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lunedì 22 giugno 2015

Nominare il mondo

Dopo la lettura di C'era una volta una bambina, che è stata apprezzatissima dai nostri lettori, Sonia Basilico torna su questo blog ad analizzare un altro libro. La ringraziamo per questa preziosa collaborazione.

[di Sonia Basilico]

Ecco un libro nato in primavera: Quando il sole si sveglia è un bel cartonato leggero, che permette al bambino di allenare la motricità fine, sfogliando pagine robuste sì, ma sottili e flessibili. È un’idea diffusa pensare che il bambino piccolo sia capace di maneggiare esclusivamente pagine spesse un dito. Non succede qui.

Attraverso le finestre che riquadrano ogni pagina, questo libro ci invita ad accorgerci del risveglio del mondo, ci incoraggia a uscire di casa, ad andare nella natura, a farne esperienza. Sole, luna, esseri viventi umani ed animali, sono qui elencati con pari dignità e ruolo, insieme a pochi, pochissimi oggetti.
Non si parla di uccellini, fiorellini, pesciolini, cagnolini, gattini, ma di rondini, gatti, cani. Nomi precisi, nessun diminutivo. Si riconosce al bambino piccolo, a cui questo libro è destinato, il diritto a essere considerato degno di apprendere il mondo per quello che è, non nella sua rappresentazione semplificata, generica, abbagliante e spesso vuota di significato, che noi adulti decidiamo essere alla sua portata.


C’è a Rimini una grande scuola con un progetto educativo più che condivisibile, dove si invitano i  bambini a chiamare ogni maestra col nome proprio: «Se tu mi chiami 'maestra' anziché Monica, è come se io chiamassi te 'bambino'», anziché Luca.» Già.
Un’educazione al rispetto della diversità parte proprio da qui. Se chiudiamo il mondo in categorie generiche, così come d’abitudine facciamo noi adulti, non solo perdiamo la capacità di osservare le differenze, ma dimentichiamo quanto ci piaccia, quanto sia utile, conoscere esattamente le cose, le cose vere. 'Maestra' richiama alla mente un’autorità generica, 'Monica' è esattamente quella persona, con i suoi potenziali e i limiti, e questo ci permette un confronto costruttivo.
Se pensiamo che l’airone e il colibrì siano “uccellini”, non siamo più in grado di pecerpirne le peculiarità, di riconoscerne le diversità. Non possediamo il concetto, se non abbiamo la parola.
«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», ci ha insegnato il filosofo austriaco Ludwig
Wittgenstein.


Dice Chatwin ne Le vie dei canti, un taccuino di viaggio che descrive il nomadismo aborigeno nell’Outback australiano: «L’uomo crea il territorio dando un nome alle cose. Le madri aborigene, quando notano nel loro bimbo il primo risveglio della parola, gli fanno toccare le cose della loro regione: frutti, foglie, insetti. Il piccolo le manipola, parla, impara il nome e lo ripete prima di buttarle in un angolo. Così prende possesso della terra. La terra deve prima esistere come concetto mentale. Poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esiste.»

Ecco la chiave di volta di questo nuovo libro, indicato per quella fase della vita in cui il bambino inizia a nominare le cose, a nominare ciò che conosce, ciò che gli è stato raccontato e, soprattutto, ciò di cui ha fatto esperienza.


Ma quali sono le cose che noi adulti siamo in grado di “cantare”, quali le prime parole che il bambino ascolta da noi, quali i concetti più familiari che racchiudiamo nei libri per piccolissimi? I cartonati pullulano di 'cose', cose domestiche, per lo più, la palla, i giochi, il ciuccio, il biberon, la cameretta, qualche essere vivente c’è, la mamma e il papà, poi il cagnolino (con collare), il gattino (con la ciotola del latte), l’uccellino, e via così, in un susseguirsi di –ino senza fine. E al centro di tutto, il bambino, rinchiuso, letteralmente, in un microcosmo domestico, divinità assoluta, cui tutto è riferito. 
'Cose': in questo noi adulti siamo grandi oratori. 

Ma quanto raccontiamo ai piccoli del mondo fuori casa? Quanto tempo dedichiamo a nominare, meravigliarci degli altri esseri viventi liberi, quanto ci soffermiamo, quando siamo a spasso col bambino, a osservare i fenomeni della natura? I bambini d’oggi sono spesso analfabeti di esperienza, così come lo siamo noi. Eppure la responsabilità di nominare il mondo è la nostra.
«Io dico per te luna, io dico per te sole», dice Tognolini in una sua bella filastrocca, affermando con forza l’importanza della voce e del rapporto di conoscenza che da questa scaturisce.
Ecco un libro che ci aiuta a rientrare in contatto, a vedere e a nominare il mondo esterno. Un libro incoraggiante, dunque, che ci indica la rotta.
Ci sono libri che arrivano e cambiano il nostro modo di pensare.

Durante un lettura.

La narrazione inizia in copertina, prima tavola del libro, e si conclude, in un ritmo circolare, con il piatto inferiore, speculare al superiore nella rappresentazione iconica (sole e luna sono due parti di una stessa faccia), e complementare nel significato: un’affermazione in apertura rimanda a una domanda, in quarta di copertina, domande e risposte, un invito al dialogo. 
Via i risguardi, un soggetto per pagina con il testo in calce, una sola riga, soggetto e predicato, immagini realizzate con una texture vintage, tutte incorniciate allo stesso modo.
La prima metà del libro descrive la vita diurna dei protagonisti, poi la narrazione s’inverte ed ecco i medesimi soggetti descritti nella vita notturna.
Un libro semplice, un progetto chiaro. Semplice, non semplificato.



Qui non c’è un generico uccellino, c’è la rondine, e allora naso in su, scrutiamo quel che accade sotto i tetti, in primavera, dove sono i nidi delle rondini, cerchiamoli, descriviamo al bambino quella coda biforcuta, quel nero lucido, quel volo nervoso fatto di picchiate e virate, insegnamo a riconoscere, e impariamolo anche noi, con lui. Ma quella rondine, ferma sul filo al tramontar del sole, che cosa osserverà nella notte? La volta celeste pullulante di stelle, le costellazioni. E allora usciamo in un dopocena primaverile, andiamo in un luogo poco illuminato, lontano dai lampioni, fra poco sarà estate, arriverà la notte di San Lorenzo, sediamoci, anzi, sdraiamoci in un prato e osserviamo le stelle, diamo un nome alle forme delle costellazioni, cerchiamo il carro maggiore, poi la stella polare, le stelle cadenti, incantiamoci, impariamo, insegniamo, 'cantiamo' il mondo. Poi, a casa, prendiamo carta nera, pastello bianco e riproduciamo quei puntini, uniamoli a scoprire, immaginare, inventare forme e disegni.


E quando il fiore si chiude? Sta per arrivare la notte.
Uno dei grandi irrisolti del bambino molto piccolo è la paura di non ritrovare più, al risveglio, il mondo che ha lasciato, cedendo al sonno. La natura fornisce ai bambini un maggior senso di paura rispetto a quella che ne conserviamo noi adulti, questo perché loro, più indifesi e con minori esperienze, hanno bisogno di un elemento di protezione in più. Noi adulti fatichiamo a spiegare tecnicamente il ritmo circadiano, forniamo rassicurazioni emozionali e astratte, spesso inadeguate al livello di comprensione di un bambino piccolo: ci sono mamma e papà vicino a te, niente può succederti.
Ma se il bambino, alzando gli occhi verso il mondo esterno, capisce cosa succede al levar del sole, cosa succede al fiore, al gallo, al gatto, al pesce, alla casa e non solo a lui, allora capirà che il risveglio riguarda tutti, tutti gli esseri viventi ritrovano il proprio posto nel mondo ogni mattina, uno vicino all’altro, non è lui il solo a dover verificare se ogni cosa è al posto giusto. Ma allora anche quando il sole tramonta, non è lui solo a dover fare i conti col buio, con l’incognita del risveglio.
Questo bel libro, allontana il bambino dal mondo egotico, lo pone al fianco di tutte le altre creature, avvicina le sue paure a quelle di tutti gli abitanti del pianeta, ridimensiona l’importanza delle sue scoperte e dei suoi progressi nel mondo, affiancandole a ciò che succede ad altri.

Quante margherite vediamo in primavera nei nostri prati? All’imbrunire, facciamo notare al bambino che i fiori si sono chiusi, e che questo evento anticipa l’arrivo della notte. Questo crea un’attesa densa di consapevolezza, riempie di nuovo significato un cambiamento fino ad allora inspiegabile. 
Prendiamo una pila, usciamo in giardino quando è già buio, cerchiamo quella margherita che abbiamo visto chiudersi poco prima, esploriamo i fili d’erba, le cortecce degli alberi.

Affianchiamo a questo libro la lettura di Flashlight di Lizi Boyd, Chronicle Books, un silent book, premiato quest’anno al Bologna Ragazzi Award, per ora reperibile solo in edizione estera: qui un bambino esplora il buio con la pila, pagina nera, unico tocco di colore il fascio di luce. Scopre alberi, frutti, animali.
Ma poi anche gli animali, entrati in possesso della torcia, sfuggitagli di mano, esploreranno il bambino, elemento di paura per loro. Anche qui, la paura riguarda tutti e si vince con la conoscenza reciproca.

Avevamo già visto un bell’albo, Bottoni d'argento di Bob Graham, EDT, raccontare come ogni fatto straordinario nella vita di un bambino, si affianchi ad altri mille accadimenti, più o meno eccezionali che avvengono intorno a quello stesso bambino, ogni giorno, nel mondo. 
Un recente esempio, non ancora tradotto in Italia è El mundo en un segundo di Isabel Minhós Martins e Bernardo Carvalho, Planeta Tangerina, racconta atraverso le immagini, tutto ciò che accade nel mondo in uno stesso secondo.
Queste letture, destinate alla prima infanzia, incoraggiano a concederci il tempo per osservare e valutare il nostro essere in relazione agli altri.

Un libro come Quando il sole si sveglia aiuta a crescere rispettati e a rispettare, a pretendere di capire e ad esigere spiegazioni, le sue belle immagini dal sapore antico ci dicono che non serve abbagliare con colori primari e saturi, tinte fluo o glitter, serve capire, ci invitano a pretendere che ci sia qualcosa oltre all’apparenza, queste belle pagine dicono che la parola è sacra, meravigliosa, e se l’avremo ascoltata, sperimentata e capita fino in fondo, beh, allora, il mondo sarà la nostra casa, sapremo dominare la paura dell’ignoto.

Allora saremo in grado, ad esempio, anche fra queste righe, di cogliere un’imperfezione: capiremo
dunque che quel “il fiore sboccia” non è legato consequenzialmente a “quando il sole si sveglia”: un fiore non sboccia necessariamente al levar del sole, ma quando il suo potenziale di crescita avrà raggiunto uno stadio di cambiamento, e questo può avvenire al mattino o al pomeriggio, persino la sera o di notte.
Sapremo che un fiore sboccia una sola volta, poi a sera si chiude, e il giorno dopo e tutti i giorni fino alla sfioritura, quel fiore si aprirà, non sboccerà più.. Ma questo lo potremo affermare senza timore solo quando di una sbocciatura avremo fatto esperienza, quando avremo trovato sul nostro cammino qualcuno che quella sbocciatura ci avrà mostrato e raccontato. 
E da allora in poi, non lo dimenticheremo più, e saremo persone più forti.

Un libro, questo, che traccia una strada per superare un mondo fatto di oggetti, perchè, come dice ancora una volta Chatwin: «Oggi più che mai gli uomini devono imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempiono gli uomini di timore: più oggetti possiedono, più hanno da temere. Gli oggetti hanno la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.»

Partiamo da qui, le vacanze sono alle porte, infiliamo questo bel libro nella borsa e usciamo, osserviamo, nominiamo, poi la sera, ricordando quanto abbiamo visto, così come fa il bambino nella doppia pagina finale del libro, riviviamo in un sonno sereno e creativo tutte le esperienze diurne.
E il mondo sarà migliore. Per tutti, adulti e bambini insieme.


lunedì 16 marzo 2015

È la parola che ci rende uguali


Qualche giorno fa ci è arrivata una recensione di C'era una volta una bambina. Chi l'ha scritta precedentemente ci aveva contattato per avere dall'ufficio stampa i materiali sul libro. Dopo qualche giorno ci ha informato che la recensione, realizzata per un blog sui libri per ragazzi, per ragioni logistiche non sarebbe stata più pubblicata. L'abbiamo letta, e siccome C'era una volta una bambina è un libro complesso ci è parso che la lettura complessa che ne ha fatto Sonia Basilico, le sue riflessioni, gli autori che ha citato nel corso della sua disamina, aiutino davvero a fare chiarezza in una narrazione che può disorientare. Non si tratta tanto di pubblicare una recensione perché positiva, che, sì certo, è gratificante, quanto di dare spazio a una lettura che coglie nel segno, va dritta alla questione sia delle immagini sia del testo, a partire dal modo in cui è stata pensata e strutturata. Per questo abbiamo proposto a Sonia di pubblicare il suo scritto in questo blog. La ringraziamo per la disponibilità.



[di Sonia Basilico]

“C’era una volta”, ci dice il titolo: siamo nella fiaba, il patto di finzione è stabilito, fin dall’inizio. In copertina il lupo, nero, e la bambina, rossa: una promessa di manicheismo morale, il bene e il male. Cappuccetto rosso, dunque, rito di passaggio, crescita: eh, sì, siamo indubbiamente nella fiaba. 

Apriamo il libro e… ci accorgiamo subito che le cose non prendono la via che ci aspettiamo. Ecco, per prima cosa incontriamo il bosco, due doppie pagine: bellissimo, il bosco di Joanna Concejo; non il bosco buio e spaventoso, ma odore di felci e abeti, qui, resina, aria buona, una luce calda che proviene dall’alto, a sinistra. Questo ci raccontano le due doppie pagine iniziali.


Incontriamo a questo punto la bambina, “svelta, attenta, coraggiosa”, sola; una bambina come tante, un po’ animalesca nel tratto, una creatura fatta per la natura, per il bosco; e con la sua comparsa, ci accoglie la scrittura accurata di Giovanna Zoboli, uno stile paratattico, ripetuto, frammentato, che ritroveremo, potente, forte, durante tutto il libro. Un grido, questo testo.

Voltiamo pagina, ed ecco… il lupo, una nuova doppia pagina, punto di vista aereo, telecamera dall’alto. In primo piano, di spalle, difficile da individuare alla prima occhiata; il lupo, che è parte del bosco, nel tratto, nello sguardo, rivolto alle case, laggiù. 


Ma qual è il mondo che circonda la bambina? La madre è la grande assente in questa storia, la bambina è “invisibile”, sola, nessuno ad ascoltarla, la nonna è una paladina degli stereotipi più biechi, intenta solo ad agitare un futuro catastrofico fondato su antichissimi dettati, fatto di “attenta agli sconosciuti, attenta a te”, e nella sua casa, sopra la sedia del narratore, un chiaro monito: trofei di caccia alla parete. La fine è nota.

Molto efficace la prosa poetica di Giovanna Zoboli: come si potrebbero altrimenti rappresentare i mezzi discorsi, le frasi senza coraggio, il detto e non detto, i luoghi comuni con cui gli adulti si compattano ai danni dei ragazzi nell’età della crescita, quando non sono più i piccoli, fiduciosi pargoli adoranti, pronti a seguire qualunque cosa venga loro dall’adulto, quando crescono e cercano il proprio posto nel mondo, quando avrebbero diritto ad essere creduti degni di fiducia, ritenuti capaci di autolimitarsi, di sbagliare e di imparare dagli errori e di capire in autonomia quando e dove sia il pericolo? Questa fraseologia poetica, mai compiuta, fortissima è lì a descrivere la demagogia che circonda la bambina.


Ci dice Pennac a proposito del demagogo: “Il demagogo sostituisce il dogma allo spirito critico, lo slogan al ragionamento, le voci incontrollate ai fatti stabiliti, le cieche convinzioni ai dubbi intelligenti, le credenze ai saperi, il diktat indiscutibile alle istituzioni misurate, e soprattutto, soprattutto, designa il colpevole, presentandosi come un vendicatore provvidenziale”. 

Ma la bambina è accolta dalla natura, dal bosco, grande, immenso protagonista di questa storia, che la ascolta, la vede, le parla e, soprattutto, ne è ascoltato. Succede ogni duemila anni che qualcuno si accorga che il bosco ulula, fischia, sì, ma è anche un meraviglioso, delicato, profumato, compagno di vita per noi esseri viventi su questo pianeta, necessario, il bosco, non per essere distrutto a nostro uso e consumo, ma come fonte di essenza, scoperta, di esperienza, soprattutto nell’infanzia.
Il bosco si fa lupo, la bambina e il lupo si vedono, si parlano, si legano. 
Il lupo proverà ad abitare le stanze dell’uomo, ma ci inciampa, va a sbattere, la casa lo respinge, è chiusa, “una fortezza vuota scavata nel piombo delle faccende”, una casa bidimensionale, senza fianco, né retro, inquadrata con telecamera frontale, lì, fissa, sbagliata. Parla di punto e croce. 



Poi, con l’aiuto della bambina, il lupo imparerà il linguaggio degli uomini – è la parola che ci rende uguali, ci ha insegnato Don Milani -,  e le stanze inselvaticheranno. Bellissima è la trasformazione della casa: così come succede alla stanza di Max, Nel paese dei mostri selvaggi, anche qui, scompaiono pavimenti, pareti, ed entra la natura, e la confidenza, e il legame si rafforza, e le storie si mischiano. Una doppia tavola ed entra in scena il cacciatore. Come? Un volo d’uccelli sopra un bosco a descrizione di uno sparo. Magnifica immagine. Nient’altro. 


Ed ecco, prepotente, l’altra grande protagonista inanimata della storia, elemento magico – sì, siamo davvero nella fiaba – : la casa, farneticante, tutta compìta nel detto e non detto, nuove frasi interrotte, mille e mille pregiudizi e stereotipi, e chiusure infinite. Solo i sassi parlano, qui.
Sembra di Ascoltare Ascanio Celestini in una sua celebre pièce Io sono come lei, sembra di sentire quegli adulti che sputano sentenze a metà, che non hanno il coraggio di affrontare, di ascoltare le ragioni dei ragazzi, che si danno man forte nel perpetrare pregiudizi e sentenze inappellabili, che condannano e puniscono i disobbedienti, senza dar loro alcuna udienza. 
E così, in un gioco di seduzione reciproca, la nonna e il cacciatore, tenuta in disparte la bambina, mettono di mezzo il lupo in una danza mortale, gli faranno sputare ogni parola imparata, poi, ferito a morte e legato, lo esporranno nel bosco al pubblico ludibrio, immensa vittima sacrificale, monito ed esempio per chiunque intenda non conformarsi a ciò che è “giusto”. 
Punto. 
E croce.
 

Manicheismo morale, ricordiamo? Siamo nella fiaba. Il bene trionfa, il male viene sconfitto. Ma è questo il male assoluto? Questo lupo? E la bambina trionfa?
La bambina è cresciuta, “lei, l’invisibile”, non ha perso il filo, e in finale, ridotta all’obbedienza, rientrata nella disponibilità della casa, uscirà di scena, lasciandosi alle spalle casa e nonna, andando per il bosco e ritessendo il proprio ricordo a punto erba.


A chi parla questa storia? È una fiaba, e come ogni fiaba, non è scritta per bambini né per aduti né è scritta per adulti per poi essere successivamente adattata ai bambini. Invece, come succedeva nei racconti del focolare, è un racconto per tutti. 
Parla dunque ai bambini? Perché no. Ognuno ne coglierà ciò che serve, riservandosi un livello di comprensione più profondo per il futuro. Agli adulti? Certo. Chi vorrà, saprà ascoltare, guardare questa storia, queste immagini potenti, forse vivrà con un brivido il ricordo della propria adolescenza braccata, o magari più libera e selvaggia di quella che oggi ha deciso di concedere al proprio figlio. Ma soprattutto parla a loro, ai giovani, ai ragazzi in cerca di un luogo, di un ascolto, di una possibilità di far vibrare il proprio presente, le proprie possibilità di incontro, di vivere nella natura, e che invece, sempre più, si trovano soli, alle prese con le case, prigioni dorate, sempre più chiuse, alle prese con i “non devi”.
E allora ricordiamo allora le parole di Shel Silverstein:

Ascolta i NON DEVI, bambino,
ascolta i NON C’E’,
ascolta i NON PUOI,
gli IMPOSSIBILE, i MACCHÈ,
ascolta i NON SOGNARTI,
ma dopo ascoltami un po’:
tutto può succedere bambino,
TUTTO si può.


E poi, se ci rimane un po’ d’amore per questa infanzia braccata, sposiamo la tesi di Mariangela Gualtieri, del suo Sermone ai cuccioli della mia specie, e incitiamola a questo:

Sbranate, cuccioli, le loro mani piene. 
Scassate le loro tane come galere. 
Sputate sui loro piatti, incendiate le 
Stanze gonfie di giocattoli, 
scappate, morsicate, tirate pietre sui 
televisori, scalciate, spaccate questo 
micidiale nostro sogno, l’inesauribile 
bisogno di confort, 
fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci 
per avere fatto di voi 
le nostre miniature 
per avervi disinnescati, resi innocui, 
per non avervi ascoltati, nel vostro 
sommo sapere.  
Voi che eravate le porte 
del regno dei cieli 
e chi non passava da voi non passava 
voi che eravate purissima gioia 
voi che eravate noi bloccati nella 
più grande bellezza 
voi che somigliavate ai cuccioli 
degli altri animali 
voi che capivate lo splendore 
misterioso degli animali 
voi che dormivate un sonno perfetto 
e benedetto voi che vi svegliavate ridendo 
voi che facevate balletti strepitosi. 
Voi, nostre divinità domestiche.  
Nascete ancora, cuccioli. Restate. 
Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate. 
Siate. 


Un’ultima notazione: vidi qualche anno fa una rappresentazione teatrale predisposta dal grande drammaturgo, attore e regista argentino César Brie. Gli alunni di una quinta elementare rappresentavano, in una breve e intensa scena, il loro passaggio dal mondo dell’infanzia al mondo adulto. Tutti i ragazzini, vestiti di nero, in piedi in cerchio, stretti gli uni agli altri, la schiena verso l’interno, braccia verso l’alto, simulavano un albero nel vento, le braccia come rami, agitate in un ritmo frenetico, interrotto, frammentato; i corpi uniti come in un unico tronco si flettevano e raddrizzavano, formando un’onda sincopata nello stormire del vento. Recitavano brevi frasi a descrizione dei loro desideri per il futuro, per la loro vita, per il loro viaggio. Stile paratattico, ogni voce inseguiva la precedente, ogni frase completava, si interrompeva, si sovrapponeva alla precedente. Fu emozionante, liberatorio, commovente. 

Ecco, queste immagini, questo testo, bastano a se stessi, qui c’è già tutto. 
Ma chissà cosa ne sarebbe in mano a César Brie.

Buona lunga vita a questo testo di riferimento. Ci sarà sempre un prima e un dopo a C’era una volta una bambina.