Visualizzazione post con etichetta Riviste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Riviste. Mostra tutti i post

giovedì 2 aprile 2015

Malfatti, ma vincitori!

Il Premio LiBeR, giunto alla sedicesima edizione, viene assegnato dalla rivista omonima ai migliori libri dell’anno appena trascorso, selezionati da un giuria di 56 esperti di editoria per bambini e ragazzi (bibliotecari, educatori, docenti, studiosi, librai…).
Quest’anno al primo posto c'è stato un ex-aequo:

- I cinque malfatti di Beatrice Alemagna
- Jane, la volpe e io di Fanny Britt e Isabelle Arsenault (Mondadori).

Al secondo posto ancora un caso di ex-aequo tra:
- Fuori fuoco di Chiara Carminati (Bompiani)
- Il giorno degli eroi di Guido Sgardoli (Rizzoli)
- Virginia Wolf: la bambina con il lupo dentro di Kyo Maclear e Isabelle Arsenault (Rizzoli).

Beatrice al nostro stand.
Al nostro stand c'era anche Bubo...




















Ieri, 1 aprile alle ore 10.45, alla Fiera internazionale del libro per ragazzi di Bologna, si è tenuta la cerimonia di premiazione. Ringraziamo la giuria e la redazione di LiBeR per questo premio, e naturalmente anche la nostra Beatrice Alemagna che abbiamo la fortuna di pubblicare.

Mentre i cinque malfatti, ovviamente, come al solito dormivano della grossa.

venerdì 16 gennaio 2015

Ditelo ai grandi

La rivista mensile Bambini, è stata fondata da Loris Malaguzzi oltre trent'anni fa. Come si legge sul suo sito "è dedicata a educatori di nido, insegnanti di scuola dell'infanzia, ricercatori, studiosi e amministratori che avvertono il significato culturale e sociale e l'urgenza della qualità dei servizi socio-educativi [...] e si propone di promuovere l’attenzione all’infanzia, e lo sviluppo della qualità dei servizi educativi per l’infanzia favorendo il lavoro in rete di ricercatori e studiosi delle scienze dell’educazione con gli operatori (educatrici, insegnanti, tecnici specializzati) che operano nei servizi per l’infanzia."
Sul nuovo numero della rivista, uscito da alcuni giorni, trovate un'intervista che mi ha rivolto Lorenzo Luatti: Ditelo ai grandi. Saper leggere gli albi illustrati. Quattro pagine di riflessioni sui libri illustrati del presente del passato, sul rapporto fra i bambini e gli adulti, sulla relazione fra immagine e parola nei libri illustrati, sull'esperienza editoriale di questi dieci anni di Topipittori e molto altro. L'intervista ha anche una estensione on line di due pagine che si può scaricare dal sito della rivista. Abbiamo chiesto il permesso di pubblicarne un estratto (più la breve introduzione che la precede). Ringraziamo, per avercelo accordato, Lorenzo Luatti e la redazione di Bambini, ma soprattutto li ringraziamo per lo spazio importante di riflessione che ci hanno offerto. Segnaliamo che la rivista, fra l'altro, in questo numero ha un interessante approfondimento: Educazione e genere.

Le nostre interviste
di Lorenzo Luatti

Questo mese il nostro viaggio approda al grande e affascinante tema dei libri illustrati per l’infanzia. Abbiamo chiesto a Giovanna Zoboli di accompagnarci e illuminarci. Autrice di numerosi libri per bambini – poetici, aperti a più livelli di lettura, accurati – è cofondatrice e responsabile editoriale della milanese Topipittori (tra le più innovative e brillanti case editrice dell’odierno panorama editoriale per l’infanzia), nonché studiosa di illustrazione e attenta osservatrice di tutto quanto si muove, in Italia e all’estero, nel mondo dei libri per bambini.

Con lei abbiamo parlato del suo lavoro di scrittrice, di libri e illustrazioni per l’infanzia, del (differente) rapporto che piccoli e adulti hanno con le storie e le figure dei libri, delle trasformazioni, delle novità del mercato editoriale e di molto altro ancora.


[...]

Illustrazione di Simona Mulazzani per
Al supermercato degli animali di G. Zoboli.
L.L. Frequentando alcune scuole dell’infanzia, noto che certe tipologie di libri non trovano (ancora) spazio tra i ripiani della Biblioteca di Sezione e talvolta sono viste con diffidenza dalle insegnanti. Prendiamo i libri senza parole (silent book), sempre più frequenti nell’editoria italiana: negli adulti, in molti adulti, ma non nei piccoli), provocano un certo spaesamento perché sono costretti a trovarle loro le parole. Puoi indicare tre  buone ragioni per il loro utilizzo a scuola e a casa?

G.Z. Anche in questo caso credo che la diffidenza sia la conseguenza di lacune e pregiudizi. L'immagine, nell'opinione corrente, e in particolare in ambito educativo, è considerata inferiore alla parola, legata al dominio dell'estetica e del gusto, quindi vincolata alla soggettività, alla sfera dell'irrazionale, dell'emotività, del sentimento con cui si tende a identificare il lavoro degli artisti; nei libri illustrati per i bambini, poi, si tende ad assegnarle una funzione accessoria, didascalica, come fosse una sorta di seducente, ludica decorazione per rendere accattivanti i contenuti. Le immagini, invece, costituiscono un linguaggio dotato di codici propri, sofisticati, per la cui interpretazione sono necessarie competenze cognitive e culturali specifiche. Per questo motivo le immagini, che rappresentano un linguaggio molto vicino alla sensibilità dei bambini, i quali sono grandi osservatori, sono uno strumento fondamentale nella formazione di processi di elaborazione e strutturazione del pensiero. Comprendere una storia senza parole costringe a uno sforzo di lettura che richiede autonomia. Il lettore, da solo, è chiamato a costruire attraverso le immagini le articolazioni logiche della narrazione e questo perché manca la parola a fare il lavoro di sintesi. Per esempio, manca l'ordine della frase a stabilire la priorità di verbo, soggetto, complemento oggetto. Il bambino deve fare tutto da solo. Questo lo diverte molto: è un lavoro  simile a quello di un detective esperto. Per cui non c'è nulla di più errato che considerare un libro senza parole privo di valore educativo, pedagogico. Ciò che è importante è fornire strumenti che aiutino i bambini a strutturare, ordinare il loro pensiero, le loro visione e possibilità di espressione delle cose. Se questo avviene attraverso immagini o parole, cosa cambia?

Illustrazione di Simone Rea per L'uomo dei palloncini di Giovanna Zoboli.

L.L. Quanto sopra evidenzia, tra l’altra, la modesta educazione all’immagine degli adulti. Tanto più cresciamo quanto più sembrano scomparire in noi le capacità di leggere le figure. Parrebbe strano in una epoca in cui siamo bersagliati continuamente da immagini di ogni tipo. A cosa si deve? Quali sono, a tuo avviso, le motivazioni profonde?

G.Z. È un discorso molto complesso. Nel Rinascimento erano i papi e i principi a stabilire insieme agli artisti i programmi iconografici di quadri e affreschi, ossia i significati politici, spirituali, storici, letterari di cui questi erano intessuti. Questo per dire che il linguaggio delle immagini è sempre stato strategico, e oggi non è diverso. Pensiamo agli enormi investimenti che le aziende fanno in comunicazione, per costruire, appunto, l'immagine adeguata al mercato dei loro prodotti. Ma pensiamo anche al valore che le immagini hanno in tutti i campi della comunicazione umana: dalla segnaletica stradale, ai libretti delle istruzioni di migliaia di prodotti tecnologici, all'informazione, che sia veicolata in rete attraverso giornali, tv, siti, blog, social network; ai manuali tecnici e scientifici, ai manifesti politici. Le immagini hanno un'efficacia immensa. L’illustratore Saul Steinberg affermava che: “Disegnare è un modo di ragionare”. E sappiamo quale inimitabile strumento di indagine e studio fosse per Leonardo il disegno, in grado di sondare tutti i campi del sapere umano - pittura, scultura, architettura, anatomia, ingegneria, idraulica. Non conoscendo latino e grammatica, Leonardo aveva difficoltà con la parola scritta, che gli era ostica; così per riflettere sulle cose, disegnava. Italo Calvino nel capitolo Esattezza di Lezioni americane riporta una frase che Leonardo scrisse su uno dei suoi quaderni di anatomia: “O scrittore, con quali lettere scriverai tu con tal perfezione la intera figurazione qual fa qui il disegno?” Saper leggere, decodificare le immagini, è sempre stata una competenza fondamentale. Io credo che l'aniconismo, come è definito l'analfabetismo iconico, sia conseguenza di una cultura che nel tempo ha perso la capacità di considerare forme e contenuti come parte dello stesso processo di trasmissione della cultura e del sapere. Si attribuisce alla parola un primato sull'immagine, identificandola con il principale veicolo dei contenuti. È un errore clamoroso. Anche perché in questo modo si consegnano le immagini al dominio degli specialisti, creando una frattura pericolosa fra chi le crea in modo mirato e chi le fruisce, senza alcuna consapevolezza.  

La casa editrice.

venerdì 7 novembre 2014

Sedurre vs condurre

Hamelin, n. 37, anno 14. Immagine di copertina Laurent Moreau.

L’imperativo è raccontarsi sempre, raccontare nell’immediato sentimenti, emozioni, esperienze, copiare-e-incollare frammenti di storie, immagini, parole con cui ci si identifica e che diventano nostre anche senza esserlo. Ma se tutto è narrazione, che cos’è narrazione?

Così si legge in quarta di copertina del nuovo numero della rivista Hamelin. Titolo Troppe storie, argomento che di certo interesserà tutti coloro che per le più diverse ragioni si occupano di scrittura, racconto, lettura, storie, come autori, promotori della lettura, illustratori, insegnanti, bibliotecari, studiosi, librai, lettori...

Illustrazione di Serena Schinaia.
Si tratta, lo si capisce, di un titolo provocatorio che rimanda a quella invasione di narrazioni di cui quotidianamente, tutti, attraverso i medium più disparati, siamo fatti segno. Mi è stato chiesto di partecipare al numero con una intervista che mi ha rivolto Giordana Piccinini. Invito che ho accolto con piacere. Allora, oggi, vi anticipiamo, di questa intervista, la prima domanda e la prima risposta. Se poi il tema vi coinvolge, e noi lo speriamo, potrete proseguire la lettura sulla rivista che sulle narrazioni, dai più diversi punti di vista, accoglie riflessioni, studi e indicazioni a firma di Emilio Varrà, Nicoletta Gramantieri, Martino Negri, Elena Massi, Francesco Cappa, Gabriela Bin, Elisabetta Mongardi, Simone Sbarbati.

Buona lettura.

Le immagini che corredano questo post sono di Serena Schinaia, l'illustratrice presentata in questo numero della rivista Hamelin, e ci sono state gentilmente fornite dalla redazione (che ringraziamo).

G.P. Presupposto di questo numero di Hamelin è la pervasività che la narrazione e le tecniche che ne sono alla base hanno oggi: tutti ci raccontiamo sempre, che siamo individui, aziende, manifestazioni, territori. Evidentemente la comunicazione in rete, ma anche la centralità che la stessa idea di comunicazione ha nella nostra società, hanno molto condizionato questo processo. Quello su cui vorrei confrontarmi con te è se e quanto esso ha trasformato anche le modalità, gli stili, l’idea stessa di scrittura: come scrittrice e responsabile editoriale dei Topipittori hai sia un profilo che una pagina su fb e da anni curi sei una delle anime del vostro blog che non è mai stato unicamente promozionale ma si è aperto a riflettere sull’illustrazione, la letteratura e la cultura per l’infanzia. 

Illustrazione di Serena Schinaia.
G.Z. Questo preambolo mi fa venire in mente un episodio di alcuni anni fa. Avevo scritto un pezzo per il bollettino online Vibrisse, di Giulio Mozzi, dal titolo L'intelligenza della forma in cui spiegavo in cosa, a mio avviso, consiste la capacità di scrivere, o meglio di creare senso attraverso un testo, inteso propriamente come struttura narrativa. In questo pezzo raccontavo anche la mia esperienza di lavoro nella comunicazione, e di come, sia nella scrittura creativa sia in quella 'commerciale' il narcisismo rappresenti l'ostacolo principale, quello che determina il fallimento della comunicazione. Facevo l'esempio di alcuni CEO che preferiscono una mediocre comunicazione a una buona, per l'unica ragione che quella mediocre è una loro creazione, pur disponendo di strumenti rudimentali per valutare sia il proprio operato sia quello altrui. In sostanza, le cose interessano loro sono nella misura in cui loro appartengono. Questo è il contrario di un processo di comunicazione, cioè di relazione.
Questo articolo capitò in mano al proprietario di una grande azienda italiana, il quale mi contattò e mi commissionò un lavoro, sottraendolo alle cure dei copywriter di una delle più grandi agenzie pubblicitarie italiane. Si trattava di raccontare, e questi professionisti non sapevano da che parte cominciare, non riuscendo a superare lo schema della comunicazione frammentaria ed emotiva a cui erano abituati.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Oggi io credo che l'insistenza, più che sul raccontare, sia sul creare emozioni. Cioè le narrazioni hanno come obiettivo principale non tanto il racconto, la struttura del discorso intesa come testo, scrittura e sua capacità di generare senso attraverso l'ordine del dar forma, quanto il produrre emozioni. Quello che in ogni ambito si sente promettere è “se leggerai, ascolterai, guarderai questo, vivrai grandi emozioni”. Non ho nulla contro le emozioni, ma mi pare che queste siano solo una piccola parte del processo che una narrazione - visiva, verbale, musicale eccetera - può innescare. Soprattutto io penso che finalizzare il racconto a una immediata risposta emotiva alteri e condizioni il modo della narrazione. In sostanza si finisce per fabbricare emozioni anziché racconti. Ma le emozioni non vanno create, perché sono una reazione del lettore quando entra in relazione con una narrazione. Quando si fa questo, si invade lo spazio del lettore. Creare emozioni è una deriva narcisistica: punta a una gratificazione immediata del pubblico che, in questo modo, è indotto a reagire con automatismi agli stimoli che riceve: se qualcosa mi emoziona è buono, se non mi emoziona, è cattivo. È un atteggiamento regressivo. La fabbricazione di emozioni elimina qualsiasi aspetto di problematizzazione di quel che si legge o si vede. In questo modo si trasforma la lettura, di testi o immagini in una pratica di puro consumo.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Mi viene in mente una cosa scritta da Kafka: "La parola vera conduce, la falsa seduce": un buon criterio sulla base del quale valutare una narrazione. Non è detto, poi, che tutte le buone narrazioni siano letterarie. Le librerie sono piene di pessime narrazioni: cose mal scritte e mal pensate. E d'altra parte se una istituzione, un territorio o una azienda vogliono raccontarsi, in sé questo non è scorretto. Dipende dal modo in cui lo fanno e dal perché lo fanno. Raccontare non è un terreno riservato alla letteratura, all'arte. Per esempio trovo di grande interesse il fatto che, presso il Dipartimento di Scienze Cognitive dell'Università di Trento, il Laboratorio di Comunicazione e Narratività sia stato, e sia, frequentato da categorie professionali diverse, come insegnanti di ogni scuola e grado, vigili, guardie di finanza, guide alpine, personale amministrativo e polizia carceraria.

La scrittura io credo sia, in prima battuta, un esercizio di osservazione, distacco e pensiero: che si scriva un racconto, una cartolina o la lettera di una banca. La produzione di testi, o di racconti (anche per immagini), è un processo ad alto livello di simbolizzazione e strutturazione dei significati, e richiede in primis questa capacità, che è una capacità fondamentale, fondativa, mi viene da dire morale, dell'essere umano.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Ci sono riflessioni importanti su questo di Aby Warburg, che è uno dei massimi studiosi di immagini del Novecento. Abbiamo sempre bisogno, tutti, di strumenti narrativi, e nella vita di tutti i giorni: dalle incombenze pratiche a quelle più sofisticate, come le relazioni affettive, amicali o professionali. Le persone che meglio sanno esprimersi, sono quelle che hanno maggiori e migliori possibilità di trovare il proprio posto nel mondo, umanamente, esistenzialmente, oltre che socialmente ed economicamente.


Brano tratto da Scrivere oggi. Cinque domande a Giovanna Zoboli, di Giordana Piccinini, in Troppe storie, "Hamelin 37".

venerdì 16 maggio 2014

Eccellenze & ricerca

L'ultimo numero della rivista Hamelin, il 36, offre una panoramica su quanto la stagione editoriale dell'anno appena passato ha offerto alla letteratura per ragazzi, come indica il titolo: Annuario di libri per ragazzi 2013. Si tratta di un numero ricco (verrebbe da dire come sempre: il primo numero di gennaio, il 35, Il migrante, contiene riflessioni imperdibili per tutti coloro che hanno a che fare con il tema dell'integrazione e delle differenze culturali, a partire da quella di Martino Negri, Il sacrificio e l'ascolto. Digressione letteraria sulla natura del dialogo).
Oltre alle sezioni dedicate a narrativa, albi illustrati, fumetti, saggi usciti nel 2013, in questo numero si trovano altri contributi interessanti, come L'architetto delle figure, l'intervista a Blexbolex sulla costruzione della struttura narrativa e del punto di vista nella sua trilogia Immaginario, Stagioni e Ballata, o come i due articoli dedicati a Tove Jansonn da Kitty Crowther e Luca Scarlini, o come gli articoli dedicati ad alcuni libri sul tema della paternità, che nel 2013 hanno impazzato nelle librerie. Nicola Galli Laforest riflette sul rapporto fra figli e padri a partire dal romanzo di Michele Serra Gli sdraiati (condividiamo parola per parola) e dal saggio di Stefano Laffi La congiura contro i giovani che non ho letto, ma sicuramente leggerò grazie a questa recensione. Giordana Piccinini in P di Papà, a partire da spunti presenti nel libro di Serra e nel saggio di Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco (altro best seller del 2013), indica un percorso di pensieri e letture su papà e bambini negli albi illustrati. Agli abbonati di Hamelin, il numero 36 della rivista è arrivato accompagnato dal nostro Catalogone 7, in omaggio.

Nella sezione relativa alla produzione editoriale dell'anno passato, hanno fermato la mia attenzione le parole di Emilio Varrà, nell'articolo Riflessioni sull'albo illustrato: 2013. Emilio Varrà si chiede se la recente riproposta da parte di alcuni editori di diversi titoli e di grandi autori del passato non si debba alla difficoltà di reperire nel presente un numero sufficiente di titoli significativi: riscoperta, cioè, come risorsa per colmare un presente povero di idee.

E commenta: «Il dubbio viene se si guarda ai libri di produzione, quelli che nascono dal progetto di un editore. Non sono tanti gli esiti memorabili di quest'anno: tra gli italiani spiccano Io sono un ladro di cavalli di Tessaro (Il Castoro), Fiume lento di Sanna (Rizzoli), Il nuotatore di Cognetti e Cerri (Orecchio Acerbo), Il grande libro dei pisolini  di Zoboli e Mulazzani (Topipittori). Ma numericamente prevalgono esiti non per forza brutti, ma nemmeno così eclatanti. Sintomo di un calo di ispirazione degli autori? Di ambizione moderata degli editori? Del desiderio di seguire un trend in questo momento positivo? O piuttosto di un sistema editoriale ancora poco solido sul piano economico (e ancora squilibrato nel fuoco di fila fra grandi e piccoli), perché non esiste un pubblico sufficientemente forte da poter alzare vendite, tirature e – di conseguenza – compensi agli artisti, costretti quindi a dover moltiplicare e accelerare il proprio lavoro per sopravvivere? Rimangono poi le traduzioni dall'estero che ci hanno regalato anche quest'anno uscite importanti...»
Se come autrice non posso che essere lusingata nel vedere un mio libro inserito fra i migliori quattro titoli italiani del 2013, come editore mi sento invitata alla riflessione. Ovviamente quello che sto per scrivere riguarda le modalità creative ed editoriali di Topipittori, e non pretende di esaurire il discorso in senso generale. Trovo interessante l'idea che seguire un trend positivo abbassi il livello creativo. Ho sempre pensato che l'andamento positivo di una casa editrice di ricerca, come è la nostra, sproni alla sperimentazione anziché livellarla su una produzione che garantisca esiti “sicuri e dati”.

La sperimentazione è stata, fin dall'inizio, il motore del nostro successo. E infatti, per quanto ci riguarda, dal 2004, cioè dagli esordi, la nostra linea editoriale è connotata da progetti nuovi per la proposta di nuovi autori, illustratori, grafici, e di stili molto diversi sia relativamente ai testi sia alle immagini.
Da questo punto di vista, quindi, più che a un calo di ispirazione degli autori, credo che la qualità dell'esito creativo dipenda soprattutto dalle indubbie difficoltà che comporta il lavoro di ricerca: cercare, individuare, trovare, progettare costa tempo, impegno, risorse a fronte di risultati incerti e molto diseguali. Ricerca infatti non vuol dire, automaticamente, dare luogo a un catalogo di eccellenze. Credo che le eccellenze, al contrario, siano il risultato di un percorso di ricerca serio, strutturato, coerente, continuato in cui l'editore si è fatto carico, con il pessimismo della ragione, dei propri limiti, di quelli degli autori, della congiuntura economica, degli incidenti di percorso, della concorrenza e via discorrendo; e altrettanto, con l'ottimismo della volontà, della propria capacità di trovare e portare alla luce per i propri lettori quanto di più interessante serba in potenza il terreno culturale a lui circostante.
Nell'autunno del 2013 abbiamo editato La Casa delle Meraviglie a cura di Loredana Farina, che racconta, attraverso una raccolta di saggi e interviste, la storia della Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Come molti, prima di approfondire la conoscenza di questo editore attraverso i quasi mille titoli editati in vent'anni, limitavo la mia conoscenza ai suoi titoli più forti che poi sono quelli che ancora oggi si trovano in libreria: Nella nebbia di Milano, Nel paese dei mostri selvaggi, La mela e la farfalla, Il palloncino rosso, Era inverno eccetera.

Si tratta, ovviamente, delle eccellenze di questo catalogo. Ma il lavoro dell'Archinto, è andato ben oltre questi titoli, e questi titoli sono il risultato eclatante di un modo di fare libri che ha sposato cultura, ricerca, responsabilità, divertimento, assumendosi i rischi di mercato, critica, pubblico.
I rischi, cioè dell'insuccesso. Se si ha la fortuna di poter osservare la produzione della Emme nell'insieme, si ha l'impressione di un editore che, più che da grandi ambizioni, sia stato guidato, oltre che da fiducia in se stesso e nei propri autori, da un piacere costante per la scoperta: scoperta di nuovi modi di raccontare, di spiegare e di guardare le cose. Vi sono moltissimi libri 'minori' nel catalogo dell'Archinto, ma nessuno è inutile e in ognuno è possibile capire in cosa sia consistito l'elemento di interesse: un'idea, un segno, un modo di scrivere o di usare un colore... Gli esiti possono essere discontinui, certamente, in questa produzione, ma niente appare insignificante. Non appaia irrispettoso il richiamo alla Emme Edizioni, se ne parlo è per mettere in luce cosa significhi, oggi come allora, per un editore, il senso più autentico di fare ricerca.
Emilio Varrà ipotizza giustamente anche cause di natura economica al problema di una produzione mediocre. Oggi, però, un mercato globale consente a editori piccoli, quali noi siamo, di poter prefigurare agli autori guadagni magari non stellari, ma dignitosi. Lo sanno alcuni degli autori che hanno lavorato per noi, che in diversi casi hanno potuto contare sugli introiti delle edizioni estere. Indubbiamente questi autori nel momento in cui hanno deciso di realizzare il progetto di un libro con noi erano consapevoli dei rischi di insuccesso e se li sono assunti, proprio come ce li siamo assunti noi. E questo perché prima che un libro esca, nessuno, ma davvero nessuno, può sapere come andrà.

Certo quello che sempre mi lascia stupefatta nella produzione nazionale è che i grandi editori, appiattiti su un'idea molto limitata di rischio imprenditoriale, pur disponendo di mezzi, non intraprendano una ricerca seria nel campo di prodotti popolari di buon livello, l'unica strada in grado di assicurare risultati solidi (la Pimpa docet), preferendo invece sfilacciare il marchio in una serie di uscite casuali, indifferenziate e incoerenti alla ricerca del “colpo grosso”.
Insomma, detto questo, mi chiedo: e se la causa nascosta di una produzione di albi illustrati poco convincenti, fosse, più che la mancanza di ambizione e di ispirazione, il suo contrario, l'eccesso di ispirazioni autoriali mal riposte e mal guidate e di ambizioni editoriali non supportate da un lavoro adeguato? In entrambi i casi, cioè, di un atteggiamento di superficie che spinge a puntare a obiettivi deboli e distoglie coloro che hanno a che fare con la materia creativa dal senso più profondo dei progetti (scusate se oso, ma mi sembra questa un po' la china su cui sta scivolando la produzione francese, spesso orientata a produzioni seducenti e appariscenti, ma destinate a scomparire rapidissimamente, e questo a causa di un mercato iper saturo in cui ogni nuova uscita rischia di affondare nell'invisibilità).
In cosa consiste il senso profondo di un progetto? Nel cercare di fare, con il massimo impegno, un buon libro nel rispetto del suo lettore, ma anche nell'assumersi il rischio e nell'avere la consapevolezza che i frutti della ricerca possono portare a esiti medi, buoni, o addirittura anche mediocri, non solo buonissimi. Ma questo non lo si sa mai, prima. Perciò porsi come obiettivo l'eccellenza fine a se stessa può avere esiti negativi, così come quello di creare libri di sicuro successo.

Torno così a domandarmi se, oltre che interrogarsi sulle eccellenze, non valga la pena anche di occuparsi dello stato di un'editoria che, nel suo complesso, sembra faticare a fare propria la necessità della coerenza, della qualità media del prodotto, del rispetto del lettore. Perché le eccellenze ci sono sempre state e sempre ci saranno.
Ci sono perfino nei paesi e nelle culture più refrattarie al lavoro serio e organico (così come i grandi vini italiani ci sono sempre stati, anche quando, anni fa, il prodotto medio amoreggiava pericolosamente con la chimica del metanolo). Le eccellenze sono eventi occasionali, se non fortuiti e, alla fine, destinati a non lasciare una vera traccia se non si innestano su una produzione complessiva di qualità e di valore, su un tessuto editoriale professionale e solido. Perciò a questo punto mi viene da domandare a Emilio Varrà  quale sia a suo avviso – al di là dei miei pisolini, di fiumi lenti, nuotatori e ladri di cavalli – lo stato della produzione editoriale italiana nel suo complesso. Se vuole, possiamo discuterne qui.

giovedì 25 ottobre 2012

Fra peluche e cinismo

Della bella rivista bimestrale Gli asini. Educazione e intervento sociale abbiamo già parlato qui. Allora, questo intrepido giornale era al suo secondo numero. Nei giorni scorsi abbiamo ricevuto dal direttore, Luigi Monti, la notizia dell'uscita del numero di settembre, l'undicesimo. In quarta di copertina, parole lucidissime che non si possono non sottoscrivere. Sono tratte da un articolo dal titolo Fra peluche e cinismo, di Giuseppe Montesano, scrittore, insegnante e filosofo napoletano, di cui vi riportiamo, in accordo con Gli asini, che ringraziamo, un lungo brano:  vi consigliamo caldamente di leggerlo. Se siete interessati ad abbonarvi a Gli asini, andate qui. In fondo all'articolo, l'indice di questo numero, con tutti i contributi presenti.


Da Fra peluche e cinismo di Giuseppe Montesano


Io sono un privilegiato: insegnando al liceo la mia platea è diversa da quella delle scuole medie, degli istituti tecnici e professionali. Piccola e media borghesia. È più facile lavorare. Ma la vera realtà delle scuole tra Napoli e Caserta è quella dell’obbligo: lì la catastrofe è già avvenuta, nel senso che tutte le tecniche pedagogiche non hanno senso quando intorno non funziona niente e la scuola non ha un ruolo centrale nella società, ma ne è soltanto un’appendice; quindi il suo malessere è solo sintomatico di un male più vasto ed enfatizzare le responsabilità della scuola è una fissazione da politici, per scaricare le responsabilità. Bisognerebbe stare più zitti, fare quel che si può fare nel piccolo, nel quotidiano, far circolare idee, far leggere, far vedere cose, sia ai piccoli che ai grandi: i ragazzi sono avidi di sapere, di conoscere, però non lo sanno finché non lo vedono, non lo vivono, non sanno quello che desiderano davvero. L’adolescenza è un’età in cui si può ancora cambiare, è forse l’ultima possibilità, ma quando si vede quello che viene offerto a chi potrebbe cambiare, si capisce che il risultato non può che essere sconfortante.


Loro, i ragazzi, continuano beatamente e tristemente e in modo depresso a essere ignoranti, non sulle cose scolastiche soltanto ma sul mondo, e qui si apre la questione se sia la scuola a dover fare la parte della società, se debba sopperire alle sue mancanze, se debba raddrizzarne le storture: io sinceramente credo di no. La scuola deve dire per esempio chi è Platone, non può non dirlo, e non solo perché sta scritto nel misero programma ministeriale, ma perché è il suo unico compito, la sua unica chance, deve spiegare la geografia astronomica, i terremoti, i pianeti, le cose elementari e importanti della cultura. Però si tratta di un punto di partenza, quando invece è considerato il punto di arrivo, diventando così una stupida gabbia, e non un grimaldello per aprire la gabbia. Questo non succede solo perché molti insegnanti sono pigri, ripetitivi, figli di questa società e quindi uguali agli alunni, ma anche perché gli alunni adolescenti hanno sì una grande potenzialità, che gli insegnanti, adulti, in genere non hanno più, ma questa energia spesso non sanno nemmeno di averla e non sanno che possono usarla per sapere e capire il mondo: tutto gli insegna, dalla scuola alla famiglia alla società, che il mondo devono solo accettarlo senza capirlo. Poi tra gli insegnanti ci sono i soliti “incomprensibili”, come li chiamo io, persone che spontaneamente hanno voglia di resistere, di mettersi in gioco, di usare la propria vita per fare qualcosa, perché avvertono la sensazione di essere altrimenti dei vigliacchi. Credo che questo valga per tutti, non solo per studenti e insegnanti, e se qualsiasi persona che vive qua in Campania avvertisse profondamente questo turbamento, si comporterebbe diversamente già con i figli a casa, con le altre persone: non va dimenticato che i ragazzi vengono educati per strada, in discoteca, in mille altri modi, ma soprattutto a casa, in famiglia, dove per famiglia io però intendo una cosa malefica, che qui è ancora molto più forte di quanto si immagina: la famiglia allargata, l’ambiente. Non a caso i grandi gruppi criminali si chiamano “famiglie”, quella cosa che tende a risucchiarli nel già fatto, già visto, già vissuto, già pensato.


Isole a Gomorra
Il familismo è ossessivo, una specie di sistema, di meccanismo, fatto per riassorbire qualsiasi cosa metta in crisi questa catastrofe organizzata che va avanti sulla base di un equilibrio folle, delirante se visto dall’esterno, ma normale per chi ci vive dentro; è una forma di normalizzazione dell’assurdo che tende anche ad “aiutare” perversamente le persone, purché non mettano in discussione questo modello culturale. Per esempio, la scuola in certe zone del casertano dice all’alunno di non preoccuparsi, spiega che in cambio del fatto di non dare fastidio la vita sarà comoda, è semplicemente un meccanismo quotidiano della società che si è completamente impadronito di un’isola, perché la scuola è un’isola, e dal mio punto di vista farebbe meglio a restare un’isola: visto che non possiamo avere la “scuola che vogliamo”, allora meglio isolata piuttosto che ingoiata da questo tipo di società locale e forse ormai globale.
È meglio l’isolamento da questa società dell’illegalità legalizzata che toglie ai ragazzi il respiro, gli toglie qualsiasi forma di diversità possibile; i grandi titoli dei giornali parlano sempre del folclore criminale, non parlano mai della cosa più interessante, cioè l’illegalità diventata legale sia tecnicamente, nella società, ma soprattutto nella testa delle persone.


Per leggere, cliccare sull'immagine.
È una mutazione profonda e grave, che rende difficile ogni discorso, ogni ragionamento, perciò da queste parti diventa difficile arrivare al piano etico: ed è per questo che da queste parti «etica» è una parola ipocrita, utilizzata da coloro che ne sono la negazione; una parola che più viene detta, ripetuta, utilizzata dal gruppo familista – che va dal politico all’ultimo dei custodi di edifici pubblici – e meno diventa reale nei comportamenti, nei gesti, nella vita quotidiana delle persone. Ma anche nella dimensione privata, nelle relazioni affettive tra i ragazzi, con le famiglie, che spesso sono o disastrosamente assenti o iperaffettive in senso falso: “Faccio finta di darti tutto perché in realtà non ti sto dando niente di essenziale”, oppure conflittuali in maniera aperta, totale: “la giungla è fuori casa e io la porto anche dentro”, anche se questo è più raro.
Quello che una volta si chiamava proletariato o sottoproletariato ha gli stessi comportamenti della borghesia caramellosa e fasulla: comportamenti tipici di ceti sociali falsificati e falsi per natura e storia, quelli della borghesia culturalmente intesa (“fatti i fatti tuoi e arraffa quel che puoi tramite parenti e politici”) si spostano dentro la giungla dell’ex proletariato o “popolo”, il che non ammorbidisce la giungla, né la coltiva, né funziona da lenitivo, ma aumenta soltanto la scissione dentro le persone e tra le persone. 

Andate, ma davvero, per esempio come insegnanti, a Scampia o al Parco Verde o al Villaggio Coppola: i ragazzini che nella criminalità ci vivono da sempre anche se non sono tecnicamente “criminali” sono completamente spaccati a metà, tra l’orsetto di peluche comprato all’ipermercato e lo spaccio pomeridiano nei luoghi delle periferie coatte, tra bisogno di affetto morboso, infantile, con un’età mentale e affettiva di tre anni, e un’età reale, fisica, di quaranta, e quaranta vissuti nella totale alienazione da bello e bene. Un ragazzino di tredici anni di certe scuole medie di Scampia oscilla tra un bambino affettivamente disastrato e un adulto disastrato, per cui ha un cinismo da adulto, il peggiore possibile, e nello stesso tempo una fragilità morbosa dal punto di vista affettivo: veramente un miscuglio tragico. Il ragazzino che vorrebbe essere cullato e amato è lo stesso che dice al compagno “devi morire, ti uccido”, che utilizza la legge del più forte, l’unica filosofia nuova che si sta spandendo dal basso, il che è terrificante, perché questa era la filosofia predatoria e semi-segreta delle classi alte del liberismo ideologico, mentre adesso è filosofia di massa. Di fronte a questo forse valgono sempre le stesse cose, cioè le isole, le minoranze, i singoli, che però non devono restare soli. “Là dove sarete in tre, io ci sarò”, recita un passo degli Apocrifi; non troppi, perché presto diventano massa, ma non uno solo, e nemmeno due, cioè la coppia: il Cristo avventuroso e tagliente degli Apocrifi sa che la coppia può diventare l’inizio di ogni trappola familista, l’origine di ogni egoismo cieco. Nello stesso tempo il Cristo straccione non chiede mai astratti e impossibili sacrifici, e dice di amare il prossimo “come se stessi”, non ipocritamente più di se stessi: chiede un lavoro psicologico su di sé, non chiede la menzogna untuosa e politica della religione.  E qui, senza alcuna coltivazione delle persone e dell’io, la violenza divenuta filosofia inconscia e incosciente (ma ormai attraverso il liberismo ideologizzato e vincente anche apertamente propagandata) disgrega le regole non per farne altre, ma per sopravvivere in mezzo alle macerie. Altrove forse la violenza è più attutita, ma le dinamiche e le mentalità sono identiche, da almeno trenta quarant’anni questo posto è diventato come tutti gli altri.

mercoledì 16 maggio 2012

C'è posta!

[di Valentina Colombo]

_List Books from Korea è un gioiello. Chiunque lo tenga in mano rimane stupito: dalla qualità fisica dell'oggetto, dall'impaginazione elegante e sobria; e poi dai contenuti vari e tutti interessanti, dalla qualità degli interventi, dalla coerenza del progetto.

_List è una rivista coreana come poche esistono. Quattro numeri all'anno, che riceviamo puntualmente nella nostra casella e dai quali traiamo spesso spunti e informazioni utili per capire il mercato coreano, le tendenze, i nomi e i luoghi. Tutto questo a un prezzo incredibile: gratis. Si tratta infatti di una di quelle belle esperienze di promozione della cultura che ci piacerebbe venisse alla luce anche qui in Italia. Pubblicata in inglese, coreano e cinese, disponibile anche online e per ipad, arricchita da una newsletter mensile (sottoscrizione qui), questa rivista è gestita dal Korea Literature Translation Institute (o LTI), a sua volta parte del Ministero della Cultura, Sport e Turismo.

Lo scopo della rivista è quello di "contribuire alla cultura globale promuovendo la conoscenza della letteratura e cultura coreane nel mondo".
Al suo interno si trovano interviste, focus sui generi letterari principali, articoli specialistici sulla letteratura coreana e sul mondo editoriale, sulle relazioni internazionali tra editori e la loro crescita, analisi di mercato e opinioni di critici, coreani e non, sul mondo del libro. L'ultimo numero che abbiamo ricevuto è dedicato proprio ai libri per ragazzi, con uno speciale sugli illustratori che hanno promosso, con i loro lavori, la cultura dell'albo coreano nel mondo; un' analisi del mercato; uno studio sulle principali linee di lavoro su cui gli editori e gli illustratori si sono mossi negli anni. Infine, come in ogni numero, una interessante selezione dei libri raccomandati dagli editori stessi, sia per la narrativa adulta che per i ragazzi. Mentre alcuni nomi sono già noti, perché presenti per esempio a Bologna alla Mostra degli illustratori, alcune cose mi hanno incuriosito, e spero di poter presto approfondire di persona durante la fiera di Seoul.

Chun Gap-bae, One fine day, Sakyejul, 2006

Tra gli illustratori della scuola che potremmo definire "tradizionalista", mi ha colpita il lavoro di Chun Gap-bae, che però ho rintracciato anche con il nome di Jun Gab-bae. One fine day è la storia, meravigliosamente illustrata ad acquarello, di un funerale coreano. Un albo che affronta il tema della morte attraverso la ritualità del rito. La scheda è disponibile qui, ma spero, nel mio prossimo viaggio in Corea, a giugno, di sfogliare per intero una copia.







Yoo Juyeon, One Day, Borim Press, 2010
C'è poi One day di Yoo Juyeon, pubblicato dalla nota Borim Press, altro albo dalla copertina accattivante e dalle illustrazioni delicate e poetiche. Da aggiungere alla lista di libri da cercare.
_List è quindi una rivista dove si parla di libri e linguaggio, dei luoghi-simbolo del mondo editoriale coreano (in questo numero Bosu-dong Book Valley, ovvero il quartiere dei librai antiquari), di case editrici e scrittori del momento.
L'LTI organizza anche corsi estivi e intensivi di traduzione ed è l'ente che gestisce i fondi destinati agli editori stranieri che vogliono pubblicare nel loro paese un libro coreano. Una pratica, questa, molto diffusa all'estero, ma assente in Italia, e molto interessante sotto il profilo della promozione internazionale, in quanto fornisce un budget a editori stranieri (che così risparmiano dei costi di traduzione, per questa lingua, abbastanza significativi) e un sostegno e un aiuto ai traduttori. C'è in questo la consapevolezza che la traduzione non è solo una trasposizione di un contenuto in un linguaggio diverso, attraverso segni diversi, ma che si tratta soprattutto di una finestra su di una cultura altra, che va quindi interpretata e presentata in modo comprensibile, completo e competente. Significa quindi mettere in comunicazione due mondi, e la comprensione delle differenze e delle affinità è ciò che rende lo scambio fruttifero e utile.
Un'altra cosa interessante è il fatto che questa rivista sia finanziata e sostenuta dal governo coreano. Anche in questo caso, lo stato si fa promotore culturale, investendo in quella che potremmo definire la sua "immagine", aiutando imprese straniere a importare la cultura coreana, facendola volare oltre i confini geografici del paese. Organismi simili al LTI esistono in Portogallo (DGLB, che ha finanziato anche il nostro Nove storie sull'amore, e la traduzione dei libri acquisiti da Planeta Tangerina), nei Paesi Bassi (Flemish Fund), in Spagna (direttamente con il Ministerio de Cultura), per citarne alcuni. Accanto alla rivista LTI, da anni esiste anche il prestigioso Cj Picture books award (vinto anche dai Topipittori). Si tratta insomma di una politica culturale aperta verso l'estero come promotrice della produzione libraria locale, sia narrativa, sia illustrata, sia divulgativa. Un modo di intendere il libro come veicolo di comunicazione tra le culture che rappresenta il lato più interessante e stimolante della globalizzazione, quella che non uniforma, ma che avvicina gli estremi del pianeta, mantenendo però la peculiarità di ogni paese.

martedì 26 ottobre 2010

Cornia fra gli asini...

Il numero di ottobre  della rivista bimestrale Gli asini. Educazione e intervento sociale ospita un brano di Autobiografia della mia infanzia di Ugo Cornia, da qualche giorno in libreria.
Presentiamo questa iniziativa editoriale, al suo secondo numero, attraverso le parole di Graziano Graziani, che nel luglio scorso ha intervistato, in proposito, Goffredo Fofi.
«A luglio è uscito il primo numero de “Gli asini”, rivista bimestrale di educazione e intervento sociale. Non si tratta di una rivista di settore, ma del tentativo di leggere la crisi che stiamo vivendo in questi anni a partire da uno dei grandi rimossi della nostra società: la pedagogia. Nella terra di Don Milani e di Aldo Capitini il rapporto con le generazioni più giovani è diventato un materiale difficile da maneggiare fuori dalle logiche commerciali, l’educazione una terra di nessuno. Per questo quella de “Gli asini” si delinea come una scommessa allo stesso tempo sensata e azzardata.
 Dietro il progetto c’è Goffredo Fofi con le sue Edizioni dell’Asino. Ma il direttore de “Lo straniero”, che nel corso degli anni ha dato vita ad alcune delle riviste di critica culturale e sociale più interessanti del nostro paese, assicura che il suo ruolo sarà esclusivamente di cinghia di trasmissione per dare il là a una redazione prevalentemente sotto i trent’anni (la direzione della rivista è affidata a Luigi Monti).»


Di cosa parlano “Gli asini”? Di educazione,  scuola, infanzia e adolescenza, culture “altre”, immigrazione e lotta al razzismo, media,  diritto all’istruzione,  pace e  cooperazione allo sviluppo, movimenti sociali,  terzo settore, politiche pubbliche e sociali.
Come parlano “Gli asini”? Il taglio con cui la rivista si occuperà di questi temi riguarderà le analisi, i pamphlet, le inchieste, i documenti, le esperienze, i metodi, la critica, le buone pratiche che vengono dalle minoranze sociali e culturali più responsabili.

In bocca al lupo, asini!
Firmato
Topi