Visualizzazione post con etichetta Simone Rea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Simone Rea. Mostra tutti i post

venerdì 22 maggio 2015

Lo sviluppo naturale delle forme

Fra i candidati italiani alla Biennale di Illustrazione di Bratislava (BIB), che si terrà dall’5 settembre al 25 ottobre 2015, IBBY Italia ha segnalato Antonio Marinoni per il libro Case stregate (testo di Massimo Scotti) e Simone Rea per L'uomo dei palloncini (testo di Giovanna Zoboli).
Naturalmente è una notizia molto bella, un riconoscimento al lavoro di due illustratori che in questi anni hanno lavorato in modo esemplare, con coerenza e rigore professionale, a tutti i progetti in cui sono e sono stati coinvolti, non solo quelli che hanno realizzato con noi, ovviamente.

Nell'autunno del 2011, alla Triennale di Milano, ricordo che a una mostra dedicata al designer Odoardo Fioravanti, nella presentazione al suo lavoro avevo letto una riflessione di Richard Sapper relativa all'eccesso di produzione di oggetti di design, dominati da una falsa idea di novità e originalità, i cui tempi sono quelli dettati dalla produzione industriale, che sopravanzano quelli della creazione, della comprensione e della funzione. E si concludeva con queste parole: “Sono personalmente un po' preoccupato per questo fenomeno che considero un pericolo per lo sviluppo naturale delle forme, molto più lento, molto più lungo, molto più profondo…”.

Quattro dettagli del minuzioso lavoro di Antonio Marinoni per Case stregate.

Impossibile non allargare il raggio di questo pensiero ad altri ambiti professionali, fra i quali sicuramente c'è quello dell'illustrazione. Da questo punto di vista, a nostro avviso, il lavoro di Antonio e Simone sono emblematici. I libri per cui oggi sono stati selezionati, entrambi, hanno avuto tempi lunghi di progettazione, sviluppo e realizzazione. Tempi che potrebbero apparire eccessivi, ma che sono stati quelli necessari a che i libri arrivassero a quella forma definitiva. Il tempo è una componente decisiva per il lavoro progettuale e creativo, e va rispettato, perché come nota Sapper, le idee e le forme hanno tempi di sviluppo lunghi e profondi. L'illustrazione è un linguaggio, una tecnica narrativa, complessa, articolata. Ogni nuovo progetto editoriale a cui si applica ha tempi propri che vanno rispettati e che sono organici alla produzione di un risultato convincente.



Il lavoro di Antonio Marinoni per Case stregate, che passa in rassegna, attraverso la storia dei luoghi e delle case infestati da fantasmi, la storia dell'architettura e dei suoi stili, dall'antichità ai giorni nostri, ha richiesto un lavoro di documentazione lungo, impegnativo e approfondito. La quantità di riferimenti presenti nel testo di Massimo Scotti, studioso di letteratura comparata, ricchissimo di atmosfere e suggestioni storiche, artistiche e letterarie, ha trovato nelle illustrazioni di Antonio Marinoni un racconto visivo in grado di amplificarne la forza, la bellezza e la qualità.

Dallo sketckbook di Simone Rea, lavori preparatori per L'uomo dei Palloncini


Ne L'uomo dei palloncini, Simone Rea dovendo affrontare un testo completamente diverso da quello del libro precedente, le Favole di Esopo, si è trovato a di fronte alla necessità di cambiare completamente registro e tonalità narrativa. La ricerca di uno stile e di una tecnica nuovi, il distacco radicale dalla strada intrapresa con grande successo nel libro precedente, il lavoro sulla caratterizzazione delle figure umane, in particolare dei bambini, per un testo oggettivamente difficile da illustrare, perché astratto, lento, sintetico, ha richiesto un lavoro intenso e rigoroso di codificazione linguistica.



A volte l'editore scalpita, nell'attesa di un libro. Anche a noi capita, quando i tempi si allungano (e a Simone abbiamo dato il tormento); cerchiamo però, sempre, di evitare di forzare lo sviluppo naturale, organico, necessario che connota ogni progetto, mai stabilendo astrattamente tempi di consegna e termini che il più delle volte non rispettano la complessità dei compiti e la difficoltà oggettiva degli obiettivi che si affidano agli autori.
Se questa idea la abbiamo sempre avuta chiara, la vicinanza con il lavoro di chi illustra e scrive per noi, ci ha fornito continuamente testimonianze della sua importanza e verità, sulla base dei risultati, davvero emozionanti, raggiunti.



Per questo, oggi, la selezione alla Biennale di Bratislava di Simone e Antonio ci fa particolarmente felici, al di là dell'orgoglio personale, perché sembra indicare un'idea di libro, di progetto editoriale, di rispetto per il lavoro autoriale che, oggi più che mai, in un panorama editoriale che si dibatte fra modelli imprenditoriali desueti, improntati alla logica cieca del presidio degli scaffali delle librerie, afferma la necessità di cambiare insieme ai libri, il modo di farli.


lunedì 8 settembre 2014

Un tempo nuovo di zecca

Simone Rea, studi per la copertina
di L'uomo dei palloncini.
L'idea di questo libro nasce da una cosa che ho visto dalla finestra una sera di agosto del 2008.

Ho una casa sull'appennino emiliano, nel centro di un paese dove, da giugno a settembre, si fanno mercatini per ogni occasione possibile: festa del patrono, festa del cioccolato, festa di ferragosto, festa del mirtillo, festa della tigella, festa della costoletta, festa della salamella, festa del commerciante, festa dello sbarazzo, festa della notte bianca, festa del borlengo eccetera.

In mezzo a un tripudio di bancarelle gremite di abiti made in China, strafalari etnici, pietre curative, bigiotterie, cani di ceramica a grandezza naturale e ratamaglia varia al gustoso prezzo di un euro, loro ci sono sempre: l'uomo dei palloncini e la sua signora che, dal camioncino dei torroni, vende delizie in una nuvola di profumo di mandorla caramellata. E sempre davanti alla mia finestra. Questo libro, L'uomo dei palloncini, perciò, è su di loro. Dedicato a questa coppia archetipica che regna su tutte le feste di paese, forse di tutto il mondo.


Le feste cambiano, loro no. Lo si capisce da come trattano i bambini e anche dai dolci che vendono, che vien voglia di comprarli solo da loro. Lo si capisce dallo zucchero filato e dalla miracolosa macchina che lo produce. A nessuno piace lo zucchero filato. Ma al fatto che una nuvola si impigli in uno stecco e per di più sia dolce, finora nessuno, che io sappia, ha mai resistito.


L'uomo dei palloncini e la sua signora sono due persone normalissime, all'apparenza. Ma è chiaro che non è così. Per esempio, dove si impara a fare lo zucchero filato? Cosa succede dentro al camioncino delle caramelle nei giorni in cui non è festa? E quanti giorni di festa hanno festeggiato in vita loro, l'uomo dei palloncini e la sua signora?


Quanti palloncini avrà gonfiato nella sua vita l'uomo dei palloncini? Come gli viene in mente a uno, di fare quel lavoro? E dove abitano, quei due? Come sarà la loro casa? Di meringa? Come fanno a essere sempre gentili? Sembra davvero che vogliano bene ai bambini e sappiano benissimo quello che vogliono, ogni bambino del mondo.


A tutte queste domande, naturalmente, il libro non risponde. Quindi dovrete cercare di rispondervi da voi, se per caso pensiate sia il caso di trovare una risposta.
Il libro, infatti, parla di un'altra cosa, una cosa ancora più misteriosa di quelle elencate. Così misteriosa che proprio non saprei come fare a spiegarla, se non con le parole e le immagini che ci sono nel libro. Oltretutto le illustrazioni sono di Simone Rea che, come tutti sanno, è bravissimo e quindi direi che almeno da questo punto di vista non ci si può proprio trovare niente da ridire.


Questa cosa misteriosa riguarda il tempo: il favoloso Tempo Che C’Era Prima di Loro. Loro intesi come i bambini. Quel tempo di cui tutti i bambini hanno sentito parlare e da cui l'uomo dei palloncini proviene insieme ai delfini e alle stelle, alle scimmie e ai cavalli, agli orsi bianchi e alle astronavi che vende per la strada, in tutti i paesi in cui si festeggia qualcosa, e in attesa ognuno del suo bambino, con il suo tempo nuovo di zecca.
E direi che per ora questo è tutto.

Fra qualche tempo ci sarà un secondo post in cui vi spiegheremo come abbiamo fatto questo libro e in quanto tempo. Perché naturalmente ci vuole tempo per fare un libro sul tempo.
Ah, dimenticavo: il libro è in libreria da qualche giorno, ragione per cui mi chiedo cosa stiate facendo ancora qui a leggere invece di correre come forsennati a procurarvelo...

Simone Rea, studio per la copertina di L'uomo dei palloncini.

venerdì 29 novembre 2013

Avventure /12: Le illustrazioni nascono anche così

La pineta di Torre Astura, dove si svolge l'antefatto di questa avventura.


SR: Agosto 2013: una mattina Paolo, a bordo della "Bomba al Metano", passa all'alba a prendere prima Daniela e poi me. Destinazione Torre Astura, per una tranquilla mattinata al mare. E di cosa volete che parlino due illustratori e un editore? Avevo visto nel blog di Daniela delle illustrazioni ad acrilico: montagne. E proprio in quel periodo anch'io mi ero messo a disegnare montagne, però a matita. Quelle di Daniela mi sembrava avessero una particolare affinità al mio modo di utilizzare il colore. E per un po' parliamo di quello.
Poi confesso che mi sarebbe piaciuto partecipare a Ilustrarte, ma non avevo il minimo appiglio, uno scarabocchio su un fazzoletto, un’idea, niente di niente. Paolo tira fuori dallo zaino Il vello d’oro di Robert Graves, legge un brano e mi propone di partire da quello. Anche Daniela è incuriosita; e sembra abbia lo stesso problema con Ilustrarte. E la scadenza era abbastanza prossima. Così, Paolo, che ha proprio la mania di voler far lavorare gli illustratori a coppie o in gruppo, se ne esce con la fatidica frase.

La spiaggia non era proprio impeccabile, ma trovatelo voi
un posto deserto il 20 agosto, alle porte di Roma

DT: Sì, ce ne stavamo beatamente a farci bruciare dal sole su una spiaggia quasi deserta, ignari del nostro destino e, già prima di mezzogiorno eravamo fermamente decisi a realizzare delle illustrazioni a quattro mani per Ilustrarte. Il tempo a disposizione era pochissimo ed entrambi non avevamo esperienze di lavoro collaborativo. Ma forse è stata proprio la curiosità di vedere cosa sarebbe potuto venirne fuori che ci ha spronati! All'inizio abbiamo pensato di dedicarci proprio al libro di Graves (che Paolo mi ha gentilmente prestato e forse non rivedrà più!): già solo il prologo è una miniera di immagini incredibili, ricche e suggestive. Ma non riuscivamo a concludere, a prendere il via. Ci sembrava troppo superficiale mettersi al lavoro su un testo del genere così in fretta, senza avere qualche settimana in più per fare un’adeguata ricerca.
Così, ci siamo aggrappati a quelle montagne che, del tutto casualmente, sembrava ci potessero unire.  Dovevamo comunque capire come integrarci con la tecnica, quale utilizzare, da cosa partire, come fare.

La montagna di Simone; e quella di Daniela (ora nella collezione Topipittori).

SR: Abbiamo iniziato senza un’idea forte. Purtroppo - o per fortuna - non sapevamo di preciso cosa volevamo raccontare. L'approccio iniziale non è stato facile: la prima volta che ci siamo incontrati non abbiamo concluso molto. Daniela ha disegnato una montagna a matita, io ho disegnato il cielo e poi ci siamo inventati un lago ghiacciato dove far pattinare una piccola folla di personaggi realizzati da entrambi: ballerini, strani ibridi, animali e altro. Ma la prova non ci ha gratificato molto...

Lavori in corso sulla prima tavola.
Pregasi notare a che tipo di pornografie
si dedica Simone, invece di lavorare seriamente.
DT: A fine giornata ci siamo guardati e abbiamo capito (stremati!) che non poteva assolutamente andare: il lavoro  non era omogeneo, troppo confuso, improvvisato, ma anche la tecnica non ci dava soddisfazione. Entrambi siamo abituati a lavorare da soli, io forse più di Simone. Iniziare insieme, per di più senza un’idea precisa, ci ha gettati nella confusione.
Abbiamo lasciato decantare un po’ di sensazioni, fino a che abbiamo capito che era meglio organizzare il lavoro in maniera più sistematica, con più calma, ognuno per conto proprio, dandoci delle regole e delle direttive generali per impostare le tre illustrazioni.

SR: Così ci siamo dati delle regole: sentirci liberi di intervenire sul lavoro dell'altro e di obiettare le scelte cromatiche ed espressive; e dirci in maniera molto diretta qualunque cosa ci venisse in mente.
La seconda volta ci siamo solo sentiti via Skype. Abbiamo deciso il formato delle illustrazioni e il supporto (Fedrigoni Quadrex 500g). Abbiamo anche deciso di occuparci separatamente (ognuno a casa propria) di diversi elementi compositivi e intervenendo successivamente sul lavoro dell'altro, convinti che questo ci avrebbe tolto un po' di inibizione.

Ancora lavori in corso sulla prima tavola.

DT: Il primo passo toccava a me: avrei dovuto inventare delle scenografie prendendo come spunto le nostre montagne. Acrilici alla mano, ho ripreso la piccola montagna rossa che avevo fatto un mese prima [ora nella collezione Topipittori, NdR], e l’ho ingrandita. Ho lavorato con grande serenità ma anche con una punta di agitazione, perché desideravo dare a Simone una tavola che gli piacesse, per metterlo nella condizione di lavorare bene. Ho cercato di trattare la superficie nel modo più curato possibile, pur essendo consapevole di potermi ritrovare, alla fine, con un risultato molto lontano da questo primo passaggio pittorico. L'idea che Simone mettesse le mani su una mia tavola mi entusiasmava: ho una grandissima stima di lui e sapevo che avrei imparato molto; e che il risultato sarebbe stato bello e di importante per noi, per la nostra esperienza, al di là del concorso.

La prima tavola nella versione finale.
SR: Daniela ha preparato la prima tavola e sono andato a prenderla a casa sua: un paesaggio bellissimo!
Tra me e me ho pensato: «E mo' so cca...!» Non è facile raccontare qualcosa e inserire dei personaggi senza stravolgere il lavoro dell'altro. Infatti, ci sono volute un paio di settimane per capire che non potevo non stravolgerlo.
Così ho ricalcato la punta della montagna su carta velina (per avere i riferimenti), ho ridipinto la montagna cercando di riprendere il più possibile il cielo già colorato di Daniela, ho spostato la montagna come se fosse aperta, spaccata da un gigante che ci viveva dentro e ho aggiunto una teoria di personaggi che corrono verso qualcosa (o scappano da qualcosa).
Quando ho restituito la tavola a Daniela, per i suoi interventi, mi sono portato a casa due nuove basi su cui lavorare.


La seconda tavola.
DT: Terminata la prima tavola, le altre sono venute di conseguenza: un’immagine tirava l’altra. La seconda era un paesaggio roccioso una dominante cromatica blu; la terza due case speculari, con l’idea di far giocare i personaggi che aveva aggiunto Simone sia all’interno che all’esterno di queste costruzioni.
Anche queste due tavole hanno subito cambiamenti: per dare continuità e coerenza alla sequenza delle immagini, nella seconda siamo tornati al rosso; nella terza è rimasta solo la casa di sinistra (ma solo perché non avevamo il tempo di realizzare anche l’altra). Abbiamo continuato così fino alla fine, aggiustando mano a mano il tiro dove ci sembrava necessario, seguendo le tracce e e i segnali che l'altro ci lasciava.

Lavori in corso sulla terza tavola.


SR: Lavorare insieme è stato difficile, ma non troppo. In fondo, quello che facciamo, come illustratori, non ci appartiene mai completamente: le tavole vengono riprodotte e stampate in migliaia di copie e, spero, usate, manipolate, sporcate, modificate da mani bambine. Serve solo un po' rispetto per farlo guardandosi negli occhi; e un po' di coraggio per guardarlo fare.

DT: Siamo partiti entrambi con un certo pudore: non è facile mettere le mani su un'espressione così intima della personalità di un altro. Ma questo limite, come tutti gli altri che abbiamo incontrato e che all’inizio ci sembravano ostacoli insormontabili si sono rivelati, alla fine, un pretesto per essere più determinati a trovare la soluzione giusta.

La terza tavola.

SR: Il momento chiave di questo processo? Per me il punto di svolta è arrivato quando ho capito di dovermi occupare del progetto con molto distacco: come se dovessi accudire il figlio di qualcun altro.

DT: Per me è stato quando Simone mi ha mostrato il lavoro che aveva fatto sulla prima tavola. Sono rimasta di sasso: era stupenda! Aveva avuto il coraggio di scoperchiare la MIA montagna, liberando un gigante.
In quel momento mi è sembrato che tutti i tasselli fossero finiti al posto giusto, che le illustrazioni finalmente avessero cominciato a vivere.

giovedì 31 maggio 2012

Simone Rea, il suo editore e la crisi greca

[di Simone Rea]
Grazie a Ekdoseis Kokkino, l'avventuroso editore che ha pubblicato le Favole di Esopo in Grecia, ho potuto visitare la fiera del libro di Thessaloniki (Salonicco) e, in cambio di qualche dedica, ho lavorato gratuitamente per tre giorni come standista in un ambiente che mi sarei aspettato depresso, vista la situazione economica e politica del paese, ma che in realtà si è rivelata dinamica e accogliente.


Questa nona edizione della fiera è stata organizzata e voluta con forza, nonostante l'asprezza della crisi finanziaria, il taglio dei salari e un mercato (non solo librario) a pezzi. Per la sua riuscita, è stato fondamentale lo slancio degli espositori e il calore dell'accoglienza riservata ai visitatori.


Arrivato a Salonicco, ho subito voluto visitare la fiera. Noèmi Smadja (la fondatrice di Ekdoseis Kokkino) mi ha portato direttamente al padiglione. Muovendo i primi passi sopra quella morbida moquette mi sono sentito subito accolto in un  ambiente semplice, famigliare, silenzioso. Dopo pochi metri siamo arrivati nello stand di Noèmi, dove ho conosciuto il marito (grande oratore e distributore semiautomatico di cataloghi).

Gli stand dedicati all’editoria per l’infanzia erano tutti decorati con palloncini, bandierine o altri addobbi semplici e colorati.
Il nostro (cioè, sono bastati pochi minuti perché quello del mio editore diventasse anche "il mio"), dove avrei passato i tre giorni successivi, era il più originale; l’unico "personalizzato" con un rivestimento delle pareti, a coprire il solito anonimo grigiolino, a teli rossi (Kokkino in greco significa rosso) e anche l’unico a ospitare una mini mostra di illustrazioni originali. Naturalmente quelle delle mie Favole.


Rispetto alle fiere che conosco e frequento (Bologna. Montreuil e Roma), lo spazio espositivo della fiera non era molto grande: due padiglioni rettangolari, collegati  da un corridoio sopraelevato dove c’era un piccolo bar con dei tavolini. Ma in questa limitata superficie c'erano molti spazi per conferenze e due aree delimitate da pannelli colorati dove per tutto il giorno si susseguivano attività dedicate ai più piccoli.

Nello stand di Noèmi si respirava un aria per me fin troppo famigliare. Tutti libri di qualità che conoscevo abbastanza bene; da Che cos’è un bambino di Beatrice Alemagna a Le Tour du Monde de Mouk di Marc Boutavant o Adieu Chaussette di Benjamin Chaud. Così ho deciso di andare fra gli altri stand alla ricerca di qualche chicca "esotica" da riportare a casa, ma con grande stupore non ho trovato niente d’interessante o semplicemente diverso dai soliti libri rosa con coniglietti mangia carote o bambine dagli occhioni grandi  e impeccabilmente modaiole.

Non conoscendo affatto l’editoria greca, ho chiesto informazioni a Noèmi che, sintetizzando, mi ha spiegato che in Grecia si possono trovare bravissimi musicisti, eccellenti scrittori e importanti poeti, ma di illustratori di qualità non se ne trovano molti. E che l’interesse per l’editoria per ragazzi è molto limitato rispetto all’Italia, alla Spagna, alla Francia...

Kokkino sta prendendo piede in Grecia e non mi sembra affatto strano. Ho notato infatti che molti visitatori (e l’affluenza è stata strepitosa) non compravano affatto libri fin quando non si fermavano nello stand Kokkino. Sicuramente la crisi si fa sentire, è un dato di fatto, e lo dimostrava l’attenzione cui grandi, ma anche piccoli, sfogliavano i libri, leggendo il contenuto, guardando le figure, sorridendo, per poi passare a un altro libro e solo dopo averlo letto, decidere se comprarlo o meno. Questo approccio all’acquisto è stato per me la cartina di tornasole: la gente sa di non poter cedere all'impulso all'acquisto e cerca e compra solo il meglio. La crisi impone prudenza e limita le opzioni: se deve essere uno solo, IL libro deve innamorare. Una cosa stupenda è stata vedere l’interesse dei bambini; osservatori silenziosi, un po' guardavano me che disegnavo e un po' sfogliavano libri con sguardi assorti, senza sapersi decidere su cosa fosse più importante.

Per l’evento dedicato a Esopo, Noèmi ha anche organizzato una rappresentazione musicale di alcune favole e i tre ragazzi che recitavano sono stati bravissimi a intrattenere grandi e piccoli con voci armoniose e giochini coinvolgenti.

Dal secondo giorno fino a chiusura fiera, non ho visto più molto, sono andato a ringraziare l’Istituto italiano di cultura che aveva uno stand e che insieme a Noèmi ha trovato i fondi per ospitarmi.

Chiudo sottolineando la cortesia degli espositori nei confronti del pubblico, ma anche nei miei, sconosciuto artista italiano in visita: hanno voluto conoscermi, parlare e si sono dati da fare per procurarmi i colori che avevo dimenticato in albergo.

Ovviamente devo ringraziare sinceramente Kokkino: questo viaggio è stato corroborante, mi ha "ricaricato le pile". È bello vedere come anche nelle situazioni più difficili il lavoro dell'illustratore e dell'editore possa avere un senso profondo. L'entusiasmo di questo pubblico, la sua serietà, l'attenzione delle sue scelte, il peso che attribuisce al mio (o, meglio, al nostro) lavoro di illustratore sono il migliore incentivo per insistere con la solita ostinazione a cercare di trasformare una passione in lavoro.



venerdì 27 aprile 2012

Caro editor, ti scrivo

La Fiera è un osservatorio e luogo ideale per le novità: il momento perfetto per presentare i risultati  di lunghi periodi di ricerca e lavoro. Così, l'Associazione Hamelin ha scelto la fiera di quest'anno per presentare la propria rivista rinnovata. Ci è giunta allo stand portata da Nicola Galli Laforest e, curiosissimi, l'abbiamo sfogliata e letta appena ne abbiamo avuto il tempo.
Anche perché ci ha attratto l'argomento evidenziato sulla copertina dove troneggia un seducente topo pifferaio di Simone Rea: Contro i libri a tema. Un argomento a cui siamo sensibili (ne abbiamo scritto, tempo fa, sul blog, qui). La metamorfosi della rivista, che nel nuovo formato assume le fattezze di libro, non è un semplice make up o una riorganizzazione grafica dei contenuti.

Mutata anche nell'impaginazione, Hamelin 30 apre anche al colore e alle immagini di cui tratta negli articoli, a conferma di quanto sia fondamentale parlarne facendo sì che il lettore le possa avere sotto gli occhi. E questo è, certamente, fra gli altri, un cambiamento di sostanza.
L'impressione generale è che a far avvertire alla redazione di Hamelin la necessità di un cambiamento sia stato un ripensamento nell'approccio alla materia: ripensamento forse nato dalla percezione della rapidissima evoluzione del nostro settore, dove sempre più si avverte come fondamentale, nel mestiere di fare libri e di promuoverli, l'ingresso di nuovi media e tecnologie, un allargamento di orizzonte, un apertura ad ambiti solo apparentemente lontani, un desiderio di dialogo e di confronto con interlocutori e attori diversi, e una generale rielaborazione di dati acquisiti che rischiano, senza un'autentica discussione, di calcificarsi in conformismi e luoghi comuni, posizioni acquisite e certezze anacronistiche.

Gli articoli di Emilio Varrà, Nicoletta Gramantieri, Nicola Galli Laforest e Giulia Mirandola, vanno in questo senso e meritano di essere letti (senza nulla togliere agli altri). In particolare, dato il mestiere che faccio, mi ha colpita la Lettera a un editor, di Nicola Galli. Come autrice, prima, e come editor poi, sottoscrivo ogni parola di questa riflessione. E mi sento di completarla con qualche osservazione.
La discutibile qualità del lavoro degli editor credo sia il riflesso di un modo di pensare, valutare, produrre e considerare i libri, la loro funzione e il loro pubblico. Quando si smette di attribuire al libro l'autonomia come valore primario, per considerarlo mero strumento al servizio di cause, contenuti, valori, temi, princìpi, strategie, insegnamenti, battaglie e via discorrendo, cioè al servizio di tutto, fuorché della necessità e libertà individuale di pensare, elaborare conoscenze e ricercare forme nuove, inattese e non conformi, di riflessione e visione, è chiaro che ne va di mezzo la sua stessa sostanza.

Cioè la sua forma peculiare, imprevedibile e inclassificabile quando davvero il libro è irriducibile a funzioni prestabilite. In questo senso, se la forma è percepita come priva di valore in se stessa, negata come portatrice in sé di senso, fatalmente diventa “funzione di”, materia opinabile e pertanto alterabile, plasmabile in vista degli scopi da raggiungere, soggetta all'arbitrio di chi, l'editor, appunto, ne stabilisce la conformità e la correttezza rispetto a obiettivi commerciali, economici, ma anche didattici, ideologici da raggiungere.

Un'idea di forma, questa, che rimanda a un'idea di lettore come contenitore di informazioni modellate, confezionate e dosate ad hoc. Un lettore-consumatore di contenuti gratificanti che lo confermano nel suo stile di vita, di pensiero e di consumi, che siano ludici, didattici o ideologici. Finché libri, letteratura e lettori saranno mortificati da questo modo di intendere la ricerca culturale, finalizzata all'individuazione di target e fasce di pubblico, non potremo aspettarci che un approccio alla "forma" dei testi (e delle immagini) fondato sull'arbitrio da parte delle case editrici, e quindi degli editor.

In questi tre anni, come editor della collana Anni in tasca, ho lavorato nel senso di un rispetto fondamentale del progetto e della voce di ogni singolo autore. Questo peraltro era il senso originario della collana: offrire voci. E le voci si manifestano, primariamente, nella loro originalità e irriducibilità, cioè nelle scelte lessicali, nella costruzione dei periodi e del discorso, nell'uso di frasi idiomatiche, nella ricerca di una tonalità propria e unica. In tutti i titoli della collana, infatti, fanno la loro apparizione lessici familiari, dialetti, modi di dire, entra il parlato, ma anche l'eleganza e la peculiarità della cultura e della lingua congeniali ai loro autori.

Alla fine, credo che davvero la peculiarità di questi libri sia proporre come primaria ai lettori l'esperienza della voce narrante. Cioè della lingua, identificata come esperienza fondamentale, davvero imprescindibile della letteratura, del suo valore, della sua bellezza, del suo piacere.
Per questo è stato così difficile, nel panorama attuale della narrativa, spiegare la natura di questi libri? Per questo spesso è stato difficile scegliere, in libreria, lo scaffale dove esporre questi romanzi, considerati inclassificabili? Per questo si è avuta la tentazione di non reputarli adatti ai ragazzi, considerati destinatari inaccessibili rispetto a un'idea di letteratura che si afferma innanzi tutto come forma di elaborazione dell'esperienza e dell'identità, e non come trama o tema? Per questo della collana sono “passati” più i titoli di autori già noti, e quelli incentrati su “temi” riconoscibili e ci si è accorti con difficoltà della qualità di quelli scritti da autori esordienti o poco conosciuti che, semplicemente, raccontavano la stranezza, la fatica e la felicità di crescere?


In fiera, a un incontro fra editor a cui ho partecipato, ho sentito definire la ricerca della qualità nei prodotti editoriali «vezzo di snobismo intellettuale», addirittura nocivo alla diffusione del libro e della lettura. E chi si occupa di qualità - intesa come eccesso di forma rispetto alle limitate possibilità intellettuali dell'utenza di massa - addirittura responsabile della disaffezione ai libri e alla lettura. Un punto di vista interessante che mette in luce come l'editore e l'editor vengano intesi, non come mediatori fra i lettori e i migliori fermenti di pensiero, esperienze e cultura della società, ma come creatori di prodotti “per tutti”, realizzati sulla misura delle necessità e dei gusti dei diversi segmenti di pubblico (come se qualità fosse sempre sinonimo di élite: equazione che avrebbe dovuto scomparire da tempo, sulla base di quel che succede in libreria, con il formarsi di numerose interessanti nicchie di pubblico, curiose e intraprendenti, ma che nel nostro paese resiste impavida, per quanto superata, come sta dimostrando, in molti casi felici, proprio il mercato).


L'operato concreto di un editor, gli interventi che pratica nel corpo dei testi e delle immagini, è il riflesso non solo di competenze culturali e professionali più o meno solide, ma anche e soprattutto di idee e posizioni sul modo di intendere il senso del libro e della letteratura. Quindi, attenzione: quando in libreria scegliamo titoli che ci sembrano “adatti” nella lingua e nei contenuti a un “vasto” pubblico di giovani lettori, riflettiamo che dovremmo cominciare seriamente e approfonditamente a pensare a cosa intendiamo con questi termini, perché di sicuro non stiamo valutando solo storie, romanzi, racconti, ma visioni del mondo che, a volte, parassiticamente si impongono al lavoro, alla cultura e alla lingua dei loro autori. Forse dovremmo tenere sempre ben presente che i criteri su cui si stabilisce la conformità al gradimento e alle “possibilità intellettuali” dei lettori si fondano anche su posizioni ideologiche, visioni dell'infanzia, strategie imprenditoriali che poco hanno a che fare con il valore dei libri in se stessi e con le potenzialità reali dei lettori (e dunque con la possibilità di un incontro autentico fra libri e lettori), e molto, invece, con gli obiettivi, non sempre espliciti, di chi li produce.
Che nell'immagine di copertina, il topo pifferaio, minacciato, rappresenti l'autore, e il gatto minaccioso, nascosto in quarta, l'editor?

Ringraziamo Simone Rea per averci permesso di pubblicare gli schizzi realizzati per lo studio della copertina della nuova versione della rivista Hamelin.

martedì 13 marzo 2012

Un critico, due librerie e cinque illustratori

Cinque mostre di illustrazione in pochi mesi, a Roma, in un quartiere culturalmente vivace. Abbiamo chiesto a uno degli illustratori coinvolti di raccontarci cosa è successo, come e perché, in occasione del vernissage della collettiva di chiusura.

[di Daniela Tieni]

È marzo, e nel pomeriggio, nelle ore che portano alla sera, Roma è sempre immersa in una bellissima luce. Calda, accogliente, che ti guarda e ti dice: «Vieni, vieni da me!» Se sei a casa e ti affacci alla finestra, è difficile trattenersi e non uscire. E infatti esco prima del previsto, decido di fare due passi e andarmene verso il rione Monti, luogo a me caro per le sue vie, i piccoli negozi, il tempo passato, i ricordi. Il lavoro alla facoltà di architettura, la pausa pranzo seduta sugli scalini della fontana in piazza della Madonna dei Monti, i quotidiani tentativi falliti di prendere coraggio e andare a stringere la mano a Mario Monicelli che passeggiava nei dintorni, le salite, le discese. Risalgo fino a incrociare via Merulana, nel quartiere Esquilino, il rettifilo che collega le basiliche di S. Giovanni e S. Maria Maggiore; quest’ultima si staglia in fondo alla via, maestosa, miracolosa come la nevicata che la leggenda vuole abbia avuto luogo proprio  qui il 5 agosto del 356, e che convinse papa Liberio a costruire questo gioiello.


Il vernissage del 9 marzo: la collettiva
a chiusura di IllustrAzione
Quando mi ha contattata Letizia Silvestri, la curatrice dell’evento IllustrAzione, una delle prime cose che mi disse fu quanto ritenesse importante portare una novità nel quartiere Esquilino: un tipo di evento che mettesse in luce il mondo dell’illustrazione  poco esplorato dalle  tante  gallerie nei dintorni. Letizia mi ha colpita subito per la sua determinazione e la ferma convinzione che lo spazio del Punto Einaudi Merulana (che aveva aperto i battenti in una traversa di via omonima), anche se piccolo potesse essere sfruttato subito, con una precisa  e rigorosa programmazione e in accordo con il titolare che ben aveva accolto la proposta.

Alcune tavole in mostra: si riconoscono,
al centro le tavole di Simone Rea selezionate
lo scorso anno a Bologna; e a sinistra tre composizioni
di Daniela Tieni
In più, i punti a nostro favore aumentavano grazie alla presenza di una libreria per ragazzi sulla stessa via,  Il Posto delle Favole, comunicante per eventi, presentazioni e laboratori con l’Einaudi, ed entrambi luoghi di lavoro di Letizia. Letizia, per questo ciclo di mostre, ha chiamato  Simone Rea, Alberto Macone, Francesca Protopapa (alias Il Pistrice), Alessandra Fusi, e me. A partire dal 22 luglio, con la prima mostra di Alberto, a distanza di un mese o poco più, si sono susseguite a turno le altre. Ritrovarsi a ogni inaugurazione, contenti ognuno per la buona riuscita dell’altro, ha creato tra noi una felicissima intesa. Forse questa è stata la parte più bella di questo nostro incontro, il ritrovarsi partecipi di un momento che rendeva omaggio al lavoro di ognuno, e ognuno con uno stile e un percorso differente, ognuno con il suo nome e la sua storia visiva.

Letizia Silvestri, animatrice del ciclo di mostre IllustrAzione
Oltre che libraia, Letizia è una critica di arte contemporanea. Quando ci siamo incontrate per la prima volta, mi ha raccontato la sua formazione, parte della quale si è svolta alla Fondazione Baruchello, luogo e centro di ricerca per l’arte contemporanea. Fu istituita nel 1998 da Gianfranco Baruchello, artista livornese dalla smisurata attività. Mi interessò molto quest’aspetto, così le ho chiesto se e in che modo questo lasso di tempo immersa in un ambiente del genere avesse influito sul suo sguardo.  Lei mi ha raccontato che in un percorso di studi centrato sull'arte contemporanea, la semiologia e l'estetica, sotto la guida di Carla Subrizi, ha imparato a guardare le cose da prospettive diverse: comprendere la direzione che l'arte sta prendendo grazie allo studio del suo percorso passato e presente, considerandolo non come un'unica grande strada, ma come l'intersecarsi di svariati percorsi, più o meno solcati dalla critica. Non una, ma molte storie dell'arte. E quella di esse che più sembra averla accresciuta è la storia trasversale e laterale che Gianfranco Baruchello porta avanti da oltre cinquant'anni nella sua attività artistica.  «Se il corpo dell'arte - sottolinea Letizia -  si è disperso, espandendosi, quello di Baruchello si è fatto ambiente, l'ambiente di una Fondazione meravigliosa, lavorare nella quale è l'esperienza che più ha formato il mio sguardo sul mondo dell'arte. La riflessione continua, il peso del dettaglio, il muoversi su territori inesplorati e il pensare con le mani... a chi domanda cosa faccia, Baruchello risponde “lavoro in un archivio”.  Lavorare nell'archivio della fondazione è stato per questo un duplice viaggio nella sua attività, nella storia degli ultimi 50 anni, nella filosofia, la sociologia, la botanica, e qualsiasi campo del sapere che ha interessato la sua riflessione.»

Alcune tavole del Pistrice,
al secolo Francesca Protopapa
Continua raccontandomi il filo conduttore che la porta a oggi: «Così in seguito ho affrontato l'illustrazione come un punto di vista anch'esso laterale, come uno sguardo che ha in comune con l'infanzia quel peso dato ai dettagli che concentrano, nella piccola area che ricoprono una composizione, tutto il peso del significato, ogni volta nuovo, sempre diverso se recepito dagli occhi di un adulto o di un bambino. L'illustrazione, nel riavvicinare il nostro sguardo a quello che avevamo un tempo, nell'infanzia, lo azzera dalle eccessive esperienze e lo apre a possibilità molteplici. Quando, al lavoro in libreria si è aggiunto l'incarico Punto Einaudi, ho pensato che uno spazio così particolare potesse mettere in piena luce le curate scelte editoriali del Posto delle Favole. Era come aprire gli albi illustrati per mostrarli a tutti, e insieme metterli in scena (con letture e laboratori, paralleli alle mostre). È  stato grazie a questi presupposti molto favorevoli che è siamo riusciti a metterci in gioco in un quartiere particolare e multietnico come l'Esquilino e dedicarci all'illustrazione, che nella scena culturale romana è spesso poco visibile, fatta eccezione per poche gallerie specializzate. Rifuggendo una settorializzazione netta (gli stili degli illustratori scelti per IllustrAzione sono per questo tra i più vari), unendo sperimentazione e diversità abbiamo portato avanti questo progetto, che oggi, lieta, posso dire molto ben accolto, e continueremo a farlo crescere.»

Libri di Simone Rea in esposizione
Venerdì 9 marzo, a conclusione del ciclo di mostre, è stata organizzata una collettiva di tutti gli illustratori protagonisti dell'iniziativa, affiancata all’esposizione personale di Franca Rovigatti. La mostra sarà visitabile fino a fine mese. Noi, cinque illustratori, ringraziamo Letizia, Il Punto Einaudi Merulana e il Posto delle Favole per la disponibilità e lo spazio concesso. Io aggiungo un grazie a Simone, per avermi messa in contatto con Letizia, e Alberto per la sua disponibilità ad aiutare tutti nell’allestimento.  Non sarà facile, adesso, disabituarsi a questo appuntamento mensile. Ma forse si ripartirà proprio da qui, con grinta, per alimentarlo nuovamente il prima possibile.





IllustrAzione al Punto Einaudi Merulana
Largo Sant’Alfonso, 3 (angolo via Merulana) - Roma
Orario: 10,30 – 13,30  / 16,00 – 19,30
Lunedì mattina chiuso
einaudimerulana@gmail.com