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mercoledì 18 novembre 2015

Tuo Cip

Cari Lettori del nostro blog,
ogni tanto i nostri autori si innamorano di libri fatti da altri nostri autori. E allora ci scrivono su una riflessione, e ce la mandano. E allora noi rispondiamo: «Che bella questa recensione! Che ne dici se la pubblichiamo sul nostro blog?» 
«Ok, va bene, ciao, grazie».
Ecco, volevamo dirvi che va proprio così, anche se magari non ci credete. Questa volta è stata Silvia Vecchini a innamorarsi.
Vostri
Topipittori


[di Silvia Vecchini]

Mi sono innamorata di questo libro.
Si tratta di Una lettera per Leo di Sergio Ruzzier.

Le figure dei protagonisti sembrano muoversi nello sfondo lontano che si intravede in dipinti o affreschi medievali. Montagne, alberi spogli, cieli luminosi. Ma anche il gioco delle bocce, una cucina.


La storia intreccia due grandi desideri che appartengono fortemente al pensiero dei bambini. Uno ben conosciuto e molto frequentato: trovare un cucciolo.
L’altro meno abituale e quasi dimenticato: ricevere posta per sé.
Tanti bambini chiedono, implorano un cucciolo da tenere. Tanti, ricevendo una risposta negativa o un rimandare in eterno per tante e buone e ragioni, sognano di trovarne uno per caso e dargli rifugio.


E che grande sorpresa si apre sul viso di un bambino nel ricevere una lettera, una cartolina, un pacchetto con scritto il proprio nome sullo spazio riservato al destinatario!
Lo raccontava Phillippe Delerm in Che bello fare i compiti sul tavolo della cucina e altri minuscoli piaceri (Salani) dove racconta anche il piacere di un bambino abbonato a un mensile:

Ed è proprio quel giorno che il giornale ci attende, un po’ nascosto nella cassetta dai volantini pubblicitari, ma noi riconosciamo subito l’angolino che spunta. Questo è il momento migliore. Assaporiamo la piccola etichetta con nostro nome e indirizzo battuti a macchina, come se fossimo un personaggio ufficiale.


Mi piacciono le lettere. Da bambina ho avuto più di un amico di penna (e ho avuto un cane tardi passando prima per galline, papere, conigli).
Da grande ho continuato a scrivere lettere e a riceverne.
Una volta scrissi una breve poesia su una lettera non arrivata.

Uguale a me, obliqua
la pioggia sbianca. Te
e la tua pazienza sbatterei
come la porta di casa
rientrando – nella furia
di consumare anche questo giorno
di posta inutile.



E ho letto con partecipazione le Lettere a Milena di Kafka e anche i suoi Diari in cui a volte condensa in un rigo il senso di un giorno.

19 dicembre: Lettera di F. Bella mattina, calore nel sangue.
20 dicembre. Niente lettere.


E così via.
Il primo regalo di Natale che ho fatto al mio sposo nella nostra minuscola casa è stata la cassetta della posta con i nostri nomi. La distanza minima che avevamo conquistato si misurava anche in quel modo.
Ai nostri figli abbiamo ben presto intestato un abbonamento a una rivista e giochiamo spesso a scriverci bigliettini. Tantissimi sono passati sotto la porta. Botte e risposte. Richieste, scuse, dichiarazioni di amore, prese in giro, quiz.


Beatrice, mia figlia ormai grande, da bambina ha desiderato una corrispondenza e tramite la sua rivista ha trovato un’amica a Torino. L’ha incontrata due anni dopo il primo scambio di lettere. Giovanni al solito è stato più tecnico e ha usato un paio di lettere per protestare: una alla redazione di Topolino quando si accorse che il gioco che stava acquistando a puntate di settimana in settimana non avrebbe mai funzionato. Scrisse che se lo era pagato da solo ed era una delusione il fatto che le batterie non entrassero nell’alloggiamento previsto. La redazione rispose subito e per rimediare mandò il pezzo giusto. Poi c’è stata la volta in cui scrisse al sindaco del nostro comune per dire che a scuola mancava un’aula per la musica e le ore d’informatica. Il sindaco gli rispose sul quotidiano locale promettendo un ampliamento di cui adesso beneficia Teresa.
Ecco, Teresa. La più piccola. Ha otto anni e la sua Amica (vuol dire proprio quella lì, quella del cuore, l’amica-amica) da un paio di anni si è trasferita. In questi giorni compie gli anni e abbiamo pensato di regalarle Una lettera per Leo. E tante bustine e biglietti per la corrispondenza così potranno scriversi.


È bello scrivere e ricevere lettere. Ed è vero che non si fa praticamente più ma in questo modo si perde un’esperienza fecondissima che anche nell’albo è raccontata nelle pagine che precedono il finale. È quella dell’attesa. Franco Lorenzoni nel suo libro I bambini pensano grande (Sellerio) racconta alcune esperienze fatte in classe utilizzando questo strumento. Poi afferma:

Scrivere lettere da mettere dentro buste da affrancare e spedire per posta nel tempo di Internet può sembrare un paradosso. Infatti pochi di loro sanno cosa sia un francobollo e nessuno ha mai ricevuto una lettera. Eppure, proprio in questo ci vedo una possibilità interessante, perché tra gli aspetti della vita che meno frequentano i bambini di oggi c’è l’attesa: una delle esperienze che la contemporaneità maggiormente svilisce (…). So bene di essere un uomo del secolo passato, ma sono convinto che l’interiorità, per dilatarsi ed espandersi in un ampio respiro ha bisogno di tempo.


Anch’io lo penso. Ed è particolarmente interessante questa dilatazione dell’interiorità grazie a una durata più lunga che permetta ai pensieri di farsi più densi, di innescare connessioni, di lavorare dentro di noi in modo misterioso.
È anche per questo che lettere e cartoline finiscono volentieri nei miei libri e nelle attività di scrittura che propongo ai bambini.

La cosa più commovente dell’albo è proprio la lettera.

Cip,
cip cip cip,
cip cip cip cip.
Tuo,
Cip.


“Tuo” racchiude tutto il senso del messaggio arrivato a Leo e la sostanza della storia.


Scrive Pietro Citati, raccontando la corrispondenza di Kafka a Milena:

Da principio, scrivendole, aveva firmato Franz Kafka, poi solo Franz, e poi solo “tuo”: voleva perdere il nome, gettarlo nella sua ombra, dimenticare la propria identità. Infine scrisse: “Franz sbagliato, F sbagliato, tuo sbagliato, non più, silenzio, bosco profondo”.
Una lettera per Leo è una bellissima, piccola storia, un invito luminoso a prendere carta e penna per scrivere una lettera in cui ci possiamo firmare “Tuo”, un incoraggiamento a provare anche insieme ai bambini l’esperienza antica dell’attesa e dello sbirciare la cassetta della posta.

p.s. Ah, Teresa ringrazia Sergio Ruzzier per il maiale sullo slittino.

lunedì 15 giugno 2015

La poesia è una tenda

[di Silvia Vecchini]

A marzo dello scorso anno è uscito Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno, e una delle poesie della raccolta diceva così:

Cliccare sull'immagine.

Quando mi è stato chiesto di presentare il libro a bambini e ragazzi, di pensare a un incontro con loro, ho voluto che ci fosse una tenda. Con mio padre ho preparato una struttura leggera fatta di legno colorato. Poi ho chiamato la mia amica Elena e abbiamo messo insieme un po’ di stoffa, corde e cordine, fiocchi e mollette. Abbiamo cucito alcune taschine dentro e fuori la tenda, aperto una finestrina.
Ho pensato la tenda aperta, con una prolunga sul davanti in modo da stendere la stoffa sopra le teste dei bambini di un’intera classe, l’ho usata all’aperto e al chiuso, in libreria, in bilioteca, in un teatro e nei corridoi delle scuole.

In piazza, a Carpi, ospiti della Libreria Radice Labirinto.

Lì sotto accolgo i bambini che, in fatto di rifugi, case fatte con quello che c’è, tane e ripari provvisori sono dei veri maestri. A ogni incontro si allunga la lista di istruzioni su come farne una. L’ultima volta un bambino ha detto: «Io uso sempre lo stendino per il bucato». In effetti, a pensarci bene, è perfetto.
Ho scelto la tenda per portare la poesia tra i bambini perché è il primo luogo che tiriamo su per separarci un poco, per avere un segreto piccolo, per uscire più forti e più allegri. È bene che ci sia un po’ di buio, che ci sia un po’ di luce. Cibo, certo, qualche gioco, qualcosa da leggere.

A Firenze, ospiti della Libreria Cuccumeo.

«Io ci metto sempre mio fratello piccolo», ha detto un altro bambino. Non sempre infatti vuol dire cercare solitudine ma di sicuro vuol dire scegliere cosa mettere dentro, cosa lasciare fuori, quale sarà la parola d’ordine per essere ammessi, chi la potrà conoscere.
Così dico ai bambini che la poesia è una tenda che si apre quando vogliamo. È leggera, la poesia, si può portare dappertutto. È la tenda che facciamo attorno a noi quando vogliamo pensare, ma è anche la tenda che abbiamo dentro, lì dove possiamo ascoltare la nostra voce.
I miei incontri di scrittura con i bambini vanno tutti in questa direzione: ascoltare i propri pensieri e dare fiducia alla propria voce.

A Bibliobrugherio, ospiti della Biblioteca di Brugherio.

Credo profondamente che questo sia uno dei doni più grandi che può farci la poesia. L’ho capito al liceo. Il mio professore di italiano aveva iniziato una pratica semplice: ti affidava un libro in lettura e dopo un paio di settimane sedevi dietro la cattedra e raccontavi cosa avevi letto, che cosa ne pensavi. Per me, capitata in un liceo scientifico con biennio sperimentale di fisica, era ossigeno. Così mi passò diverse letture. Tra le altre ci mise anche La poesia salva la vita di Donatella Bisutti (Mondadori) perché sapeva che scrivevo versi. Quando, ligia al dovere, raccontai anche il breve scritto di Attilio Bertolucci, dove il salvare la vita era legato a un ricordo della seconda guerra mondiale, mi guardò malissimo. Lui voleva che io dicessi perché a me la poesia salvasse la vita. Aveva ragione.

Ospiti di Scuola Marconi, a Brescia.

Ero scampata da un inizio di adolescenza confusa, buia e storta praticamente solo grazie alle parole. Non dissi esattamente questo, ma risposi alla sua domanda e non me lo scordai più. Vidi chiaramente le mani delle poesia che mi erano venute in soccorso. La prima era stata in realtà un ascensore che mi aveva portato più giù, più dentro senza paura, per poi risalire. E la seconda era in realtà un occhio sempre aperto, quello della metafora. La metafora (di cui non parlo in senso tecnico con i bambini, ma che ci godiamo insieme nel flusso delle letture) è stata per me la possibilità di ricominciare, a guardare dentro e fuori, a guardare me stessa come se non mi fossi mai vista prima.

Ospiti alla Casa della Fantasia, a Sarmede.

«Tutte le cose del mondo in realtà un pochino si assomigliano e non potrebbe essere diversamente, dal momento che tutte sono fatte, come ci spiega la fisica moderna, di particelle di una stessa energia. Quindi, ogni volta che fa una metafora, la poesia ci fa esclamare: «Non è vero però è vero!». E il piccolo shock che proviamo ogni volta a questa scoperta ci dà un brivido di emozione. È proprio quello che la poesia voleva! Così ci costringe a fare più attenzione a quello che ci circonda, a scoprire a che cosa può assomigliare, e così a guardarlo come fosse qualcosa di nuovo, mai visto prima…» Donatella Bisutti, La poesia è un orecchio (Feltrinelli Kids).


Ospiti di Scuola Marconi, a Brescia.

Questo sentire tutto legato insieme, corrispondente a qualche cosa da scorprire, questo avvicinare in un baleno cose lontanissime, questo somigliarsi, questo: «Non è vero però è vero» , questo riprendere a guardare con attenzione è un altro dono della poesia che provo a portare ai bambini.
Nella pratica della scrittura condivisa, che si svolge fuori e dentro la tenda, i bambini scrivono sollecitati da alcuni stimoli alla scrittura semplici, diretti. Non è obbligatorio, ma tutti possono leggere quello che hanno scritto. Il tempo della scrittura ha un doppio nel tempo dell’ascolto di ciascuna delle voci. A volte qualcuno fa più fatica a trovarsi, ma quasi sempre nessuno molla. 

Ospiti di Scuola Marconi, a Brescia.

Se con me c’è un insegnante attento, che partecipa al laboratorio e segue i bambini o i ragazzi con discrezione, non di rado finisce per dirmi che Marco ha rivelato qualcosa di se stesso, Giulia è proprio così come scrive, Matteo non aveva mai detto così chiaramente che…
Le voci dei bambini non vanno estorte né costrette a rivelarsi. Tenere qualcosa per sé va proprio bene. Si può anche non scrivere e non dire. Un incontro sulla scrittura è solo un piccolo assaggio.

Ospiti di Scuola Marconi, a Brescia.
Quello che conta è che i bambini abbiano un accesso alla scrittura personale, senza valutazione che non sia la propria, che abbiano il tempo di fare delle prove, cercare nella scrittura quello che più appartiene loro e li caratterizza, che si ricordino che hanno una voce che dentro scorre come una sorgente e che è bene ascoltarla con attenzione.
Non stupisca, infine, questa citazione. Che sembra lontana, che parla d’altro. Eppure per me è vicinissima tanto alla descrizione della poesia e della creatività, quanto alla voce dei bambini.

«Io riposo in me stessa. E questo “me stessa”, la parte più profonda e ricca di me in cui riposo, io la chiamo “Dio”. [...] Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo».
Etty Hillesum, Diario.

Chi passa qualche ora nelle scuole, nelle classi, sa che uno dei lavori più importanti da fare per tanti bambini (per le ragioni più diverse e per le difficoltà più amare), sia quello di chinarsi e aiutarli a togliere sabbia e sassi.
La poesia è una tenda. Un primo accampamento che dice: «Bene, oggi ci fermiamo. Ci si riposa. Abbiamo sete, vediamo se c’è dell’acqua».

Carpi, Libreria Radice-Labirinto, 8 giugno 2015.

In piazza, a Carpi, ospiti della Libreria Radice Labirinto.

venerdì 20 marzo 2015

Essenza, trasformazione, incanto

La scorsa settimana vi abbiamo presentato In mezzo alla fiaba attraverso le parole della sua autrice, Silvia Vecchini (lo trovate qui). Oggi la parola passa ad Arianna Vairo che l'ha illustrato, offrendo un punto di vista diverso che offre spunti di riflessione introno alle molte voci che fanno un libro.

 [di Arianna Vairo]

In mezzo alla fiaba è stata la mia prima esperienza completa di libro illustrato, un nuovo importante punto di partenza nel mio percorso professionale.
Come un organismo vivente, ha avuto un lungo, bellissimo e doloroso periodo di gestazione; inizialmente caotico, attraverso il dialogo con Giovanna ha conquistato una struttura solida, dove le forme disegnate hanno potuto muoversi liberamente, riempendo di senso ogni piccolo gesto. Alla fine del dialogo, il progetto ha ottenuto con Paolo la sua forma fisica.
Nel settembre 2013 ricevo da Paolo e Giovanna la proposta di illustrare 20 poesie di Silvia Vecchini. Ogni poesia interpreta una fiaba, spogliandola, intrecciando liberamente elementi dell'iconografia classica ed esperienza vissuta o immaginata. Emerge da queste una voce viva, nella natura della poesia e della fiaba. Di queste fiabe-poesie vengo invitata a rappresentare visivamente il punto più oscuro e intimo, centrando gli elementi conflittuali ed esistenziali, portando all'estremo il processo iniziato dalle parole di Silvia.





















Illustrazioni per The Abramović Method.
Illustrazioni per The Abramović Method.




















Mi viene inoltre indicata una direzione stilistica: dal mio portfolio Giovanna sceglie un'illustrazione realizzata per The Abramović Method, terzo volume del catalogo dell'omonima mostra di Marina Abramović al PAC, dove due figure sono rappresentate in maniera tanto essenziale da risultare senza genere, universali segni messaggeri, immagini-linguaggio. La palette di colori che mi viene indicata è primitiva quanto il segno, luce-buio-vita, bianco-nero-rosso.
La mia prima risposta è fuorviante, sporca e azzurra ceramolle di un giovane personaggio femminile, con l'intenzione di attraversare tutte le fiabe/poesie indossandone di volta in volta i panni e i diversi punti di vista, percorrendo le pagine in lungo e in largo come una nuotatrice.

I cigni selvatici: dalla prima prova alla definitiva.

L'intuizione del movimento nello spazio del libro è l'unica eredità che viene approvata, inverto il metodo di ragionamento e riparto dalla parola.
Mi concentro su due soggetti, I cigni selvatici e Raperonzolo, vicini alla mia vita in quel momento. Per due mesi ripeto le stesse metafore visive in decine di disegni, continuamente invitata da Giovanna ad asciugarle e definirle.
Ancora una volta capisco di dover cambiare metodo, accantono i primi due soggetti, ormai raggiunti anche se in forma grezza, e mi avventuro nei successivi, rileggendo le fiabe originarie in un primo momento, le poesie in un secondo e, infine, ricordando la mia esperienza di lettura attraverso il disegno.
Scelgo quindi una tecnica che mi permetta di dipingere lo spazio anziché le forme, come accade nella xilografia dove si scava nel legno ciò che rimarrà bianco in stampa, lasciando alle azioni e ai contorni delle figure un margine di vibrazione incontrollato all'interno di una struttura definita.

Raperonzolo: dalla prima prova alla definitiva.

Da qui in poi, il dialogo tra Giovanna e le mie immagini si fa sempre più fitto, alcune illustrazioni nascono immediatamente, altre passano attraverso molteplici prove e tentativi.
L'editrice mi invita ogni volta a semplificare, ad ammorbidire spigoli ed eccessi, a cogliere di soppiatto i soggetti nel momento fondamentale della crescita, concentrandomi su un loro unico gesto essenziale che contenga forza, coraggio e consapevolezza, ma anche grazia ed eleganza, come il principe che si divincola tra i rovi del bosco addormentato di Arthur Rackham.
Mi ripete tre parole chiave della fiaba, come un mantra: essenza, trasformazione, incanto.
Mi spinge a semplificare le immagini, a rappresentare i soggetti nel momento in cui stanno superando prove importanti, a comprendere che la vita è una successione di forti, coraggiose uniche scelte, da portare indosso con grazia ed eleganza.
Anna Martinucci ha avuto la pazienza di accompagnare l'ultimo tratto di questo percorso, impaginando testi e illustrazioni e disegnando il titolo in copertina.
Grazie a Paolo, e agli stampatori, i tre concetti alla base di questo progetto sono stati replicati nella realizzazione concreta del libro, chiudendo il cerchio.

 
La bella addormentata nel bosco: dalla prima prova alla definitiva.

lunedì 9 marzo 2015

In mezzo alla fiaba

Oggi presentiamo In mezzo alla fiaba, una delle nostre novità già in libreria, e che troverete alla Fiera di Bologna. Lo facciamo attraverso le parole di Silvia Vecchini, sua autrice che spiega il suo rapporto con la fiaba e il modo in cui è giunta a queste poesie. Nei prossimi giorni passeremo la parola ad Arianna Vairo, che ha realizzato le illustrazioni di questo libro, per ascoltare anche il suo punto di vista.


[di Silvia Vecchini]

Il mio rapporto con la fiaba è tutto all’infuori di qualcosa di dolce o zuccherino. È pure lontano dalle fiabe sonore che non ho mai avuto in casa. Ce le aveva la mia amica Maria Chiara e, messa da parte la magia di una voce disincarnata che raccontava, le fiabe per me non abitavano neppure lì. Stavano invece ben custodite nella memoria di mia madre, erano una manciata, non di più. Poi intorno ai miei sette, otto anni le fiabe sono diventate quelle raccolte in un librone che ebbi in regalo.



Da bambina ho avuto davvero pochi libri. Non ho memoria di essere entrata in una libreria che non fosse una cartoleria con una smilza mensolina per i libri. Anche per questo motivo, ogni libro aveva per me un peso enorme e provocava un’onda lunga nella mia immaginazione. Tuttavia con le fiabe succedeva qualcosa di ancora più interessante. Si andavano a saldare con altre narrazione che riguardavano l’infanzia dei miei genitori e, ancora prima, dei miei nonni. Il contesto, un piccolo borgo di poche centinaia di abitanti sulle rive del Lago Trasimeno, era pressoché perfetto.


Mia madre e mio padre che vivono in due case divise da una stradina e da ragazzini si possono salutare da una finestra all’altra. Mia madre, se sta fuori, non può oltrepassare un arco che funziona da soglia proibita. Entrambe le loro famiglie sono famiglie di pescatori. Le donne lavano il bucato al lago e vanno nella macchia a fare la legna, gli uomini sull’acqua a gettare le reti esposti in ogni istante al pericolo visto che quasi nessuno sa nuotare. Non ci sono automobili, ci si sposta a piedi o in bicicletta. Solo uno dei miei nonni alla fine comprerà una motocicletta. Negli anni dell’infanzia, dentro i racconti dei nonni mi sembrava di scorgere con esattezza elementi comuni alle fiabe. Una consapevolezza che non mi permetterà mai di prenderle alla leggera. Ritrovavo nelle fiabe le loro parole, le vicende di tutti.


La spaventosa grandezza di un temporale o soltanto della notte, estenuanti spostamenti a piedi per qualsiasi cosa, i sentieri nei boschi, i pozzi, la malattia, i rimedi, le vecchine che ne sanno sempre una in più, il baratto (pesce in cambio di uova e farina), cesti e sporte da consegnare, ogni pericolo, porte aperte e bambini in casa da soli, invidie, inganni, l’ingiustizia, la povertà, le pance vuote, fame, la straordinaria importanza del pane, la sterilità o i troppi figli, le bambine mandate a servizio nelle case degli altri, figli di secondo letto, le matrigne, i coltelli, oggetti persi e stupendi ritrovamenti, gli animali come finestre sul mistero, i saggi consigli, l’intelligenza che la spunta, la fedeltà, un aiuto insperato, la fatica di trovare il proprio posto nel mondo, una trasformazione, il desiderio di liberarsi e liberare.


Per questo, anche per me, le fiabe sono vere. Scrive Calvino che le fiabe “sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte della vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza ed al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste…”



Mi emoziona sempre questo scritto visto che a questa conclusione sono arrivata presto e presto ne ho avuto conferma crescendo e attraversando io stessa “la parte della vita che è il farsi di un destino”. Scrivendo mi sono ritrovata là, in quella parte di vita, e ho provato ad ascoltare. Non senza sorpresa ho sentito che volevo scrivere a più voci. La scrittura faceva da spola tra fiabe diverse e diversi personaggi e cuciva, cuciva, cuciva e mi restituva un disegno unitario. Il materiale era davvero vivissimo per me, ad alta temperatura, un liquido incandescente. Ho deciso quindi di darmi un limite stretto. Non più di un testo per fiaba, non più di un personaggio. Difficile perché ogni fiaba era affollata e più voci premevano. Ho scelto di ascoltare quelle che affioravano con più prepotenza e mi sono costretta a non forzare mai.



Quando ho finito, la scrittura mi ha lasciato un sentimento duplice che ho trovato descritto perfettamente da Alice Murno in un racconto che mi ha ipnotizzata.
“Come certi bambini delle fiabe che hanno visto i genitori stringere patti con strane creature terrificanti scoprendo così che le nostre paure affondano le proprie radici in nient’altro che la verità (…), turbata e rinvigorita da quei segreti, non dissi una sola parola”.  Turbata e rinvigorita. Scrivere In mezzo alla fiaba, per un po’ mi ha lasciata così. Solo da poco, rigirando in testa l’idea che il libro era quasi pronto, sono andata a riprendere la raccolta di fiabe lette e rilette da bambina. Bene. Quando l’ho trovato e l’ho aperto ho capito da dove era venuta questa sollecitazione a scrivere mettendo in scena delle voci. In apertura di ogni fiaba, una pagina recava il titolo e indicava l’elenco dei personaggi che avrei incontrato leggendo.



Dunque non ho fatto altro che tornare all’inizio, interrogare il fondo, vedere chi, nel bosco scuro che ogni bambino attraversa crescendo, mi aveva parlato all’orecchio e portato in salvo dall’altra parte.

In mezzo alla fiaba, una lama
ho scoperto non è una sorpresa
neppure un reperto. Voce scintilla,
che luccica, vibra, ti può tagliare,
divide, incide, t’insegna a domandare.

A trovare, resistere, a scappare,
a tornare, esistere, mai più
sanguinare.


Un ringraziamento a Giovanna Zoboli che non solo ha dato ascolto a questi testi ma li ha accompagnati nel migliore dei modi facendoli incontrare con i colori, le forme e il linguaggio tagliente e vivo di Arianna Vairo. Che di zuccherino ha davvero poco.
Nel cuore dedico questo libro ai miei nonni: Candida e Adriano, Iolanda e Silvio.


venerdì 27 giugno 2014

Di poeti, premi e utilitarie

Ogni anno l'associazione Tapirulan organizza un premio di poesia inedita. Ne abbiamo già scritto qui, in questo blog, perché in effetti questo premio ci piace: per la selezione che ogni anno viene fatta, rigorosa; per i poeti che partecipano, sorprendentemente interessanti e bravi; e per l'edizione che ogni anno viene pubblicata (che potete sfogliare qui; qui, invece, trovate quelle edite fino a oggi). Se invece volete partecipare alla prossima edizione del premio, avete tempo fino al 25 luglio: qui le informazioni. Quest'anno il titolo del concorso era Mevoj, ovvero gabbiani, e il perché di questo titolo, scelto in funzione antipoetica, lo spiega Paolo Briganti nella sua introduzione. Mentre pensavo a cosa scrivere su questa nuova edizione, non ho potuto fare a meno di ripensare ai vari concorsi di poesia a cui ho partecipato, tempo addietro, quando scrivevo di più. Insomma è andata poi che mi sono lasciata prendere, perciò oggi ho deciso di scrivere proprio di questi. In fondo i premi sono un passaggio obbligato per tutti quelli che svolgono attività/professioni creative.

Come capita pressoché a tutti quelli che scrivono poesia, c'è stato un periodo in cui partecipavo ai concorsi. Poi ho smesso: un po' perché ora scrivo poco, un po' perché dopo l'ultimo concorso a cui ho preso parte, ho deciso che sarebbe stato l'ultimo (invece, oggi, se scrivessi di più, sicuramente parteciperei al concorso di Tapirulan). Siccome quella volta fui tra i vincitori, dovetti andare alla serata di premiazione, la quale rapidamente si trasformò in una pellicola dei Fratelli Marx. Durò qualcosa come quattro ore. I giurati, tutti molto anziani, si addormentavano appena finito di parlare.

A Tomium, di Walter Borghisani, in Mevoj.
Terminate le prolusioni, ci fu una commemorazione di un assessore locale da poco defunto, con discorsi infiniti e sgrammaticati, che mi suscitarono una tale ilarità da dovermi nascondere, come accadeva sui banchi di scuola, da piccoli. Il presidente della giuria, noto letterato, a un certo punto, risvegliatosi dal torpore, furibondo, si scagliò contro il Comune e i ridicoli fondi che riservava al premio, minacciando l'abbandono della giuria (in effetti, mi ospitarono in un albergo dove, nonostante alcuni leopardi impagliati dall'allure coloniale, mancava persino la tavoletta del wc; albergo che peraltro, contro ogni logica, per quanto a buonissimo mercato, era a spese dei poeti vincitori). Nel corso della premiazione fu dato un riconoscimento alla carriera a una anzianissima poetessa, che si favoleggiava amica di D'Annunzio, il quale consisteva in una statua di marmo così pesante da far vacillare la poveretta, alla consegna, salvata in extremis da un premuroso premiato, aitante pilota di linea, accorso a tenerla in posizione verticale. A me fu consegnata una lapide di marmo con sopra inciso il mio nome in capitale quadrata: riconoscimento, per così dire, sepolcrale. Trascorsi quella serata in uno stato d'animo che alternava sconcerto, noia e ilarità. Fu così che: Basta coi concorsi, mi dissi. E così fu.

Boy jump, di Linda Vukaj, in Mevoj, 2014.
Anche se poi, a dire il vero, mi sono capitate premiazioni deliziose. A una, a Busseto, mi fu corrisposto, oltre a un assegno, un chilo di ottimo parmigiano. Nel parco della villa dove si teneva la premiazione, ci fu un bellissimo concerto di ottoni delle principali arie verdiane. Era estate, nugoli di zanzare si aggiravano, fameliche, fra i poeti. La serata si concluse a casa dell'organizzatrice: una persona squisita. Ci accolse nel suo frutteto, offrendoci lambrusco e ciliegie paradisiache. Faceva caldo, ma c'era fra noi un noto poeta, freddolosissimo, che, avvolto in un plaid, continuò, tuttavia, indomito e crudele, a spregiare noi poveri principianti. L'albergo era dignitosissimo: lindo e datato, in stile neomedievale, con stampe da scene di opere del Giuseppone. La mattina ci svegliammo e c'era, in piazza, un mercato allegrissimo. Conservo un bel ricordo di quei giorni.

In Liguria partecipai a un'altra bella premiazione. Noti poeti e letterati che facevano parte della giuria, di una gentilezza e attenzione commovente. Avevo chiesto a un'amica di accompagnarmi, la quale accettò a patto che mi accollassi le spese della trasferta: una proposta che mi parve equa. Non sapevo però che a noi si sarebbe aggiunta un'altra persona: una poetessa che ci fermammo a prendere a Bologna, la quale, inopinatamente, per tutto il viaggio non fece che manifestare il suo sommo disprezzo per i concorsi di poesia, per chi vi partecipava e, soprattutto, per chi li vinceva. Cosa che, ovviamente, mi mise in uno stato di grave imbarazzo: dovetti, tuttavia, provvedere anche alle sue spese.

Towards the light, di Nicola Fanini, in Mevoj, 2014.
Non potei fare a meno di chiedermi, in seguito, cosa l'avesse spinta a prender parte a quella gita durante la quale la sua espressione di tetra disapprovazione non cambiò mai. Al ritorno a casa, scoprii infine che il mio fidanzato di allora aveva approfittato della mia trasferta per fare inequivocabili avance a una persona a me cara. Capii così in quell'occasione che alla gloria letteraria non sempre si accompagna la felicità.
Quella giornata ebbe poi uno strascico, perché il club di notabili a cui dovevo l'assegno corrispostomi in occasione del premio, volle organizzare una serata in mio onore. Partecipai tramortita dall'agitazione e dall'imbarazzo, accompagnata dal fidanzato fedifrago (e perdonato). A quell'epoca ero afflitta da una timidezza a dir poco paralizzante, ma provai a farmi forza mettendo insieme alla bell'e meglio un piccolo repertorio poetico da leggere durante la serata. Davanti a un platea stracolma di signore e signori benvestiti e bendisposti, dopo le varie presentazioni degli organizzatori venne il mio momento. Ressi per una decina di minuti, con la voce tremante e un colorito scarlatto, finché una poesia dedicata a una persona che era mancata da poco, improvvidamente inserita nel novero delle letture, mi ruppe la voce. Scoppiai a piangere, ma proprio a piangere come un vitello, stupendo prima di tutto me stessa che tutto mi ero immaginata, fuorché un'uscita tanto esecrabile. Venne giù il teatro, come si suol dire. La platea non la smetteva più di applaudire. Rimasi basita e, in quel momento, con altrettanta assoluta stupefazione, cominciai a rendermi conto, oltre che delle inesorabili leggi dello spettacolo, dei singolari meccanismi che governano la mente umana.

Parma, biblioteca del Monastero di San Giovanni,
presentazione del volume Mevoj, maggio 2014.
Quando la serata finì, tutti coloro che erano in sala mi vollero salutare di persona. Ero molto giovane, e penso di avere scatenato in quei signori tenerezza e affetto, come fossi una loro figlia o nipote dalla personalità imperscrutabile. Ricordo che una signora mi abbracciò, dicendomi: “Lei non è come noi. Lei ha quattro occhi: due davanti e due di dietro.” Apprezzai, sentendomi un po' come una utilitaria. Dopo, col fidanzato, sul lungomare, andammo a brindare con qualcosa di molto alcolico per smaltire le forti emozioni e l'ufficialità un po' ingessata dell'evento. A quel punto mi ero rilassata e mi veniva solo molto da ridere. Ero contenta e, ripensandoci, lo sono ancora oggi.

Ecco, adesso che vi ho raccontato queste cose, perché è estate e anche questo blog risente dell'aria di vacanza e di confidenze, vi propongo due poesie dal concorso e dal libro Mevoj. Una è del vincitore e una è di Silvia Vecchini: una poesia che, fra l'altro fa parte della seconda raccolta poetica che Silvia pubblicherà con noi, In mezzo alla fiaba, con illustrazioni di Arianna Vairo (appena insignite di una honorable mention dall' annual 3x3 magazine.

E ricordatevi: se siete poeti, vi aspettano vite avventurose. Forse perché la poesia nell'opinione comune sembra appartere a un piano alto della vita, per così dire rarefatto e sublime, la vita si prende gioco di chi la pratica, mettendolo nelle situazioni più prosaiche e comiche. C'è molta saggezza in questo. E, in fondo, molta poesia.

La copertina è rigida
di Roberto Minardi

amore è la forza tranquilla
dei passi sparsi con dedizione
lungo la riva del canale: le anatre
e il loro modo sciolto di nuotare,
le pieghe e i cerchi sull'acqua,
gente che corre o che va in bicicletta,
coppie avvinghiate più o meno, ma anche
uomini e donne, da soli, sovrappensiero.
sui tetti delle barche c'è legna
e sacchi di carbone, per lo più
mentre qualcuno ha un pannello solare.
si è trasferita la barca dei libri, 
che c'era fino all'altro giorno, dove
hai preso la versione per bambini
e inglese del Pinocchio di Collodi.


Il più delle volte
di Silvia Vecchini

Il più delle volte
non serve sprangare le porte
bruciare ogni fuso
vietarne il possesso, proibire l’uso
ci sarà sempre
una porticina aperta, una vecchina che fila
una scoperta
qualcosa che non sai neppure cos’è
uno sbaglio fatto apposta per te.
Non sempre, ma a volte
occorre pungersi
sanguinare un poco
dormire tutto il sonno
che viene dopo
sorbirlo come una medicina
per svegliarti diversa
da com’eri prima.