Visualizzazione post con etichetta Giovanna Zoboli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanna Zoboli. Mostra tutti i post

lunedì 12 ottobre 2015

Nel bianco

La prima volta che ho visto i gatti e i topi di Lisa D'Andrea, probabilmente, o così mi sembra di ricordare, è stato su facebook. Poi, dopo qualche tempo, Lisa si è iscritta a un corso su lettura e scrittura negli albi illustrati che nei primi mesi del 2014 ho tenuto a Milano, a Spazio B**K.

In quell'occasione ho guardato il suo portfolio. E ho rivisto i suoi gatti e i suoi topi.
Guardandoli meglio, mi piacque in particolare la loro tonalità algida: erano così straniati, assorti, e nello stesso tempo, distratti.

Lisa ha uno stile che mescola realismo e astrazione, una caratteristica narrativamente molto interessante. Ritrae i suoi soggetti con realismo, ma insieme, li equipaggia di un bagaglio di sgomento esistenziale così consistente da collocarli immediatamente in un altrove di evidente matrice metafisica, in cui la realtà sensibile è solo una delle tante possibilità. Il testo per Il topo che non c'era è nato lì, a questo incrocio.


Passato qualche tempo dal corso, durante il quale non le parlai di quel che pensavo delle sue illustrazioni né lei, a sua volta, me ne parlò, le dissi che quei suoi personaggi mi avevano molto incuriosito al punto che mi sarebbe piaciuto provare a pensare a una storia, confezionata ad hoc su di loro. Lisa mi diede il permesso, potevo provare, a sua volta curiosa di quello che ne sarebbe venuto fuori.


Così mi misi al lavoro. Per un po' di tempo mi trastullai con l'idea di una grande casa dove un gatto abitava in solitudine. Fino al giorno in cui trovava un maggiordomo, un topo. Nel corso del tempo, il topo gli riempiva la casa di parenti, portandolo a una lieta pazzia. Ma con questa storia non andavo avanti. Arrivata a un certo punto, anziché pensare a come procedere, mi mettevo a immaginare la casa, a come sarebbe stata: le stanze, le scale, le stoviglie... La cosa dopo un po' mi annoiava, chiaro segnale che non ero sulla strada giusta. Pensando a quei dettagli, poi, avevo anche la netta impressione che non c'entrassero nulla, obiettivamente, con i personaggi di Lisa. Così mi fermai e misi da parte quell'intreccio. Invece di scrivere, quando la cosa mi tornava in mente, riflettevo sul perché quella storia fosse promettente, ma effettivamente sbagliata.


Poi, un giorno, osservando per l'ennesima volta i gatti e i topi di Lisa, mi accorsi di una cosa che fino a quel momento avevo preso per lo sfondo: il bianco.
Il bianco, invece, mi resi conto, era il terzo protagonista in quella vicenda: il luogo in cui i fatti si svolgevano e la condizione mentale dei personaggi che, dentro al bianco, in quell'Altrove così chiaramente indicato, vivevano. Bisognava quindi partire da lì. Dal bianco. Costruire il racconto a partire da lui. Niente case, stanze, mobili, stoviglie.
Far entrare il bianco è stato come aprire una porta perché insieme a lui potesse entrare la storia. E la storia si è presentata puntuale, subito, praticamente fatta.


Una volta terminata, Lisa si è messa immediatamente al lavoro con grande concentrazione ed entusiasmo. Anche un po' preoccupata, a dire la verità, soprattutto nei punti in cui, era chiaro, avrebbe dovuto dare corpo a un'escalation topesca di 33+16+27+88+144 esemplari, disegnati uno per uno uno, impegnati a ballare la polka, comprare stivali antipioggia, giocare a carte, sfoggiare giacche a quadretti e andare in autobus. Ma una illustratrice al suo primo libro, ossessionata dalla perfezione come se ne avesse almeno una trentina alle spalle, non si ferma davanti a nulla. Ha disegnato impavida montagne di topi: tutti quelli necessari, tutti quelli che la pazzia felina del protagonista faceva spuntare come funghi in ogni angolo del libro.


Il bianco, rivelando la natura filosofica della vicenda, ha portato con sé anche sei pagine di perfetto silenzio. Un piccolo wordless book, dentro a un libro con le parole. Una breccia in cui far precipitare, insieme ai protagonisti, anche i lettori, togliendo, insieme alle nostre, anche le loro parole. Un posto dove cessare i pensieri e fare bianco completo.
Alla fine, terminata anche questa fase, è entrata in scena Anna Martinucci che ha realizzato la grafica del libro, prendendo anche la decisione di scrivere a mano il testo, facendo così in modo che il bianco mantenesse la propria tridimensionalità, ed evitando che si riducesse a mero spazio in cui inserire le parole. In questo modo la scrittura è diventata una voce dotata di carattere individuale e modulazione esemplare: la forma stessa della narrazione, punto d'incontro, cucitura esatta, visibile e al tempo stesso invisibile, fra immagini e testi.

Schizzi preparatori per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.

Mentre lavoravamo, infine, tutte e tre abbiamo avuto la sensazione che la storia del topo che non c'era non fosse affatto finita. Da qualche parte e in qualche modo, abbiamo intuito, sarebbe continuata. E infatti così è stato. Il gatto e il topo che non c'era, usciti da questo libro, si sono rincontrati alcuni mesi dopo su quelle che a tutti gli effetti sembrano essere le pagine di un nuovo libro. Ma per ora su questo non possiamo dire di più. Nel frattempo, a oggi, il libro ha trovato tre edizioni straniere a cui, se tutto va bene, se ne aggiungeranno presto altre due.
Buona lettura.

Storyboard per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.
PS
Quando Lisa stava lavorando ormai da mesi alle illustrazioni, un giorno abbiamo scoperto che l'ultimo libro di Wolf Erlbruch, uscito alla fine del 2014, si intitolava L'orso che non c'era. Sciagura! Che fare? Avevamo pensato, fin dall'inizio, che il nostro libro si sarebbe intitolato Il topo che non c'era. Panico. Dobbiamo cambiarlo? Ci abbiamo meditato su. Abbiamo anche fatto qualche tentativo di sostituzione. Ma ci siamo rese conto rapidamente che qualsiasi altro titolo non avrebbe funzionato con quella che avevamo pensato subito sarebbe stata l'immagine di copertina: il gatto che si tiene la testa fra le zampe e fissa lo sguardo davanti a sé, verso lo spazio del lettore. Poi ci è venuto in mente che un film del 2001, di Joel ed Ethan Coen, si intitolava L'uomo che non c'era (per non parlare della celeberrina isola che non c'è). Quindi, forse, questo, ci siamo dette, è un titolo, un'espressione che ogni tanto qualcuno adotta perché è indispensabile alla storia. E così ci siamo messe il cuore in pace, e il titolo è felicemente rimasto quello originale.

Schizzi preparatori per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.

lunedì 22 giugno 2015

Nominare il mondo

Dopo la lettura di C'era una volta una bambina, che è stata apprezzatissima dai nostri lettori, Sonia Basilico torna su questo blog ad analizzare un altro libro. La ringraziamo per questa preziosa collaborazione.

[di Sonia Basilico]

Ecco un libro nato in primavera: Quando il sole si sveglia è un bel cartonato leggero, che permette al bambino di allenare la motricità fine, sfogliando pagine robuste sì, ma sottili e flessibili. È un’idea diffusa pensare che il bambino piccolo sia capace di maneggiare esclusivamente pagine spesse un dito. Non succede qui.

Attraverso le finestre che riquadrano ogni pagina, questo libro ci invita ad accorgerci del risveglio del mondo, ci incoraggia a uscire di casa, ad andare nella natura, a farne esperienza. Sole, luna, esseri viventi umani ed animali, sono qui elencati con pari dignità e ruolo, insieme a pochi, pochissimi oggetti.
Non si parla di uccellini, fiorellini, pesciolini, cagnolini, gattini, ma di rondini, gatti, cani. Nomi precisi, nessun diminutivo. Si riconosce al bambino piccolo, a cui questo libro è destinato, il diritto a essere considerato degno di apprendere il mondo per quello che è, non nella sua rappresentazione semplificata, generica, abbagliante e spesso vuota di significato, che noi adulti decidiamo essere alla sua portata.


C’è a Rimini una grande scuola con un progetto educativo più che condivisibile, dove si invitano i  bambini a chiamare ogni maestra col nome proprio: «Se tu mi chiami 'maestra' anziché Monica, è come se io chiamassi te 'bambino'», anziché Luca.» Già.
Un’educazione al rispetto della diversità parte proprio da qui. Se chiudiamo il mondo in categorie generiche, così come d’abitudine facciamo noi adulti, non solo perdiamo la capacità di osservare le differenze, ma dimentichiamo quanto ci piaccia, quanto sia utile, conoscere esattamente le cose, le cose vere. 'Maestra' richiama alla mente un’autorità generica, 'Monica' è esattamente quella persona, con i suoi potenziali e i limiti, e questo ci permette un confronto costruttivo.
Se pensiamo che l’airone e il colibrì siano “uccellini”, non siamo più in grado di pecerpirne le peculiarità, di riconoscerne le diversità. Non possediamo il concetto, se non abbiamo la parola.
«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», ci ha insegnato il filosofo austriaco Ludwig
Wittgenstein.


Dice Chatwin ne Le vie dei canti, un taccuino di viaggio che descrive il nomadismo aborigeno nell’Outback australiano: «L’uomo crea il territorio dando un nome alle cose. Le madri aborigene, quando notano nel loro bimbo il primo risveglio della parola, gli fanno toccare le cose della loro regione: frutti, foglie, insetti. Il piccolo le manipola, parla, impara il nome e lo ripete prima di buttarle in un angolo. Così prende possesso della terra. La terra deve prima esistere come concetto mentale. Poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esiste.»

Ecco la chiave di volta di questo nuovo libro, indicato per quella fase della vita in cui il bambino inizia a nominare le cose, a nominare ciò che conosce, ciò che gli è stato raccontato e, soprattutto, ciò di cui ha fatto esperienza.


Ma quali sono le cose che noi adulti siamo in grado di “cantare”, quali le prime parole che il bambino ascolta da noi, quali i concetti più familiari che racchiudiamo nei libri per piccolissimi? I cartonati pullulano di 'cose', cose domestiche, per lo più, la palla, i giochi, il ciuccio, il biberon, la cameretta, qualche essere vivente c’è, la mamma e il papà, poi il cagnolino (con collare), il gattino (con la ciotola del latte), l’uccellino, e via così, in un susseguirsi di –ino senza fine. E al centro di tutto, il bambino, rinchiuso, letteralmente, in un microcosmo domestico, divinità assoluta, cui tutto è riferito. 
'Cose': in questo noi adulti siamo grandi oratori. 

Ma quanto raccontiamo ai piccoli del mondo fuori casa? Quanto tempo dedichiamo a nominare, meravigliarci degli altri esseri viventi liberi, quanto ci soffermiamo, quando siamo a spasso col bambino, a osservare i fenomeni della natura? I bambini d’oggi sono spesso analfabeti di esperienza, così come lo siamo noi. Eppure la responsabilità di nominare il mondo è la nostra.
«Io dico per te luna, io dico per te sole», dice Tognolini in una sua bella filastrocca, affermando con forza l’importanza della voce e del rapporto di conoscenza che da questa scaturisce.
Ecco un libro che ci aiuta a rientrare in contatto, a vedere e a nominare il mondo esterno. Un libro incoraggiante, dunque, che ci indica la rotta.
Ci sono libri che arrivano e cambiano il nostro modo di pensare.

Durante un lettura.

La narrazione inizia in copertina, prima tavola del libro, e si conclude, in un ritmo circolare, con il piatto inferiore, speculare al superiore nella rappresentazione iconica (sole e luna sono due parti di una stessa faccia), e complementare nel significato: un’affermazione in apertura rimanda a una domanda, in quarta di copertina, domande e risposte, un invito al dialogo. 
Via i risguardi, un soggetto per pagina con il testo in calce, una sola riga, soggetto e predicato, immagini realizzate con una texture vintage, tutte incorniciate allo stesso modo.
La prima metà del libro descrive la vita diurna dei protagonisti, poi la narrazione s’inverte ed ecco i medesimi soggetti descritti nella vita notturna.
Un libro semplice, un progetto chiaro. Semplice, non semplificato.



Qui non c’è un generico uccellino, c’è la rondine, e allora naso in su, scrutiamo quel che accade sotto i tetti, in primavera, dove sono i nidi delle rondini, cerchiamoli, descriviamo al bambino quella coda biforcuta, quel nero lucido, quel volo nervoso fatto di picchiate e virate, insegnamo a riconoscere, e impariamolo anche noi, con lui. Ma quella rondine, ferma sul filo al tramontar del sole, che cosa osserverà nella notte? La volta celeste pullulante di stelle, le costellazioni. E allora usciamo in un dopocena primaverile, andiamo in un luogo poco illuminato, lontano dai lampioni, fra poco sarà estate, arriverà la notte di San Lorenzo, sediamoci, anzi, sdraiamoci in un prato e osserviamo le stelle, diamo un nome alle forme delle costellazioni, cerchiamo il carro maggiore, poi la stella polare, le stelle cadenti, incantiamoci, impariamo, insegniamo, 'cantiamo' il mondo. Poi, a casa, prendiamo carta nera, pastello bianco e riproduciamo quei puntini, uniamoli a scoprire, immaginare, inventare forme e disegni.


E quando il fiore si chiude? Sta per arrivare la notte.
Uno dei grandi irrisolti del bambino molto piccolo è la paura di non ritrovare più, al risveglio, il mondo che ha lasciato, cedendo al sonno. La natura fornisce ai bambini un maggior senso di paura rispetto a quella che ne conserviamo noi adulti, questo perché loro, più indifesi e con minori esperienze, hanno bisogno di un elemento di protezione in più. Noi adulti fatichiamo a spiegare tecnicamente il ritmo circadiano, forniamo rassicurazioni emozionali e astratte, spesso inadeguate al livello di comprensione di un bambino piccolo: ci sono mamma e papà vicino a te, niente può succederti.
Ma se il bambino, alzando gli occhi verso il mondo esterno, capisce cosa succede al levar del sole, cosa succede al fiore, al gallo, al gatto, al pesce, alla casa e non solo a lui, allora capirà che il risveglio riguarda tutti, tutti gli esseri viventi ritrovano il proprio posto nel mondo ogni mattina, uno vicino all’altro, non è lui il solo a dover verificare se ogni cosa è al posto giusto. Ma allora anche quando il sole tramonta, non è lui solo a dover fare i conti col buio, con l’incognita del risveglio.
Questo bel libro, allontana il bambino dal mondo egotico, lo pone al fianco di tutte le altre creature, avvicina le sue paure a quelle di tutti gli abitanti del pianeta, ridimensiona l’importanza delle sue scoperte e dei suoi progressi nel mondo, affiancandole a ciò che succede ad altri.

Quante margherite vediamo in primavera nei nostri prati? All’imbrunire, facciamo notare al bambino che i fiori si sono chiusi, e che questo evento anticipa l’arrivo della notte. Questo crea un’attesa densa di consapevolezza, riempie di nuovo significato un cambiamento fino ad allora inspiegabile. 
Prendiamo una pila, usciamo in giardino quando è già buio, cerchiamo quella margherita che abbiamo visto chiudersi poco prima, esploriamo i fili d’erba, le cortecce degli alberi.

Affianchiamo a questo libro la lettura di Flashlight di Lizi Boyd, Chronicle Books, un silent book, premiato quest’anno al Bologna Ragazzi Award, per ora reperibile solo in edizione estera: qui un bambino esplora il buio con la pila, pagina nera, unico tocco di colore il fascio di luce. Scopre alberi, frutti, animali.
Ma poi anche gli animali, entrati in possesso della torcia, sfuggitagli di mano, esploreranno il bambino, elemento di paura per loro. Anche qui, la paura riguarda tutti e si vince con la conoscenza reciproca.

Avevamo già visto un bell’albo, Bottoni d'argento di Bob Graham, EDT, raccontare come ogni fatto straordinario nella vita di un bambino, si affianchi ad altri mille accadimenti, più o meno eccezionali che avvengono intorno a quello stesso bambino, ogni giorno, nel mondo. 
Un recente esempio, non ancora tradotto in Italia è El mundo en un segundo di Isabel Minhós Martins e Bernardo Carvalho, Planeta Tangerina, racconta atraverso le immagini, tutto ciò che accade nel mondo in uno stesso secondo.
Queste letture, destinate alla prima infanzia, incoraggiano a concederci il tempo per osservare e valutare il nostro essere in relazione agli altri.

Un libro come Quando il sole si sveglia aiuta a crescere rispettati e a rispettare, a pretendere di capire e ad esigere spiegazioni, le sue belle immagini dal sapore antico ci dicono che non serve abbagliare con colori primari e saturi, tinte fluo o glitter, serve capire, ci invitano a pretendere che ci sia qualcosa oltre all’apparenza, queste belle pagine dicono che la parola è sacra, meravigliosa, e se l’avremo ascoltata, sperimentata e capita fino in fondo, beh, allora, il mondo sarà la nostra casa, sapremo dominare la paura dell’ignoto.

Allora saremo in grado, ad esempio, anche fra queste righe, di cogliere un’imperfezione: capiremo
dunque che quel “il fiore sboccia” non è legato consequenzialmente a “quando il sole si sveglia”: un fiore non sboccia necessariamente al levar del sole, ma quando il suo potenziale di crescita avrà raggiunto uno stadio di cambiamento, e questo può avvenire al mattino o al pomeriggio, persino la sera o di notte.
Sapremo che un fiore sboccia una sola volta, poi a sera si chiude, e il giorno dopo e tutti i giorni fino alla sfioritura, quel fiore si aprirà, non sboccerà più.. Ma questo lo potremo affermare senza timore solo quando di una sbocciatura avremo fatto esperienza, quando avremo trovato sul nostro cammino qualcuno che quella sbocciatura ci avrà mostrato e raccontato. 
E da allora in poi, non lo dimenticheremo più, e saremo persone più forti.

Un libro, questo, che traccia una strada per superare un mondo fatto di oggetti, perchè, come dice ancora una volta Chatwin: «Oggi più che mai gli uomini devono imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempiono gli uomini di timore: più oggetti possiedono, più hanno da temere. Gli oggetti hanno la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.»

Partiamo da qui, le vacanze sono alle porte, infiliamo questo bel libro nella borsa e usciamo, osserviamo, nominiamo, poi la sera, ricordando quanto abbiamo visto, così come fa il bambino nella doppia pagina finale del libro, riviviamo in un sonno sereno e creativo tutte le esperienze diurne.
E il mondo sarà migliore. Per tutti, adulti e bambini insieme.


venerdì 22 maggio 2015

Lo sviluppo naturale delle forme

Fra i candidati italiani alla Biennale di Illustrazione di Bratislava (BIB), che si terrà dall’5 settembre al 25 ottobre 2015, IBBY Italia ha segnalato Antonio Marinoni per il libro Case stregate (testo di Massimo Scotti) e Simone Rea per L'uomo dei palloncini (testo di Giovanna Zoboli).
Naturalmente è una notizia molto bella, un riconoscimento al lavoro di due illustratori che in questi anni hanno lavorato in modo esemplare, con coerenza e rigore professionale, a tutti i progetti in cui sono e sono stati coinvolti, non solo quelli che hanno realizzato con noi, ovviamente.

Nell'autunno del 2011, alla Triennale di Milano, ricordo che a una mostra dedicata al designer Odoardo Fioravanti, nella presentazione al suo lavoro avevo letto una riflessione di Richard Sapper relativa all'eccesso di produzione di oggetti di design, dominati da una falsa idea di novità e originalità, i cui tempi sono quelli dettati dalla produzione industriale, che sopravanzano quelli della creazione, della comprensione e della funzione. E si concludeva con queste parole: “Sono personalmente un po' preoccupato per questo fenomeno che considero un pericolo per lo sviluppo naturale delle forme, molto più lento, molto più lungo, molto più profondo…”.

Quattro dettagli del minuzioso lavoro di Antonio Marinoni per Case stregate.

Impossibile non allargare il raggio di questo pensiero ad altri ambiti professionali, fra i quali sicuramente c'è quello dell'illustrazione. Da questo punto di vista, a nostro avviso, il lavoro di Antonio e Simone sono emblematici. I libri per cui oggi sono stati selezionati, entrambi, hanno avuto tempi lunghi di progettazione, sviluppo e realizzazione. Tempi che potrebbero apparire eccessivi, ma che sono stati quelli necessari a che i libri arrivassero a quella forma definitiva. Il tempo è una componente decisiva per il lavoro progettuale e creativo, e va rispettato, perché come nota Sapper, le idee e le forme hanno tempi di sviluppo lunghi e profondi. L'illustrazione è un linguaggio, una tecnica narrativa, complessa, articolata. Ogni nuovo progetto editoriale a cui si applica ha tempi propri che vanno rispettati e che sono organici alla produzione di un risultato convincente.



Il lavoro di Antonio Marinoni per Case stregate, che passa in rassegna, attraverso la storia dei luoghi e delle case infestati da fantasmi, la storia dell'architettura e dei suoi stili, dall'antichità ai giorni nostri, ha richiesto un lavoro di documentazione lungo, impegnativo e approfondito. La quantità di riferimenti presenti nel testo di Massimo Scotti, studioso di letteratura comparata, ricchissimo di atmosfere e suggestioni storiche, artistiche e letterarie, ha trovato nelle illustrazioni di Antonio Marinoni un racconto visivo in grado di amplificarne la forza, la bellezza e la qualità.

Dallo sketckbook di Simone Rea, lavori preparatori per L'uomo dei Palloncini


Ne L'uomo dei palloncini, Simone Rea dovendo affrontare un testo completamente diverso da quello del libro precedente, le Favole di Esopo, si è trovato a di fronte alla necessità di cambiare completamente registro e tonalità narrativa. La ricerca di uno stile e di una tecnica nuovi, il distacco radicale dalla strada intrapresa con grande successo nel libro precedente, il lavoro sulla caratterizzazione delle figure umane, in particolare dei bambini, per un testo oggettivamente difficile da illustrare, perché astratto, lento, sintetico, ha richiesto un lavoro intenso e rigoroso di codificazione linguistica.



A volte l'editore scalpita, nell'attesa di un libro. Anche a noi capita, quando i tempi si allungano (e a Simone abbiamo dato il tormento); cerchiamo però, sempre, di evitare di forzare lo sviluppo naturale, organico, necessario che connota ogni progetto, mai stabilendo astrattamente tempi di consegna e termini che il più delle volte non rispettano la complessità dei compiti e la difficoltà oggettiva degli obiettivi che si affidano agli autori.
Se questa idea la abbiamo sempre avuta chiara, la vicinanza con il lavoro di chi illustra e scrive per noi, ci ha fornito continuamente testimonianze della sua importanza e verità, sulla base dei risultati, davvero emozionanti, raggiunti.



Per questo, oggi, la selezione alla Biennale di Bratislava di Simone e Antonio ci fa particolarmente felici, al di là dell'orgoglio personale, perché sembra indicare un'idea di libro, di progetto editoriale, di rispetto per il lavoro autoriale che, oggi più che mai, in un panorama editoriale che si dibatte fra modelli imprenditoriali desueti, improntati alla logica cieca del presidio degli scaffali delle librerie, afferma la necessità di cambiare insieme ai libri, il modo di farli.


lunedì 16 marzo 2015

È la parola che ci rende uguali


Qualche giorno fa ci è arrivata una recensione di C'era una volta una bambina. Chi l'ha scritta precedentemente ci aveva contattato per avere dall'ufficio stampa i materiali sul libro. Dopo qualche giorno ci ha informato che la recensione, realizzata per un blog sui libri per ragazzi, per ragioni logistiche non sarebbe stata più pubblicata. L'abbiamo letta, e siccome C'era una volta una bambina è un libro complesso ci è parso che la lettura complessa che ne ha fatto Sonia Basilico, le sue riflessioni, gli autori che ha citato nel corso della sua disamina, aiutino davvero a fare chiarezza in una narrazione che può disorientare. Non si tratta tanto di pubblicare una recensione perché positiva, che, sì certo, è gratificante, quanto di dare spazio a una lettura che coglie nel segno, va dritta alla questione sia delle immagini sia del testo, a partire dal modo in cui è stata pensata e strutturata. Per questo abbiamo proposto a Sonia di pubblicare il suo scritto in questo blog. La ringraziamo per la disponibilità.



[di Sonia Basilico]

“C’era una volta”, ci dice il titolo: siamo nella fiaba, il patto di finzione è stabilito, fin dall’inizio. In copertina il lupo, nero, e la bambina, rossa: una promessa di manicheismo morale, il bene e il male. Cappuccetto rosso, dunque, rito di passaggio, crescita: eh, sì, siamo indubbiamente nella fiaba. 

Apriamo il libro e… ci accorgiamo subito che le cose non prendono la via che ci aspettiamo. Ecco, per prima cosa incontriamo il bosco, due doppie pagine: bellissimo, il bosco di Joanna Concejo; non il bosco buio e spaventoso, ma odore di felci e abeti, qui, resina, aria buona, una luce calda che proviene dall’alto, a sinistra. Questo ci raccontano le due doppie pagine iniziali.


Incontriamo a questo punto la bambina, “svelta, attenta, coraggiosa”, sola; una bambina come tante, un po’ animalesca nel tratto, una creatura fatta per la natura, per il bosco; e con la sua comparsa, ci accoglie la scrittura accurata di Giovanna Zoboli, uno stile paratattico, ripetuto, frammentato, che ritroveremo, potente, forte, durante tutto il libro. Un grido, questo testo.

Voltiamo pagina, ed ecco… il lupo, una nuova doppia pagina, punto di vista aereo, telecamera dall’alto. In primo piano, di spalle, difficile da individuare alla prima occhiata; il lupo, che è parte del bosco, nel tratto, nello sguardo, rivolto alle case, laggiù. 


Ma qual è il mondo che circonda la bambina? La madre è la grande assente in questa storia, la bambina è “invisibile”, sola, nessuno ad ascoltarla, la nonna è una paladina degli stereotipi più biechi, intenta solo ad agitare un futuro catastrofico fondato su antichissimi dettati, fatto di “attenta agli sconosciuti, attenta a te”, e nella sua casa, sopra la sedia del narratore, un chiaro monito: trofei di caccia alla parete. La fine è nota.

Molto efficace la prosa poetica di Giovanna Zoboli: come si potrebbero altrimenti rappresentare i mezzi discorsi, le frasi senza coraggio, il detto e non detto, i luoghi comuni con cui gli adulti si compattano ai danni dei ragazzi nell’età della crescita, quando non sono più i piccoli, fiduciosi pargoli adoranti, pronti a seguire qualunque cosa venga loro dall’adulto, quando crescono e cercano il proprio posto nel mondo, quando avrebbero diritto ad essere creduti degni di fiducia, ritenuti capaci di autolimitarsi, di sbagliare e di imparare dagli errori e di capire in autonomia quando e dove sia il pericolo? Questa fraseologia poetica, mai compiuta, fortissima è lì a descrivere la demagogia che circonda la bambina.


Ci dice Pennac a proposito del demagogo: “Il demagogo sostituisce il dogma allo spirito critico, lo slogan al ragionamento, le voci incontrollate ai fatti stabiliti, le cieche convinzioni ai dubbi intelligenti, le credenze ai saperi, il diktat indiscutibile alle istituzioni misurate, e soprattutto, soprattutto, designa il colpevole, presentandosi come un vendicatore provvidenziale”. 

Ma la bambina è accolta dalla natura, dal bosco, grande, immenso protagonista di questa storia, che la ascolta, la vede, le parla e, soprattutto, ne è ascoltato. Succede ogni duemila anni che qualcuno si accorga che il bosco ulula, fischia, sì, ma è anche un meraviglioso, delicato, profumato, compagno di vita per noi esseri viventi su questo pianeta, necessario, il bosco, non per essere distrutto a nostro uso e consumo, ma come fonte di essenza, scoperta, di esperienza, soprattutto nell’infanzia.
Il bosco si fa lupo, la bambina e il lupo si vedono, si parlano, si legano. 
Il lupo proverà ad abitare le stanze dell’uomo, ma ci inciampa, va a sbattere, la casa lo respinge, è chiusa, “una fortezza vuota scavata nel piombo delle faccende”, una casa bidimensionale, senza fianco, né retro, inquadrata con telecamera frontale, lì, fissa, sbagliata. Parla di punto e croce. 



Poi, con l’aiuto della bambina, il lupo imparerà il linguaggio degli uomini – è la parola che ci rende uguali, ci ha insegnato Don Milani -,  e le stanze inselvaticheranno. Bellissima è la trasformazione della casa: così come succede alla stanza di Max, Nel paese dei mostri selvaggi, anche qui, scompaiono pavimenti, pareti, ed entra la natura, e la confidenza, e il legame si rafforza, e le storie si mischiano. Una doppia tavola ed entra in scena il cacciatore. Come? Un volo d’uccelli sopra un bosco a descrizione di uno sparo. Magnifica immagine. Nient’altro. 


Ed ecco, prepotente, l’altra grande protagonista inanimata della storia, elemento magico – sì, siamo davvero nella fiaba – : la casa, farneticante, tutta compìta nel detto e non detto, nuove frasi interrotte, mille e mille pregiudizi e stereotipi, e chiusure infinite. Solo i sassi parlano, qui.
Sembra di Ascoltare Ascanio Celestini in una sua celebre pièce Io sono come lei, sembra di sentire quegli adulti che sputano sentenze a metà, che non hanno il coraggio di affrontare, di ascoltare le ragioni dei ragazzi, che si danno man forte nel perpetrare pregiudizi e sentenze inappellabili, che condannano e puniscono i disobbedienti, senza dar loro alcuna udienza. 
E così, in un gioco di seduzione reciproca, la nonna e il cacciatore, tenuta in disparte la bambina, mettono di mezzo il lupo in una danza mortale, gli faranno sputare ogni parola imparata, poi, ferito a morte e legato, lo esporranno nel bosco al pubblico ludibrio, immensa vittima sacrificale, monito ed esempio per chiunque intenda non conformarsi a ciò che è “giusto”. 
Punto. 
E croce.
 

Manicheismo morale, ricordiamo? Siamo nella fiaba. Il bene trionfa, il male viene sconfitto. Ma è questo il male assoluto? Questo lupo? E la bambina trionfa?
La bambina è cresciuta, “lei, l’invisibile”, non ha perso il filo, e in finale, ridotta all’obbedienza, rientrata nella disponibilità della casa, uscirà di scena, lasciandosi alle spalle casa e nonna, andando per il bosco e ritessendo il proprio ricordo a punto erba.


A chi parla questa storia? È una fiaba, e come ogni fiaba, non è scritta per bambini né per aduti né è scritta per adulti per poi essere successivamente adattata ai bambini. Invece, come succedeva nei racconti del focolare, è un racconto per tutti. 
Parla dunque ai bambini? Perché no. Ognuno ne coglierà ciò che serve, riservandosi un livello di comprensione più profondo per il futuro. Agli adulti? Certo. Chi vorrà, saprà ascoltare, guardare questa storia, queste immagini potenti, forse vivrà con un brivido il ricordo della propria adolescenza braccata, o magari più libera e selvaggia di quella che oggi ha deciso di concedere al proprio figlio. Ma soprattutto parla a loro, ai giovani, ai ragazzi in cerca di un luogo, di un ascolto, di una possibilità di far vibrare il proprio presente, le proprie possibilità di incontro, di vivere nella natura, e che invece, sempre più, si trovano soli, alle prese con le case, prigioni dorate, sempre più chiuse, alle prese con i “non devi”.
E allora ricordiamo allora le parole di Shel Silverstein:

Ascolta i NON DEVI, bambino,
ascolta i NON C’E’,
ascolta i NON PUOI,
gli IMPOSSIBILE, i MACCHÈ,
ascolta i NON SOGNARTI,
ma dopo ascoltami un po’:
tutto può succedere bambino,
TUTTO si può.


E poi, se ci rimane un po’ d’amore per questa infanzia braccata, sposiamo la tesi di Mariangela Gualtieri, del suo Sermone ai cuccioli della mia specie, e incitiamola a questo:

Sbranate, cuccioli, le loro mani piene. 
Scassate le loro tane come galere. 
Sputate sui loro piatti, incendiate le 
Stanze gonfie di giocattoli, 
scappate, morsicate, tirate pietre sui 
televisori, scalciate, spaccate questo 
micidiale nostro sogno, l’inesauribile 
bisogno di confort, 
fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci 
per avere fatto di voi 
le nostre miniature 
per avervi disinnescati, resi innocui, 
per non avervi ascoltati, nel vostro 
sommo sapere.  
Voi che eravate le porte 
del regno dei cieli 
e chi non passava da voi non passava 
voi che eravate purissima gioia 
voi che eravate noi bloccati nella 
più grande bellezza 
voi che somigliavate ai cuccioli 
degli altri animali 
voi che capivate lo splendore 
misterioso degli animali 
voi che dormivate un sonno perfetto 
e benedetto voi che vi svegliavate ridendo 
voi che facevate balletti strepitosi. 
Voi, nostre divinità domestiche.  
Nascete ancora, cuccioli. Restate. 
Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate. 
Siate. 


Un’ultima notazione: vidi qualche anno fa una rappresentazione teatrale predisposta dal grande drammaturgo, attore e regista argentino César Brie. Gli alunni di una quinta elementare rappresentavano, in una breve e intensa scena, il loro passaggio dal mondo dell’infanzia al mondo adulto. Tutti i ragazzini, vestiti di nero, in piedi in cerchio, stretti gli uni agli altri, la schiena verso l’interno, braccia verso l’alto, simulavano un albero nel vento, le braccia come rami, agitate in un ritmo frenetico, interrotto, frammentato; i corpi uniti come in un unico tronco si flettevano e raddrizzavano, formando un’onda sincopata nello stormire del vento. Recitavano brevi frasi a descrizione dei loro desideri per il futuro, per la loro vita, per il loro viaggio. Stile paratattico, ogni voce inseguiva la precedente, ogni frase completava, si interrompeva, si sovrapponeva alla precedente. Fu emozionante, liberatorio, commovente. 

Ecco, queste immagini, questo testo, bastano a se stessi, qui c’è già tutto. 
Ma chissà cosa ne sarebbe in mano a César Brie.

Buona lunga vita a questo testo di riferimento. Ci sarà sempre un prima e un dopo a C’era una volta una bambina.

venerdì 13 marzo 2015

Casa. Rondine. Pesce. Cane. Gatto.

Più si abbassa l'età del lettore più lo scrittore si interroga sul da farsi. Per esempio, se l'età si abbassa molto, il lettore è, incontrovertibilmente, analfabeta. Quindi si deve affrontare il paradosso di un lettore che non legge.
Per chi si sta scrivendo allora?

Le risposte sono tre: per un grande che gli legge ad alta voce, per un piccolo che lo ascolta e intanto guarda le figure, e last but not least per l'illustratore che creerà le immagini che il piccolo guarderà. Tre individui davvero molto diversi fra loro che tuttavia si trovano uniti dal destino.
Ho scritto il testo di Quando il sole si sveglia ormai molto tempo fa.


Avevo in mente una illustratrice che poi però quel libro non lo ha fatto. Per lei, però, avevo scritto solo mezzo testo: la parte, per così dire, relativa a Quando il sole si sveglia. E non è che mi convincesse poi molto (visto che ne mancava metà). Un giorno, circa due anni fa, mi sono ritrovata fra le mani questo testo e allora mi è sembrato del tutto naturale che la seconda parte E quando si sveglia la luna? venisse fuori: al giorno segue la notte, il fatto è incontrovertibile.


Dopo di che il testo è partito per Philip Giordano che, dai tempi in cui lo incontrammo per la prima volta a Bologna parecchi anni fa, aveva fatto tanta strada, diventando uno dei migliori illustratori sulla piazza. Con Philip il libro ha trovato una casa, oltre al suo spirito esatto. Per alcuni mesi ci siamo scritti, riflettendo a distanza, insieme, sul taglio da dare alle immagini, e siamo arrivati a condividere l'idea di fondo di un libro semplice e luminoso. All'inizio del progetto avevamo pensato di restituire l'idea del ciclo diurno, dando al libro due copertine, una all'inizio e una alla fine del libro, fcendo partire la sequenza narrativa dalle due parti per poi incontrarsi al centro, con le due tavole dedicate al bambino. Ma a questa idea abbiamo rinunciato, perché ci siamo resi conto che il meccanismo era confuso e rendeva difficoltosa la lettura. Lettura che invece è resa limpida dal bel progetto grafico di Lorenza Natarella.


Quando si scrive, e penso anche quando si disegna, per un lettore così piccolo, uno scrittore ha la possibilità di rinunciare a quasi tutto. Ma non perché si ha di fronte un poverino a cui bisogna spiegare poche cose e chiare perché non ci arriva. Ma perché si ha davanti il lettore ideale: quello che spontaneamente conosce e riconosce la potenza esplosiva di ogni parola (e immagine): Casa. Rondine. Pesce. Cane. Gatto. Ognuna è una enormità, una specie di cellula prima, di uovo cosmico. Insomma, pensa lo scrittore (o l'illustratore): ogni cosa è come dovrebbe essere (quando invece di solito le parole - e le immagini - si usano un po' a casaccio, quasi unicamente riducendole alla dimensione e all'orizzonte ristretto e quotidiano dei propri affari, e comunque sempre attingendo all'archivio mentale del già conosciuto e sperimentato: è la via della minore resistenza, quella che il cervello umano sceglie d'ufficio; per questo trovare vie nuove è tanto difficile).


Mi viene in mente la conferenza Esattezza, delle Lezioni americane di Italo Calvino in cui lo scrittore parla del fastidio intollerabile che prova, vero e proprio disagio, di fronte all’uso approssimativo, casuale e sbadato del linguaggio. Una “epidemia pestilenziale” la definisce, che “ha colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva”.
Ecco, per i bambini la forza conoscitiva della parola è intatta. E lo è, tanto più sono piccoli. Per chi pratica la scrittura, perciò, questa è una occasione unica.


Ha qualcosa di grandioso la possibilità di scrivere (disegnare) queste stringhe di romanzo-enciclopedico: soggetto-predicato, soggetto-predicato, soggetto-predicato. Così, all'infinito: un ritmo incantatorio, perfetto, dove un complemento oggetto già sarebbe di troppo, un po' ingombrante, un po' inutile. Siamo nel regno della meraviglia pura, dell'incommensurabilmente piccolo e dell'incommensurabilmente grande, l'uno accanto all'altro senza scarti, incoerenze. E viene il sospetto che, a ben vedere, non si vorrebbe scrivere (disegnare) altro. Finalmente, pensa lo scrittore (l'illustratore), qualcuno che condivide la mia idea delle parole (e delle immagini).


Io trovo sommamente affascinanti i lettori piccoli e analfabeti. Perché paradossalmente sono i più avidi che si possa immaginare. Magari non sapranno leggere, ma sanno fare benissimo una cosa molto più affascinante: inglobare. E lo fanno con tutto quello che incontrano, non solo con i libri. E quello che inglobano lo fanno diventare parte di loro, che si tratti di una mela, di una fetta di prosciutto, di un libro, di un vestito, di un lembo di copertina, di una immagine, di una faccia. Quindi, lo si capisce: questo lettore piccolo e analfabeta è, ancora una volta, paradossalmente, il lettore più concreto e nello stesso tempo più sofisticato che si possa avere, perché in grado di fare quella cosa inconcepibile che è trasformare la cultura (o l'immateriale, il simbolico, lo spirito, chiamatelo un po' come volete) in materia.


Dopo, quando si cresce, questa operazione di far diventare una cosa che non c'è in una parte di sé, come un braccio o una mano, diventa molto più complicata e farraginosa. Pensate, per esempio, a come è difficile imparare una lingua diversa dalla propria. Dopo si cominciamo a fare distinzioni fra cose che sono utili e cose che non lo sono, cose adatte e cose inadatte, cose giuste e cose sbagliate, cose note e cose ignote. È fatale. Cambiano la disponibilità, la curiosità, l'intelligenza. A tal punto da arrivare ad affermare scemenze incommensurabili come “Con la cultura non si mangia”. Andatelo a dire a un piccolo analfabeta inglobatore.

Un bellissima recensione che analizza il libro nelle sue diverse componenti è su Lettura candita, scritta da Carla Ghisalberti.



















Pihlip Giordano, schizzi preparatori per il libro.