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martedì 13 gennaio 2015

I Martedì della Emme / 13. Sull’esser gufo

Il libro I Gufi è uscito nel 1963 per la Artemis Verlag in Svizzera, e in Italia
con la Emme Edizioni nel 1967. 
[di Valentina Colombo]

Puoi disegnare migliaia di volte un gufo, ma non carpirne mai il segreto.
Celestino Piatti (1992, forse)

Quando ho letto per la prima volta I gufi, arrivata alla fine ho borbottato qualcosa e ho richiuso il libro. Le illustrazioni magnifiche di Celestino Piatti, che press’a poco immaginavo anche lui di sembianze gufesche, mi erano piaciute, eccome.
Ma la complicità silenziosa di quei due rapaci con gli occhi grandi mi era sembrata banale, senza spessore, senza domande.

Questi due gufi che guardano gli altri animali azzuffarsi come matti senza mai intervenire o scomporsi, mi sono sembrati e mi sembrano a tutt'oggi strani.
Non discutono mai, loro. Non una sbavatura, un litigio su chi butta la spazzatura, su chi lava i piatti, niente. Perfetti, felici, sorridenti, guardano dall’alto ciò che accade.


Tutti vorremmo sapere il segreto di questa serenità, quasi ascetica, invidiabile.

E sapete cosa rispondono i gufi, a chi chiede quale sia il loro segreto?

Che le stagioni passano
che i fiori sbocciano
che i frutti maturano
che i ragni tessono le tele
e poi arriva l’inverno e se ne stanno pacifici a casa, e che questo vivere quieto è il loro segreto.


Bubbole, ho pensato.

L’ho pensato io e lo pensano gli animali del libro, che se ne vanno bofonchiando come me, alla fine della storia. Con i gufi che ammiccano l'un l'altro.

Avevo sbagliato, in quella prima lettura, quasi tutto.


Quello che mi ha riportato più e più volte a sfogliare quelle pagine sono state invece le illustrazioni così potenti, presenti, fisiche. Celestino Piatti è stato un designer, illustratore e grafico tra i più importanti in ambito svizzero-tedesco (se volete saperne di più, questo è il libro che fa per voi). Disegnava poster, copertine di libri, ma anche francobolli. Disegnava gufi, lo ha fatto per tutta la vita, in modo quasi ossessivo.

Francobollo svizzero disegnato da Celestino Piatti, 1959.

Le sue illustrazioni per questo libro hanno una presenza densa e misteriosa.

Una curiosità: nell'edizione inglese il titolo è I gufi felici (Atheneum, 1963).
Così, giusto per mettere in chiaro subito le cose. 

Credo che in realtà nemmeno Celestino Piatti sapesse il segreto dei gufi di questa storia, e se lo sapeva, non era in grado di spiegarlo a parole. Ecco perché tutto il mistero della loro serenità, in fondo, rimane tale.

Non capivo, quando lessi questo albo, cosa mi sarei dovuta portare via, su cosa avrei mai dovuto soffermarmi: quale fosse il segreto di queste due creature, che mi davano l’impressione di prendere in giro tutti.
Capivo invece il vociare e lo stridere, ai miei occhi così vitale, e vero, degli animali, e anche un po’ la loro stizza. Trovavo più umano il pavone con il suo gongolarsi che non i gufi con i loro sguardi d'intesa. Invece quello che oggi, a riaprire quelle pagine, e a cercare di spiegarle, rimane dentro, facendo radice, sono proprio quei due occhioni giallo-arancio, un po’ furbi, un po’ pacifici; a ricordarmi sempre di andare oltre le apparenze, le grida, gli schemi prestabiliti, e le spiegazioni, e a ricordarmi che ci sono cose e persone che misteriose sono e misteriose rimarranno. Proprio come i gufi.



Valentina Colombo (1981). Dopo la laurea in storia dell'arte si trasferisce a Barcellona per frequentare un master in editoria. Dopo tre anni presso la casa editrice Libros del zorro rojo torna in Italia lavorando prima per l'Agenzia letteraria Internazionale e in seguito per i Topipittori. Nel 2014 fonda la Phileas Fogg Agency, promuovendo illustratori ed editori di albi illustrati in tutto il mondo. 

Dal nostro catalogo, Valentina Colombo ha scelto in regalo un libro che uscirà a primavera: Quando il sole si sveglia, di Giovanna Zoboli e Philip Giordano.

Se siete bibliotecari, insegnanti, librai, promotori della lettura o appassionati di libri illustrati e desiderate partecipare alla rubrica I Martedì della Emme, presentando in un vostro post un libro di Emme Edizioni di Rosellina Archinto scriveteci qui, specificando di quale volume volete scrivere.


Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, le trovate  qui.


Qui trovate tutte le puntate precedenti de I Martedì della Emme:

I Martedì della Emme / 1: Un gioco per bibliotecari felici
I Martedì della Emme / 2: Federico, topo bambino
I Martedì della Emme / 3: Un’avventura invisibile
I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine 
I Martedì della Emme / 5: Un albo molto rumoroso
I Martedì della Emme / 6: Elogio dell'immaginazione
I Martedì della Emme / 7: Il sapore di una rivoluzione 
I Martedì della Emme / 8: Caro Stevie
I Martedì della Emme / 9: La storia che si ripete
I Martedì della Emme / 10: Dove c'era un prato 
I Martedì della Emme / 11: La vita quotidiana è una storia ricchissima

I Martedì della Emme / 12: Tutto cambia

lunedì 27 ottobre 2014

A cavallo degli alfabeti

[di Valentina Colombo]

John Alcorn ha illustrato LIBRI!, originariamente BOOKS! nel lontano 1963. Superfluo dire che ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora.
Innanzitutto la grafica e l’illustrazione, oggi, parlano anche, se non solo, il linguaggio di Photoshop o Illustrator, attraverso l’uso di palettine e palettone elettroniche, device astrusi o semplici, con o senza matitone digitale.
Una volta si disegnava a mano, si tagliava, si incollava, si sbagliava e si doveva ricominciare tutto daccapo. Per fare una copertina ci si potevano mettere settimane. Oggi ci sono il benedetto ctrl-Z e il Salva con nome. Si possono presentare in diretta diverse varianti, fatte in cinque minuti e mandate in stampa in un lampo. La velocità domina la creazione grafica e i tempi di realizzazione di una copertina possono dilungarsi solo se ci sono problemi (del grafico, dell’editore etc.).
Ai tempi di BOOKS! il libro era di carta, spessa o sottile, pesante o leggera, ma sempre carta; lasciamo stare le edizioni speciali in pelle di daino o seta cinese, parliamo dei normali libri in commercio in libreria.
Oggi ci sono (anche) ebook, app, enhanced book: li scarichi con un click seduto sul divano.


BOOKS! uscì negli USA nel 1963. C’era ancora la guerra fredda, in quegli anni, le notizie viaggiavano per telefono e televisione, ma erano diffuse a ore di distanza, un aereo ci metteva un giorno per attraversare un oceano ed Elvis era ancora vivo.
Adesso gli U2 vanno da Fazio su RaiTre; in 8 ore sei a New York, e le notizie viaggiano a dorso si passerotto blu su Twitter, istantaneamente.

  

Detto questo, è interessante cercare di capire come mai LIBRI!, riscoperto nel 2012 da Marta Sironi e riproposto da Topipittori, oggi sia stato pubblicato in inglese (Ammo books), francese (Autrement), coreano (Blue Wing), russo (Mann, Ivanov and Ferber), spagnolo e catalano (Gustavo Gili), portoghese (Pequena Zahar). Forse perché LIBRI! è semplice e affascinante; diverso e universale; vintage e attuale; serio e divertente. Spiega con immediatezza cos’è un libro, come si usa, come è fatto, qual è il viaggio che compie dalla testa dell’autore agli occhi dell'editore, alle mani del lettore, passando attraverso le cure del libraio, del tipografo, dell’illustratore, prendendo forma in parole e immagini, e assumendo i mille e uno significati della lettura.

A sinistra, edizione Simon and Schuster, 1963; a destra, edizione Ammo Books, 2014.
Il formato della nuova edizione americana è completamente cambiato, rispetto
all'originale, rimasto invece identico in tutte le altre edizioni realizzate nel mondo.

LIBRI! è un manuale. Anzi, è il migliore annuncio pubblicitario mai fatto sui libri.
LIBRI! è una brillante campagna di marketing concepita sul libro e per il libro fatta attraverso un libro; il che può sembrare bizzarro: ma se ci pensate, è come se vi stessero vendendo un'auto offrendovene una in prova (il che accade normalmente). Questo gioco continuo, dentro e fuori dal libro, la sua sorprendente freschezza è quel che rende LIBRI! traducibile in ogni lingua.

Edizione tedesca, 1966.
Il libro di Alcorn è stato sapientemente riprodotto da ognuno degli editori che ne hanno acquisito i diritti, pur con le varianti che ognuno di loro ha voluto inserire per renderlo adatto al proprio mercato e ai propri lettori, che non sono più quelli del 1963. In questo senso, inizialmente, ci ha sorpreso la scelta dell'editore americano Ammo di stravolgere completamente il formato originale, scegliendone uno più grande e più 'prezioso'. Vale a dire, secondo le loro intenzioni, più vicino a quello di un libro d'arte che a quello di un memorandum agile e spiritoso.

Una scelta spiazzante, che ancora non sappiamo se darà i suoi risultati, ma che senza dubbio risulta interessante, e in parte comprensibile. Del resto, anche l'originale edizione tedesca della fine degli anni Sessanta era stata manipolata: la copertina è totalmente diversa.

Se sfogliate LIBRI! notate da subito che i caratteri sono sorprendentemente differenti. Ogni pagina è diversa, per colori e forme. Ogni lettera o numero sono non solo segni e simboli ma anche immagini, illustrazioni. Le parole giocano a fare le figure.






















E, in fondo, proprio per questo non è sorprendente che russi e coreani, che hanno un alfabeto completamente diverso dal nostro, abbiano voluto cimentarsi in una traduzione, o meglio on una ricodificazione di questo libro. E se si guarda all’opera di Alcorn nel suo insieme, non sorprende che in LIBRI! sia riuscito a trovare un linguaggio così universale.

La sua opera, infatti, si basa su una inesauribile esperienza estetica, intellettuale e pratica, visiva e manuale, guidata da una inesausta meraviglia, da una rigorosa passione per la bellezza e dalla ricerca di un linguaggio capace di comunicare con chiarezza attraverso le forme.

In LIBRI!, come in pochi altri casi, ho sentito tanto forte il potere del libro, la sua capacità di parlare, tirare fili, illuminare significati.



Alcorn ha fatto questo per tutta la sua vita. Ha cercato uno stile che fosse, sempre, un modo di comunicare, creando un riconoscibile codice visivo e approfondendo il potere sia del testo sia dell’immagine, sia di entrambi gli elementi in relazione fra loro.

Dal genio di questo grafico, artista, illustratore, sono nate locandine di film (per dirne uno, Amarcord di Fellini), marchi editoriali (la BUR, per esempio), pubblicità di bibite gassate (la Pepsi), copertine di libri (qui l’elenco è infinito). Li ha raccolti Moleskine in una monografia completa curata da Marta Sironi, insieme a Stephen Alcorn. Un volume di più di 400 immagini prese dall’archivio Apice dell’Università di Milano, dove tutto il fondo Alcorn è conservato (avete capito bene: Alcorn ce l’abbiamo noi, in Italia: tutto).

La grafica del volume è stata realizzata da Marina del Cinque, che chi segue questo blog e i Topipittori conosce, perché a lei si deve la grafica di numerosi libri di topesca pubblicazione, in particolare Il viaggio di una stella.
Non è strano che Moleskine si sia cimentata nella pubblicazione di un volume del genere. I taccuini di questo marchio sono potenziali scrigni dei tesori per scrittori e illustratori di tutto il mondo. Pensieri, parole, suggestioni su quelle pagine testimoniano un processo creativo inesauribile e personale.



John Alcorn: Evolution by design è una imprescindibile fonte di sapere e ispirazione. Consente un accesso privilegiato alla progettualità artistica di Alcorn, attraverso un'infinita galleria di  successi e scarabocchi.
E, infine, per completare il quadro, il 13 novembre, in occasione di Bookcity Milano, Guido Scarabottolo terrà una rilettura di Alcorn. Un dialogo tra passato e presente, fra un art director artigiano innamorato di carta, penna e forbici e uno che ha trovato un terreno ideale anche nel digitale; tra un progettista di copertine di oggi e uno di allora, per cercare di ritrovare territori comuni di pratica e pensiero, confrontandosi a distanza di tempo e di spazio, cercando di capire cosa è accaduto ai mestieri di grafico, artista e illustratore. Che sia una Università, quella di Milano, ad accogliere questo evento, non fa che sottolineare ancora una volta l’importanza di imparare, di riflettere, di indagare il passato per sperimentare il nuovo e proiettarsi verso il futuro.


venerdì 18 aprile 2014

Munari politecnico

[di Valentina Colombo]

Faccio parte di quello stuolo di ammiratori (quasi) incondizionati che ha praticamente fatto il conto alla rovescia per l'apertura della mostra dedicata a Bruno Munari dal Museo del Novecento, a Milano. Dal 6 di aprile al 7 settembre, al piano terra di questo bellissimo spazio, potrete vedere numerose opere del designer, pittore, scultore, scrittore, teorico, filosofo, artista, futurista, concretista... insomma di Munari “politecnico”. Un aggettivo che, secondo il curatore Marco Sammicheli, racchiude proprio l'indiscussa poli-tecnicità di Munari. Abbiamo già parlato svariate volte di lui in questo blog, in relazione ai suoi libri per bambini, ma anche alla sua estetica, alla filosofia e al metodo da lui creato, che ormai hanno fatto scuola.
Dare conto di questo immenso corpus di ricerca e di opere è una impresa non da poco. Le collezioni Munari sono sparse un po' ovunque. Quello che è presente alla mostra in corso proviene in gran parte dalla Fondazione Vodoz-Danese, dove si è realizzata la prima retrospettiva, nel 1996, di cui questa è una ideale prosecuzione e un ampliamento; dalle Collezioni Civiche del Comune di Milano; dallo stesso Museo del Novecento e dagli archivi dell'ISISUF (Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo).

Alta tensione, 1996

Macchina aerea

Chi conosce le opere di Munari forse da una retrospettiva si aspettava una quantità e una varietà di opere diversa. 

In primo piano, Fossili del 2000, 1979. Sullo sfondo si vedono
 i disegni per Nella notte buia, libro uscito nel 1956.
Scrittura illeggibile di un popolo sconosciuto, 1984-1985

Una delle teche con i lavori editoriali di Munari.
A sinistra, Le Macchine di Munari, a destra un suo taccuino.
Solo poche tavole dedicate ai suoi libri, pochi dei suoi bellissimi Libri illeggibili: la parte editoriale del suo lavoro è forse la più assente in questo allestimento, curato da Paolo Giacomazzi, molto ben riuscito, coerente con la limpidezza e la pulizia del lavoro di Munari.

Bambù, 1965
La mostra è suddivisa in quattro sezioni: la formazione artistica giovanile; il rapporto con la scienza e la relazione tra questa e la prassi e teoria creativa; quello con l'arte, l'estetica e il fare artistico e, infine, con i movimenti con cui Munari è venuto in contatto nel corso della sua vita. Intorno a questi quattro pilastri alcuni spunti, sprazzi di quello che accadeva a Milano e nel mondo, a dialogare con le opere esposte, cercando di far emergere le citazioni, le rielaborazioni e le riflessioni di Munari sulla contemporaneità. E quindi si trovano, sulle pareti laterali della sala, tra gli altri, Franco Grignani, Max Huber ed Enzo Mari.
Di nuovo, mai visto altrove, almeno per me, c'erano i Vasi di Bambù, ma soprattutto un accenno, peccato sia solo tale, alla presenza fondamentale della moglie Dilma, autrice di un piccolo collage, tra i primi esposti, che sembra giocare con le opere del marito.

Carlo Belloli, Tipogrammi per Marinetti, 1943

Dilma Munari, Collage su carta senza titolo, 1936

Enzo Mari, Interno, 1952

Max Bill, Farben um schwarz und Weiss, 1977
Eppure, da una retrospettiva su un artista così, in una cornice tanto importante, forse mi sarei aspettata di più. Si sente, pesante, l'assenza dell'elemento del gioco, così fondamentale per Munari. Se ne vede bene l'aspetto sperimentatore, polimaterico, politecnico, appunto. 

Proiezioni dirette, 1951

Si nota il lavoro teorico e pratico sui materiali, e quindi, sul design. Ci si diverte a spulciare tra le diapositive esposte ordinatamente nelle teche, e a immaginare i Tessuti ottenuti dagli errori delle macchine stampatrici degli anni Ottanta sulla sedia di design esposta in uno degli eventi della Design Week, appena terminati.

Tessuti ottenuti dagli errori delle macchine stampatrici, 1982

Mi chiedo che cosa si volesse trasmettere di Munari, a chi e utilizzando quale chiave di lettura. Mi resta una sensazione di incompletezza, di non chiarezza. C'è sempre una semplicità nelle sue opere, data dal fatto che il primo motore di conoscenza in Munari è sempre stata l'esperienza, intesa proprio come sperimentazione casuale, pratica, giocosa del mondo e di tutte le manifestazioni della creatività umana. Una mostra come questa è forse troppo, per così dire, seriosa. 


Sarebbe stato bellissimo se tra una limpida bacheca e l'altra ci fosse stata qualcuna delle splendide foto esposte nella sala attigua: una raccolta di scatti di Ada Ardessi e Atto con il titolo Chi s'è visto s'è visto (un titolo che credo Munari avrebbe amato perché racchiude una ironia e un gioco di parole ricchi di spunti di riflessione) che avrebbero contribuito a creare quel ritratto di uomo minuto e curioso che invece fatica ad emergere.
Infine, dal punto di vista di una appassionata, è un peccato che questa retrospettiva si limiti solamente alle opere provenienti dalle collezioni comunali e dalla Fondazione Vodoz-Danese. 

Lo scorso settembre, ad esempio, tra le tante iniziative, al MoMA di New York, Corraini, editore ormai di quasi tutto il corpus delle opere diMunari, ha presentato la sua collezione di libri d'artista, opere fuori catalogo e bozzetti. Sembra che le due mostre non abbiano in nessun modo dialogato tra loro, ed è un peccato, perché Munari politecnico è anche Munari illustratore e grafico di libri per bambini, e non solo. Ma penso anche alla bella Collezione di Cantù. Questo anche perché il 3 giugno si terrà una giornata internazionale di studi su Bruno Munari, con esperti provenienti da ogni parte del mondo.

Movimento apparente di una texture, 1960
La mostra è senz'altro degna di essere vista, sia che si conosca bene Munari sia che ci si avvicini a lui per la prima volta. C'è tanta bellezza in quelle sale da rimanerne folgorati a vita, e tante sollecitazioni visive e metodologiche da scriverne pagine e pagine. E sicuramente mi rimane la grande curiosità del catalogo, in corso di realizzazione. Non si tratterà, a quanto sembra, di un normale catalogo delle opere esposte, ma di un ritratto di Munari attraverso gli occhi di chi lo ha conosciuto e ha lavorato con lui. Il libro verrà presentato a fine mostra, quindi dovremo attendere ancora qualche mese. Un altro conto alla rovescia per me.  

mercoledì 12 febbraio 2014

Leggere come si vuole

[di Valentina Colombo]

Su questo blog, qualche tempo fa, vi abbiamo parlato dell'uscita di Viperetta. Racconto illustrato per i piccoli, una riedizione di un'opera di Antonio Rubino pubblicata dall'editore milanese Scalpendi. Martino Negri, che ha studiato l'opera di Rubino e che ha curato questa edizione, arricchendola con un interessante saggio, ha poi proseguito il suo percorso di riscoperta di questo prolifico autore e illustratore; ed è grazie a lui e al sempre attento Scalpendi che oggi ho tra le mani La scuola dei giocattoli, in libreria da qualche mese.
Si tratta di un cofanetto di sette volumetti in brossura, sei dei quali sono i veri e propri racconti di Rubino, mentre l'ultimo è un saggio sulla storia di questo singolare progetto editoriale, datato 1922: un progetto promosso dall'Istituto Editoriale Italiano, teso all'educazione dei bambini attraverso il gioco.

Spesso la parola "scuola" è, per i fanciulletto, sinonimo di castigo; per lo meno essa si presenta alla sua immaginazione come antitetica alla parola "giuoco". 
Non sarà più così...

Queste le parole usate dall'editore per presentare la collana, che aveva una veste grafica singolare. Si trattava infatti di una vera e propria scuola di cartoncino, o legno dipinto, dentro cui venivano sistemati i vari libri, nelle varie stanze.

Quando i libri sono cilindricamente chiusi, cioè arrotolati, la umoristica figura che vi è dipinta sulla copertina prende la forma e le sembianze di un fantoccio [...]. Cosicchè i sei fascicoli appaiono a tutta prima sei piccole creature...

L'idea di associare l'apprendimento scolastico con il divertimento della lettura, o con il gioco, è cosa che per noi ha una lunghissima tradizione in ambito pedagogico. Il valore educativo intrinseco dell'atto ludico è ormai riconosciuto e, in maniera più o meno forte, sostenuto da psicologi e studiosi di tutto il mondo. L'associazione fra apprendimento, crescita e la lettura, invece, ha il suo esempio più classico nella letteratura di formazione.
Rubino, invece, sceglie una forma, quella dell'albo e della storia illustrata, assolutamente diversa, che fa più l'occhiolino ai manuali, agli abecedari, ai numerari. Come in Viperetta, romanzo di formazione sui generis, anche qui Rubino si avvale dei codici propri dell'arte simbolista, surrealista, della pubblicità e della sua ironia per creare una tipologia di albo che non abbia il mero compito di insegnare una nozione, ma che, come si vede sfogliando le pagine, crea una dimensione di lettura della realtà assolutamente peculiare.
Belle lettere è un "sillabario a figure per leggere senza sforzo"; seguono Numeretta, O di Giotto, "nomenclatura figurata degli oggetti più familiari; Bestie per bene, Io asino primo, "racconto educativo" e Re Bifé, "deliziosa fiaba". Un percorso che parte in modo strutturato, dalle lettere, per passare ai numeri, per arrivare alla parola scritta a definire gli oggetti; e poi gli animali e il loro mondo, una lezione di morale e una fiaba. Un itinerario che porta alla lettura di quest'ultimo racconto, attraverso un progressivo maturare delle capacità immaginative e interpretative, dalla semplicità della lettera dell'alfabeto alla complessità della decodifica dell'illustrazione in relazione al testo.
I libretti sono capolavori di immagine, parola, sorpresa e straniamento, con una componente di rivoluzionaria, piccola follia in ognuno di essi.


In Belle lettere il Re Alfabeto presenta agli alunni delle elementari, all'ora del tè, le sue figlie-lettere. Un abecedario in rima per imparare il Be-a-Ba dove Rubino usa il carattere, l'emotività nascosta nel suono delle singole lettere per costruire veri personaggi:

Tonda, grassa, soddisfatta
a dire vero un poco sciatta,
ecco l'O che ha sempre il cuore
pieno zeppo di stupore.




Numeretta passa ben presto da una lezione illustrata sui numeri a una lezione sulla geometria e il disegno e, di pagina in pagina, scopriamo un intero mondo popolato di personaggi come "L'Omo curvo", "Ottusello" e i "Poligoni ottentotti".

O di Giotto però è il racconto che più di tutti colpisce per immaginario, contenuti, e perché è un inno all'immaginazione infantile. La scrittura passa dalla rima dei precedenti libri alla prosa, e le immagini si prendono pagine intere, cacciando il testo in posizione subalterna. E chiave di volta è proprio la O, che da lettera diventa immagine, personaggio: un pittore capace di rappresentare il mondo. La rappresentazione però è "sbagliata", deformata, ma proprio per questo, affascinante:

Perché, se le figure fossero state giuste, i bambini guardandole avrebbero detto: - Queste figure assomigliano alle cose che si vedono tutti i giorni.- E si sarebbero annoiati.

O di Giotto non scrive realmente, ma disegna con le "lettere dei piccoli", le figure, "che si possono leggere come si vuole".


E fa un libro che fa molto dispetto ai grandi "che mancando di fantasia, non sanno leggere che le parole scritte".
Bestie per bene, Io asino primo e Re Bifè sono tre racconti il cui lato didattico non è di lineare interpretazione.



Nel primo, Salinzucca Sperindeo si mette in testa di educare gli animali alla civiltà, e ci riesce, ma alla fine torna a casa con un pezzo di naso in meno, azzannato dal leone; Io asino primo non è un libro solo per bambini capricciosi, ma anche per i loro genitori oziosi; e Re Bifè, affetto da risata incontenibile, deve riappropriarsi del pianto sincero per salvare il suo regno.
Cosa resta di questa finalità educativa, scolastica, che animava le intenzioni dell'editore? Come declina Rubino i messaggi da trasmettere?



Le sue immagini parlano il linguaggio delle arti grafiche e della pubblicità, della fotografia e delle avanguardie. I suoi testi sono acuti e divertenti, e su tutto aleggia un velo sinistro. Non c'è la limpidezza e l'univocità dei testi didattici tradizionali, non ci sono le morali e nemmeno le regole.

Si tratta piuttosto di operette in cui Rubino crea un universo immaginifico e simbolico che stuzzica la mente dei ragazzi, dimostrando un certo gusto per il macabro (la morte di O di Giotto), il grottesco (il morso del leone a Salinzucca Sperindeo) e attingendo al repertorio della favola e ai suoi codici.
Il segno di Rubino si unifica nella linea, nel colore, nella geometria. Questa relazione strettissima tra il segno della parole - la parola scritta, con le sue curve e stampatelli, a capi e maiuscole - e il contorno delle figure è la vera ricchezza iconografica di questo lavoro.

Tutto è un continuum in cui l'illustrazione non è più soltanto tale, ma è parte integrante del racconto, componente decisiva alla definizione delle storie e dell'architettura delle pagine.


Ripensando anche all'espediente della casa-scuola in cartone in cui i libri venivano venduti, viene da dire che questo teatro di personaggi quasi psichedelici rappresenti una satira ben più arguta e sofisticata, una specie di commedia della vita. Emerge in particolare in Io asino primo, dove i genitori borghesi non fanno una bella figura, ma è sottesa a tutto questo progetto. Come se l'idea di "educazione" e di didattica fosse in qualche modo costantemente sottoposta a satira, una satira arguta e non subito evidente, ma velata, nascosta nelle storie. Un invito a non esagerare con dogmi e regole, che infatti vengono sempre messi in discussione e in parte ribaltati, ma partendo dall'ordine e dalle nozioni, ritrovare una capacità di critica e apprendimento attraverso sguardo, lettura, parola.

E rileggendo i sei libri in quest'ottica si può dire che l'invito sia a un apprendimento lontano dagli adulti, lontano da convenzioni e facili risposte, a farsi domande e cercare risposte oltre la realtà "noiosa", a portata di mano e occhio, per creare una visione del mondo che è forse l'unico vero modo per diventare un po' più grandi, dentro e fuori scuola.