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venerdì 24 aprile 2015

Archì non è Arlecchino!


[di Lisa Topi]


Non fatevi ingannare dai colori in copertina: Sebbene gli somigli, Archì non è arlecchino.
Archì è il protagonista del nuovo libro di Roberto Piumini, illustrato da Emmanuelle Bastien. Un personaggio tanto leggero che, se dalla finestra arrivasse una folata di vento a sfogliare le pagine del libro, lo vedremmo volare via.

  Archì from Topipittori on Vimeo.

È un omino tondo e multiforme, tanto che scorrendo la sequenza in movimento lo si vede scomporsi e ricomporsi come fosse la linea di un diagramma, un gomitolo, uno stormo di uccelli, un bambino che ha nascosto dei giocattoli sotto il cappotto ma, uno dopo l’altro, li perde per strada. Io, a quattro anni, riuscii a camuffare sotto i vestiti un barattolo di vernice e una collezione di macchinine. Ma non è certo un ladro Archì.



Ha il passo goffo e comico dei piccoli, cammina, dondola, cade, si rialza e ricomincia. E dei bambini ha anche il pragmatismo. Non sa bene chi sia, sa solo che una cosa, se ha le ali va o che se soffi forte, suona. Proprio così fanno molti bambini che, quando inciampano in una novità la interpretano attraverso quel che sanno – e quanto più questa è lontana tanto più poetico è il nesso –  cosa che gli adulti scambiano per un esercizio di fantasia. Nel momento in cui si suona, un tubo di cartone non finge di essere una tromba, è una tromba.


Lui, del resto, può essere una bottiglia, un naso, una seggiola, un becco, un otto, un pesce, una scolaresca in fila indiana. È tante figure quante se ne possono immaginare combinando i suoi elementi. È tutt’uno con il mondo, perché i pezzetti che lo compongono si sparpagliano continuamente adattandosi alle metamorfosi della natura. Separarsene non lo spaventa, in fondo bastano la punta del suo naso, due mani e un paio di scarpe per inseguire il suo cappello in fuga. Non si prende troppo sul serio Archì.


La prima volta che ho letto questo libro ho pensato istantaneamente a un racconto di Katherine Mansfield, letto anni fa. Mi ha sorpreso riprendere il libro in mano e accorgermi che il ricordo era ancora più vicino alla realtà di quanto mi aspettassi. Ferragosto, questo il titolo, è la descrizione di una folla eccentricamente vestita a festa, che per lunghi paragrafi avanza sulle pendici di una collina, come se fosse un unico, rotolante essere polimorfo.


Non si può leggere la prosa di Katherine Mansfield senza percepire la sovrastruttura dei suoni e della ritmica. In questo racconto, la musica è anche uno dei personaggi, che si frantuma in tanti allegri pezzettini, si ricompone, si frantuma di nuovo, si dissolve, [mentre] la folla si disperde, risalendo lentamente il pendio.  Così, diversamente, si può provare a leggere Archì a voce alta come una filastrocca, con il respiro della virgola che cade a metà di dodecasillabi (il più delle volte) dall'andamento fluttuante.

La fauna del ferragosto è variopinta e, a tratti, perturbante. C’è chi saltella su una gamba sola, chi gira su se stesso, si siede con solennità, si rialza. Ci sono donne grasse in corsetti di velluto, megere secche come ombrelli logori, vecchissimi bebè in calessi che paiono culle a dondolo. Linguette che smussano gli angoli dei coni alla crema e bocche che bevono limonate sbrodolandosi sui vestiti. Si annunciano prodigi, si offrono preveggenze e oggetti di ogni fattura, solletichini, bambolotti, rose e piume. Come assomiglia ad Archì l’uomo robusto con la faccia rosea e dei calzoni di flanella biancastra, una giacca blu con un fazzoletto rosa che sbuca dal taschino e un cappello di paglia troppo piccolo in bilico sulla nuca. Ognuno di loro, e tutti insieme, potrebbero essere Archì.



Ma c’è una cosa che, più di qualsiasi somiglianza, li allontana. Il racconto di Katherine Mansfield si chiude con un’interrogazione raggelante, l’idea di un panorama vertiginoso sulla cima della collina, che è negato al lettore. Il sospetto di un abisso. Il nostro Archì nel suo percorso si è liberato da solletichini, bambolotti, rose e piume ed è giunto, anche lui, in cima, ma ha davanti a sé lo spazio limpido di un orizzonte da esplorare.


venerdì 18 ottobre 2013

La fatica e la gioia di esser pesci

Che cos'è la poesia? Per rispondere può essere utile osservare un poeta. Può essere alto, basso, minuto, possente, magro, ben messo, riccio, bruno, biondo, barbuto, irascibile, amabile, dispotico, lieto... Non importa, non è questo che conta. La sua apparenza è indifferente. Il suo carattere anche. A noi preme osservarlo dentro, in una zona nascosta, che non si manifesta. Perché è dentro di lui che accade quel che non accade dentro di noi. E per quanto detesti essere spiato, per quanto si risenta della nostra curiosità che reputa un'invadenza, non può opporsi a questa evidenza.
Da noi escono parole. Da lui, i nomi delle cose. Noi siamo sempre lì, nell'approssimazione del dire. Lui si muove nell'esattezza del pronunciare. Non sappiamo dove si trovi, in lui, questo organo prodigioso in cui le parole sembrano finire per riemergere a battezzare le cose. Però lo percepiamo. Lo immaginiamo, come in certe tavole antiche in cui l'umano si dispiega in un'anatomia fantastica di spiriti, sensi, disposizioni, virtù. E che si tratti dell'endecasillabo di un sonetto o di una filastrocca, la faccenda, a ben vedere, non cambia. Quell'organo - imparzialmente, onestamente, severamente, soavemente, disciplinatamente - lavora nel medesimo modo, con la medesima cura, per la medesima ragione.


Come fa un poeta a sapere che la gloria scarlatta di quell'elefante ha nome Bumpanza? Come avrà inteso che la scioccheria di quell'essere che spunta dalla macchina rossa, sciarpa al vento, fa Popoverme? Da cosa avrà intuito che la mestizia di quel cane in pigiama va sotto il nome di Cagnasito?
Man mano che Roberto Piumini scriveva le poesie di La casa di Topo Pitù, distillando nomi dalle illustrazioni di Carll Cneut (come farebbe un genetista che da un segmento di Dna ricostruisce l'identità del suo proprietario e la sua storia), la nostra casa ha iniziato a riempirsi di ospiti.


Bumpanza, Popoverme, Cagnasito, li abbiamo già nominati, proseguiamo con Ippopotamo Bombò, Lapin Lazzero, Topulo e Lupoto, Cinerella, Piccia Pace... La cosa strana è che a noi sembrava di conoscerli tutti benissimo. No, detto così non va bene. C'era la sopresa di quei nomi nuovi fiammanti a dire cose che avevamo sempre saputo, ma senza saperlo: la fatica e la gioia di esser pesci, gatti, pecore, merli, fenicotteri, conigli, topi, cavalli, grilli, oche, balene... C'era, insomma, la poesia.


I personaggi di questo libro, che abbiamo visto per la prima volta tre anni fa, nell'edizione originale di Querido-De Eehnoorn, alla fiera di Bologna, ci sono parsi subito irresistibili: una popolazione animale eccentrica, indaffarata e industriosa, impegnata in faccende e vicende misteriose, solo apparentemente minime, come quelle che potrebbero far parte della vita e della giornata di un bambino.


E alla fine, abbiamo deciso di acquisire i diritti delle illustrazioni di Carll Cneut, realizzate per illustrare un'antologia in lingua fiamminga sul tema degli animali, incantati dalla loro bellezza, dalla precisione e dall'intenistà del loro dettato.
In cosa sta la straordinarietà di queste figure?
Nel vedere forme ben note, che pensavamo già di conoscere benissimo - un elefante, un gatto, un cane, un agnello...-, come fossero nuove fiammanti, mai viste prima.


Immagini che suggerivano che per quello specifico gatto, per quel particolare cane, per quell'unico elefante, per quel solo agnello, le correnti definizioni fossero inservibili e che, per far posto a questa schiera di inimitabili creature, andasse rifondata la nostra idea delle cose. Per fare questo, era chiaro, all'osservatore erano necessari silenzio, meraviglia, attenzione, riflessione.
Se oggi guardo le immagini di Cneut e leggo le parole di Piumini, oltre a provare il grande piacere della bellezza a cui sanno dare corpo due talenti evidentemente eccezionali, mi sembra di essere sul punto di capire qualcosa di importante, che però alla fine rimane nascosto, inafferrabile.
Se ci si riflette bene, la parola e l'immagine fanno due cose esattamente opposte, l'una portandoci alle soglie dell'altra.


giovedì 16 maggio 2013

Premiata Compagnia Piumini

Da piccoli, avevamo formato una compagnia, e facevamo il teatro dei burattini. Inventavamo storie di principi e principesse, personaggi cattivi e buoni. Le battute erano improvvisate: bastava sapere la trama del racconto, e poi inventavamo. Quando qualcuno improvvisava una battuta buffa, veniva da ridere anche a noi che muovevamo gli altri burattini.
Io cantavo spesso, perché ero molto intonata (da grande, mi dissero che avevo la voce da mezzosoprano).
Carla e Roberto davano voci diverse ai personaggi. Soprattutto mio fratello sapeva imitare i nostri compagni e i grandi, nel modo di parlare e muoversi, e noi gli chiedevamo sempre, anche fuori dal teatro, di fare quelle imitazioni.
Non ricordo a quale età, alle Elementari, le maestre preparararono uno spettacolo teatrale che ebbe grande successo, e un elogio sui giornali della Valcamonica.
Io ero la protagonista, Serenella, una bambina trovata da piccola da due vecchi che l’avevano allevata con amore, ed era, in realtà, la figlia del re.
Lo spettacolo era in tre atti, e io portavo vari vestiti colorati, tutti fatti da mia madre. In una scena ero diventata principessa, ma molto triste, e fra le ballerine che danzavano per rallegrarmi c’era anche mia sorella Carla, piccolina.
Alla fine cantavo una canzone dolcissima, che diceva:


Gira arcolaio,
gira arcolaio,
gira e dipana
la buona lana.

La voce che avete appena ascoltato è quella di Marirosa, da Tre fratelli Piumini, la nostra ultima novità per la primavera 2013. Tre fratelli Piumini è l'autobiografia d'infanzia di Roberto Piumini (che non ha bisogno di presentazioni) e delle sue sorelle, Carla e Marirosa: il primo romanzo a tre voci della collana Gli anni in tasca. Il perché di questa scelta, lo si afferra dal brano che avete appena letto, che testimonia di una vocazione alla narrazione e all'invenzione. Da piccoli, essere fratelli, proprio come avviene in certe fiabe in cui tre fratelli si mettono in viaggio, combattono orchi, sfidano la sorte, conquistano regni, cercano doni meravigliosi, si perdono nei boschi, è una avventura in sé, una dimensione magica, una cospirazione segreta, a metà fra società di mutuo soccorso e associazione a delinquere.

E se la memoria legata all'infanzia è in larga misura memoria di famiglia, la memoria di famiglia è una memoria composita, fatta di più voci, di tonalità e timbro diversi, capaci di fare di un medesimo evento una partitura complessa.
Interessante, allora, è cogliere come ogni episodio, frantumandosi in tre voci, tre sguardi diversi, si dilati a una dimensione più ampia, sovraimpersonale, compiuta. Oppure osservare i modi in cui la memoria si appropria del passato e lo restituisce sotto forma di racconto: come, al cinema, guardando la medesima scena girata da tre registi diversi, da tre punti di vista diversi e con tre sceneggiature diverse. In questo senso, penso che questo libro sia particolarmente interessante per chi, coi bambini e ragazzi, si accinga a parlare di racconti e di memoria.

Il racconto dei tre fratelli Piumini, titolo che sembra uscito da una raccolta dei Fratelli Grimm, si dipana nell'arco di anni, fra le atmosfere nordiche della Valcamonica e quelle distese e assolate dell'appennino tosco-emiliano, fra eventi piccoli e grandi, ripercorsi con cura e attenzione nel rispetto profondo e affettuoso dei segni, delle tracce, lasciate nella storia personale e di famiglia.
Molta parte, in questa narrazione, hanno le case in cui i tre fratelli hanno abitato: talmente forti nella loro presenza da imprimere alle parole e alle frasi una concretezza da materiali da costruzione: mattoni, malta, sassi, travi... La storia dei tre fratelli Piumini costruisce una bella casa ampia, arieggiata, silenziosa e insieme risonante di voci e rumori; d'inverno, profumata di neve e freddo, d'estate deliziosamente spalancata all'odore buono dei temporali e dei prati sotto il sole. (gz)