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venerdì 9 dicembre 2011

Una bracciata dopo l'altra



Quest'anno a Roma, a Palazzo dei Congressi, a Più libri più liberi, Spazio ragazzi, sono in mostra le tavole del fumetto Fiato sospeso. Belle. Ci sono piaciute. Perciò, siamo andati a comprare il libro, allo stand di Tunuè, ce lo siamo fatti dedicare da Sualzo, che è stato molto simpatico, e l'abbiamo anche letto in mezzo al bailamme della fiera.

La dedica che ci ha fatto Sualzo
Bello, anche il fumetto. Una storia scritta da Silvia Vecchini, molto adatta ai ragazzi, penso. E ai nuotatori, come sono io. Perché, sì, posso confessare che quando l'occhio mi è caduto sulle tavole in mostra, sono state le atmosfere azzurre della piscina, le sagome dei nuotatori che scivolano nell''acqua, che mi hanno attratto.

Schizzo preparatorio per il libro.
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Sono vent'anni che nuoto.
Prima, detestavo le piscine. Per la promiscuità, lo scomodo, il freddo... ora, ovunque sia, non vedo l'ora di infilarmi a nuotare in una piscina. E mi piace leggere le storie in cui ci sono dei nuotatori.
Perciò, per esempio, mi è piaciuto molto anche Il gusto del cloro di Bastien Vivès edito da Black Velvet, dove ci sono magnifici disegni di nuotatori, nuotatrici, vasche, visioni acquatiche, luci rifratte nell'azzurro, sagome liquide...

Come Fiato sospeso, anche Il gusto del cloro è un fumetto molto adatto ai ragazzi, forse con qualche anno in più rispetto ai lettori di Fiato sospeso: entrambi parlano di crescita, distacco, amore, incontro con se stessi e con l'altro, amicizia, paura, frustrazione, felicità, innamoramento.


Visto che ci sono, e siamo in argomento, consiglio ai nuotatori-lettori di questo blog anche due bellissimi libri che parlano di nuoto. L'ombra del massaggiatore nero di Charles Sprawson e Diario d'acqua di Roger Deakin.

Il primo racconta in modo avvincente come lo sport antichissimo del nuoto, e chi lo ha praticato, sia stato visto e interpretato in diverse epoche e contesti culturali, tratteggiando anche magnifici ritratti di celebri personaggi che sono stati formidabili nuotatori come Byron, Swinburne, Goethe. E va, forse, specificato che l'autore di questo libro coltissimo, divertente e singolare, Charles Sprawson è egli stesso protagonista di una impresa natatoria: l’attraversamento dei Dardanelli sulla scia di Leandro, che ogni notte raggiungeva l’amata sull’altra riva dell’Ellesponto.

L'altro libro racconta le avventure autobiografiche dell'autore, Roger Deakin, scrittore interessantissimo e del tutto a sé stante nel panorama letterario internazionale, che ha attraversato la Gran Bretagna a nuoto, ogni giorno decidendo di spostarsi lungo canali, laghi, tratti di costa, con lo sguardo sempre vigile, una bracciata dopo l'altra, alla scoperta di ambienti, acque, vegetazioni, animali, uomini. E naturalmente anche alla scoperta delle proprie risorse fisiche e psichiche.

Non posso non concludere questo post acquatico e natatorio, con una poesia di Mariangela Gualtieri che non mi stanco di leggere e rileggere, e che descrive una nuotatrice. La trovate nella raccolta Bestia di gioia, la cui lettura consiglio caldamente.
Ora non vi rimane che mettervi in costume e osare un'attraversata...

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lunedì 4 luglio 2011

Vuoi vedere un miracolo?

Mentre, qualche sera fa, le immagini di Corpo celeste scorrevano davanti a me sullo schermo del cinema, mi sono venuti in mente alcuni versi di Mariangela Gualtieri, nella raccolta Bestia di gioia, dedicati alla bruttezza patologica di certi luoghi italiani di oggi, alla bellezza delle cose distrutta senza coscienza, con passiva, greve e serena imbecillità.

Vedendo le due facce del paese
quella più antica e la nuova
mi ha stretto una morsa disperata.
Pochi minuti, è vero. Ho deglutito.
Non ci ho pensato più. Ma c’era
fotografata la rovina di tutta una specie.
Un’insipienza nuova di gente massacrata
che s’è venduta gli spiriti di casa
e ha tolto ai figli il bene. Così,
da sola, non perché forzata.
Da sola ha scelto la borgata nuova.
Io sento inginocchiata dentro loro
- e dentro me -
la bellezza della terra intera.




 
Lo splendido film d’esordio di Alice Rohrwacher, ha al proprio centro esattamente questo: la “rovina di tutta una specie ... che toglie ai figli il bene”, l’“insipienza nuova di gente massacrata” capace di mettere in ginocchio “la bellezza della terra intera”.



Nel mondo devastato portato in scena, una Reggio Calabria di uno squallore umano e fisico atroce e senza remissione, il compito della ricomposizione e della cura, della ricucitura e della verità, è affidato allo sguardo attento, spaventato e serio della protagonista, Marta, una ragazzina di quasi tredici anni. Uno sguardo la cui serietà abbiamo incontrato in altre pagine superbe di cinema che ha per protagonisti i bambini e i ragazzi di cui spesso in questo blog si è parlato. Corpo celeste entra, infatti, nel novero di quei film preziosi che ci raccontano la potenza dello sguardo adolescente sulle macerie dei nostri spazi e dei nostri tempi. La sua capacità di rivelare con precisione, attraverso il rimpovero muto, la silenziosa domanda di senso, l’incessante interrogazione sulle cose che lo attraversa, lo stato inquietante di degrado in cui affondano vite, abitudini, gesti, luoghi, parole, oggetti, pensieri, rapporti.


La circostanza intorno a cui è costruita la vicenda, il percorso di preparazione alla cresima della protagonista, rende ancora più tetro lo scenario in cui si muove questa umanità disorientata e luttuosa. Poiché in questo contesto che dovrebbe assolvere alla guida delle anime, ogni istanza spirituale annega, paradossalmente in una demente assenza di comprensione, compassione, devozione. In una assordante assenza di disposizione all’ascolto, di raccoglimento e accoglimento della trascendenza e della spiritualità, intese come dimensioni che consentono all'umano l’accesso a un ordine più ampio, alto, complesso, a una relazione con il creato e la sua intelligenza, la sua grazia, il suo mistero, la sua bellezza.


Le pie donne che si muovono in questa parrocchia sciatta e diseredata, e in una chiesa, a metà fra una morgue, l’ingresso di un condominio e un ristorante della camorra, sono un emblema perfetto di questa umanità allo sbaraglio. Eternamente e inutilmente vocianti, sgraziate nei loro incongrui abiti di lustrini e ricami, perse in una ripetizione di gesti e di mansioni condotti in ossequio a convenzioni e norme prive di forma e sostanza, disvelano, in momenti che si aprono come accecanti squarci di verità, una natura di orchesse, capaci, dietro il pretesto dell'accudimento delle anime giovani, di gesti ambigui ed efferati di violenza psicologica e fisica.
La bravura sorprendente della regista sta nel gioco di contrappunto fra la bruttezza desolante dell'ambiente, quella che Luigi Ghirri in un suo bellissimo scritto ha definito  “un disastro visivo colossale”, e la bellezza intensa della domanda disattesa di verità della ragazzina, che riesce, con la sola grazia acerba della sua presenza e del suo sguardo a ricomporre l’orrore che la circonda. Eroica nell'impresa silenziosa di cucire con il filo del senso e del pensiero i brandelli del mondo esploso che la circonda, Marta, interpretata da Yle Vianello, è una protagonista indimenticabile.


Memorabili alcune scene. Quella in cui le dita della ragazzina percorrono, fra le macerie di una chiesa abbandonata, il volto ligneo di un Cristo di cui, dall’unico adulto in grado di verità, ha appena appreso il grido ultimo di furore: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato.” 
Quella in cui il crocifisso prelevato dall'antica chiesa distrutta, anziché finire nella nuova sede, grazie a un provvidenziale incidente finisce in mare: vedendolo ho provato il medesimo sollievo e la medesima commozione provati ascoltando Michel Piccoli che, in Habemus papam, in autobus, prova il discorso di investitura pontificale fra pazzi, extracomunitari e gente stanca e qualunque.
Quella in cui Marta, in fuga da una blasfema e terrorizzante cerimonia della cresima, a base di balletti televisivi eseguiti da bambine cinquenni, cresimandi vestiti come bodyguard e un pastore di anime arido e afasico dedito alla conta di voti e soldi, si avventura verso il mare, trovando il coraggio di attraversare l'acqua nera e ferma di un tunnel che la separa dalla spiaggia. Qui incontrerà una piccola comunità di ragazzi selvatici intenti a costruire strane ed esili architetture di rifiuti e oggetti dilavati dall’acqua. Uno di loro, mettendole in mano la coda di una lucertola, ancora danzante di vita e di energia, pronuncia l'ultima frase del film: «Vuoi vedere un miracolo?»
Finalmente, si respira.

martedì 17 maggio 2011

Una geometria d'universo

Quanti modi esistono di vedere una foglia? E di pensarla? E di disegnarla?
Infiniti, come ci insegna, fra gli altri, un libro di cui abbiamo parlato da poco: È l'albero che dà la vita, realizzato dai bambini della scuola Anna Frank di Reggio Emilia.
Riflettendo sulla forma delle foglie mi è venuto in mente Herbier di Emilie Vast, pubblicato da MeMo e in Italia da Salani, che recentemente è andato per la maggiore. La Vast, illustratrice con una visione matematica delle strutture vegetali, mira alla sintesi e nelle sue rappresentazioni arriva a stringere ogni dettaglio in una formula di essenziale perfezione in cui nulla è lasciato al caso e ogni segno è nitido e implacabile come un bisturi. Così ecco che il mondo delle piante, vibratile, deperibile, effimero, casuale e metamorfico, nelle sue tavole si fa teorema di una bellezza del creato la cui prima caratteristica è la distanza, l'algore.


Durante i giorni trascorsi da poco a Barcellona, nella bella e centralissima libreria La Central del Raval, con un ampio e curato settore di volumi dedicati all’immagine, abbiamo trovato un altro erbario gioiello: una sorta di anti Emilie Vast per eccellenza. Si intitola The native trees of Canada, ed è opera di Leanne Shapton, edito da Drawn&Quarterly.

A Leanne del mondo vegetale sembra interessare il processo metamorfico a cui le forme sono costantemente sottoposte. Il modo in cui i viventi immersi nel flusso costante del tempo reagiscono e si fanno unici, istante dopo istante, registrando nel proprio corpo in movimento ciò che avviene dentro e fuori di loro. È la medesima chiave interpretativa elaborata dalle osservazioni dei bambini di Reggio Emilia. Tutto questo è molto affascinante e lascia sopraffatti la bravura di questa disegnatrice formidabile, capace di fare una cronaca precisa dell'eterno movimento del mondo naturale, riuscendo però nel medesimo tempo, a dar conto della struttura inalterabile che sottosta agli organismi viventi.
Quindi a fissare, in questi ritratti dinamici, la matrice della foglia che ne preserva il nucleo dell'identità in tutti i cambiamenti a cui è sottoposta. Una sorta di principio universale, di anima, di formula invariabile che fa sì che ogni creatura possa rimanere se stessa nel tumulto avventuroso della vita e del cambiamento.
Un libro splendido. Alto. Commovente.



In questa poesia di Mariangela Gualtieri sulla caduta di una foglia ritrovo lo stesso sguardo di  Leanne Shapton (fa parte della imperdibile silloge Bestia di gioia, 2010).

Una foglia cadendo
fa il piccolo tonfo
scuote un poco la stella
e una geometria d’universo
si sbilancia negli assi.

Tutto un tratteggio di rette infinite
un pulsare di gradi angolari
nessuna ala distesa fa a meno
e la caduta non è che un’
algebra infinita che va giù
nella cifra, nel rigo.