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lunedì 13 gennaio 2014

Il tempo della scrittura libera

Nei giorni di Più libri più liberi, a dicembre, si è tenuto la fase  conclusiva del concorso Che typo sei?, durante cui cinque ragazzi di scuole medie romane sono stati premiati per essere stati selezionati, fra alcune centinaia di partecipanti, con i loro racconti per una piccola pubblicazione a cura di Più libri junior.
Più libri junior nasce nel 2009 come gioco letterario di Più libri più liberi dedicato ai più giovani. Obiettivo è quello di proporre alle scuole un’iniziativa di promozione della scrittura per coinvolgere i ragazzi.
Ogni anno viene stabilito un tema: Storie per attraversare i muri, nella prima edizione; nel 2010, Storie che fanno eco cioè racconti dedicati al tema dell’ambiente; nel 2011, Cinque storie da mangiare con gli occhi; e nel 2102, Qui comincia l’avventura per far immaginare ai ragazzi mondi possibili e avventurosi.
Quest’anno il tema, in omaggio Giambattista Bodoni a duecento anni dalla morte, è stato: Moderno, barbarico, selvaggio, curioso, raffinato, semplice, tecnologico, fantasioso. E tu che typo sei?. Perché se è vero che le lettere, come le persone, hanno una personalità, per l'appunto il carattere tipografico, nulla come la scrittura può rivelarsi, nei libri e fuori di essi, strumento migliore per raccontare se stessi e il proprio carattere.
Verso i primi di novembre Minimondi, nella persona di Paola Cantarelli, ha invitato Anna Castagnoli e me, Giovanna Zoboli, a fare parte della giuria selezionatrice dei racconti. Invito che entrambe abbiamo accettato con particolare curiosità e soddisfazione, trattandosi di ragazzi. Della giuria facevano parte la stessa Paola e Giulia Caminito.

Mi sono chiesta se questi racconti sarebbero potuti piacere al celebre tipografo di Saluzzo, Bodoni, divenuto famoso in tutto il mondo, e fino ai giorni nostri, per avere creato uno dei caratteri più belli del mondo.
Non possiamo ovviamente saperlo. Immagino, però, che avrebbe potuto apprezzare il piccolo libro edito in questa occasione, che potete sfogliare qui, per la bella grafica e le illustrazioni tipografiche dovuti allo studio Bunker.
E non escludo che, come noi giurato, sarebbe rimasto colpito dalle composizioni dei ragazzi premiati: Due tipi semplici di Lorenzo Bianchi, prima media; Sono un tipo tecnologico di Luca Sorace, terza media; Questa sono io di Chiara Fiammetta De Santis, prima media; Elzidin, il selvaggio di Zemir Reka, seconda media; Selvaggia di Monia Terlizzo, prima media.
Cinque composizioni sorprendenti per diverse ragioni che vanno dalla capacità di introspezione psicologica alla urgenza di raccontare se stessi in modo spiazzante, forte e diretto; dalla poeticità di sguardo alla bravura nell'invenzione di personaggi e atmosfere; dall'acume nelle osservazioni all'umorismo affettuoso e, a volte, all'ironia tagliente. Tutti strumenti espressivi che, se di competenza di ragazzini delle medie, diciamo che fanno impressione, in senso positivo, ovviamente.

Anna e io ci siamo sentite onorate di leggere ad alta voce davanti a un pubblico numeroso gli scritti di questi ragazzi. È stato commovente, bello, divertente. E non è una affermazione retorica. Abbiamo chiamato i vincitori sul palco per una stretta di mano e un breve scambio di parole, entrambe consapevoli dell'importanza che quel momento e quel piccolo libro avranno nelle vite di questi ragazzi.




In questo senso, è ammirevole l'iniziativa e l'idea di Più libri più liberi e di Minimondi di legare la fiera romana della piccola e media editoria alla scrittura, facendo uscire l'importanza delle storie e dei racconti dall'ambito della fiera e dei suoi pochi giorni per raggiungere scuole e ragazzi. Sono iniziative importanti e dovrebbero essere più frequenti perché sono un modo concreto di portare la parola, nel suo senso più alto e autentico, nei percorsi formativi istituzionali.
Nel chiudere questa cronaca, vi proponiamo un racconto dei cinque selezionati, gli altri li potete leggere qui, dove trovate pdf della pubblicazione che merita di essere sfogliata.



Selvaggia 
di Monia Terlizzo

Io sono selvaggia, proprio cosí, sono fatta cosí, mi piace arrampicarmi ovunque, guardare film d’avventura e… menare mio fratello. Indosso sempre, sempre ma sempre una tuta per muovermi, i miei colori preferiti sono il rosso, il colore piú ribelle, quello che, se ti ci sporchi, la macchia non si leva piú, il celeste, come il cielo che ogni giorno penso di poter toccare, e per ultimo il verde come la natura che mi diverte piú di tutto e mi piace osservare. Ogni selvaggio però ha le sue debolezze e io ho le mie: ho le vertigini e ne soffro tremendamente, non so nuotare e l’acqua mi terrorizza, sono claustrofobica, e ogni qualvolta mi trovo chiusa in un piccolo posto, mi manca il respiro e comincio a urlare. Ora vi lascio perché è finito il tempo della scrittura libera e la mia mano comincia a reclamare e penso che si vendicherà presto.

mercoledì 12 giugno 2013

Mappe ritrovate di territori segreti



Dall'inizio di giugno, il nostro blog è entrato in fase di rallentamento estivo. Ma evidentemente i nostri lettori no. Negli ultimi giorni gi stanno arrivando dei messaggi, stimolati dai post più recenti, davvero molto belli: vere e proprie lettere, anzi. Belle, sì, non solo per un carattere privato, ma soprattutto per come ci sembra che “afferrino la palla” per rilanciarla più lontano, sviluppando riflessioni, aggiungendo riferimenti, spingendo il discorso sui libri e sul lavoro che ci sta dietro, verso altri ambiti ed esperienze. Per questo ve le proponiamo. La prima arriva da Sandra Caciagli*, che, mossa dal post Tu non sei niente del 30 maggio scorso, su Un altro me, di Bernard Friot, ci ha scritto di sé, del suo lavoro coi bambini e gli adulti, e del suo modo di usare i libri. Ringraziamo Sandra per il suo messaggio, i suoi pensieri e il modo in cui ha pensato di condivederli.


Cari Topi,
per la seconda volta dopo la lettura di un post sul vostro blog non posso fare a meno di scrivervi anche per condividere i pensieri che mi suscitate, anche se ho sempre paura di non esser capace con le parole ad acciuffarli tutti questi pensieri che sono nitidi e leggeri quando viaggiano nella mente come fiocchi di neve silenziosi e, invece, quando si posano sul foglio per essere scritti, si sciolgono e sembrano apparire informi e inespressivi.

Ma dopo aver letto il post su Friot e la risposta di Anna** vorrei davvero provare a dire qualcosa su questi libri bellissimi dentro e fuori (amo immensamente la grafica di questa collana li attaccherei al muro in fila per guardarmeli dalla mia poltrona preferita).
Non ho tutti i titoli de Gli anni in tasca, ma ho quello di Friot (credo sia il primo che ho comprato) e quello di Anna Castagnoli.
A Super 8 sono particolarmente affezionata: sarà che sono nata nel ‘69 e che avevo anch’io un albero su cui giocavo per interi pomeriggi nel giardino della casa di campagna di mio nonno, sarà soprattutto che le parole di questo libro mi hanno aiutato a capire qualcosa di importante e mi hanno aiutato a dirlo.
Lavoro da dodici anni con i bambini in vari contesti, tra cui quello scolastico, e negli ultimi tempi mi capita di essere coinvolta in progetti di formazione con insegnanti e educatori; mi chiamano a raccontare quello che faccio e come lo faccio. Così sono stata costretta in qualche modo a pormi delle domande per cercare di capire bene (e spiegare ad altri) il mio modo di lavorare con i bambini, individuando le cose importanti.
Ultimamente, inizio i miei incontri leggendo al gruppo di adulti presenti due cose (edizioni Topipittori tutte e due!): Che cos’è un bambino? di Beatrice Alemagna e il capitolo di Super 8 sullo “sguardo traslucido”.


Lo faccio perché mi sembra importante sgombrare il campo da un atteggiamento che troppo spesso mi capita di vedere negli adulti che lavorano coi bambini, un atteggiamento a volte caratterizzato da superficialità, indifferenza, fretta, supponenza, buonismo, condiscendenza, non ascolto, assenza, mancanza di riflessione intorno al mondo dell’infanzia. E io, invece, quando mi avvicino a questo mondo sento quasi come se tornassi a casa in una casa che è stata mia e di cui conosco bene la lunghezza dei corridoi, gli scalini invisibili che istintivamente scendo, gli avvallamenti dell’intonaco che amo lisciare con la mano, gli scricchiolii che quando li sento so chi sta arrivando, e allo stesso tempo, però, so di essere ormai un’estranea che ha solo il privilegio di ritornare per un momento ad abitare quella casa orami abitata da altri, ospite dei bambini che incontro.
Credo che ciò che faccio quando sto coi bambini sia profondamente pervaso da questa sensazione e che i vostri libri mi abbiano aiutato a decifrarla, come mappe ritrovate di territori segreti, offrendomi la possibilità di pensare con più chiarezza a ciò che faccio e di condividerlo all’esterno. Per questo, oggi sento di dovervi ringraziare ancora una volta per il sostegno che date a questa mia ricerca infinita di senso. Perciò, grazie.

Sandra


Sulla visione traslucida  (da Super 8 di Anna Castagnoli)

Quando si è bambini non si ha una visione lucida delle cose, si ha una visione traslucida. Il verde delle chiome degli alberi, dei prati, è quello iridescente dei ramarri; il cielo, quando è sereno, è di un blu abisso-di-mare che neanche a disegnarlo si riuscirebbe a renderlo così. Il bianco di una tovaglia, di un sorriso, del passepartout di un quadro, di un muro (per non parlare di quello della
neve) possono fare persino male agli occhi. È per il fatto che i bambini guardano davvero le cose, a differenza dei grandi, che le guardano per finta.
Un adulto guarda il cielo e pensa: “Toh, oggi è bel tempo”; oppure guarda le nuvole e cerca di capire da che parte soffi il vento, per sapere se deve prendere l’ombrello o no, quando esce di casa. Se è una domenica e non ha niente di meglio da fare, magari guarda il cielo così, perché gli piace. Pensa: “Che bel cielo, che nuvole bellissime.” Ma non vede davvero il cielo né le nuvole: vede un tutt’uno di cielo e nuvole che fa un bel quadro, piatto come una cartolina.
Invece un bambino, grazie alla visione traslucida, guarda su e vede una miriade di sottili strati di azzurri e blu che si muovono tra loro come i vetrini di un caleidoscopio. Ne attraversa con gli occhi le trasparenze e va giù, giù, fino a una profondità senza ossigeno che ci vorrebbe un palombaro per non morire asfissiati. Anche in pieno giorno, dietro il blu degli ultimi strati, riesce a intravedere le prime stelle della nostra galassia, il nero di quella successiva, e le meteoriti che vagano perdute.
In primo piano, con i suoi occhi radar, ha già esplorato ogni nuvola, alla ricerca di un paio di orecchie di coniglio, di una coda di dinosauro, di una bocca di lupo con la lingua fuori. Trovata ogni forma possibile nel profilo delle nuvole, passa a esplorarne con attenzione l’interno: le dune turgide, le zone gassose, le bolle, per tracciare, come un pioniere di nuove terre, una strada abbastanza sicura da poter essere percorsa. Non una sfumatura nella piuma di un piccione che si alza in volo, non il volgersi al sole di una foglia d’argento, non l’impercettibile movimento delle testoline dei fiori durante le ore del giorno, può sfuggire ai suoi occhi. Ma non è tutto qui. La visione traslucida, oltre che attraversare le distanze, sa cogliere l’infinitamente vicino.
Uno svantaggio della visione traslucida è che non solo i cieli sono caleidoscopi trasparenti, ma anche le persone. Una persona che sorride, se è davvero felice, per un bambino può essere ustionante come una palla di fuoco scappata dal sole. Una persona triste, vista con lo sguardo traslucido, è un lago di lacrime circondato da alberi senza foglie, i cui rami gemono nel vento. Non conosco un solo bambino che non sarebbe disposto a fare il giro del mondo di corsa due o tre volte, se questo servisse a far smettere di essere triste una persona triste.
Ve l’ho detto, i bambini non hanno una visione lucida del mondo.



*Sandra Caciagli lavora dal 1999, come dipendente di una coop sociale, per alcuni servizi educativi del Comune di Firenze: il Laboratorio permanente per la Pace, la Ludoteca La Mondolfiera e S-Piagge, progetto a finanziamento regionale, spazio incontro per adulti e bambini 0-3 anni (le Piagge sono una periferia difficile di Firenze  dove è collocato il servizio). Con Laboratorio per la Pace, lavora da anni nelle scuole del Quartiere 5 (dall'infanzia alle medie); e, grazie all'offerta formativa del Comune di Firenze “Chiavi delle città”, nelle scuole di tutto il territorio comunale. Sempre con Laboratorio collabora con Movimento di Cooperazione Educativa Firenze per offrire occasioni di formazione e gruppi di studio. In particolare, si occupa di laboratori (educazione attiva), creatività, letture, gioco con specifica attenzione all'educazione interculturale, alle relazioni, alla gestione dei conflitti. Dal 2005, svolge attività di formazione degli adulti, per progetti regionali finanziati da fondi sociali europei e gestiti dall'università di Firenze e da quella di Siena, e per altri progetti più piccoli, in Toscana, mirati a formare educatori e insegnanti, soprattutto su in relazione alla gestione di laboratori e agli strumenti professionali quali creatività, narrazione, gioco. Qui il blog di gruppo delle suo gruppo di lavoro, nato per scambiare idee e raccontare esperienze.

**
Questo libro è bellissimo, durissimo, coraggiosissimo.
Io non ho avuto il coraggio di dire davvero il dolore senza infiocchettarlo, c'è come un tabù (tra adulti) a parlare del dolore dei bambini e dei ragazzi.
Friot del tabù se n'è fatto un baffo, ha detto come stava davvero. La verità ci tocca e ci raggiunge sempre, qualunque essa sia: è questo che fa bene
.



venerdì 10 maggio 2013

Sulla linea di partenza

Anna Castagnoli: Primo premio originalità
al concorso natalizio Bambin di Praga, 1982
[di Anna Castagnoli]

Premessa
A 8 anni vinsi il Primo Premio Originalità al concorso natalizio Bambin di Praga: un concorso mondiale organizzato dal celebre santuario di Arenzano. Avevo disegnato degli angeli che tiravano fuori il bambino Gesù da un uovo.

Sàrmede andata e ritorno
Avevo circa 20 anni e uscivo da un'adolescenza comme il faut. Avevo da poco iniziato la facoltà di Lettere e Filosofia. Leggevo e scrivevo diari esaltati sulla natura, il tempo e le stelle, di ispirazione Nietzschiana. Per i pochi quadri a olio con fanciulle malinconiche, invece, mi ispiravo a Edward Munch. Ma dipingevo, scrivevo, vivevo, più per combattere la coltre lanosa della noia che per passione.

Anna Castagnoli: Nella neve, 1991.
(L'illustrazione mostrata a Langella.)
Un giorno, senza un motivo apparente, disegnai una bambina in un bosco innevato. Era un disegno che sapeva di fiabesco e mia madre, pronta, mi disse: «Perché non lo porti a vedere a qualcuno della biblioteca De Amicis

Lo feci. Parlai, credo, con Francesco Langella, che fu molto gentile. Mi disse che non capiva bene perché gli mostrassi il disegno, ma che se mi piaceva illustrare potevo andare a Sarmède, dove esisteva una scuola estiva di illustrazione per bambini. Era, allora, l’unica in Italia. 
Partii per Sàrmede.

Anna Castagnoli: Folletti. Acquerello su carta, 1993.
C’era un solo corso, con Stepan Zavrel come maestro, e una sola classe. Le serate si passavano a casa Zavrel, a gettare vino sul fuoco per onorare gli dèi, rosolare maialini sulla brace e ascoltare ricordi di fughe dalla fame attraverso i boschi. Ohhh. Ma che mondo era quello?

Il primo giorno di corso, Zavrel mi fece lavorare sul colore blu. Cioè, non dovevo far altro che esplorare il blu. Poi disegnai un castello sul blu e mi presi una bella strigliata. «Tuo blu molto bello,» mi disse col suo accento ceco. « Perché hai rovinato?»


Il secondo giorno sulla porta della classe comparve un bambino con maschera e pinne. Va bene che il mare non era lontano, ma lì eravamo in mezzo ai castagni. Uscimmo per capire chi fosse. Sparito.

Il terzo giorno mi innamorai del ragazzo più carino della classe e, invece di una settimana, a Sàrmede ci rimasi per quattro. E qui mi fermo, perché la faccenda diventa un po' troppo personale. Come molto personale è la ragione per la quale di lì a poco, e per ben 6 anni, mi dimenticai completamente che avevo, un tempo, amato disegnare. Vi basti sapere che se una fatina buona o una strega malvagia mi offrissero di nuovo i miei vent'anni, risponderei: «No, grazie.» Sarebbe al di là delle mie forze e capacità di sopportazione  ricominciare a sentirmi informe come una medusa e insicura come un coniglio in mezzo a un'autostrada, e ritrovarmi ancora con due mani delle quali non sapevo mai che fare, se non nasconderle in tasca.

Anna Castagnoli: da Il libro delle cose perdute.
Genova: Hablò, 2004
A 30 anni esatti, per una serie di coincidenze che ora non mi sembrano più tali, ripresi a disegnare. Ritornai a Sarmède per un corso con Linda Wolfsgruber. Linda non mi fece lavorare solo sul blu. Mi disse che ero brava, che avrei pubblicato entro un anno. Aveva ragione. Pubblicai l’anno dopo Il Libro delle cose perdute, con una casa editrice che fallì dopo pochi mesi (forse anche a causa del mio libro). Ma io, intanto, ero stata morsa dalla tarantola: sarei diventata, a tutti i costi, una vera illustratrice.

Tornai a Sarmède l’estate successiva, per un corso con Jindra Capek. Il benvenuto me lo diede Octavia Monaco, che all’epoca teneva già corsi lì come insegnante. Ci eravamo incontrate anni prima, all’epoca della mia prima esperienza sàrmediana. «Ancora qui?» mi domandò. Sì. Ero ancora lì. Sulla linea di partenza, di nuovo.

In classe a Sàrmede, 2002
L’anno dopo feci un corso a Macerata, con Carll Cneut. I miei compagni di un tempo erano già tutti docenti. Ero grande di età rispetto alla media dei corsisti. Me ne vergognavo? Macché. Ero strafelice. Non mi sono mai vergognata di imparare. Poi è nato il blog LeFiguredelibri. Il mio lavoro di critica. Altri libri. Una storia che molti di voi conoscono.

Quando l’anno scorso Monica Monachesi (alla quale dedico questo post) mi ha chiesto se avrei voluto tenere un corso a Sàrmede come insegnante, ho chiuso gli occhi per l’emozione. E dietro le palpebre chiuse ho rivisto il bambino con maschera e pinne sulla porta della classe di Zavrel.

Non credo agli angeli, ma questo non significa che non esistano. Forse ognuno di noi ha il suo angelo personale. Se quello era il mio, lo ringrazio con tutto il cuore per essersi presentato con l'abito sbagliato al nostro primo appuntamento. Lo aspetto a Rugolo, fuori dall'oratorio. Io sarò lì. Ancora sulla linea di partenza.

Anna Castagnoli terrà il suo primo corso da docente a Sàrmede in due sessioni, dal 17 al 22 giugno e dal 24 al 29 giugno. C'è ancora qualche posto disponibile. Io, se fossi illustratore, non me lo perderei. Ma non è escluso che prima o poi lo faccia. Per ora prendo lezioni private.

Tutte le informazioni le trovate qui
Se invece volete sapere tutto sull'infanzia di Anna Castagnoli, leggete questo.

martedì 23 aprile 2013

Teresa, Caterina e gli animali in viaggio

Menomale che piove, sennò per venire qui 
ci toccava rinunciare ad andare al parco.
E poi, abbiamo già disegnato le nostre cartoline. 
Chissà se le mettono in mostra?
Che bello! Le cartoline appese ai lampadari. 
Possiamo farlo anche noi a casa!
Hanno cucito le cartoline nella plastica. 
Chissà se la mamma ce lo lascia fare?
Non toccare!
Sì che posso toccare, guarda!
Lo fanno anche i grandi.
Uffa, sta arrivando tanta gente. 
Quando le attaccano le nostre cartoline?
Qui non ci sono.
E neanche qui. 
Ah, eccole! Le stanno attaccando adesso.
Sono piaciute anche ad Anna.
Ecco, adesso comincia la noia: quelli bevono e chiacchierano. E noi?
Senti... allora sediamoci qui e mettiamoci a leggere un bel libro. 
Buoni sogni senza sonni anche a voi, amici.
Questo post è il frutto di una intensa attività di stalking di Arianna Favaro e della sua prodezza con la macchina fotografica e nella creazione delle didascalie (due sole delle sue molte virtù, che pure tende a nascondere).

L'inaugurazione milanese di Libretto Postale - Animali in viaggio, allo Spazio Bk, è finita, ma la mostra potete ancora vederla, fino al 19 maggio. Non ci troverete più Teresa e Caterina, ma non perdetevela comunque. E non perdetevi la libreria: una delle migliori di Milano e circonvicini. Parola di Topi.

Di Libretto postale - Animali in viaggio si è parlato quiqui, quiqui, qui, qui, qui e in un milione di altri posti, ma non posso mica dirveli tutti: fatevi una bella ricerca google.




mercoledì 17 ottobre 2012

Dell'amicizia, ovvero: un libro per aspettare la neve


L'altro giorno una signorina inusitatamente gentile, con l'uniforme bianca e blu di una nota ditta di consegne espresso, ci ha recapitato un pacchetto. Ne riceviamo tanti, ma questo proprio non lo aspettavamo: recava il logo di Amazon e non avevamo ordinato nessun libro.

Dentro al pacchetto, un biglietto ci spiegava che era un regalo di Anna Castagnoli, che in quei giorni era in Giappone, e forse non è ancora tornata. E il regalo era un libro: White Snow, Bright Snow di Alvin Tresselt e Roger Duvoisin, con la sua bella medaglia Caldecott sulla sovraccoperta.

Chi conosce Anna per il suo blog, immagina già che si tratta di un libro meraviglioso: Anna ha un gusto raffinatissimo e non sbaglia mai un colpo. Ma per noi, che siamo suoi amici, oltre che bellissimo, questo libro è anche carico di affetto. Un affetto che le ha fatto pensare a quanto, dopo questa estate torrida e questo autunno afoso, i Topi bramino il gelo (quello vero, da venti sotto zero), la tramontana (quella così forte che ti ci puoi appoggiare contro), la neve (che cade lenta a grandi fiocchi o che vortica finissima e turbinosa) e la polenta (gialla, ma anche bianca, o taragna).


Dolce, gentile nella notte, in segreto,
giù dal Nord viene il bianco quieto.
Fluttua e vacilla in un volo discreto,
dolce, gentile, nella notte, in segreto.
Sono questi i primi versi [la traduzione è mia, ed è libera quel tanto che basta, NdA] di un poemetto in rima baciata che apre il libro. La magia della neve sta tutta lì: prima non c'era e adesso c'è; anzi, c'è prima che ci sia, annunciata da colori, odori e dolori (reumatici).


Nessuno si è accorto di quando ha cominciato.
Un fiocco, due fiocchi, cinque, otto, dieci e di colpo
l'aria era densa di fiocchi fini e lievi.
Quasi non fanno rumore, cadendo.



La città ne viene coperta. Una bella scocciatura per gli adulti che cercano di continuare a vivere come se la neve non ci fosse, come se non contasse niente, come se fosse solo un piccolo inconveniente che porta in regalo piedi fradici al poliziotto, vialetti da spalare al contadino, scomodi stivali di gomma al postino, pediluvi e senapismi da preparare alla pragmatica moglie del poliziotto.


Ma per i bambini, la neve è un mondo nuovo e meraviglioso. Una magia di giochi e battaglie, di sogni da inseguire e teorie di impronte da seguire.


Poi arriva il sole, la neve si scioglie e si sente - chiaro, distinto - l'odore di terra bagnata. La vita continua, come se non fosse successo nulla. Le solite incombenze: la posta da consegnare, il giardino pubblico da sorvegliare, le mucche da pascolare, le aiuole da zappare.


E così anche la meraviglia. Che questa volta arriva con il trillo di un riconoscibilissimo, ancorché stilizzato, merlo americano (Turdus migratorius) in mezzo alle gemme di un ramo. (Il merlo americano è, come la rondine da noi, il simbolo della primavera, come ci ricorda Emily Dickinson, qui.)

Un mondo adulto e un mondo bambino che sembrano non incontrarsi mai. Neppure nelle illustrazioni di Roger Duvoisin, con il loro fondo a larghe pennellate di acquerello grigio sul quale si stagliano, nette e coloratissime di giallo, di arancio e di verde, le sagome delle cose e delle persone. L'esatto contrario di quello che ci si aspetta da un libro "invernale". Eppure, non è proprio in mezzo al candore della neve che il giallo diventa più giallo, il rosso più rosso, il verde più verde?

Grazie Anna: un libro così bello ce lo dobbiamo ancora meritare.

Post scriptum: leggo e traduco dalla breve postfazione: White Snow, Bright Snow - scrive Alvin Tresselt -  è arrivato mentre passeggiavo in una strada di New York, durante una nevicata notturna. Il poemetto è venuto da sé, come se si fosse scritto da solo nella mia testa mentre camminavo. Poi, cercando una storia, mi è tornato in mente che mia madre diceva sempre che se le doleva l'alluce voleva dire che avrebbe nevicato. Così ho pensato a tutti i modi che ha la gente per prevedere una nevicata e li ho attribuiti al mio cast di personaggi: il postino, il contadino, il poliziotto e, naturalmente, la moglie del poliziotto, così dotata di senso pratico. Ma cosa sarebbe la neve se non ci fossero i bambini a godersela?

martedì 10 maggio 2011

A casa delle Figure dei libri

Questo fine settimana i Topipittori sono andati a Barcellona a trovare Le figure dei libri.
Ecco: questo è quel che ci aspettava, appena entrati.
Si può ricevere accoglienza più affettuosa?


A casa delle Figure dei libri ci sono un mucchio di libri. Ovvio. Che scoperta...
Alcuni sono disposti ordinatamente. Altri vivono in branchi migratori che viaggiano per le stanze. E si posano in qualche oasi di passaggio, per un meritato riposo.


La loro padrona sa, più o meno sempre, dove trovare quel che a un dato momento le viene voglia di farti vedere. O quello che  le chiedi di mostrarti, di cui lei ti ha parlato qualche ora prima arrancando sul sentiero verso la Madonna Nera di Montserrat (panini deliziosi, vista memorabile, ferrocarril di lentezza estenuante). Ci pensa un secondo, poi ti dice: “Tavolino vicino alla pianta, pila a sinistra, terzo libro dall’alto.”
E il libro si trova lì.

A noi piace moltissimo raspare fra i libri delle Figure dei libri. In mezzo non ci trovi solo libri con le figure, ma di ogni genere.
Domenica mattina, alle sette, vispa come un grillo, mentre la casa e la città ancora dormivano della grossa, e fuori volavano pappagalli, upupe, rondini e merli, in uno stato di perfetta beatitudine mi sono messa a leggere Retorica e poetica di Aristotele (che, sì, ammetto, non avevo mai preso in mano prima, in versione integrale) che occhieggiava da una libreria.
E dopo qualche riga ci ho trovato una definizione di ricchezza di precisione fulminante, identificata dagli esseri umani come “La possibilità di essere felici senza il bene dell'intelletto” (ma non ci giurei di avervela riportata letteralmente).
Non trovate, pensando ai nostri tempi, che sia perfetta?


Ecco, dunque, a cosa servono i libri.
Alle sette di mattina e a tutte le ore del giorno.
È bene averne molti perché più ne hai, più hai possibilità di trovare esattamente quello che ti ci vuole, al momento giusto. E che è lì ad aspettare proprio te.
È bello sapere che a casa delle Figure dei libri c’è proprio quel tipo di libri che ti sta aspettando.


A casa delle Figure dei libri può anche capitare che una cena allegra e rilassata, finisca con qualcuno che tira fuori da una borsa una latta di solvente e comincia ad armeggiare con fotocopie, colori, matite, pastelli per fare una figura nuova.


E che il folletto tecnologico delle Figure dei libri smetta per due ore di studiare per preparare la brandade e lo zuccotto. Perché i topi, si sa, non sono golosi solo di libri.
Grazie, Anna. Grazie, Julien. Arrivederci a presto.