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venerdì 20 giugno 2014

Manolito, il seduttore

Ho conosciuto Manolito Quattrocchi alcuni anni fa, un'estate, grazie a Milena Minelli, della libreria Il castello di carta, a Vignola, che appena mi ha visto sfogliarlo, ha cominciato a parlarmene con un tale entusiasmo da non lasciarmi scelta. 
L'ho comprato e mi sono subito messa leggerlo. È finita che  i miei compagni di vacanze, vedendomi ridere alle lacrime mentre lo leggevo, mi chiedevano continuamente di leggerne brani ad alta voce. 
Così, quando ho saputo che Luisa Mattia l'aveva appena ritradotto per Lapis, le ho chiesto di scrivere per noi un post su questa esperienza. E lei, che è buonissima, e che per noi ha già scritto tante cose, ha detto di sì.

[di Luisa Mattia]

Ho incontrato Manolito molti anni fa, in Spagna. In quella Spagna liberata dal franchismo, allegra e scombinata, creativa e irriverente, capace di risveglio, arguta e viva. Una Spagna  che, pure,  non dimenticava tenerezza e un tanto di malinconia, che non guasta mai e stempera le cose, le fa vere e da misura all’entusiasmo.
Manolito era ed è un seduttore. Somiglia alla sua Madrid, si fa portavoce – diretto, ingenuo e sarcastico – di una vita semplice, metropolitana e popolare. Le sua avventure sanno di strada, di complicità, di durezza e di affetto.

Manolito secondo Emilio Uberuaga.

Manolito era ed è un bambino che molto ha imparato dalla tradizione letteraria spagnola e dalla contemporaneità. In lui convivono Sancho Panza, Lazarillo del Tormes e Pedro Almodovar, dandogli una visione del mondo che è ispanica e trasversale, unica e mondiale. Del mondo mondiale, come direbbe proprio Manolito. Come direbbe Elvira Lindo, brillante autrice della serie Manolito Gafotas. Scrittrice eclettica, ironica e capace di sornione umorismo, Elvira ha immaginato e dato voce a un’infanzia senza retorica; una bella infanzia popolare che chiama le cose con il loro nome – una sberla è una sberla, un furto è un furto, un bacio è un bacio – senza rischiare di perdere in sincera spontaneità, in qualità del linguaggio.

Manolito è uno che parla. E tanto. La sua è una lingua “lunga”, perché commenta, esalta, enfatizza, smorza, suggerisce, sottolinea, stempera, irride e, proprio perché “lunga”, da forza al racconto, gli sorride, lo abbraccia. 
E così abbraccia il lettore.
Da sempre, guardo con gratitudine al lavoro dei traduttori, interpreti vivaci e rigorosi di una lingua e di un mondo narrativo che ci restituiscono e ci consentono di abitare.
Lo dico da lettrice e da narratrice. Prima di accettare di tradurre il Manolito di Elvira Lindo ci ho pensato a lungo, consapevole del mio status di entusiasta lettrice, di autrice di romanzi e racconti e di “non-traduttrice-professionale”. Ci ho pensato perché si trattava di affrontare un “luogo narrativo” e trovare la lingua di Manolito senza tradirne il ritmo, la sostanza, la essenzialità e l’arguzia. Di fronte a una leggerezza così profonda, trovarsi a tradurre è una impresa attraente e impegnativa. Mi ci sono messa con decisione e attenzione. E Manolito ha fatto il resto. La sua è una narrazione “di strada”, una lingua viva, travolgente, diretta. Che prende, che rallegra, che ti sorride e ti porta dove vuole lui, cioè alla sostanza viva del racconto.

Illustrazione di Emilio Uberuaga.

Mentre lavoravo a Ecco Manolito, mi sono tenuta in contatto con Elvira Lindo, chiedendole pareri e “permessi” per trasportare la lingua di Manolito in un italiano che lo rispecchiasse e lo rispettasse; che lo facesse “vicino”, come lo è in castigliano. Che lo restituisse integro e vero. E contemporaneo, come è.
Ecco, questo è stato il mio obiettivo: dargli la voce che gli appartiene. Che è quella che parla al “mondo mondiale”. Non c’è dubbio.

E per farvi capire di che stiamo parlando, ora vi proponiamo un brano tratto da Manolito.

Ho tolto i cappucci ai superpennarelli e ho cominciato a salire le scale strisciando le punte sulla parete. “Che figata”, ho pensato. Facevo tre linee: una rossa, una azzurra e una nera. E cercavo pure di farle dritte, così parevano proprio una ringhiera. Mica per niente,  ma ero proprio partito con questa cosa dei pennarelli. E facendo le mie belle righe, mi sono ritrovato al terzo piano. Perché al terzo? Ma perché ci abito io! 

Mamma ha aperto la porta e m’ha guardato le mani, che è una cosa che fa ogni volta che torno a casa. Mamma mi guarda le mani e sa immediatamente dove sono stato, a che ora e, certe volte, capisce pure insieme a chi. 

L’ho già detto, secondo me mia madre non lavora per la CIA solo perché gli americani non le hanno dato questa possibilità, eppure è una spia di prima classe.
Comunque, dicevo che mi guardava le mani e ha visto che ce le avevo tutte macchiate di pennarello. E poi è diventata bianca come una morta appena ha visto la mia fantastica ringhiera disegnata sul muro.

Illustrazione di Emilio Uberuaga per la serie Manolito.

Ha cominciato a scendere le scale seguendo le tracce e mi sa che è arrivata fino al portone. L’Imbecille le andava dietro e passava il dito su tutte le linee colorate. Poi l’ho sentita che risaliva lenta lenta. Quando mamma fa qualcosa lentamente vuol dire che manca poco allo scoppio della Terza Guerra Mondiale; così, quando è arrivata al secondo piano, ho cominciato a piangere, che magari mi salvavo dalla sicura condanna a morte. Piangevo piano perché mi dicevo che mi conveniva tenermi da conto le lacrime per le cinque ore successive.
E ho pensato bene. Quando mamma è arrivata al terzo piano m’ha rifilato una bella scoppola. …

Mamma ha detto:
-    Questo ragazzino mi vuole morta. Ha disegnato con i pennarelli lungo tutta la scala e s’è pure macchiato. In più, non posso negare che è stato lui, perché le righe che ha fatto questo disgraziato arrivano giusto giusto fino alla nostra porta. Così, dovremo far ridipingere tutto a spese nostre e resteremo senza soldi…
….
-    Manca poco e cominceranno a suonarci i vicini e a dire: “ Al tuo Manolito dovresti legargli le mani” e “Adesso chi paga?”. E poi stasera arriva tuo padre e dice: “La colpa è tua che gli hai regalato i pennarelli” e “Adesso me lo dici tu come facciamo a pagare questi danni”.

A quel punto, nonno s’è alzato dalla sedia e sembrava uno che stava alla Camera dei Deputati e ha alzato pure la mano come se volesse dire qualcosa di importante:
- Non c’è da preoccuparsi…Vado al bagno.
Non è che ci preoccupavamo se andava al bagno , è che certe volte gli scappa all’improvviso, per colpa della maledetta prostata e allora deve interrompere le migliori frasi della sua vita. E’ tornato subito:
-    Non vi preoccupate. Sistema tutto nonno Nicola.
L’Imbecille s’è messo a battere le mani. E’ che gli sembra tutto semplice nella vita; succedeva pure a me, quando ero piccolo.
-    Catalina – ha continuato a dire nonno, sempre come uno che parlava alla Camera dei Deputati – non una parola di più.
E mentre mamma se ne stava a ripulire la cucina, nonno m’ha chiesto, con un’aria misteriosa, i pennarelli. Li ho presi dalla cartella e glieli ho dati. M’ha fatto l’occhietto e poi è uscito di casa, senza dire una parola.

Illustrazione di Emilio Uberuaga per la serie Manolito.

Io sono rimasto seduto sul divano, però la curiosità mi mangiava vivo e mi pareva che non potevo resistere un minuto di più sul globo terracqueo. Così, ho infilato la porta di casa, quatto quatto come aveva fatto nonno. E quando ho visto quello che ho visto, non ci potevo credere.
Nonno stava colorando con i pennarelli altre tre linee , dal terzo al quarto piano. Gli sono andato vicino piano piano e ho detto sottovoce:
-    Nonno.
-    E che! Manolito, m’hai messo paura – ha detto.
Parlavamo sussurrando, come quando stiamo a letto.
-    Che fai, nonno?
-    Faccio le linee fino al quarto piano, così nessuno ti può dare la colpa. Magari la danno a quelli del quarto. E casomai se la prendono con te, tu nega tutto. E adesso, vattene a casa.

(Da Manolito Quattrocchi, Capitolo 8, Perché l’ho fatto?, trad. Luisa Mattia).


Dopo, il primo volume della serie, Ecco Manolito, uscito in marzo,
in autunno sono previsti il secondo e il terzo: 
Bentornato Manolito e Che forte, Manolito!.

mercoledì 16 gennaio 2013

Piccola radio

Children listening to radio at Sheltering Arms,
Norton and Peel MHS, Photograph Collection, 1926.
[di Luisa Mattia]
 
Il “c’era una volta” è d’obbligo, se si parla di questa bella iniziativa di RadioTre Rai che si chiama Piccola Radio. È sul web e, di settimana in settimana, propone una originale e inaspettata riscoperta di perle radiofoniche. Fiabe, filastrocche, letture e conversazioni raccontano molte storie, grazie alle scelte calibrate e intelligenti di Benedetta Annibali, Costanza Confessore, Daniela Pirastu che curano le proposte. Ma, soprattutto, attraverso una elegante esplorazione delle teche Rai, si scopre che il “C’era una volta” del servizio pubblico dedicava idee, progetti (e denaro) ai bambini e ai ragazzi, mettendo in onda programmi di grande levatura, di cui erano autori e interpreti i migliori protagonisti della vita culturale italiana.

In queste prime settimane di messa in onda sul web, Piccola Radio ha consentito di ascoltare Milena Vukotic che legge fiabe di Capuana, Vittorio De Sica che racconta Il soldatino di piombo. E ancora Elio Pandolfi, Paolo Poli, Marco Baliani... A cui si aggiungono le filastrocche curate da Nico Orengo. Grandi interpreti e grandi autori. Per i bambini. Il palinsesto di Piccola radio, che andrà sul web con questa impostazione fino al giugno 2013, prevede anche il recupero di radiocommedie e gialli per l’infanzia, realizzati dalla Rai.

Photo, Getty. Herald Tribunes.

Il lavoro di tessitura delle riproposte radiofoniche “per i bambini , le bambine e i loro adulti” – come recita lo slogan promozionale della Piccola radio voluta dal direttore Sinibaldi  – rivela che il servizio pubblico Rai ha prodotto eccellenze per l’infanzia e che abbiamo un passato di cui è importante recuperare la memoria, per esserne orgogliosi e…per tornare a investire – economicamente e creativamente – sui programmi per bambini e ragazzi.
Piccola radio è un bel viaggio nel passato che fa venire voglia di futuro.

Children listening to radio, Calgary, Alberta, circa 1920. Glenbow Museum Archives.

lunedì 7 maggio 2012

Perché comprare un libro dei Topi?

Da qualche tempo abbiamo cominciato a collaborare con le librerie indipendenti Arion, una realtà molto conosciuta a Roma. Per capire l'impostazione e la filosofia che le sorregge, è interessante dare un'occhiata al loro sito.
La prima iniziativa pensata con loro, si svolgerà proprio oggi, nella bella libreria Arion di Palazzo delle Esposizioni. Riguarda due romanzi della nostra collana Anni in tasca, verso la quale i librai di Arion hanno manifestato curiosità e interesse. Così, le nostre due autrici Luisa Mattia e Anna Pavignano, con grande disponibilità, si sono prestate a questo incontro inaugurale, insieme a Giorgio Arlorio, che condurrà la serata di chiacchiere e letture (e risate, credo, dato il senso dell'umorismo di cui queste scrittrici sono decisamente dotate).


Qualche tempo fa i librai di Arion hanno deciso di "adottarci" (cosa di cui siamo molto felici), come fanno e hanno fatto con altre case editrici che ritengono interessanti: adozione che consiste nel far conoscere alla loro clientela il catalogo, il lavoro e le idee dell'editore prescelto. Per questo hanno redatto in collaborazione con noi, alcune schede che raccontano chi siamo e cosa facciamo. Ve ne proponiamo una che, a disposizione dei lettori in libreria, suggerisce cinque buone ragioni per per acquistare un libro dei Topipittori.
E se siete a Roma, mi raccomando: non perdetevi Anna e Luisa!



martedì 17 aprile 2012

Con un certo batticuore...

Da alcuni giorni è in libreria il libro di Anna Pavignano, Una cosa che ti scoppia nel cuore, novità Anni in tasca della primavera 2012, presentata in fiera da poco. Nelle ultime pagine del libro, si legge un dedica: "A Luisa Mattia,  la più generosa che ci sia." Abbiamo chiesto a Luisa, autrice di un volume di successo della nostra collana, W la libbertà, alla quale la dedica è stata tenuta nascosta fino all'ultimo, di spiegarci la ragione per cui il suo nome compare nel libro, che legame ha con queste pagine e cosa pensa di questa storia di infanzia e di come è raccontata.

[di Luisa Mattia]

Generosa: Anna dice che lo sono, e con lei. Gentile sì, ma ostinata, c’è poco da discutere. Se lo dice, ne è convinta. Generosa, io, nel caso di questo libro… Perché?   Quando  ho presentato Anna a  Topipittori, lei non aveva ancora scritto un rigo del libro e Giovanna e Paolo non sapevano nulla delle sue capacità di "scrittora". A me sembrava una bella festa mettere insieme persone capaci di raccontare, fare bei libri, incontrarsi su pensieri e sentimenti...
Ora Anna dice che, per aver fatto questo, merito un “Grazie”.
Prego!

Anna la conosco bene. E lei conosce me. Siamo amiche da un bel pezzo, quel tanto che basta per volersi bene con impegno e allegria. Quel che ci vuole per coltivare stupore e intessere stima. Siamo complici per effetto della voglia di scrivere, per i racconti che ci facciamo, per le tante idee e i tanti progetti che è bello pensare, anche se poi finiscono in una bolla di sapone oppure non riescono a diventare neppure quella. Si vive di sogni da concretizzare, di realtà da scoprire, di sentimenti da intrecciare. I libri e i racconti sono, da sempre, un luogo bello in cui troviamo sintonia.


Lei, Anna, scrive il cinema, mette parole e anima nelle storie che andiamo a vedere in sala.
È una tipa, Anna, che attraversa le giornate con un’attenzione antica ai dettagli, alle persone, ai sentimenti, ai cenni e agli accenni.
È una tipa, Anna, che può dimenticare le chiavi di casa o il cellulare, ma non si scorda mai, ne potete star certi, di una storia che ha pensato o che qualcuno le ha raccontato. Né di un’emozione né di un sentimento. 
E tutto pensa e lavora, per dargli forma di vita e – qualche volta – una storia.

Quando Topipittori cominciò la collana Anni in tasca, ne parlammo. Le dissi che avrei scritto della mia infanzia carica di allegra sapienza e di disobbedienze. E lei, Anna, replicò che disobbediente non lo era stata mai, perché era stata una bimba fifona. E non per caso. Accennò a qualche episodio, a qualche emozione. Finì lì la conversazione, ma non il lavorio della memoria.


Da bambini desideriamo approvazione, affetto, avventura. Ostinatamente andiamo alla ricerca di occasioni di stupore.
L’essere buoni o cattivi dipende spesso dalla valutazione degli adulti, dalle regole che fanno loro, dai loro umori, dalle loro felicità, dalle loro malinconie.
Da adulti, poi, proviamo a riscoprirci e specchiarci in quell’Io infantile che, troppo spesso, facciamo finta di aver dimenticato.

Scrivere della propria infanzia è una esplorazione e anche una riappacificazione: con noi stessi, con il tempo che è passato, con il presente che – vuoi o non vuoi – viene da lì. Scrivere della propria infanzia è anche scoprire il se stesso di oggi, trovarne le radici e gioire del presente, del come si era e come si è, senza strappi, senza ipocrisie. 


In Una cosa che mi scoppia nel cuore, Anna Pavignano prende se stessa bambina e si lascia guardare, da lei che scrive – oggi – e da noi che leggiamo.
È una bambina gentile capace di forti sentimenti.
È una bambina vulnerabile che pure attraversa con energia vitale giornate, eventi, confusioni, delusioni e scoperte.

Scrive, Anna Pavignano, secondo un registro che modula il passato su un doppio binario stilistico.
Il gioco narrativo, intenso, lucido, carico di affettività, si muove tra un “passato passato” - quella dimensione che si vive da bambini, quando ti senti "oltre" il tuo essere stato piccolo – e il “passato-e-basta”, quando hai chiuso il cerchio dell'infanzia e sai che indietro non ci torni; e questa consapevolezza ti segna con allegro sollievo e, contemporaneamente, nostalgica malinconia mentre vivi un presente fatto di nuove consapevolezze e di una forza lieve che viene dall’aver attraversato la paura.


Ecco, questo libro, scritto con grande passione da Anna Pavignano, vale non solo per la qualità della narrazione, per lo stile così seriamente lieve. Vale anche per il racconto che si scioglie con delicatezza per il lettore e che rivela come la paura sia alla base della solidità di un bambino e di una persona.
Non c’è identità, non c’è spessore nei “senza paura”.

La bambina Anna non è certo una temeraria né spavalda. Conosce la paura ma impara, poco a poco, a governarla.
Lo fa con gentilezza e ostinazione. Spesso lo fa ridendo.
Ecco, il tocco della narrazione brilla di umorismo, lo stesso che poi – da adulta – connoterà i film di cui è stata autrice.
Si ride della fifa e si sorride alla vita.
Con un certo batticuore, certo.

lunedì 14 novembre 2011

Grazie, Presidente

[di Luisa Mattia ]

Il Presidente Giorgio Napolitano durante la visita a Turi.

I libri hanno le gambe. Gliele consegna lo scrittore. Ma non basta. Ci vuole il lavoro paziente dell’editore per farle solide. Ma non basta ancora. Le gambe lievi eppure solide di un libro hanno bisogno di un altro amico: il libraio.

W la libbertà è un libro che ha le gambe corte e tonde della bambina di cinque anni che sono stata. Solide gambe saltellanti e irrequiete, che corrono avanti e indietro, come su una giostra.

Il giro di giostra di W la libbertà ha sfiorato e poi preso casa nel cuore e sugli scaffali della Libreria Eleutera (via Giacomo Leopardi 8, Turi), grazie alla lettura appassionata e al lavoro certosino di Alina Laruccia, libraia a Turi.

Turi è una città che s’affaccia sui primi contrafforti delle Murge. Una terra che dà mandorle e ciliegie.


Luisa Mattia a cinque anni.
È una terra generosa e aspra, un luogo dalla lunga storia. Storia d’Italia.

A Turi c’era e c’è un carcere dove, in epoca fascista, vennero rinchiusi Pertini e Gramsci che, proprio qui, scrisse le Lettere dal carcere.

Per effetto di una fortunata alchimia della storia e della volontà, a Turi, il 5 novembre scorso, è arrivato il Presidente Napolitano, per rendere omaggio a Pertini e Gramsci.

Lo hanno accolto in tanti e, tra i tanti, c’era Alina-Laruccia-libraia, con un dono: un libro. Il “mio” libro che, indubbiamente, con quel titolo – W la libbertà – richiama e rivendica la sostanza della democrazia.

Dunque, il Presidente Napolitano ha ricevuto in regalo W la libbertà accompagnato da una mia lettera, che vi riporto qui sotto:

Caro Presidente Napolitano,
nella mia famiglia – modesta, semplice e solida – i libri sono sempre stati una parte di vita. Mio nonno aveva sul comodino un vocabolario (il libro più importante, mi diceva). Mio padre studiava la sera, dopo il lavoro, per prendere un diploma e cambiare un po’ le sue prospettive; quando si stancava di studiare, mi “rubava” i fumetti oppure s’addormentava su un libro. Mia madre mi raccontava storie, me ne leggeva e io ne leggevo a lei.

Nel mio libro W la libbertà, di cui Le farà dono l’appassionata libraia Alina Laruccia, racconto un pezzo della mia infanzia, a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta.

Anni duri, difficili, vissuti con essenzialità.
Anni carichi di ostinazione, tenacia, progettualità e fiducia nel futuro.
Anni in cui si è andato formando il mio senso di partecipazione alla vita del mio paese, l’Italia, di cui celebrammo i 100 anni di Unità a scuola, cantando La bella Gigogin e leggendo le storie dei patrioti del Risorgimento. Io, per quanto piccola, le apprezzai molto, tanto di più perché avevo in casa un nonno “garibaldino” (ne parlo ampiamente nel libro).

Altri tempi. Altro secolo. Ma nulla è passato.
La bellezza di esserci, di contare e voler contare, di prendersi la responsabilità di fare progetti e costruire un presente migliore, un futuro possibile, in me, sono intatte.
 

A Lei, caro Presidente, dico un GRAZIE sentito perché, con essenziale e solida chiarezza, protegge il nostro diritto di essere cittadini, ci chiama alla responsabilità, non ci permette di dimenticare quanto è stato costruito e conquistato nel passato, ci consente di immaginare il futuro.
Grazie a Lei, Presidente, mi sento cittadina di questo paese.
Con orgoglio.

Luisa Mattia


Il Presidente Giorgio Napolitano durante la visita a Turi.

lunedì 4 aprile 2011

Elsa che raccontava

[di Luisa Mattia]

Provo a immaginare la bambina Elsa.
Lei, che diventerà “La Morante”.
Lei, quella che scriverà Menzogna e sortilegio.
Lei, che scriverà L’isola di Arturo.
Lei, che racconterà con affetto profondo di narratore  le vicende del piccolo Useppe,  protagonista del  romanzo La storia.
Lei, è stata bambina.

Non sappiamo granché della sua infanzia romana, passata tra i libri e l’immaginazione. Non sappiamo come vestisse né quale fosse il gusto di gelato preferito. Non sappiamo quale fosse il giocattolo più amato. Sappiamo che amava i gatti e i grandi cappelli, che aveva occhi grandi e lo sguardo severo, che volentieri sorrideva e faceva una smorfia da monella. Si vede bene, nelle foto.

Sappiamo, anche, quale fosse il suo gioco più bello, quello che maggiormente la attraeva e che, con allegria ostinata, praticava: raccontare.  Non si vede dalle fotografie ma da un libro. Un libro che pare una festa. Ci sono disegni – tanti – in bianco e nero e coi colori. E una storia che comincia piano piano e sembra che subito smetta. E invece no, ricomincia , come fosse la geometria di un caleidoscopio. Il libro racconta una storia buffa. Una storia che non è una sola ma tante. C’è Caterì, la protagonista. E una bambola brutta che si chiama Bellissima (come resistere al gioco del contrasto?) e che si perde perché Caterì prima non la vuole e dopo la rivuole ma…è troppo tardi per ripensarci! Così comincia un viaggio.


Lo racconta Elsa, che è una bambina a cui piacciono i viaggi e le fiabe. Ha imparato dai libri che le due cose – le storie e i viaggi – vanno sempre insieme. Perché se ti muovi, ti sposti, insegui un sogno o una brutta bamboletta di pezza che si chiama Bellissima… beh, le avventure ti vengono incontro.
Certe volte sono lievi come la brezza del mare d’estate. Certe altre soffiano forte come un vento cattivo e ti fanno rotolare, carambolare, precipitare così forte che ti sembra di non farcela proprio ad andare avanti.

Elsa sa bene, però, che – nelle fiabe e certe volte nella vita – quando sei lì che ti sembra di essere sola e che nessuno ti possa aiutare, arriva invece una mano che ti solleva, una faccia che ti sorride, un braccio a cui potersi appoggiare. Così, nella storia che racconta le avventure di Caterì-Caterina, la bambina affronta il viaggio insieme al suo amico Tit il Magnifico. Alla ricerca di Bellissima che chissà dove è finita ma, ne siamo certi, si ritroverà.

Comincia una storia che si scioglie come una filastrocca, come una cantilena, come una ballata messa in scena nel Gran Teatro delle storie.

Elsa – chissà? – deve aver letto molto, molto giocato con burattini e marionette – avrà avuto un teatrino? – e molto ascoltato le storie raccontate dai grandi. Forse le ha sentite dai vecchi, che sono bravi a raccontare, perché vanno lenti e si fermano sulle parole, riprendono fiato nel mezzo delle avventure e tu che li ascolti non ti allontani dalla sedia, non smetti di concentrarti sulla loro voce quieta, per non perdere neppure una parola.

Si sarà parecchio divertita, Elsa la bambina, ad ascoltare le storie. Poi dev’essere successo che, in qualche ora del giorno o della sera, non c’è stato vecchio né adulto capace di raccontare. E che ha fatto Elsa? Quel che è giusto fare. Si è messa ad inventare.
S’è raccontata le storie, come le andava di fare. Ha preso un pupazzetto, s’è messa dietro la poltrona, magari, per fare una voce, e poi un’altra. Per fare un teatro di storie.
Le piace dare voce ai personaggi. E dargli un nome.

Nella storia di Caterinetta, la bambina Elsa -  che, di certo, prima ha immaginato una storia, e le voci, e le facce - ci sono tanti con nomi buffi e strani. Ci sono Sparacannone e Terrore, briganti. C’è Grigia, la donna-dei-sogni-del-mercante-di-stoffe. C’è la Regina delle fate e il Principe Felice, il signor Gufo e una Vecchia Quercia che sorride.

È una festa, questo libro che narra Le bellissime avventure di Caterina, perché c’è dentro il gioco del raccontare, insieme ai sogni e alle risate; perché quel che è buffo diventa voce e disegno, prende forma in un raccontare che ha bisogno di una casa dove stare. La storia di Caterì ha bisogno di diventare un libro. Elsa la bambina ci si mette a fare la storia, i disegni e il libro.

Li pensa, li immagina, li compone. Non pensa più solo al suo divertimento, al suo buffo inventare. Pensa al lettore.
E qui c’è lo stupore. Non solo del lettore ma anche di Elsa la bambina che, è certo, deve essersi resa conto che il gioco del narrare prende le forme belle del futuro.

Caterì, Bellissima, Tit e tutti gli altri stavano e stanno nelle pagine, s’affacciano dai disegni, spuntano dalle tavole a colori. Fanno la storia. E fanno anche l’autrice.
Perché quando chi racconta – qualunque sia la sua età. Elsa quando scrive di Caterì, ha tredici anni – incontra il suo lettore diventa narratrice/narratore, non è più capace di fare a meno di colui/colei che leggerà. Ne ha bisogno come una fiaba ha bisogno del lieto fine. Chi racconta cerca chi lo ascolterà.
Chi scrive cerca chi lo leggerà.
Elsa, alla fine delle avventure di Caterina, segna e disegna il suo futuro: diventa scrittrice, anche se ancora non lo sa.  

Le immagini che corredano questo bello scritto di Luisa Mattia sono della nostra copia de Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, nella prima edizione, in grande formato, con dorso in tela blu, di Giulio Einaudi Editore (1942-XX). La nostra copia è in condizioni eccellenti,  a parte uno scoloramento della carta alle prime cinque pagine, in un cerchio di pochi millimetri di diametro. Si tratta di un’edizione eccessivamente rara. Sul mercato si trovano più facilmente, ma a volte a prezzi ingiustificatamente alti, le altre edizioni einaudiane. Dal 1959, le “bellissime” avventure diventano, chissà perché, “straordinarie”. Le straordinarie avventure di Caterì dalla trecciolina è, quest'anno, uno dei libri imperdibili segnalati da Scelte di classe 2011, selezione dei migliori libri del 2010, organizzata da Tribù dei lettori, iniziativa di cui presto ci risentirete parlare.

venerdì 21 gennaio 2011

Quando il pensiero si fa parola


Nel settembre 2010, ad Anghiari, siamo stati invitati dal professor Duccio Demetrio alla Libera Università dell’Autobiografia, a presentare Gli anni in tasca, la nostra collana di autobiografie di infanzia e adolescenza. Insieme a noi c'era Luisa Mattia, non per parlare di W la libbertà, l'autobiografia che ha pubblicato con noi, ma per presentare il libro Sono contento che sono un bambino, edito da Rizzoli nel 2009, frutto di un anno di lavoro sulla scrittura autobiografica e i diari dei bambini della scuola elementare Parco di Veio di Roma.
La presentazione è stata coinvolgente, esilarante, interessantissima: chi conosce Luisa sa bene con quanta sapienza sia in grado di coinvolgere l'uditorio, che si tratti di ragazzi, bambini o adulti. Nel marzo del 2011, Luisa sarà ospite di nuovo della LUA, dal 18 al 20 marzo, per tenere un seminario sull'autobiografia dei bambini, dal titolo E tu chi sei? Perché e come condividere con i bambini l’esperienza di un diario, che si rivolge a tutti coloro che si occupano di educazione: insegnanti, bibliotecari, educatori. Il punto di vista di Luisa su scuola, bambini, scrittura, diari, ci interessa molto. Per questo le abbiamo chiesto di rispondere a qualche domanda. L'intervista è un po' lunga, ma le sue risposte sono da non perdere e poi c'è tutto il fine settimana per leggerle.

In Sono contento che sono un bambino, nell'introduzione, affermi che alla scuola “non si richiede il coraggio di conoscere i bambini”. Cosa intendi con questo? E cosa significa conoscere un bambino?

I bambini sono persone molto interessanti. Sono complessi, lievi e profondi al tempo stesso, seguono vie originali di comunicazione con se stessi e con il mondo, “affabulano” la vita, sono tendenzialmente anarchici. La scuola, che pure li accoglie, ha una funzione predefinita di regolarizzazione e normalizzazione. La scuola organizza prima di conoscere, stabilisce standard di apprendimento e di modalità di conoscenza predefinite sulla base di strutture di apprendimento. Un bambino o una bambina che vanno a scuola hanno il compito di entrare in questa “scenografia”, in un ambiente di apprendimento che è pre-disposto e, conseguentemente, ben poco… disposto a sopportarne la creatività e le pulsioni a praticare una conoscenza “disobbediente”. In sintesi, faccio mio un concetto di Fernando Savater, filosofo spagnolo, che definisce la scuola come il luogo in cui si fanno domande sapendo già le risposte. La scuola cerca ciò che sa già. I bambini cercano, si fanno domande, vanno alla ricerca di risposte non sempre prevedibili né previste. In questo senso, ogni bambino è incompatibile con la scolarizzazione e resta, per la scuola, uno sconosciuto. Conoscere un bambino è mettersi in gioco come persone, entrare in una dinamica che non valuta, non ha obblighi di insegnamento ma dà priorità all’incontro, alla conoscenza, alla libertà di espressione e, soprattutto, alla ricerca di un “alfabeto affettivo e comunicativo” che non può darsi a priori ma deve essere composto e riconosciuto vicendevolmente, nell’ambito di una dinamica educativa contraddistinta dalla reciprocità. In poche parole: si può entrare in contatto con un bambino se non si pretende di insegnargli qualcosa, ma, piuttosto, di imparare insieme il “chi siamo”.

Nel libro parli anche di “emozione del conoscere” relativamente all'uso del diario nel lavoro
scolastico. L'idea di autobiografia spesso fa pensare a una dimensione privata, egocentrica. Invece tu sembri collegare scoperta di sé e scoperta del mondo. È la parola scritta che può operare questo miracolo?


I bambini con i quali ho lavorato, di fronte alla proposta di scrivere un diario sono rimasti perplessi. La cautela che hanno espresso si riferiva agli adulti. Sì, proprio quelli che mettono il becco su tutto e di tutto vogliono sapere. L’esperienza che i bambini avevano della scuola non garantiva né discrezione né libertà espressiva. E nemmeno quel minimo di spazio ambientale che potesse garantire un po’ di quiete, di rapporto con se stessi. Abbiamo lavorato – uso il plurale perché è stato un impegno mio e del gruppo dei docenti – per garantire questi elementi basici, dunque: discrezione, libertà espressiva, silenzio. L’obiettivo era – e resta – importante: costruire una complicità con se stessi e con il resto della comunità con la quale si vive. E lo “spazio” è stato il quaderno-diario, un perimetro di carta, una successione di fogli sui quali – in tempi che avevamo concordato e ci eravamo impegnati a rispettare (tutti, adulti e bambini) – si scriveva. C’è stato chi ha subito scritto di sé e chi ha cominciato a raccontarsi attraverso storie inventate, piene di pappagalli parlanti e bambini che si appollaiavano sugli alberi (Calvino le avrebbe trovate…“rampanti”!). Ognuno si teneva per sé le sue pagine. Se voleva. Perché se no, se ne poteva leggere qualche riga oppure – inevitabilmente – si  parlava dei diari e dello stupore – per bambini e adulti – del “tanto da scrivere” che veniva fuori. La parola scritta è doppiamente forte, perché è capace di silenzio ma è anche in grado di fare molto rumore, sia interiormente che quando viene letta alla collettività. La parola scritta si svela e ti svela. Molti bambini si sono stupiti di quel che avevano scritto e di come lo avevano scritto. Hanno scoperto che il pensiero che si fa parola si rivela con naturale forza. Ed è bello lasciarlo andare.

In che modo l'adulto può avviare un bambino a parlare, e a scrivere, di sé senza orientare, anche inconsapevolmente, le scelte, le forme e i contenuti del suo lavoro? Detto in altro modo: in che modo un adulto può essere un interlocutore credibile per un bambino nel processo di scoperta di sé?

Questa è una vera e propria zona a rischio. Quando avviai l’esperienza dei “diari” ci fu un’insegnante che rinunciò a partecipare “perché – mi disse - so che non resisterei alla necessità di leggere e, soprattutto, di correggere i diari dei bambini. Non sono adatta a questo progetto.” Trovai quella decisione rivelatrice di un “vizio” scolastico ma anche – e quanto forte! – di una consapevolezza educativa notevole; di una onestà professionale e intellettuale che era – ed è stata – un nuovo punto di partenza per stabilire un rapporto educativo forte con i bambini e i ragazzi. Un adulto che non sia un impiccione né un irridente “correttore” è l’adulto perfetto per un’esperienza come quella dei diari. Però, l’adulto perfetto non esiste. Ci sono molti educatori imperfetti che posso e debbono pretendere da se stessi una presenza creativa, allegra, non inquisitoria né moralizzatrice. Ogni osservazione/rivelazione di un bambino che scrive il suo diario (e ne parla) è un’occasione di conoscenza, di libertà di incontro. Un modo per rovesciare il rapporto istituzionale  e trasformarlo da scuola che fa domande di cui sa in anticipo le risposte, a scuola (o famiglia) che cerca risposte e accetta di essere “interrogata” dai bambini.

Gli adulti, per ragioni anagrafiche, non attribuiscono molto peso alla memoria dei bambini né al loro desiderio, al loro diritto di possedere una propria storia. Quanto invece per i bambini queste sono importanti?

I bambini hanno una memoria di sé che gareggia in eternità con il big bang e i racconti biblici. Ogni momento della loro vita è stato una “Prima volta”, ogni esperienza una sorpresa, ogni apprendimento una scoperta. Hanno moltissimo da raccontare perché la vita vissuta è fatta di un interminabile piano-sequenza ricco di dettagli, di “minimalia” che invece per un adulto sono un “già vissuto”. I bambini parlano del loro passato al presente: vedo, sento, tocco, capisco, domando, scopro. Un adulto usa spesso un “futuro sapienziale”: vedrai, ti renderai conto, capirai… Considera i bambini “in transito”. La memoria dei bambini è fatta di narrazione di sé attraverso le cose, le azioni, i sapori e gli odori, gli incontri. Si compone come un flusso ininterrotto di eventi e spesso viene raccontata così. Gli adulti ascoltano e, altrettanto spesso, sentenziano: “Non si capisce niente. Confondi tutto”. Invece, siamo noi che confondiamo perché ci aspettiamo un racconto lineare e consequenziale che non è quasi mai prerogativa dei bambini. Anche in questa occasione, un adulto sbaglia perché pretende di usare, nella comunicazione, solo il suo alfabeto formalizzato, le sue strutture linguistiche e concettuali codificate, evitando di prendere in considerazione altre modalità. L’incontro tra adulti e bambini è spesso un confronto tra due culture che raramente porta a un equilibrio “interculturale”.

Sulla base della tua esperienza perché per un bambino è significativa la scrittura di un diario?

Qui la faccio breve: perché è lui/lei, la sua memoria, il suo pensiero e la scoperta che sentimenti ed emozioni possono avere la dignità delle “cose” – peso, forma, funzione, estetica – grazie alle parole che li definiscono.

Che rapporto hanno i bambini con la scrittura?

Dipende dalla scrittura che non è mai una sola. Il rapporto con la narrazione – sia di se stessi che di storie – può essere esaltante o mortificante. E qui sono costretta a ripetermi: scrivere è un atto di per sé liberatorio, potenzialmente sovversivo. Per assumere questa forza, questa energia dirompente, ha bisogno di assimilare regole espressive e ortografiche condivise. Una volta assimilate e usate queste regole, può – e azzarderei a dire che deve – trasgredirle. La scrittura ha bisogno, dunque , di spazi di libertà che la volontà di scolarizzazione mette in discussione. Se si racconta - di sé o di altro – in funzione di una valutazione e di un apprendimento riconosciuto (e questo avviene a scuola), la scrittura corre seri rischi di essere mortificata e di diventare modesta, conformista, sciapa. Al contrario, una scrittura liberata dalla valutazione e dalla codificazione dell’apprendimento, una scrittura che narra , può essere un’occasione di gioia e di rivelazione di sé; può diventare un’allegra necessità, una forma di incontro e di dinamica con il mondo.

Grazie, Luisa.

[Le immagini che corredano questo post sono tratte da: Jutta Gadamer, Pitz, Patz, Putz und noch mehr Bären, Verlag Heinrich Ellermann (1953)]