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venerdì 14 novembre 2014

A spasso con le dita

[di Gioia Marchegiani]

In occasione di Bookcity 2014, l'Istituto dei Ciechi di Milano accoglierà dal 16 al 21 novembre, presso la sala Barozzi, A spasso con le dita, progetto nazionale a sostegno della letteratura per l'infanzia e dell'integrazione fra vedenti e non vedenti, che prevede una mostra di tavole tattili realizzate da 17 artisti illustratori, ispirate al tema della solidarietà, e una serie di laboratori didattici rivolti al pubblico e alle scuole. Nella mostra ci sarà anche una mia tavola nata a conclusione di un'esperienza bellissima che mi fa piacere condividere qui sul blog dei Topipittori, che ringrazio per l'accoglienza e per l'attenzione che rivolgono da sempre al tema dell'editoria tattile.

Un anno fa ho deciso di partecipare a Tocca a te, concorso promosso dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, la Fondazione Robert Hollman e l'Istituto dei ciechi di Milano, per la realizzazione di un progetto di libro tattile destinato a bambini ipovedenti e ciechi. Poco tempo prima avevo conosciuto il lavoro di Mauro L. Evangelista, illustratore, artista e insegnante prematuramente scomparso che ha lasciato dei veri capolavori di illustrazioni e libri tattili. Ne ero rimasta affascinata. Quell'incontro aveva piantato un seme in me che evidentemente aspettava una goccia d'acqua per germogliare. Tra le mani avevo una storia ripiegata in un minuscolo leporello nata durante il Corso Progettare libri 2 con Paolo Canton, decisi che sarei partita da lì.

Era una storia piccola, con protagonisti piccoli che per la sua semplicità mi sembrava perfetta per essere elaborata in un progetto tattile.

Nella storia, quattro bambini incontrandosi iniziano un percorso emotivo attraverso il gioco, il confronto, il conflitto che si conclude con la condivisione di una meta. Nella storia, un imprevisto genera un cambio di direzione e i personaggi si ritrovano a vivere una straordinaria avventura. Non mi restava che dare forma tattile a tutto questo.

E qui è iniziata la sfida. Non mi ero mai cimentata in un simile lavoro. E mi sono accorta subito delle competenze che mi mancavano per realizzare il progetto. Studio ed esperienza diretta sono fondamentali per riuscire a entrare in quel mondo sfocato o buio, e comprendere, saper interpretare e soprattutto comunicare.

Il concorso Tocca a te, di cui presto uscirà il bando per il 2015 e a cui consiglio vivamente di partecipare alle persone che stanno leggendo questo post, è rivolto a insegnanti, genitori, artisti e illustratori vedenti. È un invito a provare a gettare un ponte e ad aprire un dialogo attraverso un libro tattile che possa essere utilizzato da tutti i bambini, indistintamente. In questo obiettivo, ho trovato la ragione per realizzare il mio progetto e così ho cominciato a cercare di acquisire quante più conoscenze mi era possibile sul tema attraverso il web e i testi facilmente reperibili.
Dopo la fase di documentazione, ho iniziato a lavorare al testo della storia che mi ha regalato, in seguito, l'emozione enorme di poterlo “leggere” in Braille, con i polpastrelli.


Dopo il testo,  provando e cercando materiali, forme, texture e composizioni, si sono materializzati i personaggi e sono nate le illustrazioni.



Infine, dopo aver studiato diverse opzioni per la rilegatura, è nato il libro Una storia che sale molto in alto.


Ho dedicato questo lavoro a Mauro. Il mio progetto è stato premiato tra i cinque finalisti del concorso, con una menzione della giuria come miglior testo: una grande sorpresa! Poco dopo è partito insieme agli altri quattro vincitori per il concorso internazionale Typhlo&Tactus che si è tenuto ad Helsinki. E qui è stato tra i finalisti e inserito dalla giuria tra i migliori sette libri.
Questa bellissima esperienza si è conclusa con la realizzazione della tavola tattile che ho realizzato proprio per la mostra di Milano e che ha il titolo BARRIERA.

Particolare della tavola BARRIERA.

A ogni tavola tattile della mostra A spasso con le dita corrisponde una parola della solidarietà: questo è il fil rouge dell'esposizione. Ogni artista che ha partecipato ha dovuto interpretare una parola e elaborare un' illustrazione tattile di centimetri 80x80. È bello osservare come ognuno ha scelto materiali diversi e in quale modo li ha utilizzati per esprimere il significato e il valore di quella parola. Sono tutte bellissime!

Visitando la mostra si può toccare ABBRACCIO di Mauro L. Evangelista,  SCAMBIO di Gek Tessaro, INSIEME di Francesca Pirrone, SOGLIA di Michele Fabbricatore, RESPIRO di Giacomo Tringali, SENTIERO di Arianna Papini, CORO di Michela Grasselli e Giuseppe Vitale, CERCHIO diChiara Carrer, DONO di Lorenzo Terranera, CONFRONTO di Sonia Marialuce Possentini, LEGAME di Elisa Lodolo,  MANO di Fanny Pageaud, SORPRESA di Gabriela Rodriguez Cometta, CALORE di Silvia Bonanni e SETTESTELLA di Dario Moretti. Simona Mulazzani e Eugenia Garavaglia hanno creato insieme la tavola LENTEZZA, un omaggio al grande scrittore cileno Louis Sepulveda che il 20 novembre alle 11, in occasione della celebrazione della Giornata Internazionale dei diritti dell’infanzia, sarà ospite della manifestazione.

Una bambina abbraccia la tavola di Mauro L. Evangelista.

Ma quel che ho scritto non è sufficiente a comprendere cosa si prova davvero ad andare a spasso con le dita: bisogna visitare la mostra, per capirlo. Le tavole sono lì per essere accarezzate, con gli occhi chiusi, da tutti e dai bambini per primi. Tutto questo è stato pensato soprattutto per loro con lo scopo di trasmettere, anche attraverso i numerosi laboratori, il valore della conoscenza di tutte quelle realtà in cui un limite può costituire una grande opportunità per imparare a sfruttare potenzialità sconosciute che ci abitano e ad accrescere la propria sensibilità.


Mi auguro con tutto il cuore che il grande lavoro e la passione che ci sono dietro all'organizzazione di questo evento e della produzione editoriale siano ripagati dal sostegno di privati e istituzioni. La Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi di Roma, con il sostegno di Enel Cuore, è l'unica realtà che si adopera nella produzione e la diffusione di libri tattili illustrati a livello nazionale. La sede di Roma, che ho avuto la fortuna di visitare, è piena di libri meravigliosi che aspettano di essere pubblicati e che sono certa darebbero prestigio all'editoria per ragazzi e sarebbero un grande segno di attenzione verso i temi del rispetto e dell'integrazione da parte della nostra società.


PER PARTECIPARE AI LABORATORI È NECESSARIA L'ISCRIZIONE: contattare questo indirizzo, oppure telefonare ai numeri 05 22439305 o 393 5212082. Informazioni dettagliate sul programma si possono consultare sul sito di Luce Magazine, la rivista web dell'Istituto dei Ciechi di Milano e il sito di Bookcity.
In questo video una breve presentazione della manifestazione.

lunedì 5 maggio 2014

Iscriviti, te lo strillo!

© Anna Martinucci
Dal 16 al 21 giugno prossimi, a Sàrmede, si terrà il corso "Progettare libri".
Ci sono ancora alcuni posti disponibili, quindi è venuto il momento di fare un po' di spudorata pubblicità, nella forma di endorsement da parte di alcune testate internazionali e personaggi celebri

Scherzi a parte, di questo corso abbiamo parlato già in tutti questi post e del corso hanno anche scritto in molti (leggete questo, per esempio). Per evitare di ripetermi, ho chiesto ad alcune ex allieve di spiegare le ragioni per le quali è valsa la pena frequentarlo. Sono illustratrici, educatrici, figure poliedriche del mondo dell'editoria, appassionate di libri per ragazzi. Ecco che cosa hanno pensato di potervi dire:



    Astrid Branca - educatrice - Castello 2013-14     Il corso "Progettare libri" mi ha dato gli strumenti per tradurre in "cose" reali e tangibili, ciò che per me era semplice intuizione. Molte sono state le scoperte, ma la sorpresa maggiore è stata quella di trovarmi, insieme agli altri, capace di condividere i "mondi"più o meno nascosti di ognuno, sia nel processo creativo sia nella realizzazione finale. Piegare, contare, cucire, rilegare, riempire con idee fogli, forme e strutture di carta definite e"rigide", richieste di un compito a cui non era possibile esimersi, soprattutto per volontà e intima passione.
Quello che resta è quel bisogno di continuità, quel piacere nel provarsi, nel fare e nell'inventare. Necessità di "applicazione" quotidiana    

Il libro burattino di Astrid Branca

    Tostoini (alias Roberta Ragona) - apprendista stregone - Castello 2013-14     Volendo lavorare con l'illustrazione, sapere cosa succede dal momento in cui le tavole escono dalle proprie mani e finiscono in un libro è sempre una buona idea. Ancora migliore è pensare a come potrebbe essere fatto il proprio libro prima di cominciare a disegnare.
Per certi versi un albo illustrato è come un pesce: non sapere come partire dal pesce intero per arrivare al piatto va benissimo se si vuole solo mangiarlo; ma per imparare a cucinarlo, può essere utile saperne qualcosa in più.
Un pesce e un albo illustrato sono entrambi pieni di insidie e parti che pungono e tagliano; i primi risultati sono disastrosi, ma quando tutto riesce ti senti tronfio come se fossi il primo uomo ad aver mai prodotto un libro, o cotto un pesce, sulla faccia della terra.
"Progettare libri" è un buon modo di affrontare con più consapevolezza quello che succede tra un'illustrazione e un libro finito, sul rapporto tra la forma di un libro e la sua sostanza. Basta ricordarsi di togliere le branchie.     

Una fanzine realizzata da Tostoini

    Geena Forrest – laureata in scienze forestali - Sàrmede 2013    È passato un anno dal corso "Progettare libri" e devo ancora capire se grazie a questo corso sono le mie idee che hanno trovato una forma o tutte le forme insegnate che hanno messo in moto la mia testa e le mie mani. Poco importa: è passato un anno e io vivo ancora di rendita. Sarà che c'erano anche i compiti per casa.
Sia che vogliate darvi all'autoproduzione o presentare alla prossima Fiera non solo un bel portfolio, ma progetti veri che mostrino già il libro che avete in mente o venire finalmente a conoscenza di tutti i segreti della stampa offset (perché, vi ricordo, un libro alla fine lo si deve anche stampare e dimenticarlo sarebbe un grosso errore), questo è il corso che fa per voi.     

"C'era una volta un re, seduto sul sofà”: una csb binding per un "libro infinito"
realizzato a Sàrmede in meno di 36 ore (ma consecutive) da Geena Forrest.

     Ilaria Mozzi - illustratrice - Castello 2012-13     Perché un illustratore dovrebbe fare il corso "Progettare libri"? Di perché ne avrei 1.743.  Il primo: è indiscutibilmente utile. A Progettare libri non si apprende solo a “costruire” libri, a capire il funzionamento dell’editoria e a fare eleganti rilegature (che a Natale fanno comunque sempre un bel figurone!).
 A "Progettare libri" si impara a risolvere problemi, a relazionarsi con gli altri, e soprattutto si impara a pensare.  Uno sguardo più ampio, un approccio al lavoro più completo, e inaspettate collaborazioni sono tra i risultati più belli ottenuti da questo corso (… e non dimentico la mia fantastica stecca osso, da cui oramai sono dipendente!) L’“onda magica” del corso io la sto vivendo ancora pienamente, a distanza di quasi due anni.
 Per chi vuole costruirsi un percorso solido nell’illustrazione e nell’editoria, o per chi semplicemente cerca stimoli e nuove strade per alimentare la propria creatività, a mio parere, Progettare libri è un corso insostituibile. Immancabile.    

E poi i libri non solo si progettano, ma si stampano anche.
Qui Irene Rinaldi e Alessandra de Cristofaro con Dario, il mastro tipografo.
(Sàrmede 2013)

    Rossana Bossù - illustratrice - Sàrmede 2013     Perché un illustratore dovrebbe fare il corso “Progettare libri”? La risposta è racchiusa nel titolo stesso del corso. Il progetto di un libro si basa sulle idee, legate a doppio filo al formato, alla rilegatura, alla carta con cui verrà realizzato. La prima cosa che Paolo ci ha detto durante il corso è stata: «Voi credete di imparare determinate cose da questo corso ma ne imparerete altre». Così è stato!
Io ho imparato a pensare a un libro come un progetto completo, non solo le illustrazioni ma tutto l’insieme. Un libro come uno spazio in cui muoversi, uno spazio da arredare con idee e immagini.
Partire dal formato e dal tipo di rilegatura, che si tratti di una fanzine, di un leporello o di un albo illustrato, è il primo passo per farsi venire delle idee, il che non mi sembra poco!     


Un progetto realizzato da Rossana Bossù a Sàrmede.

    Gioia Marchegiani - illustratrice - Cecchina 2012     «Sei su una zattera assieme al tuo orsacchiotto preferito e a tua sorella. Devi scegliere cosa buttare giù perché la zattera non vada a fondo. Cosa scegli di fare?» È questo un gioco che si fa  a volte con i bambini, e credo ben possa illustrare (è il caso di dirlo!) una delle tante ragioni per cui valga la pena fare il corso “Progettare libri”.
Anche per illustrare un libro bisogna prendere delle decisioni e capire cosa è importante e cosa è superfluo. Per farlo è fondamentale conoscere  le regole e i vincoli, strutturali e commerciali, che sono alla base della produzione dell'oggetto libro e apprendere come la rilegatura, il formato e la carta siano parte integrante del processo creativo e del linguaggio espressivo. Investire in questa competenza è fondamentale nel percorso di crescita professionale di ogni illustratore così come lo è la ricerca stilistica e la competenza tecnica.
Quindi, per tornare al nostro dilemma iniziale, perché il bambino/illustratore della zattera possa scegliere bene, oltre alla sua fantasia è necessario che abbia i giusti strumenti per dare a quell'assurda domanda una risposta che lasci tutti a bocca aperta    

La "Storia che sale molto in alto" di Gioia Marchegiani,
nella versione Corso Pirulino.

    Chiara Fedele - illustratrice e neo micro-editrice - Castello 2013-14     Ho voluto iscrivermi al corso "Progettare libri" dopo aver visto tra le mani di una mia amica illustratrice un piccolo quadratino di carta che improvvisamente si è aperto in una sorta di spirale, con pagine e che si voltavano e rivoltavano e si srotolavano sotto i miei occhi, rivelando una narrazione grafica, senza parole ma con un senso profondo.
Mi sono sempre considerata un illustratore-esecutore, non di certo un autore. Perciò l'approccio che ho avuto, fino alla prima lezione era di ottenere più nozioni “tecniche” su quello che stava intorno al mio lavoro di esecutore. Mi sbagliavo di grosso.
I limiti tecnici imposti da Paolo sono stati, con mia grande frustrazione, un intero universo di possibilità.
Di volta in volta i piccoli spazi o i limiti di cuciture e tagli erano come enormi tele bianche dove poter scrivere quello che volevo, narrare come desideravo, si narrare, anche io mi sono data la possibilità di raccontare.
In più il confronto con i compagni dimostrava ogni volta l'unicità di ognuno di noi.
Devo dire che l'approccio al lavoro dopo il corso è cambiato radicalmente. La progettazione nasce ancora prima di un testo o di una storia, e non si limita più alla tecnica di un illustrazione. La tecnica si piega alle idee. Finalmente.     

Illustracicci, © Chiara Fedele


    Nicoletta Petruzza - illustratrice e artigiana - Sàrmede 2013     Due (di mille) cose che ho imparato a "Progettare Libri". La prima (e sta già nel titolo del corso) è che un libro si progetta, come un qualsiasi oggetto di design, come qualunque cosa abbia necessità di assolvere a una funzione, di rispondere a un bisogno.
Perchè un'illustratore dovrebbe fare un corso sulla progettazione del libro?? Per lo stesso motivo per cui un architetto che sa disegnare ha bisogno di conoscere una marea di nozioni tecniche per poter progettare una casa. Per lo stesso motivo per cui un coreografo non può fare una coreografia senza considerare la dimensione del palco; un pasticcere non può fare una torta alta 6 metri senza sapere dove e come verrà cotta. Un illustratore non può illustrare un libro se non sa come si fa materialmente un libro. Ci sono cose che non possono essere ignorate.
La cosa divertente è che tutti questi elementi, che costituiscono dei vincoli in fase progettuale, possono essere sfruttati a nostro vantaggio e diventare parte attiva del libro.
La seconda cosa che si impara è la coerenza. Un libro è un oggetto, ha una sua materia, ha una sua struttura, ha una sua estetica. Che abbia un testo o meno, un libro è fatto per narrare, per raccontare qualcosa... e la narrazione per essere efficace deve essere coerente con la struttura del libro. Se la storia narrata ha uno sviluppo "lineare", anche il libro dovrà seguire tale sviluppo. Se la storia ha un andamento "circolare" e riporta al punto di partenza, sarebbe bello che il libro la seguisse. Se la storia cambia registro, anche il libro può cambiare forma, colori, carta, può vestirsi e trasformarsi per essere ciò che vogliamo che sia. Durante il corso Paolo ci ha mostrato infinite strutture-libro e ha cucito a mano anche "infinite" rilegature, per darci gli strumenti e gli stimoli necessari per guardare un libro con occhi nuovi.
Un libro è un'esperienza. È una porta che si apre verso un altro mondo. E deve essere pensato per il tipo di avventura che si andrà a vivere. Deve essere solido per resistere alle tempeste, deve essere lieve per volare, deve avere un filo per tornare.     

Al corso non si impara solo a fare libri, ma anche a Guardarli bene.
Qui, Julia Racsko, Ilaria Proietti e Laura Campadelli alle prese con Komagata.
(Sàrmede 2013)

Per informazioni sul corso ed eventuali iscrizioni:

Fondazione Mostra Internazionale d'Illustrazione per l'Infanzia Štěpán Zavřel 
c/o Casa della Fantasia
Via Marconi, 2 - 31026 Sàrmede (Treviso) - Italia

Tel. +39 0438 959582
Fax. +39 0438 582780

www.sarmedemostra.it
info@sarmedemostra.it 
Skype: mostra.sarmede


mercoledì 29 gennaio 2014

Pomeriggio in una scuola media

[di Gioia Marchegiani]

Questa volta sono arrivata mezz'ora prima dell'orario di apertura. La volta scorsa, infatti, arrivare con calma ha significato trovare ben 50 nomi davanti al mio, e rientrare a casa con niente di fatto, con gran delusione di Alice che fremeva all'idea di sapere.
Ma sapere cosa, poi, figlia mia!?
Quanto amor proprio. E quanta fragilità in questi ragazzi. A cui evidentemente ancora non siamo riusciti a far capire che il valore di quello che si è, a scuola e fuori, non lo può stabilire un giudizio né, tanto meno, un numero.

Insomma, arrivata davanti all'ingresso della scuola, non ero certamente la prima. Già un bel gruppetto se ne stava lì, bello compatto davanti alla vetrata. Mi sono immaginata la scena vista dall'interno, dove tre bidelli ci guardavano col sorriso di chi ha la chiave della gabbia. Anche se, in realtà, in gabbia ci stavano loro.

E allora che ci stavamo a fare noi, lì fuori, a prenderci contro per entrare? In attesa, come domatori pronti a entrare nella gabbia dei leoni o forse come adolescenti che smaniano per entrare al concerto del loro cantante preferito.
Raggiungere la vetrata dove erano esposti i nomi dei docenti e le classi dove li avremmo trovati, è stata un'impresa. Ho giurato di fare presto, di disturbare solo per il tempo di una foto col cellulare (evviva la tecnologia!), per poi tornare da brava al mio posto che, prudentemente, avevo chiesto a un complice di tenere occupato con la promessa di condividere con lui la foto della lista.

Tornata a posto, ho preso un foglietto e impugnato la penna. Avremo anche i cellulari, ma i cari, vecchi sistemi sono sempre i migliori. Anche perché, vuoi mettere quanto sia più pericolosa una penna, rispetto a un touch screen, se usata come arma!?
In quel momento, mi sono guardata intorno e mi sono accorta che tutti avevano avuto la mia stessa idea, ma soprattutto ho capito per quale motivo una penna serviva davvero: semplicemente per scrivere il proprio nome sulla lista dei colloqui Quindi, ognuno se la teneva ben stretta, a mo' di arma contundente... E così, naturalmente, ho fatto anche io.

Alle 16 e 32, la porta si è aperta e un'onda anomala di teste, cappotti e penne si è riversata nell'androne. Giusto il tempo di precipitare dentro, come buttati da una mareggiata.
In quel momento mi sono sentita felice, e davvero l'impressione è stata quella di essere un'adolescente che è riuscita a entrare al concerto del suo cantante preferito.
Peccato che lì ad aspettarmi ci fossero solo bidelli inferociti, scale da salire di corsa e soprattutto una ansiogena ricerca dell'aula giusta...

Sì, perché le aule non sono disposte in ordine alfabetico e numerico. Che senso avrebbe? Quindi, gran avanti e indietro generale alla ricerca della 3H, dove aspetta matematica, della 2N, dove c'è geografia, della 3D, dove avrebbe dovuto esserci italiano, ma che poi, per mia fortuna, all'ultimo momento è finito in 3G, al piano terra...

Per mia fortuna perché sono stata una delle prime ad accorgermene e, naturalmente fino a che non ho piazzato il mio cognome al terzo posto della lista, mi son ben guardata dal dirlo a qualcuno. E solo dopo, con falsa generosità, ho elargito la notizia a chi chiedeva informazioni.

Nel giro di cinque minuti ho piazzato le mie firme. Dopo non è rimasto che attendere.

Nel frattempo, i corridoi si erano riempiti. Così, fuori dalle classi i genitori in attesa si sono messi a parlare, a chattare e qualcuno, come sempre, anche a litigare.
La volta scorsa, in previsione dell'attesa, mi ero portata un libro. Ma poi non l'ho neppure aperto, eppure per quante persone avevo davanti probabilmente lo avrei finito. Ma leggere in un angolo di corridoio, con poca luce, seduta su una vecchia cattedra per due o tre ore, senza la certezza di farcela a incontrare il leone, ops! scusate l'insegnante, non avrebbe fatto onore allo scrittore. Questa volta il libro lo avevo dimenticato per la fretta di uscire in tempo e, ahimè, avevo scordato anche il mio sketch book.

In genere, vado di mattina ai colloqui con i docenti, uno dei tanti vantaggi del lavoro che svolgo nel mio studio, a casa.
Ma questa volta mi sono detta: “Vediamo come funzionano gl incontri pomeridiani. Vediamo se sono fattibili.” Quella dei colloqui è una realtà che appartiene al mondo della scuola: ci sono passata io, da bambina, ci si trova ora Alice, e poi ci passerà Chiara. Tutto sembra essere rimasto uguale, come se non ci fossero stati cambiamenti in questi anni. Invece c'è ne sono stati, eccome.

Intanto, se penso ai miei genitori o a quelli dei miei compagni, questa necessità di incontrare i professori non era sentita così come lo è oggi. Si aveva più stima e fiducia e considerazione per la categoria a cui era affidata la formazione dei propri figli. E poi si aveva la sensazione, a volte era anche solo una sensazione, che tutto fosse sotto controllo: a casa e a scuola.

Fermo restando che i bravi insegnanti, così come quelli cattivi, ci sono sempre stati, oggi mi sembra ci siano ragioni diverse per cui si sceglie di insegnare. In certi casi, si ha la sensazione che gli insegnanti per primi abbiano perso convinzione, rispetto al valore del proprio compito. E che ognuno proceda a modo suo, con il suo metodo, frutto spesso di un adeguamento da una parte a un sistema che non sostiene, a una società che non riconosce il valore del buon operare, dall'altro al livello della classe e degli alunni che la compongono.

E la stessa cosa accade nelle famiglie: genitori e ragazzi, fuori e dentro la scuola, una volta capito come funziona, si adeguano, in base a quello che viene richiesto, spesso con poca passione e poche motivazioni all'idea di impegnarsi, di spendersi.

Eppure stando a quanto questi colloqui sono frequentati, sembra che noi genitori ci teniamo molto che i nostri figli facciano 'bella figura'. Ma il come e il perché, evidentemente, cambiano. A volte ho l'impressione che tutto si riduca a una ostentazione, a una corsa a essere i primi: primi a scuola, nello sport... per qualcuno va bene anche solo primi in quel che si ha, come un cellulare di ultimissima generazione. È una specie di corsa ad accumulare punti di vantaggio per far fronte a un futuro sentito come incerto e precario.

E una corsa, infatti, è stata anche quella che abbiamo dovuto fare il giorno dei colloqui, per aggiudicarci il posto più vicino all'ingresso, il posto più in cima alla lista dei nomi.
Per poi ritrovarci lì, in attesa. Singoli individui senza un senso vero di collettività. Senza una reale condivisione di percorso e di quello spazio-casa che è la scuola (o che, personalmente, credo, potrebbe essere).

A parte i consueti problemi di incuria e fatiscenza di quei corridoi, su cui come fiori spiccano i lavori di arte dei ragazzi, e a parte il mio temperamento evidentemente schivo, mi sono chiesta: se questi siamo noi adulti, come saranno i nostri ragazzi?

Probabilmente non avranno il problema dei colloqui con i docenti, perché anche quelli si faranno online, come già si fa per le pagelle, con tanti problemi in meno per tutti. Niente corse. Niente sorrisi e fredde strette di mano. Ma, certo, senza neppure quella sensazione istantanea di sentirsi come adolescenti che entrano al concerto del loro cantante preferito...

Ho scritto questo post dopo aver riguardato gli schizzi che, il giorno dei colloqui, mentre aspettavo il mio turno, ho tracciato col dito indice sullo schermo del mio smartphone, ormai vecchio, ma che mi è stato utilissimo.