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lunedì 2 aprile 2012

Guardare guardare guardare gli alberi

Raccontare gli alberi è un libro bellissimo. Forse il migliore che si è visto in fiera, quest'anno. Anche se un'affermazione del genere è un po' approssimativa, dato che bisognerebbe effettivamente averli visti tutti, i libri, cosa non umanamente possibile. Tuttavia l'impressione è questa. Ed è un'impressione complessiva. Non si tratta solo di belle illustrazioni e bei testi: è proprio bello il libro, tutto intero, come è venuto fuori. Pia Valentinis e Mauro Evangelista sono stati messi a lavorare al meglio delle loro possibilità e hanno raggiunto quello che a nostro avviso è il punto più alto della loro pur brillante carriera: un risultato strabiliante. I testi (Parazzoli e Quarenghi) sono perfetti: secchi senza essere noiosi o aridi, colloquiali ma privi di concessioni a deliqui eco e/o pseudopoetici che appesantiscono 

Raccontare gli alberi, Pia Valentinis
tanta letteratura per l'infanzia. Lo spazio alla poesia è lasciato alla Poesia: da Montale a Pasternak a Jabès e via di questo passo. La grafica, curata da Mariagrazia Rocchetti,  è ottima: fa in modo che ogni riga, ogni immagine si possa leggere, guardare nel migliore dei modi, in pieno agio, senza distrazioni e interferenze, sciatterie o virtuosismi, mettendo in luce, valorizzando, senza mai essere opprimente, eccessiva, incerta, inesistente o gratuita. Insomma: Raccontare gli alberi è un libro meraviglioso.
Come fa un libro a centrare l'obiettivo con tanta precisione? La sua riuscita, ne siamo certi, non si spiegherebbe senza quella figura fondamentale, quando è presente ed è presente lavorando bene, cioè con creatività, correttezza, sensibilità ed equanimità, sopraffina intelligenza, che è l'editor.


Raccontare gli alberi, Pia Valentinis
Che in questo caso è Paola Parazzoli. Bene: è lei che senza dubbio ha intuito come doveva essere il libro e ha fatto in modo che tutti dessero il meglio in vista di questo obiettivo. Ed è lei che rimane più defilata, fra tutti quelli che lo firmano. Va detto questo: perché se nel nostro paese la funzione e il lavoro dell'editor, poco conosciuti e compresi, non godono ancora del rilievo che meriterebbero (e, da qui, mi vien da pensare, tutte le storture commesse da editor approssimativi e maldestri, argomento su cui ritorneremo a breve), allora è il caso di fronte a un libro del genere di sottolineare quanto la sua riuscita si debba a chi lo ha diretto, coordinato, pensato, meditato, visto.




Raccontare gli alberi, Pia Valentinis
Che una grande casa editrice come Rizzoli investa in un libro come questo, mostra quanta strada si sia fatta in questi anni con gli albi illustrati e quanta acqua sia passata sotto i ponti. Ci auguriamo che di fronte a questo risultato non si debbano ascoltare quelle riflessioni a proposito dei destinatari di libri di questo tipo: sarà davvero per ragazzi, lo capiranno i bambini? Ci sono tanti modi bellissimi per perdere tempo. Per esempio, anziché porsi domande ingenerose verso l'intelligenza e il talento che mai come oggi sembrano essersi risvegliati nella nostra editoria, andare per boschi. E guardare, guardare, guardare gli alberi. Pia, Mauro, Giusi, Paola, Mariagrazia con questo libro ci spingono a farlo come non ci saremmo mai aspettati che qualcuno riuscisse.

Le immagini di questo post sono tratte dal blog di Pia Valentinis e da Zazienews.



Raccontare gli alberi, Pia Valentinis
Raccontare gli alberi, Pia Valentinis


Raccontare gli alberi, Pia Valentinis
Raccontare gli alberi, Mauro Evangelista
Raccontare gli alberi, Mauro Evangelista

martedì 8 novembre 2011

Orfanità, precoce colpo di quasi fortuna

Domenica mattina, ci siamo trovati a chiacchierare con Giusi Quarenghi di un libro illustrato uscito da qualche mese e salutato come un capolavoro di umorismo.

E Giusi ci ha detto una cosa, in proposito, che ci ha fatto esclamare: per favore, scrivicela per il nostro blog!

L’ha fatto. La leggete qui di seguito. Grazie, Giusi.


[di Giusi Quarenghi]
L’ho letto, l’ho retto; ma la quarta mi è andata di traverso. Passi la merda, ma con l’aureola no!
L’ho letto. E ascoltando questi genitori che si liberano, riconoscono e rigenerano, grazie all’outing aggressivamente deiettivo e coprolalico, di colpo mi si è abbassato il baricentro e, tra tanti grandi benpensanti malparlanti, mi sono sentita la creaturina nana minacciata di ’sto cazzo di nanna.
E mi sono vista  afferrare il mio cuscino e cercare lesta lesta riparo fuori, all’aperto, nella notte sotto i ponti, un ponte qualunque, piuttosto che tirare mattina (non parliamo di svernare fino alla maggiore età) entro queste pareti domestiche, con ’sto cazzo di genitori (niente a che vedere con la buona memoria di quelli sufficientemente buoni, meglio se tutti e due, ma anche con solo la mamma era fatta). Un pregio ce l’ha, questo libro: riabilita e riscatta l’orfanità e la illumina: non disgrazia e appiglio di ogni futura perdizione, ma quasi stato di grazia e precoce colpo di quasi fortuna.

La “quarta” di cui parla Giusi, è questa (cliccare per leggere):



martedì 24 maggio 2011

Evviva i bambini nelle scuole

[di Giulia Mirandola]

Del maestro Alberto Delpero e dei bambini della scuola elementare di Pejo, questo blog si è occupato alcuni mesi fa. Pluriclasse, montagna, lettura e scrittura erano i termini chiave di una breve intervista al giovane maestro, che in poche incisive frasi trasmetteva il senso di lavorare in pluriclassi e di fare scuola in montagna oggi.
Della scuola “R. Bevilacqua” di Pejo, nell’ultimo mese, hanno parlato ripetutamente i quotidiani locali del Trentino, rendendo pubblica una notizia: la scuola elementare di Pejo dopo giugno chiuderà. Una chiusura annunciata da tempo e non gradita a chi, in questo contesto, opera e vive.
Gli argomenti che questa vicenda solleva vanno ben oltre la politica e la cultura locali. I bambini di Pejo, riuniti in pluriclasse, fanno scuola secondo modalità che è rarissimo ritrovare in altri contesti, specie quelli urbani. La specificità della situazione “pluriclasse” e la straordinarietà della figura di Delpero (maestro elementare, archeologo, direttore di cori, fondatore della Libera Università di Pejo), ha attirato nel corso del 2009-2011 l’attenzione, oltre che di questo blog e dell’associazione culturale Hamelin di Bologna per cui lavoro, di un gruppo di educatori che operano in Emilia-Romagna e in Campania. D’altra parte, da tempo è in corso un fitto scambio epistolare tra i bambini di Pejo e quelli della scuola elementare di Coumboscuro, che speriamo di poter presto documentare meglio proprio sulle pagine di questo blog.

Capire certe dinamiche da lontano è difficile, ma può esserlo meno nel momento in cui qualcuno, dall’esterno, giunge, osserva, documenta, rielabora, trasmette. È nata dal desiderio di raccontare a chi non ne sa nulla o poco di questa singolare vicenda, l’idea di tornare a visitare la scuola di Pejo insieme a Ilaria Tontardini (Hamelin Associazione Culturale) e a Giusi Quarenghi.
Il 3 maggio scorso abbiamo passato una giornata intera con i bambini, il maestro, i genitori. Al mattino a scuola, a fare poesia, nel pomeriggio all’aperto, nei pressi del mulino recentemente ristrutturato da mamme e papà, insieme anche agli anziani del paese, a leggere, a suonare la fisarmonica, a cantare.

Dai quaderni di poesia, mentre sediamo in classe, ciascuno legge un componimento a scelta. Ci sono versi su cui la voce di Giusi si innesta per passare dalla lingua italiana al dialetto del posto o a quello bergamasco, oppure per sottolineare la felicità di certe scelte lessicali o giochi ritmici, come «primavera sai far di meglio», «ma con tutta la sua forza si raddrizza il biancospino», «in una scatola con le ali ieri ho volato sulle nuvole […] sotto di me c’era bianco». Poi, il “gioco” diventa collettivo. Ciascuno sceglie una parola e in essa cerca il “proprio” senso. Il risultato, dopo due ore abbondanti di concentrazione, è una poesia collettiva in cui ciascun bambino è autore di almeno un verso:

Nella parola poesia volo con la mente
e sono avvolta nei pensieri e quasi quasi
mi addormento.
Nella parola morte mi viene voglia di vivere.
Nella parola albero mi rivesto di foglie mature.
La parola sole mette voglia di salire sul trattore.
Nella parola mulino trovo un soffio di grano e un soffio di fame.
Nella parola aria cammino con le ali
e nel cuore mi passa un soffio così gelido che mi riscalda.
Nella parola buio scopro la paura e inciampo nella luce.
Nella parola letto sono come morto e canto.

Prima di lasciare le montagne, il maestro Delpero consegna a Giusi quattro domande scritte, a cui la scrittrice risponde così:

Scuola di montagna, scuola piccola, pluriclassi: modelli scolastici che suscutano opinioni discordanti, a volte antitetiche. Che ne pensi?
 Sono di parte, lo dichiaro subito. Vengo da una pluriclasse di montagna, anni ’50, nella quale credo di aver imparato, in cinque anni, a leggere, scrivere, far di conto, rileggere e correggere, fare e rifare, provare e riprovare, cantare, disegnare, stare insieme e da sola, arrivare prima e arrivare dopo, portare pazienza e farla portare, aguzzare l’ingegno e provare a farla franca, copiare e no, capire la differenza tra le parole, come cambia la lingua, a parlarla, a scriverla, a leggerla… L’esperienza che ne ho avuto alimenta in me uno sguardo amichevole e fiducioso. Così considero questi modi di fare scuola non relitti del passato da lasciare indietro quanto prima, ma piuttosto esperienze pioniere, vocazionalmente pioniere, capaci di stare e essere in situazioni particolari ed eccezionali. Si dice che l’eccezione confermi la regola. Vale anche in questo campo, a mio parere. Situazioni ambientali, climatiche, sociali oggettivamente eccezionali sfidano la scuola a inventarsi e a essere scuola nonostante e grazie a queste condizioni eccezionali. Rendere praticabile l’eccezionalità è la loro forza e la loro legittimità. E dove  c’è consapevolezza, la scuola diventa presidio di un territorio, in senso lato, di una comunità allargata, che sperimenta e genera conoscenza, saperi e più solidarietà che conflitto tra le generazioni. La scuola fa corpo con la comunità, insieme crescono, conservandosi e trasformandosi. E il gruppo può trarre giovamento dalla disomogeneità, anche anagrafica; c’è più posto per i tempi di ognuno e nell’arco lungo dei cinque anni (meno frantumato nella miriade delle verifiche sui tempi brevi) c’è una buona probabilità che arrivino tutti e si consolidino quei fondamentali sui quali costruire tanti saperi, compresi il saper imparare, il saper vivere, il saper fare.

Giusi a Pejo, perché?
Per un incontro tra colleghi. Sono venuta a incontrare un gruppo di colleghi, tra i 6 e gli 11 anni, che hanno una bella e confidente consuetudine con il leggere e con lo scrivere, da soli e insieme, per compito e per gioco, per fare esercizio e per  il bisogno e il desiderio di esprimersi, nella lingua nazionale e in quella locale, per amor di poesia.
Il tutto è cominciato da Giulia, ragazza che muove e fa muovere i libri e con le storie di parole e immagini costruisce ponti e demolisce muri… Giulia ha incontrato il maestro Alberto in val di Rabbi, a casa di Cheyenne, la ragazza pastora, e hanno parlato di libri, di scuole di montagna… i fili hanno incominciato a essere tessuti e sono arrivati fino a me e mi hanno portato qui.

Come sei stata in questa scuola?
Posso dire che qui non sono stata solamente in una ‘scuola’, e anche che sono stata veramente in  una scuola nel senso più vivo della parola. Perché sono stata anche in una comunità, in un paese, in un paesaggio non in uno spazio separato con la scritta ‘scuola’ per identificarlo. Qui la scuola è anche all’aperto, dentro e fuori il mulino, in come ci si saluta tra grandi e bambini.
Non mi ero preparata, ero semplicemente bendisposta, anche a lasciarmi un po’ sorprendere. Del resto, mi piace la montagna e mi piacciono le scuole di montagna, perché vi incontro, più frequentemente che altrove, insegnanti e bambini graziati dall’aria fina, dal trattare con i vari problemi che derivano sia da quello che manca sia da quello che c’è, dall’aver accettato che ogni cosa e ognuno ha il suo tempo, e che l’abitudine alla pazienza e alla fatica è necessaria come l’aria.

 Ma la sorpresa reale ha superato la sorpresa immaginata. Qui ho trovato ben di più: una comunità e una scuola in relazione, a darsi  reciprocamente vita, attenzione e cura. I bambini, figli di una mamma e di un papà, ma anche del paese e della comunità di Pejo; e gli adulti, tutti, impegnati e propositivi nel passare conoscenze, condividere esperienze, costruire appartenenza (che non vuol dire chiusura e immobilità, ma qualcosa che ha insieme la forza flessibile delle radici e delle ali). Una realtà di educazione permanente, come si diceva anni fa, di comunità educante, che si educa mentre educa e cresce con chi cresce e non lascia indietro e fuori nessuno.
Che bello sentire come due donne belle di vecchiaia mi rivelano dove sta il segreto: Siamo un paese fortunato, abbiamo qui delle mamme brave, ma così brave…
In questa scuola non chiusa in classe, ma che allarga la classe all’intero paese fino al mulino, alla malga e ai boschi su su fino dove i boschi spariscono; in questa scuola dove ho visto i bambini lavorare e ascoltare e stare attenti senza mai il bisogno di un richiamo da parte del maestro o mia, capaci di autonomia e di autodisciplina, di fare gruppo camminando con il proprio passo, mi sono trovata benissimo. E ho visto i semi di una foresta immortale, per quanto i taglialegna possano provare a darsi da fare.

La scuola che vedi oggi?
Faccio fatica a vederla, la scuola, spesso, oggi. È come avvolta nella nebbia. Una nebbia mortificata e mortificante. Ho come l’impressione che molta scuola si sia come adattata a essere una grande agenzia di ‘badanza’: l’importante è che nessuno si faccia male, che non si verifichino incidenti tali da finire sui giornali oppure sì, si vada sul giornale e anche in televisione, grazie a un ‘evento’ che ha il potere di rompere la routine!
Contro questo rischio, io mi ritrovo invece a confermare amore e fiducia proprio nella routine della scuola, in una scuola forte proprio di come è giorno per giorno, della quotidianità che propone e vive, consapevole di essere, volere e poter essere, tempo e luogo a misura di infanzie vivibili, dove bambini e bambine possono essere quello che sono, e crescere, a partire da quello che sono.
Viviamo tempi tanto balordi, che ho fin letto di un illustre studioso che ha indicato in don Milani e Gianni Rodari i responsabili del progressivo degrado della scuola; vorrei passasse di qui, l’illustre studioso. Proprio qui, dove a me viene da dire, con la poetessa  Marina Cvetaeva

Evviva i bambini nelle scuole,
che cresceranno più di noi!

I bambini della scuola di Pejo lo stanno già facendo.

mercoledì 2 marzo 2011

Marzo scavalca i muri del mondo

Il libro di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer E sulle case il cielo è uscito nel 2007. È uno dei nostri best seller, giunto, ormai, alla terza edizione.
Ricordiamo bene quando Giusi ce lo propose, nel 2006, anticipando, a scanso di equivoci: «Vi dico subito che è una raccolta di poesie...»
«E allora?» rispondemmo noi, sorpresi dalla precisazione.
«E allora, la poesia è bella, ma non vende» rispose Giusi, facendosi latrice del responso ricevuto quando, più volte, aveva proposto il progetto.
A noi il libro interessava proprio perché era di poesia. Poesia come lo sono le filastrocche, le ninne nanne popolari, i versi sciolti, i sonetti, le canzoni petrarchesche, i poemi omerici, i madrigali... Uno dei nostri primi due libri pubblicati nel 2004 fu una filastrocca, e inaugurò la collana Parola magica la cui definizione recita: Poesie da recitare insieme ai bambini come formule magiche per superare gli ostacoli lungo il cammino delle giornate. Perché incontrare la poesia per un bambino significa fare esperienza della potenza delle parole, incontro raro, come fa notare Hölderlin quando scrive:

Nominerò allora l'alto? Ciò che non conviene, dispiace a un dio
e per coglierlo è quasi troppa poca la nostra gioia.
Spesso non possiam che tacere; mancano i nomi sacri.
Battono cuori, eppure tarda il discorso?

E a proposito di questi versi, Heidegger scrive: «“Cogliere”» significa nominare l'alto stesso. Nominare poetando significa fare apparire nella parola l'alto stesso, non solo dire la sua dimora... (La poesia di Hölderlin, a cura di Leonardo Amoroso, Adelphi,1988).

Illustrazione di Chiara Carrer, da E sulle case il cielo.
Amatissimo da bibliotecari, insegnanti e, sì, anche da bambini, questo libro è utilizzatissimo in scuole e laboratori per toccare argomenti diversi: dal linguaggio, al tempo, alle stagioni, al rapporto con la natura, agli stati d'animo. E ha dato luogo a un numero infinito di attività.

Quella che vi proponiamo oggi, ha avuto luogo a Roma, al 121° Circolo Didattico, plesso “Rio de Janeiro” ed è stata realizzata da Raffaella Giardina, a cui abbiamo chiesto di raccontarci brevemente in cosa è consistito il lavoro coi bambini e in che modo il libro è stato utilizzato.
 

Illustrazione di Chiara Carrer, da E sulle case il cielo.
Il libro di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer E sulle case il cielo, da cui sono tratte le poesie che i bambini hanno illustrato, ci accompagna, direi affettuosamente, da tre anni, ed è stato alla base di diverse attività. Per esempio, su ispirazione della poesia Se trovo un costume di acqua salata i bambini scrissero delle bellissime poesie. 
Usai questo testo pensando al Carnevale: inventare un vestito immateriale che potesse esprimere un vissuto profondo dei bambini. 

In un altro caso, ripercorrendo la storia dell'incontro tra i bambini e la poesia e, quindi, tra i bambini e l'autrice (poiché l'anno scorso Giusi è venuta a trovarci a Roma), abbiamo anche realizzato un piccolo libro.

L'idea del calendario, invece, è nata dalla speranza che i bambini di quinta potessero portarsi via un frammento della loro storia elementare anche dopo averci lasciato. 
Nel calendario il lavoro di illustrazione dei versi Gennaio le ombre è stato libero: dopo aver dato una semplice indicazione su come sarebbe stato montato, i bambini hanno utilizzato una serie di tecniche che hanno assimilato in questi anni.



Hanno imparato attraverso tanti laboratori pratici svolti nel corso del ciclo elementare (su Mirò, Burri, Munari, Picasso, la Pop Art, Calder, Fontana...) a esprimersi con libertà utilizzando tecniche tra le più varie (dalla pittura all'assemblaggio di oggetti, al collage di ispirazione surrealista ecc.).

Mi occupo da molti anni di didattica dell'arte contemporanea e il rapporto tra parola e immagine è stato per me il punto di partenza della maggior parte del mio lavoro, per questo tra l'altro amo particolarmente i vostri libri. Ci sarebbe molto altro da dire e la documentazione del lavoro dei bambini è molto ampia, anche perchè dallo scorso anno mi sto occupando di formazione.

Infine, abbiamo realizzato tutti insieme un calendario per la classe: i bambini hanno composto collettivamente due versi per ogni mese, sull'esempio della poesia di Giusi, e i versi sono stati poi illustrati con la collaborazioni di tutti.

In sequenza, alcune immagini realizzate dai bambini per i calendari.

mercoledì 27 ottobre 2010

Mangialibri

Sabato 30 ottobre alla Libreria Castello di Carta di via Belloi 1/b, ore 16.00 è di scena la collana Gli anni in tasca (info: 059 769.731).
Giusi Quarenghi leggerà brani dal libro Io sono il cielo che nevica azzurro, 
alternandosi a Ugo Cornia impegnato con Autobiografia della mia infanzia, di cui abbiamo già parlato...
Ricordiamo che Io sono il cielo che nevica azzurro è alla sua seconda edizione: il libro ha incontrato un grande favore presso i lettori e ha ricevuto numerose recensioni molto positive.
L'ultima in ordine di tempo dal sito di recensioni librarie Mangialibri, firmata da Lucia Franciosi. Siamo contenti di poter parlare di questo sito, che è molto attento nel selezionare i volumi da recensire e dimostra sempre  grande libertà nello scegliere di cosa parlare e di come parlarne, dando ampio spazio alla piccola e media editoria. Mangialibri si occupa di letteratura, saggistica, ma anche di poesia, fumetti, Bambini & Ragazzi. Qui trovate tutte le recensioni che il sito, nel tempo ci ha dedicato.

lunedì 11 ottobre 2010

Calendario poetico

Nel giugno 2009, per celebrare il proprio 60° compleanno, la Internationale Jugendbibliothek di Monaco ha organizzato una mostra dedicata a 150 poesie illustrate da tutto il mondo. Fra le opere selezionate, due sono pubblicate da noi: "Ho l'estate fra la mani", scritta da Giusi Quarenghi e illustrata da Chiara Carrer, in E sulle case il cielo; e “Luna”, di Chiara Carminati, illustrata da Clementina Mingozzi per la raccolta Poesie per aria.
Oggi la mostra si è trasformata in un calendario poetico per il 2011.

Pubblicato da Arche, a beneficio della IJB, Arche Kinder Kalender 2011. Mit Gedichten um die Welt [Calendario per bambini Arche. Intorno al mondo con la poesia] è stato presentato alla Frankfurter Buchmesse il 7 ottobre. E può essere acquistato qui.

venerdì 8 ottobre 2010

Fra uomo e Dio

La Bibbia, si sa, è Il Libro. E dei libri esaurisce tutte le possibili descrizioni.
Affrontarla come una qualsiasi altra lettura, cioè aprendola a pagina uno, forti solo della propria buona volontà, è sforzo destinato a fallire. Più o meno come leggere un'enciclopedia, in rigoroso ordine alfabetico. Qualcuno, lassù, osserva l'incauto lettore e si prende gioco di tanto mal riposto zelo.
Giusi Quarenghi ha fatto passare quindici anni fra il suo primo incontro con la Bibbia e il magnifico libro che le ha dedicato, pubblicato da Rizzoli nello scorso mese di luglio, con illustrazioni di Michele Ferri. Si intitola Io ti domando e ci indica una strada non solo verso le parole delle sacre scritture, ma verso la parola tout court e verso il rapporto che abbiamo con essa, se è vero che attraverso la parola abbiamo la possibilità di interrogare noi stessi, gli altri, le cose che abbiamo intorno, il creato, il mistero del nostro essere al mondo e la relazione che intratteniamo con esso nella nostra coscienza, nel nostro pensiero, che si sia credenti o no.
Riuscire in una simile impresa, aprire la Bibbia alla comprensione, e non a una sola comprensione ma alle sue infinite possibili, credo sia cosa che riesca a pochi. Giusi Quarenghi, dimostrando un'altezza di pensiero straordinaria e una coscienza degli strumenti narrativi davvero impressionante, c'è riuscita. Ogni cosa nel suo testo appare di chiarezza adamantina, anche là dove compito della parola è raccontare la difficoltà di dare e trovare senso, di addentrarsi nell'abisso dello sperdimento, della confusione e del dolore, di distinguere il bene dal male, di rimanere affacciati sul mistero, senza risposte, senza garanzie, senza appigli.
Il libro è ammirevole anche per semplicità e intelligenza di impianto: le storie della Bibbia, i suoi personaggi, sono seguiti e approfonditi da un corredo di domande a cui l'autrice risponde ricorrendo alle meravigliose interpretazioni attinte dalla lettura del Midrash e del Talmud che ne sondano i profondi significati, sempre rigorosamente circostanziati, e tuttavia dall'autrice lasciati aperti in modo da consentire al lettore infiniti spunti di riflessione.
Ciò che ne viene fuori è il racconto di una relazione intensa e ineludibile, quella fra l'Uomo e Dio, così complessa, ricca, difficile, violenta, delicata, viva, tesa, combattuta, ardente, resa in tutte le sue sfumature, e soprattutto così imprevedibile, eccentrica, poco convenzionale, in barba a ogni tentativo di ortodossia, da lasciare interdetti. E da offrire punti di vista esistenziali, religiosi, filosofici di sorprendente novità. A partire dal concetto stesso di Dio: un Dio inedito di questi tempi, pieno di umorismo, di ironia, di dubbi, di insofferenza verso il servilismo degli adoratori, poco interessato al proprio e all'altrui potere, disperatamente impegnato a far apprendere all'uomo la complicata lezione della libertà.
Io ti domando è un un libro davvero unico per spessore intellettuale e culturale, da tenersi ben stretto, da leggere e rileggere. E da regalare, esclusivamente, agli amatissimi.

martedì 21 settembre 2010

Novità de Gli anni in tasca in arrivo

Venerdì scorso abbiamo vistato le cianografiche dei prossimi tre titoli de Gli anni in tasca: Ugo Cornia, Autobiografia della mia infanzia, Bernard Friot con Un altro me (pubblicato in Francia da Editions La Martinière con il titolo Un autre que moi), e Guillaume Guéraud con Senza tv (i cui diritti francesi sono stati acquistati da Les éditions du Rouergue).

E per tutti i fan di Giusi Quarenghi, confermiamo la ristampa del suo Io sono il cielo che nevica azzurro. A chi ancora non lo conoscesse, suggeriamo la lettura di un paio di articoli, tra i tanti che sono stati dedicati a questo racconto di infanzia montanara, da Mondoeditoriale e Leggere Leggerci.