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lunedì 9 giugno 2014

Educazione musicale (o della gioia)

Rita Pavone, nello sceneggiato Rai
Il giornalino di Gian Burrasca,
regia di Lina Wertmüller,
musiche di Nino Rota,1964.
[di Mauro Mongarli]

Come genitore sono sempre stato un po’ preoccupato di non far danni nel rapporto tra mia figlia e la musica.

Traguardi per lo sviluppo delle competenze [musicali] al termine della scuola primaria.
L'alunno esplora, discrimina ed elabora eventi sonori dal punto di vista qualitativo, spaziale e in riferimento alla loro fonte.

Ho i miei gusti, suono qualche strumento, quando lavoravo nei villaggi turistici, suonare e cantare era la parte principale del mio lavoro, me ne occupo anche come pubblicitario, insomma: un guazzabuglio che temo sempre possa avere un’influenza strana su di lei.

Esplora diverse possibilità espressive della voce, di oggetti sonori e strumenti musicali, imparando ad ascoltare se stesso e gli altri;  fa uso di forme di notazione analogiche o codificate.

In effetti, la piccola, ora di nove anni, mostra chiari segni di squilibrio a chi le chiede, per esempio, chi sono i suoi artisti preferiti.

Articola combinazioni timbriche, ritmiche e melodiche, applicando schemi elementari; le esegue con la voce, il corpo, e gli strumenti, ivi compresi quelli della tecnologia informatica.

Il dialogo tipo è questo:

“Qual è il tuo cantante preferito?”
“Caparezza”
“... “
“Di maschi, però”
“Ah (speranzoso), e di cantanti donne?”
“Rita Pavone”

Al che io e mia moglie scoppiamo a ridere vedendo la faccia che fa il povero interlocutore, che magari era preparato su Violetta o Justin Bieber e non ha potuto sciorinare la sua competenza.


Improvvisa liberamente e in modo creativo, imparando gradualmente a dominare tecniche e materiali, suoni e silenzi.



Sì, Rita Pavone. Gianburrasca. Mio Cuore. Fortissimo. Datemi un martello. Quel metro e mezzo di pepe lì.
La sua interpretazione di Giannino Stoppani ha ipnotizzato Laura per settimane, vuoi per la storia vuoi per il fatto che quel tipetto di nove anni era una ragazza di 18 con una voce incredibile che, dopo un paio di puntate, mia figlia riproduceva fedelmente nelle “o” chiuse e nei singulti.



Esegue da solo e in gruppo, semplici brani vocali o strumentali, appartenenti a generi e culture differenti, utilizzando anche strumenti didattici e autocostruiti.

Posso vedere altre cose di Rita?”
E avanti con i musicarelli, da Rita la Zanzara in poi.
Non è che la bimba non canti canzoni “per bambini”, o che scappi via quando io ascolto Rossini o gli Who, è che con la Pavone (e con Caparezza) c’è una gioia del tutto diversa. Mi sembra che sia la gioia di tuffarsi nel lato spensierato del mondo adulto, così diverso da quel lato a volte così serio, strano o semplicemente incomprensibile che la circonda.



Riconosce gli elementi costitutivi di un semplice brano musicale, utilizzandoli nella pratica.

È la gioia di attraversare un passaggio sicuro su quello che sarà, un impratichirsi di amori che si sentono ormai prossimi, o un orecchiare problemi che magari sentiti da me o dalla sua mamma sembrano gravi e cupi ma che messi in rima da Caparezza (da lui si va a luglio!) sembrano cose che un giorno, magari, quando sarà ora, si potranno affrontare.



Ascolta, interpreta e descrive brani musicali di vario genere.

Tutti questi pensieri sono stati spazzati via pochi giorni fa quando, come regalo per il suo nono compleanno, le abbiamo fatto la sorpresa di portarla al concerto di Rita Pavone.


Mi spiego meglio: questi pensieri rimangono in me come validi, ma la sua gioia di cantare per due ore a squarciagola le canzoni di Rita Pavone con lei stessa a pochi metri era semplicemente assoluta, tanto da spazzare, appunto, ogni mia elucubrazione e farmi cantare il Geghegè, all’ultimo bis, come facevo a cinque anni con mia cugina Betty.
L’età media del pubblico presente al concerto era alta anche per me che ho quasi cinquant’anni, ma questo a Laura non interessava proprio.



Fosse stata fan di Justin Bieber invece di quell’artista mirabile che è Rita Pavone (concerto incredibile il suo per intensità, qualità e rispetto per il pubblico) sarei stato così felice? Penso di sì, la gioia è gioia.
Quando la signora della biglietteria, alla fine del concerto ha chiesto a mia figlia:
“Mia nipote ha la tua età ma ascolta Violetta: tu come mai vieni a sentire Rita Pavone?”
Laura ha risposto:
“Perché Violetta non è vera.”



Spero che Martina Stoessel (Violetta) abbia una fulgida carriera e le auguro ogni bene, ma io preferisco continuare a pensare a lei come un cartone animato, perché la musica

componente fondamentale e universale dell’esperienza umana, offre uno spazio simbolico e relazionale propizio all’attivazione di processi di cooperazione e socializzazione, all’acquisizione di strumenti di conoscenza, alla valorizzazione della creatività e della partecipazione, allo sviluppo del senso di appartenenza a una comunità, nonché all’interazione fra culture diverse.

(Le parti di testo in corsivo sono tratte dalle Indicazioni nazionali per la Scuola del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, comprese nel decreto legge del 16 novembre 2012 a oggi in vigore.)

Martina Stoessel.

lunedì 18 marzo 2013

Per amare mio padre

Quest'estate ho letto, uno dietro l'altro, La lingua salvata di Elias Canetti e Il bambino incantato di Rachid O. A causa di questa prossimità mi sono accorta di una analogia fra i due libri, peraltro diversissimi in tutto. Come è noto La lingua salvata è il primo volume della autobiografia di Canetti, in cui si racconta di una straordinaria e difficile infanzia, contrassegnata da continui spostamenti e da vicissitudini di ogni genere, la prima delle quali, tragica, la morte dell'amatissimo padre, quando Elias aveva 7 anni, a Londra.  Il bambino incantato, anch'esso autobiografico, racconta l'educazione sentimentale dell'autore, Rachid O., prima bambino, poi adolescente, in Marocco, fra gli anni Settanta e Ottanta. In comune i due libri hanno le figure paterne, del tutto anomale, caratterizzate da una profonda tenerezza verso i figli, da una disponibilità all'ascolto e al gioco, dalla capacità emotiva di darsi con generosità e di comprendere profondamente i bisogni e la sensibilità di un essere in crescita.

In questa bella intervista, di cui vi consiglio la lettura, Rachid O. dice: «In Cioccolata calda (terzo romanzo dell'autore ndr) dico che si nasce con dei talenti. C’è chi nasce con le mani fatte per dipingere, chi per costruire ecc. Io da bambino desideravo avere un cuore grandissimo per amare mio padre, per ricambiarlo del suo affetto. Il fatto è che entrambi, sin dalla morte di mia madre, abbiamo fatto un enorme investimento reciproco. Lui per me è una miniera, una continua fonte di ispirazione, di affetto, d’amore».
A Canetti accade l'opposto, l'investimento reciproco, dopo la morte del padre, è fra lui e la madre: figura dominante, inquieta, ambigua, esigente, di grande severità e durezza, all'origine, certamente, della genialità del figlio, ma anche di angosce e tormenti indescrivibili.


Colpisce come in due ambienti sociali e culturali dominati dalla religione, ebraica in un caso, musulmana, nell'altro, le figure che infrangono, con la loro umanità, le censure e il rigore di regole incomprensibili e crudeli, siano i padri, capaci di una libertà mentale assoluta e proprio, significativamente, nella relazione educativa e affettiva coi figli. Sono loro infatti, a proteggerli dalla violenza dei diktat sociali, culturali e religiosi, con mano ferma e amore intelligente che si manifesta come profondi rispetto e comprensione dell'altro, anche nelle scelte più lontane e incomprensibili, come l'omosessualità e le relazioni con uomini più grandi per età nel caso di Rachid O.. Ed è il padre di Canetti a decidere di abbandonare la rigidissima famiglia paterna, in Bulgaria, connotata da una cultura soffocante e autoreferenziale, per vivere in una Londra cosmopolita: gesto che gli vale una biblica maledizione paterna (che verrà poi segretamente vissuta dalla famiglia come vera causa della sua precoce e improvvisa morte). Ed è sempre il padre a nutrire Elias di libri, praticati come momenti insostituibili di relazione affettiva e intellettuale, a regalargli il primo libro di fiabe, a contagiarlo con il suo grande amore per la letteratura, vissuta come fonte inesauribile di piacere e libertà.



Di che portata sia il problema dell'ortodossia religiosa e della sua invadenza nella vita civile, privata e familiare, lo segnala l’iniziale del cognome dietro cui ancora oggi Rachid O. si scherma: «Quando è uscito Il bambino incantato, nel 1995, ero semplicemente preoccupato per la mia famiglia. All’epoca, in Marocco, il fondamentalismo stava crescendo. Non avevo paura per me, o per la censura. Ma per mio padre, i miei fratelli. È stato il mio modo di proteggerli. E poi quella O. mi piaceva anche esteticamente: e si ricorda facilmente.»

Oggi festeggiamo la prossima festa del papà con questi due padri magnifici. Sono in tanti, però, crediamo, come loro: forse mai abbastanza ricordati e presi a esempio. Sarebbe bello lo fossero, per anteporre figure maschili, positive e in controtendenza rispetto a quelle di cui i media non fanno che parlare.
Ho scritto questo post perché a Roma, a Più libri più liberi, allo stand Playground parlavo con due amici di questi due padri incontrati durante l'estate e della mia intenzione di scrivere qualcosa. Sono stati loro a spronarmi a riprendere l'idea e a farlo. Anche perché noi per i papà abbiamo un debole, come mostrano i due libri a loro dedicati, nella collana I grandi e i piccoli: Non si incontravano mai. Il libro del papà e della bambina di Mauro Mongarli e Chiara Carieri e P di papà di Bernardo Carvalho e Isabel Minhós Martins. Due libri che ci continuano a piacere per il modo che hanno di raccontare la paternità e la sua importanza nella vita dei figli.



venerdì 25 novembre 2011

I bambini leggono/ 3. Quei segnetti lì


I bambini molto piccoli non leggono le parole. Leggono le emozioni di chi hanno di fronte, leggono la situazione in cui si trovano, io sospetto che leggano anche il loro futuro.
Le storie e i libri possono dare ai bambini la forza di mettere insieme tutte le letture che fanno, ma che non sempre capiscono, anzi: il più delle volte ne vengono sovrastati, sopraffatti. E spaventati.
Un esempio.
2008. Mia figlia ha due anni e nove mesi. Io, invece, ho un nuovo cliente che mi porta via da casa per due giorni interi ogni settimana, e che per il primo mese mi assorbe totalmente. È primavera: mia moglie la soffre parecchio, anche lei è meno presente. E nostra figlia di colpo non fa più la cacca.

Sta anche cinque giorni senza farla ma, quando la fa, è molle. Quindi, di concerto con il pediatra si decide (genitori, brutta razza) che la causa è schiettamente psicologica.
Contromisure: io opto per una frenata. Da quel cliente comincio ad andare di meno. Mia moglie si tira un po’ su. Ma di cacca niente, neanche l’odore.
Destino vuole che, proprio in quei giorni agitati, trovi in libreria Nel paese dei mostri selvaggi, di Maurice Sendak.


Lo porto a casa, attendo un momento propizio e lo leggo a mia figlia.
Di solito, il primo paio di letture di un libro procede in un silenzio attento, che poi esplode in mille domande da parte della mia ascoltatrice.
Ma questa volta il silenzio prosegue, e a me viene di continuare a leggere.
Quindi lo faccio ancora, e quando, dopo l’ottava lettura, smetto, lei è ancora silente.
Il giorno dopo, richiede ancora la lettura del libro.
Silenzio.
Poi dice: "Max si sentiva solo, dai mostri."
Dopo dieci minuti di strano broncio, mi prende per mano e mi porta in bagno, dove fa la cacca.
Il giorno dopo vuole farla nella vasca. Ne fa un bel po’ e poi, con una strana aria tra l’allegro e il pensieroso che non le ho più visto, con la cacca disegna Max e la sua barchetta su tutta la bianca superficie.


Ora: è stato merito del libro? La bambina ha capito i nostri sforzi e il libro l'ha aiutata a dare forma al suo sentirsi trascurata? Non me lo sono chiesto per molto: la cosa importante era che avesse trovato un modo per venire a capo del suo disagio.
Mi chiedo mille cose, però, da quella volta, quando voglio portare un libro in regalo a qualche amica/o di mia figlia, per il compleanno o per altre occasioni. È diventato per me un bell'impegno e mi ci dedico volentieri, perché ci sono bambini aperti al mondo dei libri, bambini che è bello sorprendere con un libro particolare, altri invece che in casa, di libri, vedono solo quelli che porto io.

Ho spesso qualche imbarazzo, in libreria. Allora cerco di ricordarmi che i buoni libri sono soprattutto libri. Storie, cose che in qualche universo succedono, non che dettino una morale. I buoni libri non sono dei riassunti di storie stranote o sceneggiature adattate, non uniscono nello stesso pacco storie, puzzle, parti da colorare, cartoline del concorso, foto del film e via andare. Non sono i sempreverdi albi da colorare, che pure hanno salvato legioni di parenti a ogni festa comandata e non.


Quando mi concentro, mi riesce facile ricordare che tra le pagine di un libro illustrato ci si deve sentire a proprio agio, non aggrediti da immagini affastellate senza ordine e logica. Per un bambino che non sa leggere, poi, ho ben presente che anche le parole sono figure interessanti: "Ehi, papà tira fuori le mie storie preferite, da quei segnetti lì." E con un po' di attenzione (mia) a quegli stessi segnetti, posso accorgermi di quando le frasi non finiscono, girano a vuoto oppure che se Cenerentola in quella storia compila la sua lista di cose da fare per il matrimonio, beh, è meglio lasciare quell'oggetto lì dov'è.

I buoni libri per bambini e ragazzi li conoscono bene nelle librerie specializzate in libri per bambini e ragazzi, dove è possibile chiedere consiglio, magari studiarsi più libri di uno stesso editore per capire perché molto spesso sono costosi e nudi: senza le figurine, senza uno straccio di bambola e neanche mezzo robottino in regalo. Io penso che qualche buon libro, soprattutto in età prescolare, aiuti i bambini a leggere la vita, oltre che a sentire l’amore di chi glielo legge.
 Poi, quando impareranno a decifrare anche i segnetti, sembrerà loro di aver sempre letto. Son soddisfazioni per una persona che si sta costruendo, no?

E, prima di chiudere, una precisazione. Nel corso della sua storia, Nel paese dei mostri selvaggi ha avuto riscontri incredibili a livello terapeutico, ben più seri di una timida cacca, come racconta anche Selma G. Lanes, nel primo dei due volumi The art of Maurice Sendak, nel capitolo dedicato ai mostri selvaggi, A controversial triumph. Ha aiutato bambini autistici a parlare e ad esprimere emozioni, oltre a sciogliere gravi e disparati grovigli in bambini di tutto il mondo. Da loro, spesso Sendak ha ricevuto lettere che chiedevano notizie su questo strano paese. Come quella di un ragazzino di otto anni che scrisse: "Quanto costa andare nel paese dei mostri selvaggi? Se non è troppo caro, io e mia sorella vorremo andarci, la prossima estate."
Qui potete gustarvi una particolare lettura del libro, diventata ormai tradizione negli Stati Uniti d’America:



mercoledì 26 ottobre 2011

I bambini leggono/1. Principesse di ieri, di oggi, di domani


Inauguriamo con questo post un nuovo spazio, dal titolo I bambini leggono, affidata a genitori conoscitori e amanti di libri illustrati che racconteranno le loro esperienze di lettura con i bambini. Il titolo della rubrica è mutuato da un bellissimo saggio di Roberto Denti.

Claudio Rossi Marcelli, giornalista di Internazionale, nella rubrica Dear Daddy risponde da genitore alle domande di altri genitori. Nel numero 920 della rivista, l'ultimo, la rubrica titola: Con la bacchetta magica e la domanda di una lettrice recita: L’ossessione di mia figlia per le principesse mi preoccupa. Devo fare qualcosa o aspettare che passi?

La risposta di Rossi Marcelli è brillante. Per quanto mi riguarda, condivisibile. Lascia però un grosso non detto che vorrei approfondire un poco. Riporto una sintesi della risposta, leggibile per intero qui.

Dunque, vediamo. Abbiamo Biancaneve che (per la gioia delle madri apprensive) ingurgita la prima cosa che le viene offerta, e Cenerentola che (per la gioia di Carrie Bradshaw) si salva grazie a una scarpa. Raperonzolo trova la felicità grazie ai lunghi capelli biondi e la Bella, pur di non rinunciare alle comodità del castello, si innamora di una bestia che ha il doppio dei suoi anni. [...] Difficilmente potrei trovare modelli di comportamento peggiori per una ragazzina. [...] Eppure, quando le mie figlie mi hanno chiesto per la prima volta un vestito da principessa, ho tirato un sospiro di sollievo.

Il finale:

Cominciamo invece ad affilare le armi per quando incontreranno i modelli di comportamento che ci fanno tremare davvero. Cosa risponderai a tua figlia il giorno che ti dirà raggiante: “Mamma, sono stata invitata ad Arcore”?


Claudio, ripeto: in buona sostanza sono d'accordo con lei. Ma le fiabe non sono affatto quelle che lei dipinge. Lei stigmatizza le versioni che sono state fatte da Disney in poi,  che purtroppo da molti sono viste come "le fiabe" tout court. Probabilmente è consapevole della sua sintesi (la sua rubrica ha poco spazio), e allora quanto sto per scrivere non le sarà nuovo.


Ogni tanto faccio degli incontri con genitori sul tema della lettura ai bambini, e quando si arriva al tema "fiabe" restano sovente molto sorpresi nello scoprire le differenze fra, per esempio, le versioni Disney e quelle classiche, per esempio riportate dei fratelli Grimm. Molti pensano che i Grimm siano gli autori e non i "raccoglitori", attenti e dedicati, di queste fiabe, antiche di secoli, se non di millenni. Ricordo una mamma quasi seccata che le tracce di Cenerentola portassero fino all'antica Cina, prima di perdersi nella tradizione orale precedente alla scrittura. Le fiabe, in effetti, nascono in periodo storico, si ritiene in coincidenza con il momento in cui l'uomo ha cominciato a fare a meno di prove iniziatiche per entrare nell'età adulta e verosimilmente, almeno in Occidente, hanno via via sostituito tali prove per far fronte alla curiosità e alla sete di risposte di bambini, ragazzi e adolescenti.


Italo Calvino sintetizzò da par suo questo concetto quando scrisse, nel presentare la raccolta Fiabe italiane, che le fiabe sono vere, "sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna". La funzione di questo ricchissimo “catalogo” è quella di spiegare in modo comprensibile a un bambino quello che vede, che non capisce e soprattutto quello che prova.
I bambini corrono in ogni momento il rischio di essere sopraffatti dalle loro emozioni, dalle loro paure come dalle loro gioie. Una storia ben pensata e ben raccontata può aiutarli con grande efficacia a capire se stessi. E le fiabe sono meccanismi limati e oliati dai secoli e da infiniti raccontatori: sono strumenti ancora insuperati per interagire con il cuore di un bambino.
E per metterlo in condizioni, rispettandolo, di cominciare a muoversi nel mondo.


Ai bambini non servono lieto fine posticci, edulcorazioni più o meno profonde, o gratuite divagazioni sognanti o avventurose – tutte caratteristiche che troviamo in troppe storie di oggi. Molte storie di fate-bambine o di eroi di figurine con mostri buoni e cattivi sono ricche di “bei valori”, ma lo sono in modo superficiale e quindi inutile: questi personaggi vivono avventure “meravigliose”, propongono una morale, magari, condivisibile, ma in un mondo dove tutto è loro dovuto, astratto, e in cui i bambini facilmente possono proiettarsi con gioia, ma una volta lì si trovano a vivere emozioni estranee, fittizie, imposte. E se si applica questo meccanismo a tanta narrazione, a tanto cinema, a tanta tv rivolta agli adulti, il quadro si fa presto inquietante.
Non è solo un possibile invito ad Arcore, Claudio, a doverci mettere in guardia – c'è da lavorare parecchio, e ben prima!


Per spiegare come si può distruggere una fiaba e il suo potenziale positivo, durante i miei incontri con i genitori spesso leggo due versioni di Hansel e Gretel. Ricordo una volta in cui una bambina spiegò meglio di me la differenza fra questa versione della fiaba e quella illustrata da Lorenzo Mattotti per Orecchio Acerbo.
Vista la presenza della bimba, fino a quel momento evidentemente annoiatissima, le lessi entrambe come le avrei lette a mia figlia. La prima versione, curata non so da chi, ma di sicuro tagliata con l'accetta e con scarsa attenzione alla struttura della storia, scivolò via come acqua fresca. Poco dopo l'inizio della lettura della seconda, un'accurata traduzione redazionale della versione dei Grimm (un'altra buona versione, qui), la bambina si fece prima attenta, poi tesa, e molto attenta alle illustrazioni, cupe, ma anche vibranti di luce. Verso la metà del racconto era in piedi davanti a me, con gli occhi pieni di inquietudine, tanto da preoccupare la madre. La tensione della bambina si fece via via più grande, tanto che un'altra madre disse: "Non sarà il caso di interrompere?" Ma la bambina gridò: "Non sento!" e mi si sedette sulle ginocchia, concentratissima. Lì, ascoltò la storia fino alla fine. Poi corse dalla mamma grugnendo forte, come per liberarsi, e la abbracciò stretta, a lungo. La madre mi disse che lei stessa era stata in difficoltà durante la lettura, rivivendo i sensi di colpa legati al fatto di non poter trascorrere abbastanza tempo con sua figlia.


In un secondo tempo, la madre mi fece sapere che, dal momento di quella lettura, la bambina aveva affrontato più serenamente il “distacco del mattino”, e sospettava anche che quella lettura avesse in qualche modo "agito" su entrambe. Nulla di più probabile.
Sì, Claudio, la sua rubrica decisamente non avrebbe potuto ospitare una approfondimento tanto lungo, e altro mi piacerebbe aggiungere sull'argomento. Se volesse comunque approfondire il tema, oltre a tener d'occhio questo blog, le consiglio di cominciare leggendo: Il mondo incantato di Bruno Bettelheim – qui ne trova un sunto – e Donne che corrono con i lupi di Clarissa Pinkola Estés. Si parla di fiabe, ma soprattutto di crescita in serena consapevolezza, e le risulterà ancora più chiaro come non siano i vestiti e le bacchette magiche il problema, quanto, come ci insegnano le fiabe di tutti i tempi, il costante tentativo “della tribù” di riportare entro schemi noti le libere scelte individuali dei più giovani.


Le illustrazioni che corredano questo post sono di Arthur Rackam, tratte dallo splendido  The sleeping beauty, 1920. Ottimo esempio di come si possano mettere sulla pagina principesse senza cadere nella più vieta banalità. Se volete sfogliarlo, lo trovate qui. La nostra copia è della ristampa del 1932, in tutto uguale all'originale. Se ne trovano copie abbastanza facilmente, da poco più di cento al migliaio di euro, in funzione della pazienza nella ricerca, dello stato di conservazione e dell’edizione.

*Mauro Mongarli fa il pubblicitario, l'operatore shiatsu e scrive le storie che lo scelgono. È papà di una bella bimba, e sta reimparando a fotografare. Ha scritto per Topipittori il libro Non si incontravano mai, illustrato da Claudia Carieri.

venerdì 25 febbraio 2011

Nuovi papà per nuove bambine

Poche cose danno soddisfazione a un editore quanto scoprire la strada che un libro riesce a fare da solo, raggiungendo persone e pensieri imprevisti, entrando in saperi e ambiti insospettabili.
È quanto è accaduto al nostro Non si incontravano mai, di Mauro Mongarli con illustrazioni di Claudia Carieri. Alcuni giorni or sono, abbiamo saputo che Simona Galasso, specializzanda in Psicologia Clinica alla Sapienza di Roma, l'ha utilizzato nella sua tesi La funzione paterna e la costruzione dell'identità femminile nello sviluppo e nella pratica clinica. Nel capitolo dedicato a La funzione paterna nella conquista della femminilità, il paragrafo Non si incontravano mai: appunti per una riflessione, dopo un'ampia citazione dal libro, comincia, affermando:

La narrativa, in questo caso per l'infanzia, spesso permette di pensare con più facilità alle questioni teoriche. Soprattutto quando si tratta di argomenti ancora nuovi e di cui ancora si stanno costruendo le metodologie di studio, e si stanno tarando i modelli teorici necessari. […] . Per parafrasare il bel libro per bambini, anzi per bambine, quando si incontrano il padre e la bambina? E quando si incontrano che fanno? L'autore del libro scrive “[...] fanno tutte le cose che fanno i papà e le bambine: […] guardano i cartoni, […] disegnano, […] vanno in bicicletta,[…] preparano il loro primo albero di Natale insieme, […] si vedono, parlano, […] si abbracciano, […] si baciano, […] si fanno le coccole, […] si addormentano insieme […] vanno al parco, […] vanno al cinema, […] vanno al nido, […] fanno le fotografie...” 
Se i padri sono adesso così presenti nella vita delle loro figlie piccole perché non si incontravano mai …?

La tesi di Simona Galasso, incentrata sul tema attualissimo della paternità, ci ha molto incuriosito, così come lo scoprire che un libro per ragazzi riesce parlare a uno studioso, offrendogli punti di vista inediti e originali. Per questo, abbiamo invitato Simona e Mauro a conversare su tutto questo. Il risultato è davvero interessante.
Trovate qui il pdf completo della conversazione.
Chi fosse interessato alla tesi di Simona Galasso, può mettersi in contatto con noi.

mercoledì 17 novembre 2010

Si incontrarono a Pontevigodarzere

Vi ricordate uno scorso post dal titolo Mi leggi
Ecco: qui leggete il report di quell'esperienza che ci ha fatto Mauro Mongarli.


Tutti sanno che i bambini amano farsi ripetere la stessa storia tante volte, e ogni volta il bambino se la fissa bene nella memoria, finché da adulto decorerà la sua villa in campagna con i sette nani e biancaneve di cemento colorato. 
(Bruno Munari)


Dopo l'uscita di un mio scritto per i Topipittori ho cominciato a essere bersaglio di domande che nessuno mi aveva mai fatto. “Quanto hai guadagnato?”, “Ma davvero sei capace, non facevi il pubblicitario?”, ”Me ne regali una copia?”
Ho capito così che dare alle stampe qualche idea è solo l'inizio della questione, se hai scritto qualcosa a cui tieni e che vuoi continuare a far crescere.

Ho pensato che potevo condividere la scrittura del libro, la mia esperienza di padre, vent'anni di carriera come creativo pubblicitario e mettere tutto sotto la luce delle fiabe, perché mi ero imbattuto in una frase di Calvino che mi aveva fatto studiare il loro mondo: “[Le fiabe] sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”.

Ho studiato un po' Bettelheim, Rodari, Propp, Pinkola Estés, Schutzenberger, Dolci, Calvino stesso, Munari, consultato insegnanti ed esperti, bisnonne impavide raccontatrici ma nulla mi è sembrato superare quella frase per definire l'importanza delle fiabe. Il loro essere chiare e usabili (catalogo), eterne (destini), lavorabili (possono), pienamente disponibili (darsi), “per tutti” nel senso più nobile (un uomo, una donna).

E poi, magari qualcuno mi avrebbe anche chiesto: “Bello il tuo libro, quando ne fai un altro?”, o “Come scrivi bene!”. È successo, ma le soddisfazioni, durante gli incontri “Mi leggi?”, sono state altre.

Ho visto che al netto dei massacri disneyani, delle riduzioni fatte con accetta e portafogli in mano, dei danni perpetrati dal comune senso del banale le fiabe sono vive, vivissime. E basta poco per renderle strumento utile in mano a un genitore. Utile nel suo rapporto con i figli così come nel renderlo più sereno, a ragione maggiormente veduta, nello scegliere libri odierni di qualità.

Mi sono addentrato nel territorio delle storie terapeutiche con l'aiuto delle insegnanti del nido che mi ospitava, preparate e sciolte. A chi chiedeva una bibliografia ho dato un elenco di editori dai quali partire. Non ho risparmiato colpi bassi come mostrare buoni e cattivi esempi fianco a fianco, e alla fine far vedere come avessero lo stesso prezzo. O dire quanto fatturano ogni anno le Winx. Trascinato dall'entusiasmo, visto che il pubblico era composto solo da donne, mi è partito addirittura un “Perché noi mamme...”. Una mamma mi ha detto alla fine come il mio lapsus le abbia ispirato una storia per il suo bambino tanto mammone. Ecco: lì, per un attimo, mi son sentito per sempre felice e contento.

venerdì 15 ottobre 2010

Mi leggi?

Non si incontravano mai, è il titolo del libro scritto da Mauro Mongarli, con illustrazioni di Claudia Carieri, incentrato sulle piccole avventure di un papà e di una bambina che, cerca di qua cerca di là, sembra facciano sempre una gran fatica a incontrarsi. 
Forte della sua esperienza di papà e autore, Mauro ha pensato di dedicare una serie di conversazioni dal titolo Mi leggi? al tema dell'incontro e del rapporto fra bambini e adulti attraverso il libro e la lettura.


Gli incontri con Mauro si terranno da lunedì 18, a Pontevigodarzere, all’asilo nido Il mulino a vento, e proseguiranno lunedì  25 ottobre, e giovedì 4 novembre 2010, sempre alle 17.30.
Qui trovate ulteriori informazioni e la locandina con ogni dettaglio utile.
Partecipate numerosi!