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venerdì 27 dicembre 2013

Più si è piccoli, più il Natale è grande

Tove Jansson è l'inventrice dei Mumin. Oltre che disegnare, come è noto, sapeva scrivere. E non così tanto per dire. Sapeva davvero scrivere. La casa editrice Iperborea ha pubblicato tutti i suoi libri (eccetto quelli per ragazzi che sono editi da Salani). A Roma ho comprato l'ultimo, Il libro dell'inverno. E l'ho fatto anche per parlarne qui.

Ci sono cose bellissime in questo libro poco ingombrante; una di queste, sono i messaggi che la Jansson riceveva e di cui fa un lungo, esilarante elenco. Eccone due: “Che cosa devo fare con i miei genitori, stanno diventando sempre più impossibili. Mi scriva!”; “Il mio gatto è morto! Scriva subito.”

Il racconto di cui oggi vi riporto alcuni brani si intitola Natale.
Cosa significa sapere raccontare? Significa questo.

Più si è piccoli, più il Natale è grande. Sotto l'abete il Natale è enorme, è una giungla verde con mele rosse e angeli malinconici che girano su se stessi appesi ai loro fili e sorvegliano l'ingresso della foresta vergine. E la foresta vergine continua all'infinito dentro le palle di vetro, il Natale è una sicurezza assoluta grazie all'albero.[...]
Noi, cioè papà e io, ci alziamo alle sei nel giorno prefissato, perché gli abeti bisogna comprarli al buio. Da Skatudden andiamo a piedi fino all'altro capo della città perché là c'è un grande porto che è lo sfondo necessario per l'acquisto di un abete. Siamo abituati a metterci varie ore a scegliere e guardiamo con sospetto ogni singolo ramo: potrebbe essere tarlato. Fa sempre freddo. Una volta papà si è preso la punta di un abete in un occhio. Il buio del mattino brulica di fagotti neri gelati che cercano il loro albero e la neve è cosparsa di ramoscelli d'abete. Su tutto il porto e la piazza aleggia un'atmosfera di minaccia e sortilegio.
Poi l'atelier si trasforma in una foresta vergine, dove ci si può nascondere e diventare irraggiungibili infilandosi in fondo sotto l'abete. Sotto l'abete bisogna essere pieni d'amore. Ci sono posti anche per essere tristi e per odiare, per esempio tra le due porte dove arriva la posta. […] Se uno odia in una grande stanza muore sul colpo. Ma se lo spazio è stretto l'odio ritorna dentro e resta intorno al corpo e non arriva mai fino a Dio.


Gustaf Fjæstad, Hard Frost and Star.

Con gli abeti è tutt'altra cosa, specie dopo che si sono appese le palle di vetro. Le palle attraggono amore, per questo è così terribilmente pericoloso farle cadere.
Non appena l'albero di Natale entrava nell'atelier, tutto assumeva un nuovo significato, si caricava di una sacralità che non c'entrava neanche con l'arte. Cominciava sul serio il Natale. […]
Il Natale ha sempre frusciato, ogni volta frusciava in modo misterioso di carta d'argento e carta d'oro e carta velina, una profusione esagerata di carta luccicante che nascondeva tutto e dava una sensazione di sperpero sfrenato.
C'erano stelle e fiocchi dappertutto, anche sul piatto dello sformato di navoni e sulle costose salsicce comprate che apparivano in tavola prima che cominciassimo con il vero prosciutto.
Capitava di svegliarsi nel cuore della notte e di sentire il rassicurante frusciare della mamma che preparava i regali. […]
La mamma pesava le caramelle e le noci su un pesalettere in modo che ognuno ne ricevesse esattamente la stessa quantità. Per tutto il resto dell'anno va bene fare un po' come capita, nessuno ha il tempo di essere così preciso, ma il Natale è un momento di equità assoluta. Per questo è così stressante. […]
All'inizio del pomeriggio papà cominciava a essere agitato perché prendeva il Natale molto sul serio e faceva fatica a sopportare tutti i preparativi. Non ne poteva più. Raddrizzava ogni singola candela e ci avvertiva del pericolo di incendio. Si precipitava fuori a comprare il Vischio, un ramoscello molto piccolo che è più prezioso di rose e orchidee e deve essere appeso al soffitto. Non faceva che chiedere se tutto fosse in ordine e di colpo trovava che l'intera Betlemme fosse sbagliata. […]
Dopo cena c'era una lunga pausa per lasciare il posto al Natale. Ce ne stavamo sdraiati nei nostri soppalchi al buio e sentivamo la mamma trafficare intorno alla stufa di maiolica mentre fuori in strada c'era un silenzio totale.[…]


Gustaf Fjæstad, Winter Landscape.

E infine arrivava il momento del Vangelo di Natale. Il punto più solenne era quando Maria nascondeva le parole nel proprio cuore, e quasi altrettanto bello era quando prendevano una strada diversa per tornare al loro paese. Il resto non era così avvincente.
Noi ci riprendevamo un po' e papà si faceva un Pim, e a quel punto sapevo con un senso di trionfo che il Natale era mio.
Strisciavo nella foresta vergine sotto l'albero e tiravo fuori il pacchetto. La sensazione di amore era quasi insopportabile ora sotto quei rami, una santità compatta di Marie e angeli e mamme e Lucie e sculture, tutto quanto mi benediceva e perdonava l'intero anno e anche il vestibolo, e tutto su tutta la terra purché ci fosse l'assoluta certezza che tutti amavano tutti.
E in quel preciso istante io facevo cadere sul pavimento di cemento la palla di vetro più grossa che si trasformava nelle più infime e più tristi schegge del mondo.
Il silenzio che seguiva era inaudito. Nel collo la palla aveva un piccolo anello con due sottili antennine di metallo. E la mamma diceva: quella palla comunque è sempre stata del colore sbagliato.
E poi arrivava la notte quando tutte le candele erano consumate e tutti gli incendi spenti e tutti i nastri e le carte ripiegati per il prossimo Natale. Io avevo i miei regali con me nel letto. […]
Non c'è niente di più tranquillo del periodo dopo Natale, quando si è ricevuto il perdono per tutto quanto e si può ridiventare come al solito.
A poco a poco imballavamo tutte le cose sacre e le rimettevamo via in cima all'armadio del vestibolo, e i rami dell'abete bruciavano nella stufa con piccole e violente esplosioni. Ma il tronco lo bruciavamo solo il Natale successivo. Rimaneva tutto l'anno accanto alla cassa del gesso, a ricordarci il Natale e l'assoluta sicurezza di ogni cosa.


(trad. di Carmen Giorgetti Cima)

Vi auguriamo buon anno nuovo. Ci ritroviamo l'8 gennaio.

Gustaf Fjæstad, Snow covered Road with a Fence.

lunedì 23 dicembre 2013

Questo celeste bambino

Quest'anno vi facciamo gli auguri di Natale con quelle che probabilmente sono alcune fra le più belle canzoni sulla notte dell'Avvento mai scritte.
Furono composte nel 1942 da Benjamin Britten, compositore inglese del Novecento, che come abbiamo scritto già qui e qui, ebbe caro il tema dell'infanzia e usò le voci dei bambini e dei ragazzi in molta parte della sua produzione musicale.
Il tema della Natività doveva essere particolarmente congeniale a Britten, se la sua prima opera A boy was born, Op.3, scritta diciannove anni, fra il 1932 e il 1933, che gli procurò fama immediata, è una variazione corale per organo e voci femminili, maschili e infantili sul tema del Natale e dell'infanzia di Gesù.

A Ceremony of Carols, l'opera che comprende le due canzoni che vi proponiamo qui in filmato, fu composta da Britten nel 1942, dopo un soggiorno di alcuni anni in America. Durante il lungo viaggio di ritorno in nave verso l'Inghilterra, Britten si dedicò alla composizione, traendo ispirazione dai Christmas Carol, canti popolari inglesi medievali, incentrati sul tema della Vergine e del bambino, e in particolare della notte di Natale. L'opera, per coro a tre voci di bambini, solisti e arpa, è composta da undici movimenti vocali e un a solo per arpa.  

La prima, si intitola This Little Babe, e questa è la traduzione del testo.

Questo bambino di pochi giorni,
 è venuto mondare il gregge di Satana.

L'Inferno vacilla al suo cospetto, 
anche se il freddo lo fa tremare.

Con questo aspetto debole e disarmato abbatte le porte dell'inferno
.
Con le lacrime combatte e vince la battaglia.
 Il suo scudo è il petto nudo.


Le sue tonanti batterie, vagiti. Le sue frecce, occhi lacrimanti.
Le sue insegne di guerra, il freddo e la povertà; un corpo inerme, spada di guerriero.
I suoi quartieri sono una stalla. Il suo baluardo un muro sbrecciato.
Una greppia la sua trincea. Fili di paglia i suoi picchetti. Pastori, le sue schiere
Le trombe degli angeli suonano la carica, sicure che il nemico sarà travolto.
Anima, unisciti a Cristo nella lotta, resta nelle tende che lui ha piantato.

La sua greppia è il luogo più sicuro. Questo bambino sarà la tua guardia.
Se vuoi sconfiggere i tuoi nemici con gioia, non separarti da questo celeste bambino.




La seconda si intitola Balulalow, composta su un testo del 1548 di James, John e Robert Wedderburn. E questa è la traduzione.

O mio tesoro, piccolo dolce Gesù

prepara la tua culla nella mia anima

io ti cullerò sul mio cuore

e non mi separerò mai da te.

D'ora in poi ti loderò

con dolci canti sulla tua gloria;

piegherò le ginocchia del mio cuore

e canterò ninna nanna.


mercoledì 11 dicembre 2013

Regalare parole, regalare futuro

Il 13 dicembre 2012, pensando a un invito natalizio a regalare libri ai bambini (e non solo i nostri), ci venne  l'idea delle 20 buone ragioni per regalare un libro a un bambino. Il post ebbe enorme successo, migliaia di visite e grande aprezzamento.
Al punto che, valutandone il riscontro imprevisto, decidemmo che, a partire da quel testo, in occasione della Fiera di Bologna avremmo realizzato una serie di cartoline. Affidammo la grafica del progetto a Giulia Sagramola, che rese quelle parole una vera e propria festa per gli occhi.
Oggi, a quasi un anno di distanza, vi proponiamo tutte e 20 (più una copertina) le Buone ragioni nella versione di Giulia. Lo facciamo per due ragioni. La prima è che stasera, dalle 16 alle 19, a Parma, presso l’ex IAT di via Melloni 1/A, nell'ambito dell'iniziativa I racconti di Natale, insieme a Monica Monachesi terrò un laboratorio su questo tema, durante il quale rifletteremo insieme ai bambini sui libri e sulle buone ragioni per leggere, invitandoli a trovare, scrivere e disegnare almeno 20 buone ragioni per regalare un libro a un adulto. Ne approfitto per ricordare che I Racconti di Natale, è un progetto di Istituzione Biblioteche Parma per festeggiare le feste tra le pagine dei libri. Gli incontri con autori, illustratori, narratori, si terranno dal 10 dicembre al 6 gennaio. Qui scaricate il programma.


La seconda ragione è questa: in un articolo uscito qualche giorno su dDonna di Repubblica si legge che indagini recenti indicano che, sotto i due anni, un bambino nato in una famiglia povera sente ogni giorno in media 670 parole a lui dirette. Un bambino nato in una famiglia benestante, invece, ne sente fino a 12 mila. Questo risultato evidenzia una forte correlazione fra la recettività del vocabolario dei più piccoli e le capacità di lettura dei ragazzini, perché chi sente più parole è in grado di capire più velocemente, accumula un vocabolario più ampio e farà meno fatica a imparare a leggere e a scrivere.


C'è bisogno di dire altro? Regalate parole ai bambini, e non solo ai vostri o a quelli che avete vicini, ma a tutti. Regalatele dove le parole amano abitare, come nelle scuole e nelle biblioteche, ma anche dove sono poco
di casa, e non abbiate timore a farlo, magari pensando che prima viene il necessario e poi il superfluo, ascrivendo le parole a quest'ultimo ambito. Non è così: pensate a Jella Lepman e alla sua colossale, lungimirante impresa. Regalate le parole sotto forma di libri, sì, ma anche di letture, riflessioni, pensieri, conversazioni, storie. Regalare parole significa regalare futuro, non solo ai bambini, ma a tutti, anche a noi stessi.



giovedì 28 novembre 2013

E domenica, tutti dai Topi!

Per la prima volta nella storia, si aprono le porte della tana dei Topi per ricevere amici, nemici e semplici conoscenti. Domenica, 1 dicembre, dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 19.00 vi aspettiamo con libri, sorrisi, ricchi premi e cotillons.
Giuriamo che il numero del citofono ci è stato attribuito e non abbiamo lottato con gli altri condomini per accaparrarcelo.

Accorrete numerosi.



Cliccate sull'immagine per ingrandirla!

martedì 25 dicembre 2012

Niente di più e niente di diverso

Cosa significa fare un regalo? E riceverlo? 

Gli animali filosofi di Toon Tellegen, grande scrittore e poeta danese di cui abbiamo parlato  tanto tempo fa qui, ce lo insegnano con gesti veri, lievi, silenziosi, umoristici e malinconici a un tempo. 

Il libro da cui il racconto che vi proponiamo è tratto è edito da Donzelli e si intitola Lettere dal bosco. Un libro preziosissimo che non si può non leggere, e non solo a Natale, ma tutti i giorni dell'anno. Le illustrazioni sono di Mance Post, l'illustratrice danese che si è occupata di gran parte dell'opera per ragazzi di Tellegen.

Buon Natale dai Topipittori. Il 31 dicembre torneremo a salutarvi. Ma siamo virtualmente in vacanza fino al 7 gennaio.

Una mattina il vento recapitò una lettera allo scoiattolo.
Incuriosito lo sciattolo l'aprì e lesse:

Lista dei desideri
Un granello di zucchero.
Non bussate alla porta. Non ballate.
Non cantate. Non festeggiate.
E non fate nemmeno visite inaspettate.
Posate il granello di zucchero e ripartite subito.
Non portate niente di più e nemmeno niente di diverso.
Non gridate: «Auguri pappataci».
Non aspettate di sentire: «Grazie».
Non fate sorprese.
Non mettetevi dietro un albero a spiare
se per caso esco fuori.
Non arrabbiatevi.
Il pappataci.


È chiaro, pensò lo scoiattolo dopo aver letto la lista. Prese un granello di zucchero e s'incamminò.
Vide arrivare animali da ogni parte.
«Dove andate?», domandò.
«Dal pappataci», risposero. «E tu?».
«Anch'io».
Giunti nei pressi della casa del pappataci cominciarono ad affrettare il passo. Posarono il loro granello di zucchero e corsero via.
Nessuno si mise a spiare dietro un albero né gridò: «Auguri pappataci».
Al tramonto, una montagna enorme di granelli di zucchero svettava davanti alla casa del pappataci.
Spuntò la luna e la montagna splendeva e luccicava.
Sbirciando da ogni parte il pappataci scivolò fuori della porta a tarda sera e portò dentro i granelli di zucchero uno alla volta. Li nascose nella credenza, sotto il pavimento e nella sua piccola e buia soffitta.
Poi si mise a letto, si avvolse nelle coperte e sussurrò: «Grazie a tutti voi».


lunedì 24 dicembre 2012

Ma cosa si fa a Natale senza un libro?

[di Marta Sironi]

Alle tante e valide proposte avanzate da questo stesso blog per regalare un libro a Natale, vorrei aggiungerne una: anche tra i bambini c’è chi se lo aspetta e lo desidera.
Selma Lagerlöf, in un racconto autobiografico di recente pubblicato anche in Italia nella raccolta titolata appunto Il Libro di Natale (Iperborea, 2012), ricorda il Natale dei suoi dieci anni e i suoi più vivi desideri di allora: “So bene, ma così bene, quel che vorrei. Non sono belle stoffe per vestiti, né pizzi, né broccati, né pattini da ghiaccio, né caramelle o cioccolatini”.
La notte della Vigilia di Natale è tradizione di casa Lagerlöf stare svegli a leggere:

Vedete, devo dire che c'è una tradizione a Mårbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto, metterci sopra una candela, e poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande di tutte le gioie di Natale. Non c'è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri?

E inizia con questo atteggiamento e chiarezza d’intenti a scartare con emozione i pacchetti trovando tutti gli strumenti più raffinati per il ricamo, tutto quello che serve per ‘iniziarla’ a una futura vita di piccola donna, ma non quell’unico ‘chiaro desiderio’ che la renderebbe semplicemente felice.
Per fortuna la forma dell’ultimo pacchetto è inconfondibile: “Eccomi davanti il più bel libro del mondo, un libro di fiabe”.
Ma quando la piccola Selma prova a leggerlo non capisce niente e ci vuole la mamma anche solo per il titolo: Nouveaux contes de fées pour les petits enfants par Madame la Comtesse de Ségur. La delusione si stampa in faccia alla bimba che si abbandona alla più amara delle considerazioni:

Gustave Doré, illustrazione per Histoire,
de Blondine de Bonne-Bleu et de Beau-Ninon
.
Ricevere un libro in francese è quasi peggio che non riceverne neanche uno. Faccio fatica a trattenere le lacrime. Ma per fortuna mi cade l’occhio su una figura. La più incantevole principessina del mondo viaggia su una carrozza tirata da due struzzi e, a cavallo di uno dei due struzzi, c'è un paggetto in alta livrea con lo stemma ricamato e le piume sul cappello. La principessima ha le maniche a sbuffo e una sontuosa gorgiera. Gli struzzi hanno in testa alti pennacchi e le redini sono ornate di grosse catene d'oro. Non si può immaginare niente di più bello.
Man mano che sfoglio, trovo un vero e proprio tesoro di illustrazioni: altere principesse, re maestosi, nobili cavalieri, fate raggianti, orribili streghe, meravigliosi castelli fatati. No, non è un libro per cui piangere, anche se è in francese. 
Per tutta la notte di Natale me ne sto sdraiata a guardare le figure, soprattutto la prima, quella con gli struzzi. Mi basta quella per passarci ore.


Costretta dalle circostanze, la piccola Selma scopre, così, il potere narrativo delle illustrazioni e passa la notte di Natale a guardare quelle splendide figure, immaginandosi le storie che intendono raccontare. E il giorno di Natale, con l'aiuto di un dizionario di francese, dà la scalata alla misteriosa lingua del testo.
La fine non ve la racconto. Magari la leggerete stasera, a letto, con accanto un tavolino e sopra una candela. Buon Natale.

Gustave Doré, illustrazioni per Histoire de Blondine, de Bonne-Bleu
et de Beau-Ninon e per Le bon Petit Henri.

Per Nouveaux contes de fées pour les petits enfants par Madame la Commesse de Ségur
Gustave Doré realizzò 34 illustrazioni: 14 per la versione di serie e 20 per la prima edizione (Hachette, 1863).

giovedì 20 dicembre 2012

Benvenuto!

La rivista Gli asini è appena uscita con un numero Speciale Natale 2012 con un titolo emblematico: Benvenuto tra noi. Pratiche e riflessioni intorno alla nascita e al parto.
Ci è sembrata, questa, una idea molto bella, necessaria, proprio in relazione alla valenza simbolica di una festa che rischia di disperdere la sua forza visionaria in elementi decorativi e accessori che in verità poco si addicono alla sua natura profonda e antichissima. Vi proponiamo qui la limpida presentazione del numero di Luigi Monti, direttore della rivista, seguita dal brano iniziale del lungo articolo di Grazia Honegger Fresco, di cui già ci siamo occupati qui, dedicato al ruolo centrale che ebbe il pensiero di Maria Montessori nell'aprire la strada a molta parte delle ricerche intorno al parto, alla nascita, al neonato.


Raccontare il parto e la nascita significa spingersi in quel territorio misterioso e primigenio dove la natura incontra la cultura, luogo di passaggio tra i più determinanti e misconosciuti nella vita di una persona, quello che ne definisce l’eredità biologica e inaugura, dandogli forma, il suo percorso di crescita.
Il panorama tracciato in queste pagine da diverse prospettive professionali e culturali (ne scrivono, ostetriche, ginecologhe, psicopedagogiste, neonatologi, scrittrici, filosofe e insegnanti) lo dice con chiarezza: la cultura dell’accoglienza al neonato, di ogni neonato, è ancora tutta da costruire. Raramente il bambino approderà su un’isola di intimità che la donna è riuscita a crearsi attorno per il grande evento. Molto più spesso ad accoglierlo sarà l’industria della salute, un luogo freddo e impersonale, che inaugurerà quella violenza invisibile e burocratica alla base di tanti altri futuri passaggi della sua crescita. In questo secondo caso è solo routine e non c’è differenza da un neonato all’altro. Nel primo, siamo su un altro pianeta: c‘è l’ascolto reciproco. Madre e bambino si annusano, si nutrono l’una dell’altro. Non c’è da piangere tanto: una nuova vita a due si avvia nella fiducia reciproca di potersi intendere. Il direttore d’orchestra è per ora il bambino, il suo orologio interno tra fatica e riposo, il respiro e la nuova circolazione, i sensi che si appagano di tanta pace. La madre lo segue con nuova sapienza d’amore.
Nell’inverno di una civiltà sfibrata e confusa, con questo numero “natalizio” Gli asini hanno deciso di ripartire dall’inizio. Come diceva Hannah Arendt, la condizione umana della natalità è anche la categoria centrale del pensiero politico: l’inizio inerente al parto e al nuovo venuto possiede, più di ogni altra cosa, la capacità di dar luogo a qualcosa di nuovo.



E si udì sulla Terra
di Grazia Honegger Fresco

Mi dissero di un uomo vissuto nell’oscurità più profonda;
i suoi occhi non avevano visto mai nessun lieve chiarore,
come in fondo a un abisso.

Mi dissero di un uomo, vissuto nel silenzio; non un rumore,
nemmeno impercettibile era mai giunto al suo orecchio.

Sentii parlare di un uomo che era vissuto
sempre immerso nell’acqua, un’acqua di strano tepore 
e che tutt’a un tratto spuntò fuori tra i ghiacci
e spiegò dei polmoni che mai avevano respirato
(lievi sarebbero le fatiche di Tantalo al confronto),
ma visse. 
L’aria distese d’un tratto solo i suoi polmoni
ripiegati fin dall’origine.

E allora l’uomo gridò.
E si udì sulla terra
una voce tremante che non si era mai udita,
uscente da una gola
che non aveva vibrato giammai…


Questo testo di Maria Montessori venne pubblicato per la prima volta nel 1935 ne L’enfant, edizione francese de Il segreto dell’infanzia, che – a causa del veto fascista agli scritti montessoriani – uscirà in italiano nel ’38 a Bellinzona (Svizzera) e poi nel ’50 per i tipi di Garzanti. Lei lo aveva presentato anche prima, nei corsi internazionali del ’30 e del ’31 a Roma, a dimostrazione del fatto che da tempo andava riflettendo sulla condizione del neonato, allora solo “tubo digerente” o pura “appendice” della madre, secondo la diffusa opinione dell'epoca.

La forma poetica esprime con efficacia il dramma di ogni essere umano nel venire al mondo. Non importa se poi si è scoperto che il buio non è proprio completo, né il silenzio così totale (gli studi di Alfred Tomatis, la sensibilità uditiva sembra essere assai precoce, condizionante l’intero sviluppo. Cfr. La notte uterina. La vita prima della nascita e il suo universo sonoro, red 1996). È comunque intuibile lo stato di incertezza, di disagio provocato dalla differenza di ambiente, tra caldo e freddo, dal buio alla luce, con l’improvviso cambiamento dei ritmi del cuore, del respiro e di molto altro ancora. Certo, il neonato è attrezzato per superare rapidamente un tale trauma e tanto meglio se esce attraverso le strettoie del naturale canale del parto.

Essenziale però che esso non si prolunghi artificiosamente: il figlio, prima collegato alla madre in stretta simbiosi, ora è separato da lei, la ritrova in una unione tutta diversa e ha urgente bisogno di conoscerla a contatto di pelle calda, di odori, di voci. Due persone ben individuabili, ancora bisognose l’una dell’altra. Il bambino, nuovo a tutto, esprime molto presto precise esigenze sensoriali ed esprime con il pianto o in altri modi l’esigenza di una totale continuità: ogni cambiamento va bene se diluito nel tempo e nei modi, giusto per avere il tempo di assuefarsi. Passeranno anni perché questa complessa realtà, sotto gli occhi di tutti, cominci a essere verificata in modi sistematici e finalmente riconosciuta. La medicina per prima stenta a riconoscere come vitali per la specie umana esigenze di sopravvivenza comuni a tante altre specie animali. Si limita a controllare lo stato di salute del neonato con l’indice di Apgar, livello minimo adottato dal 1952. Ma c’è molto di più e di assai poco misurabile: la qualità di un’accoglienza che risponda, per ogni individuo appena nato, alle esigenze sue e della specie.
Le parole poetiche di Montessori, peraltro non sempre apprezzate, aprirono la strada a molta parte delle ricerche attorno al parto e alla nascita.

Alla rivista Gli asini abbiamo già dedicato alcuni articoli che trovate qui. E ricordate: se vi abbonate a Gli Asini prima del 6 gennaio, questo numero è in omaggio



giovedì 13 dicembre 2012

20 buone ragioni per regalare un libro a un bambino

Perché se è  piccolo, diventi grande e, se è grande, torni piccolo.

Perché un libro è leggero, anche se pesa.

Perché un libro è la prova dell'esistenza dell'invisibile.

Perché degli ignoranti non se ne può più.

Per divertirlo, come ti sei divertito tu.

Perché se hai azzeccato la scelta, ti ricorderà per tutta la vita, te e il libro.

Per spiazzarlo!

Perché poi te ne regalerà uno lui, bellissimo.

Per fare un dispetto a chi sogna un paese di analfabeti.

Per dirgli che con le parole può fare un sacco di cose interessanti.

Perché in una pagina non c'è tutto quello che c'è fra la terra e il cielo, ma abbastanza da non perdere  la speranza. 

Perché se non sai fare i pacchetti, è la cosa più facile da incartare.

Perché i libri si regalano solo a quelli in cui si ha fiducia.

Perché se legge un libro, poi può leggere una nuvola, un gatto, un albero, una persona.

Per regalargli un momento di silenzio, dentro e fuori di lui.

Per fargli frequentare esseri e cose che non avrà mai la possibilità di incontrare di persona.

Perché cos'altro regalare a chi capisce e vede tutto?

Perché ha la capacità di trasformare il piombo in oro.

Perché gli vuoi troppo bene per regalargli qualsiasi altra cosa.

Perché hai pochi soldi , e vuoi fargli un regalo bellissimo.


Per leggere, clicca sull'immagine.

sabato 24 dicembre 2011

Gesù Bambino nella greppia

Quest'anno, fra le letture più belle fatte, c'è stato un libro di Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca. Mi è tornato in mente in questi giorni, per un bellissimo capitolo sul Natale. Adriana Zarri, scrittrice, giornalista, teologa, eremita, ha dedicato numerose riflessioni alla bellezza e alla forma della bellezza come significato profondo, misterioso dell'essere, della vita. Riflessioni che tramano, in controluce, questo brano sul presepe e sul bambino che ne è protagonista. Parole di grande interesse, per credenti e non credenti. Ve le proponiamo. Torneremo il 31 dicembre, per gli auguri dell'anno nuovo. 
Buon Natale.


Quest'anno, ho fatto due presepi: uno in casa e un secondo nella stalla. Disponendo di una stalla, con tanto di greppia, mi pareva che quella fosse la collocazione più adeguata: tanto che poi ho deciso di lasciarlo, anche durante l'anno. Anziché un'altra immagine sacra, egli è lì, tra il disordine e i topi, come forse neanche a Betlemme gli mancavano. Poiché accanto alla casa non si coltiva grano, non ho paglia; e tutti gli anni il fornitore è Giacomo. Viene con una mezza balla (e me ne basta molto meno; il resto farà da strame per le bestie) e io ci colloco sopra la statuina di gesso. È un presepe da poveri. La paglia, Gesù Bambino e basta (in quello di casa, per ornamento, c'è solo un volo d'angeli: una ceramica di Faenza, essa pure un regalo di amici di là). È un presepe da poveri, ma è il signore che seguita a nascere, ogni giorno: e non finisce mai di nascere, e non finisce mai di morire, e non finisce mai di risorgere, nella carne e nel mondo. Nasce non tanto «nell'anima», come un'ascesi tutta spiritualistica ci ha insegnato a ripetere: nasce nella vita; nasce dal nostro ascolto, dalla nostra attesa, dal nostro umile e docile accordarci con i ritmi profondi delle cose. E noi gli siamo utero, cesto, nido.

Sano Di Pietro, Natività, c. 1470. Barbara Piasecka Johnson, Montecarlo.
Lorenzo Monaco, Natività, 1409. Metropolitan Museum, New York.
L'incarnazione non è una storia privata: è la storia del mondo e Cristo non nasce solo nella greppia. Il Verbo sposa la terra e e si fa terra, carne, tempo, storia, finitezza, condizionamento, situazione umana nella sua complessità, e nella sua povertà, vita del mondo, con la sua concretezza e i suoi limiti. E la vita – questa vita assunta da Dio – è fatta di me, di voi, di storie e destini innumerevoli, di vicende cosmiche e piccoli accadimenti quotidiani. Anche di neve è fatta, la vita, e di germogli che dormono, di gatti che ronfano, di stufe che brobottano e di polente che inondano le tavole come lune d'inverno.
Dopo gli incontri con gli amici, che hanno sfidato freddo e neve per i doni e gli auguri natalizi, torna la solitudine compatta, non mi sono lasciata sedurre dai tanti inviti. Per le feste una persona sola sembra che faccia pena (che pena sprecata, nel mio caso!) e gli inviti si moltiplicano. Ma io ho sempre difeso il mio Natale, anche quando non ero un'eremita, ma il monachesimo ce l'avevo dentro, in un bisogno di silenzio; e così Pasqua e le festività importanti. Se mai un pranzo potra essere accettato nei giorni successivi.

Andrea De Litio, Natività, 1460- 1470. Atri, Cattedrale
Benozzo Gozzoli, Natività, c. 1450, Armadio degli argenti, Museo di San Marco, Firenze.
Ricordo quando abitavo a Roma, in una di quelle case con le pareti di carta velina, con i rumori che passavano muri, soffitti, pavimenti. E mi giungeva, confuso, il chiacchiericcio vuoto di tavolate che si intuivano convenzionali, con discorsi di nulla.  Io «là sola come un cane» facevo pena a loro: ma loro facevano assai più pena a me. Sentivo il pomeriggio che naufragava in chiacchiere sempre più stanche; e il mio silenzio, invece, a onta di quelle interferenze, si faceva più denso, più compatto, più felice. Tanto più adesso, che la mia casa ha solide pareti contadine e al di là c'è soltanto la stalla e lo starnazzare dei polli.
I mesi freddi - l'ho già detto - sono più solitari. Il periodo precedente il Natale è una parentesi di incontri – dolce come sarà poi dolce il silenzio – ma dopo la parentesi si chiude. La chiude il freddo, l'inclemenza del tempo, la sorda barriera delle nebbie, il desiderio di ciascuno di restare più in casa, di coltivare la domesticità. Ed io ricado nel bianco silenzio dell'inverno, illuminato dalla neve, come su di un lenzuolo bianco che accoglie la mia contemplazione. Sono stata grata agli amici per essere venuti a salutarmi; ora sono loro grata perché mi lasciano in silenzio.

Giotto, Natività, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova.
Giotto, Natività, 1303-1305, Basilica inferiore, Assisi.
Il telefono aveva squillato a lungo, con chiamate da tutte le parti d'Italia: di amici e anche di sconosciuti; ed era stata una dolce manifestazione di affetto. Ora tace anche lui. Sul tavolo ho ancora i segni delle festività: resti di panettoni e di liquori con cui tanti hanno voluto ricordarmi. E io prolungo le ricorrenze liturgiche, contestando le stolte contrattazioni tra Vaticano e stato per la riduzione delle feste che hanno abolito l'Epifania in favore dell'Immacolata. Si capisce proprio che le trattative sono state condotte da diplomatici che non sanno nulla di storia, di liturgia e di teologia. Ma al Molinasso l'Epifania si festeggia ancora, con la medesima solennità di un tempo. Questo Natale dei pagani, questo Natale ecumenico ha, nella mia cappella, la risonanza che merita e che la storia e la liturgia gli hanno decretato fino a oggi.
Gesù Bambino nella stalla si sta ambientando a un clima certo più rigido di quello di Betlemme. Un topo gli ha rosicchiato la vestina scoprendo un angolo di carne nuda. L'ho ricoperto con la paglia senza eccessive preoccupazioni. Dopo tutto, se voleva, poteva mandarlo ben via; se l'ha tenuto vuol dire che il topettino gli piaceva, e magari ci ha conversato un poco.

Beato Angelico, Natività, c. 1440. Convento di San Marco, Firenze.
Piero della Francesca, Natività, c. 1470. National Gallery, Londra.
Del resto il mio Signore non è esigente. L'ho abituato bene e, se non ci sono fiori, non pretende che vada dal fioraio: costa troppo. Si contenta di qualche pannocchia di granturco, qualche zucchina ornamentale, qualche fiore secco, qualche ramo. Del resto l'idea che soltanto i fiori freschi facciano decorazione è molto restrittiva e molto ingiusta verso altri pezzi di natura non meno belli: come un cesto di frutta, o un'erica seccata che serba il suo delicato color viola, un mazzo di spighe (bellissime le varietà dei prati: bellissime verdi ed essiccate); o anche soltanto un ramo. I biancospini hanno rami elegantissimi. D'inverno la mia casa non ha fiori, ma è sempre adorna di qualche pezzo di mondo che mi entra dentro a farmi compagnia. In questo momento, in cappella, c'è un nido d'uccello con le ovette. Naturalmente non sono andata a rubarlo sulla pianta, come fanno i monelli: l'ho trovato ai piedi di un albero e l'ho portato ai piedi del Signore. E credo proprio che gli piaccia. Se non gli piacesse, dimostrerebbe di avere scarso gusto, ed è un'ipotesi che non posso prendere in considerazione.

Gentile da Fabriano, Pala Strozzi, Natività di Gesù, 1423, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Ottaviano Nelli, Natività di Gesù, 1424. Palazzo Trinci, Foligno.

venerdì 23 dicembre 2011

E tutto è Natale scrupolosamente

Il Babau, Dino Buzzati, 1971, pastello su carta, 20 x 28 cm

La saponetta

Tu pensavi che cosa mi regalerà
finalmente è venuto Natale
eccomi qui alla porta, e tutto
è Natale scrupolosamente
l'esatto sogno dei bambini
col gelo col grigio col vento
che fa turbinare quei cosi
di ghiaccio e di neve e le famiglie
che si chiudono come valve
tram fermi automobili poche
eccomi qui da te col regalo
io che te lo avevo promesso
ciao ciao ho avuto la forza
di arrivare fin qui se non altro.
Ma dico: quando l’avrai consumato
e resterà un fogliettino
un fagiolo un cece un nulla
e ti scivolerà fra le dita
precipitando giù nel lavandino
dico, amore, per un istante almeno
ti ricorderai di me?

Quella che avete appena letto è una poesia di Dino Buzzati (tratta da Le poesie, Neri Pozza 1982). Varrebbe sempre la pena di tenere presente che il Natale è una festa ambivalente, giusto per non appiattirsi sulla sua immagine più televisiva, irrimediabilmente bianca rossa e oro, perfetta per vendere panettoni e carte telefoniche, ma alla lunga piuttosto tediosa, opprimente.
Trovo che questa poesia sia piena di vere raffinatezze natalizie:

... l’esatto sogno dei bambini
col gelo col grigio col vento...

... e le famiglie
che si chiudono come valve
tram fermi automobili poche...

Il Babau, Dino Buzzati, 1967, acrilico su tela 119 x 80 cm

Ve la propongo insieme ad alcune immagini e a una bellissima storia dipinta di Buzzati, dedicate al celebre Babau.
Posso spiegarvi perché associo queste immagini a questo periodo.
Perché anche quella qui rappresentata è una notte ed è una notte di avvento.
Perché vi regna un'atmosfera che nasce dalla compresenza di buio e luce, che è una delle caratteristiche simboliche di questa festa.
Perché ci ricorda che i racconti, i miti, i simboli (che si sia o no religiosi), sono dotati di voci che, come poche altre, sanno raggiungerci, toccarci, rapirci.
Perché le parole che strisciano negli interstizi di queste immagini invernali raccontano di un essere che penetra, non visto, nelle case dove i bambini dormono:

QUANDO sui terrapieni notturni vanno i treni vanno vanno
ALLORA librandosi a mezz'aria il BABAU entra nei sogni dei bambini
ma i micidiali cretini gli hanno dato la caccia.
Poi DIO MIO DIO MIO, CHE COSA ABBIAMO FATTO!

In Le notti difficili, nella storia scritta che Buzzati dedica al Babau ucciso, si legge:

Era molto più delicato e tenero di quanto si credesse. Era fatto di quell’impalpabile sostanza che volgarmente si chiama favola o illusione: anche se vero.

Con il suo vellutato, baleniforme Babau, Buzzati ci ammonisce severemente a non ammazzare le storie di luce e ombra che i bambini amano, di cui è fatto il loro immaginario e di cui hanno tanto bisogno. Diamogli retta.

Il Babau, Dino Buzzati, 1969, acrilico su tela 40 x 30 cm