il compito di leggere e giudicare questo libro che abbiamo presentato a Bologna e che da pochi giorni è in libreria. Intanto, potete cominciare a farvene un'idea osservando queste illustrazioni che già vi diranno molto e leggendo i brani di testo che contengono (cliccando sulle immagini). (gz)

giovedì 24 maggio 2012

A scuola tra bosco, cielo e prato

[di Giulia Mirandola] 

Per la seconda volta sono salita in Val di Pejo accompagnata da visitatori d'eccezione: Alessandro Riccioni, Alicia Baladan e Giusi Quarenghi. Come un anno fa, la meta è stata una pluriclasse di montagna, ai piedi del monte Vioz, nel Parco Nazionale dello Stelvio. Non più la scuola elementare Bevilacqua, chiusa definitivamente in un clima di scontento e incertezze nel giugno 2011, bensì la Scuola Pejo Viva, un'esperienza inedita in Trentino e originale di per sé, basata sull'insegnamento parentale, documentata giorno per giorno attraverso un sito: strumento di comunicazione consono ai tempi che corrono.

Scuola Pejo Viva.
Da settembre 2011, nove bambini dai sei ai dieci anni e i rispettivi genitori, seguiti quotidianamente da un gruppo coeso di insegnanti volontari, fanno scuola "senza scuola", in due aule ricavate con semplicità da un appartamento a pochi passi dal vecchio edificio scolastico. La campanella è appesa a una legnaia, le bandiere sono quelle dell'Europa, dell'Italia e del Marocco (in classe ci sono tre bambini marocchini). Nessuno avrebbe scommesso sulla durata oltre Natale di Scuola Pejo Viva, quando la realtà mostra che ciò è stato possibile. In questi giorni Fatima, Davide, Arianna, Agnese, Lorenzo, Maryam, Omar, Nicola, Lisa si preparano agli esami, la prova per loro più difficile.

Alicia e Alessandro.
 La porta della scuola si è aperta innumerevoli volte nel corso dei mesi ad ospiti saliti in quota per conoscere da vicino questa realtà e ascoltare i tanti perché di una scelta radicale come quella di rinunciare alla cosiddetta scuola di tutti, la scuola pubblica. Da parte mia ho cercato di avvicinare il racconto di Scuola Pejo Viva a persone che a titolo diverso si occupano di storie. Tra loro, un antropologo visuale, Michele Trentini, che sta progettando un documentario sull'argomento; Alessandra Henke, una giornalista di Radio 3, che dedicherà alla vicenda un radio documentario in cinque puntate per il programma "Tre soldi"; Luigi Monti, direttore della rivista "Gli asini", che nell'intervistare il maestro Alberto Delpero ha scoperto un nuovo mondo; tre autori, Riccioni, Baladan, Quarenghi, che con i loro versi e illustrazioni hanno seminato letteratura per l'infanzia; Maria Giaramidaro, attiva nel campo della promozione della lettura e fondatrice di Oliver Associazione Culturale, che da Mazara del Vallo ha risalito la penisola per osservare differenze e somiglianze tra la Sicilia e il Trentino.


Alessandro, Maria e Giulia.
L'arrivo di Riccioni, Baladan e Quarenghi portava con sé una motivazione: fare poesia. Riccioni e Baladan si sono concentrati sulle pagine del loro Cielo bambino, prima attraverso una "ginnastica" di gesti e parole condotta da Alessandro Riccioni, adatta a slegare il linguaggio e a sciogliere con il corpo la mente. Poi con un gioco dell'oca magnifico, disegnato da Alicia Baladan, ingrandimento con variazioni dell'ultima tavola del libro, giocato a squadre di "soli", "lune" e "comete", con un grande dado di cartone. Riccioni si è presentato ai bambini come "l'omino tondo che fa impazzire il mondo" ed essendo un poeta di parola ha fatto impazzire per un po' chiunque gli capitasse a tiro. Con Alicia il gioco era all'aperto, tra terra e cielo, in mezzo a improvvisazioni in rima, risate, pegni in forma di canto e molto dialetto mescolato alla lingua italiana.
Il gioco dell'oca di Alicia, da Cielo bambino.

I bambini all'opera.
Sul rapporto tra dialetto pegaese e lingua italiana ha lavorato a fondo Giusi Quarenghi, impegnata due giorni dopo nella costruzione di un libro di grande formato, A scuola tra bosco, cielo e prato. Si tratta di un progetto collettivo di scrittura, che verrà presentato in sede d'esame.


A scuola tra bosco, cielo e prato.
Giusi e i bambini al lavoro
Nelle sue pagine cartonate rilegate a spago, scritte e colorate a mano, i bambini raccontano chi sono, dove hanno fatto scuola, con quali maestri, su quali materie e con che orario settimanale, cosa è loro piaciuto di più e cosa di meno. La pagina finale è un esempio di bilinguismo applicato al collage: oggetti raccolti durante una passeggiata nel bosco vengono commentati con didascalie in italiano e in pegaese, a rimarcare che la padronanza bilinguistica non può prescindere dal lessico e dalla grammatica italiana.
Il pomeriggio è stato un momento di festa trascorsa al Mulino dei Turri. Giusi Quarenghi ha impastato pane e raccontato storie che affondano nelle origini di questo cibo antico. Ne è sortita una grande pasta madre, nata sotto gli occhi di bambini, genitori, anziani, distribuita cruda a piccole pagnotte e affidata alle cure di tante mani. Una metafora azzeccata per salutare la Scuola Pejo Viva e augurare buona crescita a chi ha studiato qui.




Al Molin dei Turi per far il pane con Giusi.