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venerdì 6 marzo 2015

Domani, dai Topi!

Domani, sabato 7 marzo 2015, le porte della tana dei Topipittori si apriranno per accogliere chi vorrà festeggiare con noi Joanna Concejo e l'uscita del suo nuovo libro: C'era una volta una bambina, con testo di Giovanna Zoboli. 
Joanna sarà disponibile per dedicare copie, insieme a Giovanna Zoboli, e fare piccoli disegni personalizzati. Saranno disponibili per l'acquisto tutti i suoi libri pubblicati con Topipittori e alcune preziose chicche, come il grande leporello Le prince à la patisserie, che ha pubblicato lo scorso anno con un editore polacco, o il catalogo della sua mostra a Montbeliard, attualmente in corso.



Joanna ha anche portato tre stampe a tiratura limitata, numerate e firmate, che sarà felice di vendere e dedicare.




Poi ci sarà una piccola esposizione degli originali di C'era una volta una bambina. E vi assicuriamo che questi, da soli, valgono il viaggio.



Quindi, inforcate un velocipede, calzate i pattini a rotelle, balzate in sella alla vostra moto, fare ruggire il motore della vostra auto, acquistate il biglietto del tram, del treno, dell'aviogetto e accorrete.
Per premio ai volonterosi, saranno anche disponibili tutti i libri dei Topipittori e il solito cestone dei libri orfani in cerca di genitori adottivi, a soli 5 euro. Ci saranno anche disponibili alcune novità in anteprima, fra qualche giorno in libreria e pronte per la fiera di Bologna: Tondo tondo e quadrato di Fredun Shapur, In mezzo alla fiaba di Silvia Vecchini e Arianna Vairo, Quando il sole si sveglia di Giovanna Zoboli e Philip Giordano, Depero e la Casa del Mago di Marta Sironi e Lucia Pescador.

Insomma, per fare un po' di spesa, farsi dedicare un libro, guardare Joanna che disegna in diretta, fare due chiacchiere vi aspettiamo in viale Isonzo 16, dalle 11.00 alle 18.30. Domani. Sabato. 7 marzo 2015. 

[In viale Isonzo si arriva con la metropolitana 3, fermata Lodi TIBB; e con i filobus 90/91 e 92, capolinea; e nelle vicinanze passano il tram 24 e l'autobus 62]

venerdì 20 febbraio 2015

C'era una volta una bambina

Per una casa editrice come la nostra, lo studio e il lavoro sulla fiaba sono imprescindibili. A questo si deve la nascita, concomitante con quella di Topipittori, della collana Fiabe quasi classiche di cui riporto il sottotitolo: Storie antichissime di bambini avventurosi e ragazzi dal cuore puro, bambine intrepide e ragazze piene di immaginazione, oggetti magici e animali fatati. Racconti del passato illustrati dai talenti più visionari del presente.
Caratteristica della collana è proporre fiabe in versione originale (popolari o d'autore), oppure classici della letteratura o della mitologia, oppure fiabe sconosciute di tradizioni lontane o anche versioni meno frequentate di fiabe celebri. In tutti i casi, i testi, se in lingua straniera, vengono sempre tradotti ex novo, da traduttori-scrittori, senza ricorrere a traduzioni già realizzate. C'è poi il lavoro sull'immagine, realizzato insieme a illustratori selezionati in base alle capacità narrative e di visione. Le caratteristiche che determinano la fisionomia della collana dipendono dalla convinzione che la fiaba sia un elemento fondamentale nella formazione dei bambini, per ricchezza di immaginario, profondità di temi, bellezza delle trame, splendore di lingua e narrazione. Ogni volume della collana è oggetto di grande cura editoriale allo scopo di offrire ogni fiaba al suo massimo (per quanto sta in noi, ovviamente). Perché, come diceva Albert Einstein: Se volete bambini intelligenti, leggete loro le fiabe. Se li volete più intelligenti, leggete loro più fiabe.


Sebbene come editrice mi sia sempre dedicata a questo lavoro, come autrice non ho mai, ma proprio mai pensato di dedicarmi alla riscrittura di fiabe, come invece spesso accade a chi scrive per bambini e ragazzi. Penso, per esempio, a una scrittrice sopraffina come Giusi Quarenghi, che molto si è dedicata a questo lavoro. Un esempio sono i suoi Tre porcellini, con le illustrazioni di Chiara Carrer.
La prima fiaba che abbiamo pubblicata in Fiabe quasi classiche, è stata proprio di Chiara Carrer, La bambina e il lupo, curata da Tiziana Roversi, esperta e collezionista di Cappuccetti rossi, di tutte le epoche, le provenienze e le tradizioni. Cappuccetto Rosso è, in assoluto, la fiaba che ha il più alto numero di versioni e riscritture. Ma a me non era nemmeno mai capitato di pensare di cimentarmi con questa storia.


Per riscrivere una fiaba bisogna avere una motivazione forte, agire in stato di necessità. Le riscritture intraprese a tavolino con l'idea di “modernizzare” i testi, o offrire qualcosa di più comprensibile e “meno cruento” ai bambini di oggi, lontani da quel passato che ha dato alla luce testi spesso paurosi e aspri, mi lasciano perplessa (sulla durezza delle fiabe c'è una pagina sublime della Szymborska, L'importanza di farsi spaventare, di cui abbiamo parlato qui). Per non dire che spesso questi interventi mi sembrano i frutti di malaccorte strategie commerciali, condotte un po' a casaccio. È sufficiente prendere le fiabe di Calvino o di Perrault o dei Grimm o di Andersen per rendersi conto che lavorare sulla lingua e la struttura delle fiabe richiede una perizia e una competenza che non ammettono approssimazioni. Perciò, a meno di sapere come prenderle, meglio lasciarle dove stanno.


Qualche tempo fa, un editore coreano ci ha proposto un Cappuccetto Rosso realizzato da Joanna Concejo, una illustratrice con cui abbiamo lavorato spesso. O meglio il progetto ce lo ha mostrato Luca Notari, di Èdition Notari, che voleva pubblicarlo in lingua francese e cercava un editore che in Europa si associasse all'edizione.
Ci arrivò dunque il pdf con le sole immagini di Joanna, davvero bellissime e non ancora impaginate. Il testo che le accompagnava, ci fu detto, sarebbe stato quello dei Grimm.
Io non ho nulla in contrario a quel testo. Ma ebbi l'impressione che la versione raccontata dalle immagini di Joanna non fosse perfettamente sovrapponibile a quella dei Grimm. Guardavo le sue tavole e pensavo che dovevano essere riferite a una storia che somigliava soltanto a quella dei Grimm, ma non era esattamente quella. Per esempio, vi entravano elementi presenti in altre versioni della fiaba.


Nemmeno in quel momento, però, pensai che volevo riscrivere Cappuccetto Rosso. Mi interessavano molto quelle immagini, che trovavo drammatiche, misteriose, selvagge; attraverso di loro, volevo capire che storia stesse raccontando Joanna. Per questo le guardai e le riguardai, finché un giorno mi misi a scrivere. Non pensai che avrei riscritto Cappuccetto Rosso, se non nel momento in cui cominciai a farlo. E lo feci perché capii che soltanto attraverso la scrittura avrei messo a fuoco che storia raccontavano quelle immagini.


La scrittura è un mezzo di indagine di grande precisione, perché all'atto intellettuale associa concretezza. È come disegnare. Puoi avere in mente un oggetto, ma finché non lo disegni non sai come lo vedi, com'è e che forma assume dal tuo punto di vista. La stessa cosa vale per quello che pensi di sapere. Molti pensieri e idee non reggono all'impatto con la scrittura. Perdono immediatamente definizione, consistenza, corpo, si bruciano in corso d'opera. La scrittura è una prova infallibile. Non fate mai l'errore di pensare che siete voi a dominarla, perché è sempre lei, la scrittura, che disciplina voi.


Ho sempre scritto a partire dalle immagini, per cui questa prassi mi è familiare. Per esempio mi è capitato con tavole di Guido Scarabottolo, Francesca Bazzurro, Julia Binfield, Massimo Caccia Francesca Zoboli.
Al contrario di quanto si può pensare, non si tratta di inventare qualcosa di 'poetico', suggestionati o ispirati dalle immagini. È un lavoro più complesso, impegnativo e interessante. Non è arbitrario quello che puoi scrivere a partire da una immagine. Rispetto a una immagine, di solito c'è una, e una sola cosa che funziona, e bisogna trovarla, capire quale sia fra le molte possibili, sempre che l'immagine te lo permetta.


Il che, poi, a ben vedere, non è diverso dal processo selettivo e combinatorio che, sempre, si mette in atto quando si realizza una sequenza narrativa (qualunque essa sia), che lo si faccia utilizzando immagini o parole. Finché non hai trovato la forma esatta di ogni parte di essa in relazione all'unità, come può essere il pezzo di un puzzle - che solo con quella forma funziona perfettamente all'interno della composizione-, semplicemente non vai avanti. Arrivi alla soluzione  attraverso un movimento di progressivo avvicinamento, fatto di continui tentativi, prove e fallimenti: lento o veloce dipende dalla singola contingenza.

Tre copertine per tre edizioni.
Prove di stampa con Paolo Canton.




















La stesura di C'era una volta una bambina, per questa ragione, è stata lunga. Le immagini di Joanna sono così dense che non è semplice coglierne il punto con chiarezza. Sono spiazzanti. Mi sono resa conto, in particolare, che a ogni giro di pagina la storia prendeva una direzione molto diversa da quella che lasciava intendere la pagina precedente. A questo, nel corso del lavoro, si è aggiunto il  confronto obbligato con la tradizione di Cappuccetto Rosso, riducendo drasticamente le mie possibilità interpretative. I vincoli, però, benché frustranti, sono fertili di soluzioni. Nel caso di questo lavoro, c'è stato un momento di svolta. Ed è stato quando mi sono resa conto che in quelle tavole, oltre alla bambina e il lupo, c'erano altri due protagonisti, molto ben nascosti (eppure lì, in bella vista, sotto gli occhi di tutti...).

Si stampa.

In quel momento ho capito che l'ambiguità delle immagini di Joanna dipendeva da loro, una presenza non detta che gravava sulla parte esplicita del racconto, condizionandone il corso. Pensandoci, poi, mi sono resa conto che questa situazione di ambiguità, in realtà, è intrinseca alla storia di Cappuccetto Rosso, ed è probabilmente uno dei fattori che ne hanno determinato il successo, nel tempo: la ragione per cui la storia rimane insoluta, sempre aperta, nonostante ogni volta si concluda, lasciando la possibilità di elaborarla in nuove trame.

Ancora qualche aggiustamento al rosso.

Prima di osservare le tavole di Joanna non avevo mai pensato a questo aspetto di Cappuccetto Rosso, a questo nascondimento. Sono state queste immagini a rivelarmelo, spiegandomi molto di questa vicenda così antica. Tutto ciò, per dire che se prima d'ora non avevo mai pensato di riscrivere una fiaba, e in particolare quella di Cappuccetto Rosso, ora che l'ho fatto penso che questa esperienza di scrittura sia stata fra le più interessanti che ricordo.
Chi siano i due personaggi nascosti, non  lo dirò. Se la cosa vi interessa, provate a scoprirlo da soli, senza leggere il mio testo, facendo l'esercizio che ho fatto io.

Ancora prove...

C'era una volta una bambina sarà presentato in anteprima a Milano, presso Spazio B**K, via Lambertenghi 20, il giorno giovedì 5 marzo, alle 19. A parlarne le due autrici, Joanna Concejo e Giovanna Zoboli. Lettura del testo, con proiezione di immagini, dell'attrice Anna Gaia Marchioro

Ma non è finita: sabato 7 marzo, sempre a Milano, in viale Isonzo 16, casa di Topipittori, dalle ore 11 alle 18.30, Joanna Concejo e Giovanna Zoboli incontrano i lettori e firmano copie del libro. In vendita troverete tutti i libri di Joanna & Giovanna (ma anche alcune stampe originali che Joanna porterà da Parigi) e gli altri libri dei Topipittori, incluso qualcuno dei mitici “libri rotti da adottare” a cinque euro. Joanna farà alcuni disegni “in diretta” e ci saranno in mostra alcune tavole originali del libro e, se a qualcuno interesserà, potremo anche parlare del perché questo è stato davvero difficile da realizzare. E questo è tutto! Vi aspettiamo.

... e prove.

venerdì 16 gennaio 2015

Ditelo ai grandi

La rivista mensile Bambini, è stata fondata da Loris Malaguzzi oltre trent'anni fa. Come si legge sul suo sito "è dedicata a educatori di nido, insegnanti di scuola dell'infanzia, ricercatori, studiosi e amministratori che avvertono il significato culturale e sociale e l'urgenza della qualità dei servizi socio-educativi [...] e si propone di promuovere l’attenzione all’infanzia, e lo sviluppo della qualità dei servizi educativi per l’infanzia favorendo il lavoro in rete di ricercatori e studiosi delle scienze dell’educazione con gli operatori (educatrici, insegnanti, tecnici specializzati) che operano nei servizi per l’infanzia."
Sul nuovo numero della rivista, uscito da alcuni giorni, trovate un'intervista che mi ha rivolto Lorenzo Luatti: Ditelo ai grandi. Saper leggere gli albi illustrati. Quattro pagine di riflessioni sui libri illustrati del presente del passato, sul rapporto fra i bambini e gli adulti, sulla relazione fra immagine e parola nei libri illustrati, sull'esperienza editoriale di questi dieci anni di Topipittori e molto altro. L'intervista ha anche una estensione on line di due pagine che si può scaricare dal sito della rivista. Abbiamo chiesto il permesso di pubblicarne un estratto (più la breve introduzione che la precede). Ringraziamo, per avercelo accordato, Lorenzo Luatti e la redazione di Bambini, ma soprattutto li ringraziamo per lo spazio importante di riflessione che ci hanno offerto. Segnaliamo che la rivista, fra l'altro, in questo numero ha un interessante approfondimento: Educazione e genere.

Le nostre interviste
di Lorenzo Luatti

Questo mese il nostro viaggio approda al grande e affascinante tema dei libri illustrati per l’infanzia. Abbiamo chiesto a Giovanna Zoboli di accompagnarci e illuminarci. Autrice di numerosi libri per bambini – poetici, aperti a più livelli di lettura, accurati – è cofondatrice e responsabile editoriale della milanese Topipittori (tra le più innovative e brillanti case editrice dell’odierno panorama editoriale per l’infanzia), nonché studiosa di illustrazione e attenta osservatrice di tutto quanto si muove, in Italia e all’estero, nel mondo dei libri per bambini.

Con lei abbiamo parlato del suo lavoro di scrittrice, di libri e illustrazioni per l’infanzia, del (differente) rapporto che piccoli e adulti hanno con le storie e le figure dei libri, delle trasformazioni, delle novità del mercato editoriale e di molto altro ancora.


[...]

Illustrazione di Simona Mulazzani per
Al supermercato degli animali di G. Zoboli.
L.L. Frequentando alcune scuole dell’infanzia, noto che certe tipologie di libri non trovano (ancora) spazio tra i ripiani della Biblioteca di Sezione e talvolta sono viste con diffidenza dalle insegnanti. Prendiamo i libri senza parole (silent book), sempre più frequenti nell’editoria italiana: negli adulti, in molti adulti, ma non nei piccoli), provocano un certo spaesamento perché sono costretti a trovarle loro le parole. Puoi indicare tre  buone ragioni per il loro utilizzo a scuola e a casa?

G.Z. Anche in questo caso credo che la diffidenza sia la conseguenza di lacune e pregiudizi. L'immagine, nell'opinione corrente, e in particolare in ambito educativo, è considerata inferiore alla parola, legata al dominio dell'estetica e del gusto, quindi vincolata alla soggettività, alla sfera dell'irrazionale, dell'emotività, del sentimento con cui si tende a identificare il lavoro degli artisti; nei libri illustrati per i bambini, poi, si tende ad assegnarle una funzione accessoria, didascalica, come fosse una sorta di seducente, ludica decorazione per rendere accattivanti i contenuti. Le immagini, invece, costituiscono un linguaggio dotato di codici propri, sofisticati, per la cui interpretazione sono necessarie competenze cognitive e culturali specifiche. Per questo motivo le immagini, che rappresentano un linguaggio molto vicino alla sensibilità dei bambini, i quali sono grandi osservatori, sono uno strumento fondamentale nella formazione di processi di elaborazione e strutturazione del pensiero. Comprendere una storia senza parole costringe a uno sforzo di lettura che richiede autonomia. Il lettore, da solo, è chiamato a costruire attraverso le immagini le articolazioni logiche della narrazione e questo perché manca la parola a fare il lavoro di sintesi. Per esempio, manca l'ordine della frase a stabilire la priorità di verbo, soggetto, complemento oggetto. Il bambino deve fare tutto da solo. Questo lo diverte molto: è un lavoro  simile a quello di un detective esperto. Per cui non c'è nulla di più errato che considerare un libro senza parole privo di valore educativo, pedagogico. Ciò che è importante è fornire strumenti che aiutino i bambini a strutturare, ordinare il loro pensiero, le loro visione e possibilità di espressione delle cose. Se questo avviene attraverso immagini o parole, cosa cambia?

Illustrazione di Simone Rea per L'uomo dei palloncini di Giovanna Zoboli.

L.L. Quanto sopra evidenzia, tra l’altra, la modesta educazione all’immagine degli adulti. Tanto più cresciamo quanto più sembrano scomparire in noi le capacità di leggere le figure. Parrebbe strano in una epoca in cui siamo bersagliati continuamente da immagini di ogni tipo. A cosa si deve? Quali sono, a tuo avviso, le motivazioni profonde?

G.Z. È un discorso molto complesso. Nel Rinascimento erano i papi e i principi a stabilire insieme agli artisti i programmi iconografici di quadri e affreschi, ossia i significati politici, spirituali, storici, letterari di cui questi erano intessuti. Questo per dire che il linguaggio delle immagini è sempre stato strategico, e oggi non è diverso. Pensiamo agli enormi investimenti che le aziende fanno in comunicazione, per costruire, appunto, l'immagine adeguata al mercato dei loro prodotti. Ma pensiamo anche al valore che le immagini hanno in tutti i campi della comunicazione umana: dalla segnaletica stradale, ai libretti delle istruzioni di migliaia di prodotti tecnologici, all'informazione, che sia veicolata in rete attraverso giornali, tv, siti, blog, social network; ai manuali tecnici e scientifici, ai manifesti politici. Le immagini hanno un'efficacia immensa. L’illustratore Saul Steinberg affermava che: “Disegnare è un modo di ragionare”. E sappiamo quale inimitabile strumento di indagine e studio fosse per Leonardo il disegno, in grado di sondare tutti i campi del sapere umano - pittura, scultura, architettura, anatomia, ingegneria, idraulica. Non conoscendo latino e grammatica, Leonardo aveva difficoltà con la parola scritta, che gli era ostica; così per riflettere sulle cose, disegnava. Italo Calvino nel capitolo Esattezza di Lezioni americane riporta una frase che Leonardo scrisse su uno dei suoi quaderni di anatomia: “O scrittore, con quali lettere scriverai tu con tal perfezione la intera figurazione qual fa qui il disegno?” Saper leggere, decodificare le immagini, è sempre stata una competenza fondamentale. Io credo che l'aniconismo, come è definito l'analfabetismo iconico, sia conseguenza di una cultura che nel tempo ha perso la capacità di considerare forme e contenuti come parte dello stesso processo di trasmissione della cultura e del sapere. Si attribuisce alla parola un primato sull'immagine, identificandola con il principale veicolo dei contenuti. È un errore clamoroso. Anche perché in questo modo si consegnano le immagini al dominio degli specialisti, creando una frattura pericolosa fra chi le crea in modo mirato e chi le fruisce, senza alcuna consapevolezza.  

La casa editrice.

sabato 22 novembre 2014

Avventure dello sguardo

[di Marcella Brancaforte]

È cominciato il 19 novembre, e durerà fino all'8 dicembre, a Viterbo Librimmaginari 2014, festival di promozione del libro illustrato organizzato da Arci Viterbo. La quarta edizione di Librimmaginari , dal titolo Avventure dello sguardo, presenta una serie di produzioni culturali che riflettono, da diverse prospettive, sul tema del viaggio.

 




































Avventure dello sguardo è un'indagine sul paesaggio che cambia sotto i nostri occhi e, contemporaneamente, sul nostro sguardo che cambia attraverso il tempo e l'esperienza. Un percorso di iniziative letterarie e artistiche che si articola in diversi spazi della provincia di Viterbo, ospitando narrazioni immaginifiche, viaggi da fermo, circumnavigazioni della memoria. Il festival, promosso da Arci Viterbo e Arci nazionale, è totalmente autofinanziato e curato da Marco Trulli e da me.

Per il programma completo, cliccate sulle locandine.


Per quanto riguarda la sezione ragazzi, il programma prevede una selezione di alcuni tra i più interessanti autori dell’illustrazione italiana e delle novità editoriali della narrativa per bambini e ragazzi  di qualità.

Il 29 novembre, al Padiglione Chiarini-Carletti, a La Quercia, si inaugurerà la doppia personale di Rita Petruccioli e Simone Rea, che presentano rispettivamente L’Orlando furioso e innamorato e L’uomo dei palloncini.

Parte centrale del festival è un convegno promosso da Arci nazionale sulle buone prassi di promozione della lettura in Italia e Francia. Partecipano, tra gli altri, Giovanni Solimine, presidente del Forum per il Libro e per la lettura e autore del libro Senza sapere, il costo dell’ignoranza in Italia.

Dal 3 all’8 dicembre, Librimmaginari presenta, inoltre, una serie di letture e presentazioni di libri per bambini e ragazzi.
Per info, qui. culturavt@arci.it

Vi segnaliamo tutti gli incontri che riguardano Topipittori:

Simone Rea, per L’uomo dei Palloncini, Topipittori 2014.


Sabato, 29 Novembre, Viterbo.Padiglione d’Arte Chiarini Carletti, Strada Cupa, 5 - La Quercia,
Esposizione delle tavole originali di Simone Rea, per L’uomo dei Palloncini (Topipittori 2014)
Inaugurazione ore 19.00.

Mercoledì, 3 dicembre, Viterbo.
Consorzio Biblioteche di Viterbo – Sala Ragazzi, viale Trento, 18/h.
Ore 11.00 Lettura, incontro e laboratorio con Giovanna Zoboli e Simone Rea, autori di L’uomo dei palloncini.

Venerdì, 5 dicembre, Viterbo.
Ludoteca Arci Solidarietà, Scuola De Amicis, via Emilio Bianchi, 9
Ore 16.00. Cecilia Bartoli e Guido Scarabottolo, Gli amici nascosti (Topipittori 2014).
Lettura animata di Augusto Terenzi e incontro con l’autrice del libro.

venerdì 7 novembre 2014

Sedurre vs condurre

Hamelin, n. 37, anno 14. Immagine di copertina Laurent Moreau.

L’imperativo è raccontarsi sempre, raccontare nell’immediato sentimenti, emozioni, esperienze, copiare-e-incollare frammenti di storie, immagini, parole con cui ci si identifica e che diventano nostre anche senza esserlo. Ma se tutto è narrazione, che cos’è narrazione?

Così si legge in quarta di copertina del nuovo numero della rivista Hamelin. Titolo Troppe storie, argomento che di certo interesserà tutti coloro che per le più diverse ragioni si occupano di scrittura, racconto, lettura, storie, come autori, promotori della lettura, illustratori, insegnanti, bibliotecari, studiosi, librai, lettori...

Illustrazione di Serena Schinaia.
Si tratta, lo si capisce, di un titolo provocatorio che rimanda a quella invasione di narrazioni di cui quotidianamente, tutti, attraverso i medium più disparati, siamo fatti segno. Mi è stato chiesto di partecipare al numero con una intervista che mi ha rivolto Giordana Piccinini. Invito che ho accolto con piacere. Allora, oggi, vi anticipiamo, di questa intervista, la prima domanda e la prima risposta. Se poi il tema vi coinvolge, e noi lo speriamo, potrete proseguire la lettura sulla rivista che sulle narrazioni, dai più diversi punti di vista, accoglie riflessioni, studi e indicazioni a firma di Emilio Varrà, Nicoletta Gramantieri, Martino Negri, Elena Massi, Francesco Cappa, Gabriela Bin, Elisabetta Mongardi, Simone Sbarbati.

Buona lettura.

Le immagini che corredano questo post sono di Serena Schinaia, l'illustratrice presentata in questo numero della rivista Hamelin, e ci sono state gentilmente fornite dalla redazione (che ringraziamo).

G.P. Presupposto di questo numero di Hamelin è la pervasività che la narrazione e le tecniche che ne sono alla base hanno oggi: tutti ci raccontiamo sempre, che siamo individui, aziende, manifestazioni, territori. Evidentemente la comunicazione in rete, ma anche la centralità che la stessa idea di comunicazione ha nella nostra società, hanno molto condizionato questo processo. Quello su cui vorrei confrontarmi con te è se e quanto esso ha trasformato anche le modalità, gli stili, l’idea stessa di scrittura: come scrittrice e responsabile editoriale dei Topipittori hai sia un profilo che una pagina su fb e da anni curi sei una delle anime del vostro blog che non è mai stato unicamente promozionale ma si è aperto a riflettere sull’illustrazione, la letteratura e la cultura per l’infanzia. 

Illustrazione di Serena Schinaia.
G.Z. Questo preambolo mi fa venire in mente un episodio di alcuni anni fa. Avevo scritto un pezzo per il bollettino online Vibrisse, di Giulio Mozzi, dal titolo L'intelligenza della forma in cui spiegavo in cosa, a mio avviso, consiste la capacità di scrivere, o meglio di creare senso attraverso un testo, inteso propriamente come struttura narrativa. In questo pezzo raccontavo anche la mia esperienza di lavoro nella comunicazione, e di come, sia nella scrittura creativa sia in quella 'commerciale' il narcisismo rappresenti l'ostacolo principale, quello che determina il fallimento della comunicazione. Facevo l'esempio di alcuni CEO che preferiscono una mediocre comunicazione a una buona, per l'unica ragione che quella mediocre è una loro creazione, pur disponendo di strumenti rudimentali per valutare sia il proprio operato sia quello altrui. In sostanza, le cose interessano loro sono nella misura in cui loro appartengono. Questo è il contrario di un processo di comunicazione, cioè di relazione.
Questo articolo capitò in mano al proprietario di una grande azienda italiana, il quale mi contattò e mi commissionò un lavoro, sottraendolo alle cure dei copywriter di una delle più grandi agenzie pubblicitarie italiane. Si trattava di raccontare, e questi professionisti non sapevano da che parte cominciare, non riuscendo a superare lo schema della comunicazione frammentaria ed emotiva a cui erano abituati.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Oggi io credo che l'insistenza, più che sul raccontare, sia sul creare emozioni. Cioè le narrazioni hanno come obiettivo principale non tanto il racconto, la struttura del discorso intesa come testo, scrittura e sua capacità di generare senso attraverso l'ordine del dar forma, quanto il produrre emozioni. Quello che in ogni ambito si sente promettere è “se leggerai, ascolterai, guarderai questo, vivrai grandi emozioni”. Non ho nulla contro le emozioni, ma mi pare che queste siano solo una piccola parte del processo che una narrazione - visiva, verbale, musicale eccetera - può innescare. Soprattutto io penso che finalizzare il racconto a una immediata risposta emotiva alteri e condizioni il modo della narrazione. In sostanza si finisce per fabbricare emozioni anziché racconti. Ma le emozioni non vanno create, perché sono una reazione del lettore quando entra in relazione con una narrazione. Quando si fa questo, si invade lo spazio del lettore. Creare emozioni è una deriva narcisistica: punta a una gratificazione immediata del pubblico che, in questo modo, è indotto a reagire con automatismi agli stimoli che riceve: se qualcosa mi emoziona è buono, se non mi emoziona, è cattivo. È un atteggiamento regressivo. La fabbricazione di emozioni elimina qualsiasi aspetto di problematizzazione di quel che si legge o si vede. In questo modo si trasforma la lettura, di testi o immagini in una pratica di puro consumo.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Mi viene in mente una cosa scritta da Kafka: "La parola vera conduce, la falsa seduce": un buon criterio sulla base del quale valutare una narrazione. Non è detto, poi, che tutte le buone narrazioni siano letterarie. Le librerie sono piene di pessime narrazioni: cose mal scritte e mal pensate. E d'altra parte se una istituzione, un territorio o una azienda vogliono raccontarsi, in sé questo non è scorretto. Dipende dal modo in cui lo fanno e dal perché lo fanno. Raccontare non è un terreno riservato alla letteratura, all'arte. Per esempio trovo di grande interesse il fatto che, presso il Dipartimento di Scienze Cognitive dell'Università di Trento, il Laboratorio di Comunicazione e Narratività sia stato, e sia, frequentato da categorie professionali diverse, come insegnanti di ogni scuola e grado, vigili, guardie di finanza, guide alpine, personale amministrativo e polizia carceraria.

La scrittura io credo sia, in prima battuta, un esercizio di osservazione, distacco e pensiero: che si scriva un racconto, una cartolina o la lettera di una banca. La produzione di testi, o di racconti (anche per immagini), è un processo ad alto livello di simbolizzazione e strutturazione dei significati, e richiede in primis questa capacità, che è una capacità fondamentale, fondativa, mi viene da dire morale, dell'essere umano.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Ci sono riflessioni importanti su questo di Aby Warburg, che è uno dei massimi studiosi di immagini del Novecento. Abbiamo sempre bisogno, tutti, di strumenti narrativi, e nella vita di tutti i giorni: dalle incombenze pratiche a quelle più sofisticate, come le relazioni affettive, amicali o professionali. Le persone che meglio sanno esprimersi, sono quelle che hanno maggiori e migliori possibilità di trovare il proprio posto nel mondo, umanamente, esistenzialmente, oltre che socialmente ed economicamente.


Brano tratto da Scrivere oggi. Cinque domande a Giovanna Zoboli, di Giordana Piccinini, in Troppe storie, "Hamelin 37".

lunedì 13 ottobre 2014

Popo? Il popo!

Per leggere, cliccare sulle immagini.

Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, stavamo partendo per New York, insieme a Simona Mulazzani, per ritirare la Silver Medal assegnata dall'Associazione Illustratori di New York alle illustrazioni di Vorrei avere. O meglio di I Wish I Had, perché questo è il titolo dell'edizione americana pubblicata alla fine del 2012 da Eerdmans.



















Quest'anno, stamattina, Simona e Maria Giaramidaro dell'Associazione Oliver che ha progettato questo evento, partono con me per San Francisco dove, mercoledì 15 ottobre, all'Istituto Italiano di Cultura, presenteremo la casa editrice Topipittori e dove ci sarà una mostra delle tavole dei tre libri che Simona e io abbiamo pubblicato negli Stati Uniti, oltre a Vorrei avere, Il grande libro dei pisolini (The Big Book of Slumber, 2013) e Al supermercato degli animali (Animal Supermarket, 2104), sempre editi da Eerdmans. Su questi tre libri, giovedì 16 e venerdì 17 ottobre, faremo letture e laboratori, come ospiti al Festival internazionale di letteratura Litquake, che si tiene nella città in quei giorni, e a La Scuola. Italian International School, bellissima realtà educativa di San Francisco.

 


















Vorrei avere, insieme a Che cos'è un bambino, è il libro di Topipittori che ha avuto più edizioni all'estero, cioè 9. Ma dei 24 albi che ho pubblicato in questi dieci anni, 18 hanno avuto almeno una edizione straniera, parecchi più di una, di solito nelle principali lingue europee, ma anche in thailandese, cinese, polacco, coreano. La cosa interessante è che libri ormai editi dieci anni fa, oggi, acquistati all'estero, riacquistano nuova vita, ne sono un esempio Zoo segreto e Filastrocca ventosa, recentemente editi in Brasile.


Gli Stati Uniti, come è noto, sono un mercato librario molto diverso dall'Italia; non è stato facile passare l'esame come editori: i parametri di letteratura illustrata per l'infanzia qui cambiano sia per i testi sia per le immagini. Perciò, l'idea che l'ingresso di Topipittori sia avvenuto, fra i tanti titoli che abbiamo in catalogo, proprio con tre miei mi ha, da un parte, molto sorpreso e poi, ovviamente, fatto anche piacere.
Ci sono tante cose che mi incuriosiscono di questo viaggio, quello che però mi incuriosisce di più è l'incontro con i bambini americani: come saranno, come leggeranno e ascolteranno? Come accoglieranno Simona, Maria, me e tutti gli animali che riempiono i nostri tre libri?

Giovanna Zoboli, Simona Mulazzani, Vorrei avere, Topipittori 2010.

Una pazzesca iniezione di fiducia per questa gita a San Francisco, me lo ha dato questo breve racconto che qualche giorno fa ho trovato su facebook, a proposito di un bambino e del suo rapporto con Il grande libro dei pisolini. Autrice è Giusy Gallina, mamma e insieme bibliotecaria (e sulla bella biblioteca di Montebelluna, dove Giusy lavora, sul nostro blog abbiamo parlato qui e qui).

Per cui ora cedo la parola a Giusy, ringraziandola ancora per avermi dato il permesso di pubblicare le sue parole sul nostro blog, ma soprattutto perché il suo racconto è pieno di spirito, fa davvero ridere e mette grande allegria.


G. Zoboli, S. Mulazzani, Il grande libro dei pisolini, Topipittori 2013.

Ė proprio amore.
Alberto, 21 mesi e 3 giorni: questo ė il suo libro, per lui il libro del "popo" ovvero "l'ippopotamo". Da circa 9 mesi leggiamo solo quello. Per un periodo l'abbiamo letto appena svegli, appena tornati, prima di dormire oppure 4-5 volte di seguito. Alberto lo indicava nel ripiano e ti invitava a prenderlo; adesso ci arriva da solo, si siede sul divano, te lo passa e con aria soddisfatta, mani in grembo, aspetta che tu lo apra e inizi a leggere. E gli occhietti si illuminano e inizia ad alternare lo sguardo, dal libro alla voce. E poi arriva il popo ed è felicità. Se provi con un altro libro, sì, ti guarda, prova ad ascoltarti, ma poi chiude la nuova proposta e ti dice "popo?".
Io continuo a meravigliarmi, ogni giorno, ma oggi di piú ed ė per questo che scrivo. Stasera sua sorella, quasi 5 anni, inizia per conto suo a recitare una parte del libro, lo sa a memoria, come tutti noi in famiglia: ė normale. In realtá, stava facendo altro, ma è partita con "dormon le pulci con il mandrillo..." e Alberto ha rizzato le antenne, l'ha guardata e, dopo 3 secondi, ha esclamato "il popo!! E lei: "Basta con questo popo, Alberto!!"
Ecco, questo dice tutto, non c'ė niente da fare, va da solo, ha una forza dentro che lo attira.
Stasera sono andata a leggermi l'analisi di Giulia Mirandola nel
Catalogone 7, e ho capito di piú, quel senso di "bene" che trasmette, quella musica di parole e immagini che entra da sola, quegli animali così tranquilli e quel soffice diffuso, una grande armonia, tutto funziona. Ed ė quello che i bambini capiscono davvero. Insomma, leggetelo, compratelo, andate a prenderlo in biblioteca e provate. Grazie Giovanna Zoboli e grazie Topipittori, ancora una volta; noi continuiamo.

G. Zoboli, S. Mulazzani, Il grande libro dei pisolini, Topipittori 2013.

Ovviamente sì, io ho preso questa esilarante descrizione come un meraviglioso Buon viaggio! fatto dal popo in persona e da Alberto, il suo strepitoso creatore, e anche dalla sua sorellina e da Giusy, naturalmente.

E per finire, per amor di completezza, quelle che trovate qui di seguito, sono le quattro pagine del Catalogone  7. Le parole e le immagini del 2014, che Giulia Mirandola ha dedicato a Il grande libro dei pisolini.  Se volete seguire il consiglio di Giusy e leggerle, allora cliccateci sopra!


Per leggere, cliccare sulle immagini.