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mercoledì 14 gennaio 2015

Dal chiasso alla parola / 6. Cos’è questo silenzio?

Nel 2014 è uscito La gemella H di Giorgio Falco. Di questo scrittore abbiamo scritto su questo blog quattro anni fa, a proposito della sua racconta di racconti L'ubicazione del bene, riportando un brano dal racconto omonimo in cui è descritto un interno domestico dei nostri giorni. Le parole di Falco ci avevano colpito, in quel caso, per la precisione con cui fotografavano il rapporto fra bambini e adulti, un tema che, come sanno i lettori di questo blog, ci sembra centrale, e sul quale pertanto, è necessario mettere in luce e far conoscere le voci, a nostro parere, più interessanti. 
In La gemella H, romanzo di levatura eccezionale (qui una bella intervista allo scrittore sul romanzo, la sua costruzione e le sue diverse fonti), quell'infallibile strumento di osservazione che è la prosa di Falco si concentra per alcune pagine su una bambina, una delle due protagoniste del romanzo, che ha un ritardo nel linguaggio, osservata attraverso il prisma di diversi punti di vista. Leggendole mi sono posta molte domande. Quali sono le parole e i gesti che ogni giorno plasmano un bambino? Quali gli sguardi che gli sono rivolti, le mani che lo toccano, i silenzi che lo educano? Quali gli oggetti testimoni delle sue giornate? Quali i muri, le case? Chi sono i medici che lo curano, con quali parole? Chi siamo noi? Di cosa siamo fatti? E chi sono i nostri genitori, i nostri fratelli, le nostre sorelle? La gemella H è uno di quei libri che consente con estrema precisione di mettere a fuoco quale sia la funzione della letteratura, il potere conoscitivo che rende la parola un mezzo di indagine centrale per la comprensione di quanto ci riguarda e ci circonda, nel presente e nel passato. Ringraziamo Giorgio Falco per averci permesso la pubblicazione del brano.


Chi incomincia a parlare? Helga, lei è precoce in tutto, sono suoi i primi tentativi e vocalizzi, apre la bocca, la chiude attorno a mu, mu, mu, si ascolta compiaciuta, immersa in suoni consonantici e vocalici, muove braccia, busto, le gambe da seduta, parla il corpo intero, sorride davanti al volto di sua madre. Una sera, Helga mi guarda e dice, mut-ti, mut-ti, e infine strilla, mutti, mutti, mutti, mia madre arriva in stanza con lo strofinaccio sulla spalla, dài, ripetilo Helga, mutti, mutti, Hans, ascolta, mutti, mutti, Hans, Helga dice mamma, dice mamma. Mia madre dovrebbe sapere che mutti non significa mamma per Helga, mutti è solo un tentativo meccanico, l’aggrapparsi a un’estensione, alla vertigine sul vuoto di se stessa. Resto in silenzio, seduta sul mio letto, non voglio ancora diventare prigioniera del linguaggio, ma conservare muta l’immagine di mia madre, di mia sorella, di mio padre assente; lui, se arriva, lo fa solo per i momenti che vorrebbe eccezionali, quando tutta la noia dell’esistenza muore e resta la malinconia del meglio, l’esatta percezione dell’irripetibile. Mio padre davanti a me, per estorcere la prima parola alla gemella muta, la faccia casalinga scavata, diversa da quella mattiniera in redazione, le prime rughe agli angoli della bocca.


Il cavalluccio di legno nitrisce su una pedana con le rotelle, ascolto le conquiste di mia sorella, wasser, straße, haus, blume, milch, brot, zeit. Ho ventiquattro mesi, accumulo in silenzio le parole. Un giorno mia madre dice, vieni Hilde, scendi dal cavalluccio, andiamo dal dottor Rosenfeld. Perché apri la bocca solo per mangiare? A tavola prendi il cibo infilzato dalla forchetta, non devo nemmeno agitarlo in aria come una cosa viva, ti avvicini e sento il rumore dei tuoi piccoli denti sul ferro. Usciamo dalla villetta, c’è anche Helga, mia madre a ogni passo si trasforma, a dieci metri da casa è già la signora Hinner, risponde ai saluti delle vicine, le donne dietro le finestre puliscono passando panni sopra i vetri, si muovono a scatti, come marionette manovrate da fili invisibili, sembrano molto distanti dai vetri, perdute, in un altro mondo. Maria Zemmgrund mi porta dal medico perché sono una bambina nata strana.


Il dottor Rosenfeld ha lo studio nel centro di Bockburg. Mio padre vorrebbe che mia madre cambiasse medico. Maria, Rosenfeld è un ciarlatano da fiera di paese, arriva da fuori. Se non ti piace il dottor Ziegler prendi il dottor Köhler, il dottor Rammer, il dottor Preis, scegli chi vuoi, sono tedeschi, medici figli di medici, le loro famiglie vivono a Bockburg, da generazioni: dimentica Rosenfeld, non fare il contrario di ciò in cui credi. Il dottor Rosenfeld si chiama Hans, come mio padre. Avrà quarant’anni, ne dimostra almeno dieci in piú. Indossa panciotto nero e camicia bianca, cravatta nera a pois rossi. Gli occhi rimpiccioliti quasi scompaiono dietro le lenti spesse e tonde. La barba rossiccia odora di tabacco anche a due metri di distanza, la peluria copre la pelle piena di sfoghi, forse dovuti a un’alimentazione sbagliata, a un eccesso di vino durante serate accanto al fuoco.


 Mia madre si lamenta di me, il dottor Rosenfeld non mi guarda, fissa Helga, cosí posso abbandonarmi, libera di vedere la parete alle spalle del medico: un orologio con le lancette segna l’ora che non so leggere, accanto a una pergamena in cui probabilmente è scritto nome e cognome del dottore, data di nascita, anno e specializzazione della laurea in medicina, la firma di qualche vecchio docente ora prossimo alla pensione o deceduto. Vicino all’attestato sono appesi quattro disegni del corpo umano. Uno scheletro mi guarda senza occhi, la smorfia tramutata in sorriso. Il dottor Rosenfeld si avvicina a Helga e dice, Hilde, bambina cara. Helga piagnucola, non riesce a ribattere, dottore, sono Helga, dice solo, mutti, allunga le braccia verso mia madre, mutti, no, dottore: lei è Helga, il problema è Hilde.



I genitori sono troppo ansiosi, signora Hinner. Non vorrebbero mai problemi. Le questioni sui gemelli cominciano nella Bibbia. «Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà piú forte dell’altro e il maggiore servirà il minore». I gemelli sono molto spesso in competizione tra loro nella mitologia classica, lí è quasi naturale che uno dei due contendenti soccomba, a volte in modo tragico, per fini tutt’altro che ignobili: salvare gli abitanti di una città assediata, fondare una nuova comunità. Il conflitto tra gemelli è una costante che attraversa i secoli, quasi un cliché, come lo scambio di persona che induce al riso nella commedia degli equivoci: io stesso mi confondo ancora tra Hilde e Helga. C’è nei gemelli la volontà di affermazione del singolo, la ricerca di un’identità precisa, di un’autonomia che annulli il terrore di perdersi nell’equivalente, nella copia gemellare. Io credo alle affinità e alle differenze, signora Hinner, sebbene alcune comunità, quando nascono i gemelli, ammazzino uno dei due. È un caso limite, certo. Motivi forse simbolici, pratici, talvolta economici, questo accade in altri periodi storici, o in altre civiltà: non nella Germania del 1935.


Una difficoltà di apprendimento può capitare, signora Hinner, non sia schiava del desiderio di avere copie identiche. Le gemelle non sono bambine singole, che imparano il linguaggio tramite lo scambio con la madre, il padre o i nonni. Le bambine singole hanno come modello gli adulti, i fratelli o le sorelle piú grandi. Helga e Hilde sono primogenite e, in particolare nel caso di Hilde, il modello di riferimento è Helga. È probabile che le gemelle comunichino, magari a bassa voce, in sua assenza, utilizzando una lingua intima, di parole inventate, lingua che usano per comunicare solo tra loro, escludendo il mondo attraverso questo legame fortissimo, che tuttavia le assorbe in misura diversa: Helga comunica con gli adulti, Hilde è chiusa in se stessa, partecipa tramite Helga. Sí, signora Hinner, anche lei è un modello, lei è il modello, tuttavia non sta sempre nella camera delle bambine, avrà una sua vita, immagino. D’accordo. Lei dice di passare quasi tutto il suo tempo con le gemelle, anche se fosse cosí, è impossibile concedere le stesse attenzioni a entrambe. Inoltre può darsi che una gemella necessiti di maggiori cure rispetto all’altra, magari proprio colei che noi escludiamo senza rendercene conto. Anche a parità di attenzioni, lei crede di parlare a due bambine, in verità le tratta come un’unica persona: è plausibile che Helga sia velocissima nel rispondere alle sue sollecitazioni, mentre Hilde, sopraffatta da Helga, preferisca nascondersi dietro la rapidità della sorella. Vero, Hilde?


Già, non rispondi, ma io, Hilde, non sono Helga o tua mamma. Signora Hinner, lei dovrebbe condividere un piccolo momento con sua figlia, un luogo, un compito specifico: leggere una fiaba, un libro illustrato, sistemare il giardino, i bambini amano mettere le mani nella terra, dovrebbe lavare la verdura e preparare qualcosa da mangiare. Hilde, sai come si fa lo strudel? Tutto ciò non significa escludere Helga, che a sua volta avrà altri spazi solo con lei, signora Hinner. Alcune gemelle incominciano a esprimersi dopo i due anni di età, tuttavia quando iniziano sono precise, come se lo facessero da mesi. Non si limitano a usare solo sostantivi, buttati nel discorso come giocattoli con cui scoprire il mondo. Niente verbi all’infinito, cantilene dei bisogni primari o aggettivi storpiati. Non si preoccupi, signora Hinner, Hilde vuole solo essere indipendente anche da lei, ma apprende, ne sono certo, custodisce le parole, è gelosa, e il giorno in cui arriverai a mille, Hilde, tornerete qui tutte e tre insieme, e le ripeterai. Piuttosto, signora Hinner: come va la sua tosse?


Hilde, cos’è questo silenzio? Vuoi vivere senza la tua lingua madre? Non ami la tua lingua o non ami tua madre? Oppure non ti senti amata da lei? La sfidi attraverso il mutismo? È solo tua madre, sebbene tu non voglia dire mutti. Il tuo silenzio è filiale. Come se la prima esperienza attorno al capezzolo fosse la cosa piú importante, l’eterno esordio dell’umanità, la riscrittura continua dell’universo. Hilde, credi cosí tanto nella relazione con tua madre, unica forma di verità, da sentire vacuo tutto ciò che verrà dopo. Ti sbagli. Incomincia a parlare. Non è cosí fondamentale la prima parola, esiste già, è nel luogo che ti ostini a proteggere, giunge lí prima di te, ma tu immagini di esserne l’autrice. Verranno altre parole e saranno eredità di secoli, di vite differenti, parole sopravvissute o portate qui con mezzi che nessuno ricorda: cavalli affaticati, carovane, pergamene arrotolate nelle tasche assieme al tabacco, gambe di legno, impronte di ubriachi nel terriccio, copertoni, cingoli di carri armati, onde radiofoniche.


Cerchi di salvarti, di salvare tua madre, i tuoi cari, tu hai il terrore di perderli, tutti. In fondo, vorresti allearti con tua madre, per poter ribadire, noi, noi, noi, lo spaventapasseri invisibile che sorregge le nazioni, gli eserciti, le famiglie. Hilde, tu sopporti la dolorosa superficialità di tua madre, ti rimproveri, quando ti accusa di essere una bambina sbagliata e cattiva, taci e aumenti il senso di colpa, l’ostilità, sei sempre piú convinta della tua scelta se osservi la stolta grettezza di nonna Christa, di nonno Michael, lo sguardo annebbiato di zio Peter, la crudeltà dei giorni festivi, i codici sociali, nonna Rosie rinchiusa in un mondo immaginario, modulato su un canovaccio in cui lei è la signora indiscussa di Bockburg, vive alla fine del XIX secolo ed è amica intima di una statua – Sissi imperatrice d’Austria – ma utilizza un frigorifero del 1930: come dare torto a nonno Herbert, se passa tutta la sua vita nella penombra?
Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima.


E allora, Hilde, sei disposta a cambiare alleato. L’alleato è tuo padre. Dieci anni prima di quella frase, sei nel 1935, a Bockburg, lui distante, immerso nella carriera, spinto dall’ambizione personale e da tua madre, che vuole anche altro, ignori cosa, neppure lei lo sa. Hilde, dovresti accettare tuo padre, intendo padre in ogni aspetto, tutto ciò che Hans Hinner rappresenta, per aggredire tua madre, sminuirla, separarti da lei, dalla tua gemella Helga. Trattieni da troppo tempo parole che ritieni sacre. Sei sopraffatta dal senso di responsabilità, non vorresti mai iniziare farfugliando due sillabe. Ma quel tempo non esiste piú da molto. Tua madre è Maria Zemmgrund. Maria Zemmgrund è la signora Hinner. È solo tua madre. Accogli tuo padre, Hans Hinner, direttore del giornale di Bockburg, il settimanale diffuso in tutta la zona sud di Monaco. Hilde, accetta di perdere qualcosa di piú della tua prima parola. Per questo motivo, all’età di 735 giorni, ripeti: Mutter.

Le immagini di questo post, autoritratti di bambini di quattro anni, provengono dall'archivio Early Childhood Center, Psychology Department, presso Sarah Lawrence College, che raccoglie i lavori realizzati durante i laboratori artistici organizzati dal Centro, nei quali bambini in età prescolare sono invitati a esprimere idee e pensieri attraverso l'uso di materiali diversi.


venerdì 12 novembre 2010

I bambini

Nel 2009 è uscito, per Einaudi, L'ubicazione del bene, una raccolta di racconti di Giorgio Falco, autore di un altro splendido volume di racconti Pausa caffè, edito da Sironi nel 2004. Ambientati a Cortesforza, immaginaria località a solo venti chilometri da Milano, mutuata sul paesaggio umano e residenziale di tanti sobborghi esistenti nel cosiddetto Parco Agricolo Sud Milano (paradiso artificiale, frutto delle speculazioni edilizie dei Ligresti e di Berlusconi l'altro), questi racconti mettono in scena i luoghi e gli oggetti della vita quotidiana e i modi in cui le persone entrano, o cercano di entrare, in relazione con essi. Sono racconti illuminanti, che descrivono minuziosamente una ipotetica realtà del nord Italia di oggi, fatta di condomini, villette unifamiliari, parcheggi, centri commerciali, strade, centri storici, negozi, cascine ristrutturate, campi, tangenziali, capannoni, cantieri, ospedali, zone industriali. In questi ambienti vivono anche bambini e animali. L'autore li include nei suoi racconti, dandone descrizioni magistrali. Terrorizzanti.
Il brano che pubblichiamo, è tratto da L'ubicazione del bene, il racconto che dà il titolo alla raccolta. Ringraziamo Giorgio Falco per averne consentito la pubblicazione.

Augustin Rouat, L'enfant au citron, 1945
I bambini cantano l'inno nazionale, indossano maglie azzurre e tricolori sui piccoli petti, urlano, ridono, vogliono srotolare per gioco la pellicola trasparente che ricopre la carne nei freezer. Hanno solo quattro anni ma già sono finiti i tempi in cui i genitori un po' più giovani li sistemavano come fagotti nei seggiolini dei sedili posteriori e li accompagnavano dai nonni, prima del lavoro. Cosa hanno fatto stanotte? Hanno dormito? Non hanno dormito? Hanno mangiato? Non hanno mangiato? I bambini appena possono imitano le nonne e dicono ai genitori, buon lavoro! I genitori salutano e vanno, i bambini piangono tra le braccia delle nonne, le nonne distraggono i nipotini, dicono di guardare gli uccellini, i gattini, belli, dicono le nonne, gli uccellini e i gattini non bastano, le nonne usano i biscottini. Alle dieci, le nonne e i nipotini escono, fanno il giro dell'isolato, comprano il pane, si fermano mezzora al parco comunale. Le nonne spingono l'altalena e controllano l'orologio del campanile, alle undici, sfidano i capricci dei nipotini e tornano a casa, preparano il pranzo per i nonni, pensionati che lavorano otto ore al giorno. I nonni, le nonne, i nipotini guardano un telegiornale. All'una meno un quarto i nonni, prima di tornare al lavoro, chiedono un bacio ai nipotini. I nipotini non vogliono, i nonni insistono, i nipotini baciano. All'una e un quarto i nipotini dormono. Le nonne lavano le cucine, l'acqua scende silenziosa per non disturbare il fragile equilibrio del sonno dei nipotini.  Alle tre e mezza i nipotini si svegliano, chiamano con la voce impastata pomeridiana. Ancora un paio d'ore e le madri tornano dal lavoro.

Pablo Picasso, Claude in costume polacco, 1948
Nei giorni di festa i bambini più piccoli, costretti nei seggioloni, rifiutano i bavaglini, muovono le braccia come croupier alienati scontenti per le mance. Le madri urlano frasi ricattatorie, i bambini piangono, gli adulti tentano una mediazione imbarazzata e discreta.
I bambini non vogliono mangiare le verdure cotte e i pesci.
Le verdure cotte rilasciano acqua che cola mista olio verso i bordi sbeccati dei piatti. I pesci dei bambini sono ripuliti, perfetti, senza lische, solo polpa, ma gli occhi morti degli altri pesci fissano i bambini dai piatti dei grandi.
Henri Rousseau, L'Enfant à la poupée, 1904-1905

Le nonne propongono un'alternativa ai pesci. I figli lasciano fare. Le nuore non gradiscono l'interferenza, trattengono l'irritazione appallottolando la mollica di pane. Le nonne propongono ai nipoti la ciccia. La ciccia è la bistecca. I nipoti preferiscono la ciccia impanata, ma adesso mangiano la ciccia al sangue, masticano lentamente, custodiscono la carne nell'ombra della bocca, la carne gonfia le guance, prima di finire sputata nel tovagliolo di carta o sotto il tavolo. Le madri esasperate sollevano i bambini dai seggioloni. Dopo il caffè, le madri aprono i vassoi dei pasticcini, i bambini abbandonano i divani, corrono goffi con le mani protese verso l'alto, si attaccano alle tovaglie, quasi sparecchiano, accecati dal dolce.


Le immagini che abbiamo scelto sono tratte da Les Enfants Modéles, de Claude Renoir à Pierre Arditi, catalogo della interessantissima, omonima mostra tenutasi al Musée de l'Orangerie a Parigi, dal 24 novembre 2009 all'8 marzo 2010. Chi fosse interessato può acquistarlo qui.