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giovedì 10 gennaio 2013

I regni dell'immagine/8. Animula vagula blandula

Kariye Camii, Turchia, Istanbul. Cartolina, ca 1890-1900.

Durante le vacanze di Natale, a Istanbul ho visitato la chiesa di San Salvatore in Chora, in turco Kariye Camii o Kariye Kilisesi, edificata nel V secolo, che si trova nel quartiere di Edirnekapı, distretto di Fatih. Si tratta di una architettura bizantina fra le più importanti, che contiene un ciclo di affreschi e di mosaici fra i più celebri e significativi, realizzati su ordine del logoteta (sorta di cancelliere o ministro del Tesoro) Teodoro Metochite fra il 1315 e il 1321.

San Basilio, San Gregorio il Teologo, San Cirillo di Alessandria. Affresco, Chora Museum.

La ricchezza visiva e simbolica di queste immagini è straordinaria, e su di esse esiste, infatti, una bibliografia sterminata. Se ne parlo, è per descrivere un'esperienza di lettura di immagini a cui ha dato luogo il semplice contatto visivo con una materia a me praticamente sconosciuta qual è l'iconografia sacra bizantina che differisce da quella cattolica a cui per cultura sono più abituata. A parte lo splendore indicibile (basti guardare solo l'elegante sfilata di santi, qui sopra), quel che quasi subito mi ha colpito in queste raffigurazioni che hanno come soggetto Cristo, la Vergine e le storie a loro legate, è stata la numerosa presenza di bambini e infanti.

Angelo che intercede per un anima. Affresco, Chora Museum.
Per esempio, il ragazzino nudo, in piedi, in un pennacchio del parekklesion (cappella laterale rispetto al corpo centrale della chiesa), il cui capo è sfiorato dal tocco della mano destra di un grande angelo alle sue spalle. Secondo l'interpretazione che ho trovato, si tratta del gesto angelico di protezione verso un'anima. Ed è stato ipotizzato che si tratti dell'arcangelo Michele che intercede per l'anima di Teodoro Metochite, committente di queste immagini. Ora se si raffrontano il mosaico e l'affresco che rappresentano questo personaggio, ci si rende subito conto quanto le immagini differiscano. Il mosaico racconta del personaggio la magnificenza, la potenza, l'importanza politica e l'appartenenza sociale, l'affresco mira alla sua essenza, dove tutto ciò che ha caratterizzato l'adulto scompare, per lasciar campo a un'immagine di fragilità, ma anche di assoluta integrità, che coincide con quella di un bambino.

Teodoro Metochite offre la chiesa di San Salvatore a Cristo. Mosaico, Chora Museum.

Altri bambini si incontrano nella rappresentazione di Lazzaro, raffigurato in due scene diverse: la prima corrisponde al miracolo della resurrezione, secondo l'iconografia nota. Nella seconda, invece, Lazzaro non è più l'uomo adulto che si osserva nella scena precedente, ma appare bambino, dopo la propria morte, seduto sulle ginocchia e fra le braccia di Abramo, che lo reggono in una figurazione simile a quella di Cristo in grembo alla Vergine. Quel che si vede, è, dunque, la sua anima rinata alla vita eterna. La folla di bambini alle spalle delle due figure in primo piano corrisponde alla schiera delle anime che si raccolgono nel grembo del patriarca, come è detto nel Vangelo di Luca (16,19-31).

Lazzaro seduto in grambo ad Abramo. Affresco, Chora Museum.

Anche nei mosaici della chiesa sono rappresentate diverse nascite: quella di Cristo, ma anche quella della Vergine, e in quanto madre appare anche Elisabetta in fuga dalla strage degli innocenti con il figlio Giovanni Battista, in fasce.

Natività. Mosaico, Chora Museum.
Nascita della Vergine. Mosaico, Chora Museum.
Santa Elisabetta in fuga. Mosaico, Chora Museum.

Ma scene di nascita, o meglio rinascita sono, senza contraddizione, anche quelle di morte, come la Dormizione della Vergine, o Koimesis, cioè il momento della morte di Maria raccontato nei Vangeli apocrifi (nella liturgia bizantina all'episodio corrisponde la festa mariana più importante). Qui, Cristo, in posizione verticale, e la Vergine addormentata sul letto funebre, orizzontalmente, compongono la lettera Tau rovesciata, simbolo sia di salvezza sia di compimento della parola rivelata. Cristo regge un neonato in fasce: l'anima di Maria, in una evidente inversione di ruoli. Un'immagine straordinaria, la cui forza credo possa essere legata al significato simbolico, così profondo anche solo dal punto di vista psicologico, del figlio che rimette al mondo la madre dopo essere stato da lei messo al mondo (Maria, “figlia del proprio Figlio”, scrive Dante).

Dormizione della Vergine. Mosaico, Chora Museum.

Nella chiesa la Vergine è rappresentata in un mosaico anche secondo l'iconografia detta della Madonna del Segno o Blachernitissa, con il Figlio inscritto in un cerchio luminoso al centro del busto e con le mani alzate, oranti. La scritta che la accompagna è “Maria dimora dell'incontenibile” (nel Libro della Genesi, Giacobbe dice di Maria: "Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo", Gn 28, 17).

Madonna del Segno. Mosaico, Chora Museum.
Una definizione che non avevo mai letto finora e che, personalmente, trovo illuminante per la profondità psicologica che sottende, accennando a un principio che informa di sé l'uomo e nel contempo lo trascende e gli sfugge, condizione che rappresenta la difficile, misteriosa e, a quanto sappiamo a oggi, unica posizione dell'essere umano nel cosmo.

Tutta l’iconografia di questa chiesa allude alla resurrezione e alla vita eterna. Dunque, qui, come altrove, si poneva il problema non da poco di come rappresentare la parte spirituale dell'uomo, che per i Padri della Chiesa è indipendente dal corpo. È interessante notare che se anima e corpo sono due sostanze separate accidentalmente unite, in queste immagini la soluzione iconografica assunta per raffigurare il momento in cui, con la morte, l'anima si stacca dal corpo per raggiungere il Cielo, è quella dell'infante, che paradossalmente rappresenta il momento di massima integrità fra corpo e anima. Una contraddizione solo apparente se si pensa che con la resurrezione dei morti anima e corpo si sarebbero ritrovate in perfetta ed eterna unità: dunque in una sorta di integrità dell'essere piena e ritrovata. Perciò si può dire che visivamente il problema della rappresentazione della separazione fra materia e spirito e nel contempo della sua ritrovata unità, qui trova concreta soluzione nell'immagine del bambino. Una soluzione che apre, mi sembra, a riflessioni molto interessanti

Ba, Papiro di Ani, XIX Dinastia, Tebe, circa 1250 a C.
British Museum Papyrus BM 10470.
La corrispondenza fra l'anima e il fanciullo o il neonato venne agli artisti bizantini dai Greci e dagli Egizi i quali raffigurarono la parte spirituale dell'uomo sotto forma di minuscolo essere alato, uccello o creatura volante che si libra sui morenti in raffigurazioni di battaglie o intorno alla barca di Caronte o nelle psicostasie (l'atto di pesare sulla bilancia l'anima del defunto).


Anima che esce dal corpo. Ballerup. c.1240.
The Mills-Kronborg Collection of Danish Church Wall Paintings.

Talvolta, nella concezione greca, la rappresentazione delle anime dei defunti va a coincidere con quella dei demoni, come le Keres, malvagie anime femminili. La corrispondenza fra fanciullo, genio, daimon, ed essenza, anima che abita l'uomo, nella cultura classica, del resto è il punto da cui prendono avvio alcuni celebri saggi, come Puer Aeternus e Il codice dell'anima, in cui lo psicoanalista junghiano James Hillman sviluppa il suo pensiero su infanzia, individuazione e destino.

Dall'iconografia bizantina l'anima raffigurata come infante nudo o in fasce, a volte in atto di uscire dalla bocca del morente, passò poi al Medioevo che rappresentò l'anima dei santi come un bimbo appena nato, puro e senza malizia (animula).
E qui mi fermo. Quando ho visto l'immagine dell'angelo che sfiora il capo del fanciullo, nella Chora di Istanbul ho pensato immediatamente a quella struggente poesia scritta dall'imperatore Adriano poco prima della morte: Animula vagula blandula.

Piccola anima smarrita e soave,

Compagna e ospite del corpo,

ora t'appresti a ascendere in luoghi

incolori, ardui e spogli,

ove non avrai più gli svaghi consueti.

Un istante ancora

Guardiamo insieme le rive familiari, 

le cose che certamente non rivedremo mai più…

Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti…
(traduzione di Lidia Storoni Mazzolani)

Ecco, questo, credo, può significare a volte sperimentare il senso più risposto di una visione grazie ai nessi che stringono fra loro le immagini a cui il nostro sguardo ci dà accesso e le parole che ci abitano.

venerdì 7 dicembre 2012

Quando arrivano le tate

Il nuovo numero di Hamelin ci è arrivato da qualche giorno. Tema: Nuovi tabù: l'infanzia ovvero “mettere i bambini dappertutto per non metterne nessuno da nessuna parte”. Tante le cose interessanti. Nicola Galli Laforest analizza la perversa e invalsa abitudine degli editori italiani di sbattere in copertina di romanzi, esangui e malinconici visetti di ragazzini, sollecitando il fanciullino mai sopito che dorme in ogni adulto. Sua e di Barbara Servidori anche una interessante intervista alla come sempre angolosissima Anne Fine. Giordana Piccinini riflette su cosa significa raccontare l'infanzia, soffermandosi sul pensiero che “i racconti di infanzia più autentici sono quelli in cui non accade quasi nulla in superficie”, e trattando anche della nostra collana Gli anni in tasca. Poi ci sono belle pagine di Mariangela Gualtieri a proposito di cosa sia la poesia. Altrettanto belle e interessanti quelle di Nicoletta Gramantieri su cosa poi ce ne facciamo di questa benedetta poesia. E una nota speciale meritano le magnifiche illustrazioni di Viola Niccolai, disseminate per tutto il numero per la gioia degli occhi dei lettori.

Il logo della trasmissione italiana, S.O.S Tata.
Ma l'articolo su cui oggi soffermo l'attenzione è S.O.S. Arrivano le tate di Ilaria Tontardini, dedicato alla  celeberrima trasmissione S.O.S Tata (format Usa, Nanny 911). E lo faccio per diverse ragioni. La prima è che, proprio come Ilaria, finché ho avuto la TV ho seguito questo programma. La seconda è che una delle persone di cui nell'articolo Ilaria fa menzione sono io (“Non avevo dato tanto peso alle tate fino a che non ho sentito da più voci – stimate e molto diverse fra loro – apprezzamenti positivi di vario genere.”). La terza è che l'articolo affronta un medium che nel nostro ambiente è poco preso in considerazione, la televisione, in cui i bambini non solo appaiono con frequenza, ma di cui sono avidi consumatori (come dimostrano anche quelli della trasmissione in oggetto). La quarta è che l'articolo di Ilaria è brillante e interessante. La quinta è che il mio punto di vista sulla trasmissione è sensibilmente diverso dal suo. 

Il logo della trasmissione americana, Nanny 911
 L'articolo di Ilaria si sofferma sulla modalità di svolgimento del programma, mette sotto esame il linguaggio e i comportamenti delle tate, in particolare della loro decana, la poderosa Tata Lucia, descrive i comportamenti delle famiglie e, argomentando con competenza su temi pedagogici cruciali del nostro tempo (autonomia, regole, rispetto ecc.), tira le fila del discorso. L'articolo andrebbe letto per intero, dato che è ricchissimo di spunti, purtroppo qui io mi limiterò a riportarne un brano.

S.O.S Tata vuole stimolare la catarsi: i disastri altrui ci sollevano dai nostri. Se la famiglia Cerrato è sopravvissuta alle grida di Rachele che non vuole riordinare la stanza (che poi risistemerà), possiamo farcela tutti. Si tratta di uno specchio molto inquietante della nostra realtà. Perché è chiarissimo che in questo programma tutto è finzione e per questo reale come non mai. Cela un desiderio di perfezione di cui siamo tutti vittime: quello che va dal corpo scolpito di una ventenne che può essere riguadagnato con una crema anche a sessant'anni, ai figli impeccabili, belli, buoni e sedati. A suon di puntate. Bastano poche – ci si accorge presto di una assenza: non ci sono i bambini.  

 Tata Lucia.
A essere precisi il bambino è l'ingombrante presente, il fulcro della trasmissione che senza di lui non esisterebbe: il movente delle chiamate è sempre una prole problematica, descritta con abilità da montaggi televisivi serrati e sicuramente efficaci. […] Ma di queste creature cosa resta? L'immagine di una performance atletica che ha per movente il capriccio, la forza di una presenza attoriale. 

La risposta del programma è un senso fortissimo di medicalizzazione dell'essere piccoli: l'infanzia è problematica e se c'è un problema questo va sciolto. Con un diktat, un gioco a punti, una cameretta nuova, il bambino va ricondotto a uno schema che consenta agli adulti di saperlo contenere. Di capirlo o ascoltarlo non se ne parla. “Ascoltare o ubbidire” dice Tata Lucia alle due sorelle Guerra: una affermazione che ha sicuramente una sola direzione, che nega a priori l'idea di un dialogo. L'infanzia viene estromessa come soggetto dal ragionamento, ne è l'oggetto, non ha diritto di parola.

Francesca Valla, Renata Scola, Lucia Rizzi
Come ho accennato poco fa, non guardo S.O.S Tata da alcuni anni. Pertanto le mie impressioni si fondano sulle prime serie: non so se vi siano stati dei cambiamenti e in che direzione eventualmente  siano andati. Ma prima di parlare del programma, mi voglio soffermare sulle figure di alcune famose tate.
Dopo il clamoroso ingresso della Mary Poppins di Pamela Travers nella letteratura per ragazzi, la tata, infatti, si può dire abiti stabilmente il nostro immaginario.
Lo ha fatto e lo fa attraverso numerose incarnazioni, e si può dire sia diventata una vera e propria star del piccolo e grande schermo.

Mary Poppins, dal romanzo di P.L.Travers, 1964,
con Julie Andrews, regia di Robert Stevenson.
Il film prodotto da Walt Disney tratto dal romanzo della scrittrice australiana ha fissato alcune delle fondamentali caratteristiche di questa creatura che si muove negli interni domestici a metà fra la fiaba e la pedagogia avanzata. Perché se i genitori sono pronti a dare fiducia solo a curriculum consolidati e a personalità energiche, i bambini si fidano sempre, e solo, di chi sa entrare in relazione rispettosamente con il loro mondo di sogni e pensieri, in cui la fantasticheria e l'impossibile sono di casa. Come Mary Poppins, appunto.
La governante della famiglia von Trapp di Tutti insieme appassionatamente, girato l'anno dopo Mary Poppins, e intrepretata guarda caso ancora da Julie Andrews, non fa che asseverare il concetto.
Oltre a ricostituire l'unità di una famiglia depressa da un grave lutto, guadagnandosi la fiducia di tutti i figlioli di casa, impalma anche il seducente e inconsolabile papà vedovo, ex comandante della Marina Imperiale Austriaca, amante dei monti e delle stelle alpine.

Tutti insieme appassionatamente, 1965,
tratto dal musical The sound of Music
di Richrads Rodgers e Oscar Hammerstein II,
regia di Robert Wise, con Julie Andrews.
È quel che accade anche nella sitcom anni Novanta La tata, dove la procace e mattissima Fran (Francesca Cacace from Frosinone) oltre a risolvere, con spiccio buon senso e creativa eccentricità i più spinosi problemi di una famiglia di abbientissimi del mondo dello spettacolo, gli Sheffield, finisce per convolare a giuste nozze con il papà della prole, fascinoso produttore di Broadway. In altre produzioni, l'avvenenza della tata si volge nel suo esatto opposto: la tata è brutta, bruttissima. Ma dentro è bella, bellissima e questa bellezza interiore fa sì che nessuno la veda più come tale e la insignisce del titolo di più amata, cosa che finisce per cambiarne persino i connotati.

The Nanny, sitcom anni Novanta che racconta,
le avventure di Fran Fine (Fran Drescher).
Letteralmente è quel che accade nel film Nanny McPhee, dove nel corso del film bitorzoli e gobbe della tata si smaterializzano via via restituendoci una Emma Tomphson da strega a cinquantenne da copertina. Va detto che la bruttezza della tata qui sta anche ad alludere alla natura e al potere stregonesco femminile, capaci di fare l'incantesimo di riportare in seno alla famiglia un ordine ormai creduto impossibile.
Anche Robin Williams in Mrs Doubtfire compie lo stesso prodigio, ma da avvenenza in bruttezza, e con salto transgender (perché, si sa, in presenza di legittime mogli, la donna più adatta a entrare in famiglia, la più affidabile, è quella meno seducente). E dà da pensare che nell'ultima serie di S.O.S. Tata abbia fatto il suo ingresso un Tato, come già è accaduto nella serie americana Nanny 911 (e d'altra parte la serie telesiva Tre nipoti e un maggiordomo metteva in luce la vocazione educativa maschile).

Nanny McPhee, (in it. Tata Matilda) 2005,
tratto dai romanzi di Christianna Brand,
con Emma Thompson, regia di Kirk Jones.
La corpulenta Mrs Doubtfire, che costa ore di trucco al suo inventore, è l'unica a saper leggere nel cuore dei bambini e a portare l'ordine necessario nelle loro vite che hanno bisogno, sì, di trasgressioni e mondi fantastici, ma anche di essere contenute da certezze, regole e affetti a prova di bomba, per scongiurare patologie di ogni sorta e tetre infelicità. Mary Poppins docet.
Annie, della commedia sofisticata Nanny Diaries, sottolinea un carattere fondamentale del codice gentico della tata: la distanza. Quella distanza che in Mary Poppins è dichiarata dal suo arrivo e dalla sua partenza appesa a un ombrello nel più vuoto degli spazi: il cielo. A simboleggiare una origine sconosciuta e inconoscibile, una vita senza legami. La tata piove, letteralmente, da un altro pianeta, da una dimensione altra: non ha famiglia e se ce l'ha è poco importante e non interessa a nessuno.



Mrs. Doubtfire, dal romanzo di Anne Fine, 1993
con Robin Williams, regia di Chris Columbus.
La tata, in fondo, ha una caratteristica imprescindibile per chi si deve occupare degli altri: l'impersonalità. La sua autorità, il suo carisma, la sua credibilità si fondano sul suo mistero, che la fa essere super partes, come un analista, uno psicoterapeuta, un medico, che sono tanto più empatici e risolutori, quanto meno coinvolti. Annie, nel film, è una ragazza di provincia chiamata per puro caso a osservare le  dinamiche familiari di una coppia di ricchi newyorkesi. Sono i suoi occhi alieni a restituire allo spettatore le abitudini e le patologie di un milieu sociale in cui esiste solo l'apparenza (o almeno il suo stereotipo).
Tutto questo per dire come S.O.S Tata non sia estraneo alle tappe che hanno contrassegnato il percorso mediatico del personaggio tata, interessante quanti altri mai, nell'ambito delle dinamiche familiari. Se è vero perciò che questo programma è un reality, ciò che lo rende estraneo all'abiezione che caratterizza questo tipo di show, è proprio la qualità del personaggio che ne è protagonista: la tata appunto.

The Nanny Diaries, dal romanzo di Emma McLaughlin
e Nicola Kraus,  2007, con Scarlett Johansson,
regia di Shari Springer Berman e Robert Pulcin
Che per definizione è giusta, corretta, empatica, preparata, misteriosa e autorevole. E che soprattutto, che sia bella o brutta, è intelligente e capace, in quanto tale, di osservare e di vedere lucidamente quel che accade nelle famiglie: lei che famiglia non ha e che viene da un mondo dove la famiglia non solo non è tutto, ma in cui quel che conta davvero sono l'autonomia, la responsabilità, il rispetto di sé e degli altri. Lei che è sola e indipendente e possiede i titoli di studio necessari per dire ai genitori quel che pensa e a guidarli per il meglio, considerato che sono loro i responsabili di quel che non va e di tutto quello di cui si lamentano a proposito dei loro figli, vissuti come alieni persecutori  e incomprensibili. Lei che è dotata dell'immaginazione e delle sensibilità necessarie per entrare in relazione con i bambini i quali, invariabilmente, infatti, sembrano salutare il suo arrivo e trarre dalla sua presenza un visibile sollievo, incontrando finalmente un adulto che è capace di impartire regole senza essere un tiranno e capace di comprensione senza essere un amico invisibile.

Tre nipoti e un maggiordomo o Family Affair, sitcom del 1966.
Protagonista French alias Sebastian Cabot.
Sollievo per essere liberati dalla schiavitù di comportamenti compulsivi messi in atto per attirare l'attenzione di adulti incapaci di pensare ad altro che a se stessi, anche quando mossi da sincero affetto e buone intenzioni (e di cui i Simpson incarnano impareggiabilmente l'archetipo). E regole che imponendo agli adulti di comportarsi decentemente, permettono loro di tornare a essere piccoli, con tutte le sacrosante difficoltà che questo comporta.
Insomma, altro che medicalizzazione: nella patria indiscussa della Mamma e del Family Day, le tate del programma in questione mi sono sempre sembrate, fa ridere dirlo, delle innovatrici, capaci di mettere in discussione la sacralità della Famiglia. Innovatrici soprattutto a fronte di programmi TV in cui i bambini appaiono nei panni di piccole, deformi star gorgheggianti o danzanti davanti a scriteriate platee di parenti e vip in lacrime per la commozione.

The Nanny, dal romanzo di Evelyn Piper,
1965, con Bette Davis, regia di Seth Holt.
Del resto, va detto, le donne che “interpretano” le tate sono, nella vita e nella realtà, competentissime signore munite di svariate lauree nei più diversi ambiti della scienze educative, con curriculum da far impallidire, e che svolgono e hanno svolto attività in tribunali dei minori, scuole, asili, consultori di assistenza e via discorrendo. Insomma, per tirare le fila: S.O.S Tata mi è parso un reality del tutto anomalo che, pur attraverso il linguaggio televisivo che, sono d'accordo con Ilaria, genera sempre fastidio e diffidenza, fa passare contenuti per niente scontati e per niente banali. Certo, nessuna famiglia è mai cambiata in una settimana. I problemi restano, perché hanno profonde radici sia nella storia personale sia in una società e in una cultura in cui la mancata assunzione di responsabilità individuali e comportamenti corretti e rispettosi è il problema, e non solo in ambito famigliare. Tuttavia l'idea stessa che un occhio estraneo abbia licenza di entrare fra le quattro sacre mura della famiglia, mi sembra già di per sé un fatto positivo (e quanto questo sia vissuto come minaccioso lo suggerisce Nanny, film del 1965, con una satanica Bette Davis che mette in scena l'alter ego, il lato oscuro della figura della tata, questa volta "brutta" dentro e fuori, che minaccia la stessa integrità fisica della famiglia). Occhio quanto mai necessario, a indicare, fra le altre cose, che i problemi non sono panni sporchi da lavare fra membri dello stesso clan. E che a volte i membri del clan sono i primi responsabili di quello che non funziona, e che l'inconsapevolezza non è una giustificazione accettabile, soprattutto quando di mezzo ci sono dei bambini. Come scrive Donald Sassoon, nel suo articolo “Bravo chi legge”, su una delle ultime Domeniche del Sole 24 ore: “La separazione dall'ambiente familiare sia per poche ore al giorno sia per intere parti dell'anno, è infatti un fattore che contribuisce al dinamismo culturale, in particolare se il contrasto fra i valori della famiglia e quelli del sistema di istruzione è elevato.” Insomma, viva le tate!

Julie Andrews in Mary Poppins, Walt Disney, 1964.

mercoledì 28 novembre 2012

Quando gli artisti erano bambini

In questo periodo le iniziative pullulano. E i blogger faticano a star dietro a tutto quel che accade. Sembra che fra la fine di novembre e l'inizio di dicembre, poi, il mondo abbia deciso che è assolutamente necessario inaugurare una mostra, una libreria o tenere un imperdibile incontro su qualcosa. Siccome noi dalla fine di questa settimana al 10 saremo a Roma a Più libri più liberi, appuntamento di cui parleremo a brevissimo, ci perderemo tutto. Ma proprio tutto. Beh, ci consoliamo parlandone sul nostro blog, in una sorta di partecipazione virtuale.

Per esempio, uno dei posti in cui non saremo è Rezzato, venerdì 30, alle ore 18, all'inaugurazione di Artisti per la PinAC! mostra a cui partecipano, fra tanti bravi artisti, nomi come Scarabottolo, Matticchio, Sanna, Ocelot, Rapaccini, Tessaro (informazioni, orari, indirizzo eccetera li trovate qui). La cosa singolare di questa esposizione è che troverete le opere del presente accostate ai disegni realizzati dagli stessi illustratori da bambini, in un percorso di testimonianze, ricordi, documenti ideato per suscitare riflessioni sul significato della sperimentazione artistica nell’infanzia. Il che non è semplicemente una trovata brillante, ma molto ha a che fare con l'attività che da cinquant'anni la Fondazione Pinac svolge: un importante lavoro di ricerca, promozione e studio dell’espressività creativa dei bambini di diversi paesi del mondo.

Basti dire che la collezione PInAC, iniziata negli anni Cinquanta, oggi conta oltre 6000 opere provenienti da 60 paesi del mondo.
Artisti per la PInAC! nasce da un’idea di alcuni componenti dello staff artistico della Fondazione, con l’intento di avvicinare nuovo pubblico a questa realtà, unica nel suo genere in Italia e in Europa. Come affermano Sara Donati e Elena Tognoli, organizzatrici dell’evento: “La cultura dell’infanzia, e in particolar modo la ricerca creativa a essa legata, dev’essere considerata elemento fondante per il futuro del paese. È importante che i luoghi che, come Fondazione PInAC, conducono una ricerca di qualità intorno a questi temi siano valorizzati in sede istituzionale, politica e civile”.
Fra le altre cose, va segnalato che la mostra è organizzata anche col proposito di raccogliere fondi a sostegno delle attività della Fondazione. Le opere, in mostra fino al 9 dicembre, sono state offerte gratuitamente dagli artisti e saranno a disposizione del pubblico attraverso una donazione.

I 28 artisti in mostra sono: Veronica Azzinari, Alicia Baladan, Giorgio Bertelli, Ottavia Bruno, Angela Colombo, Sara Donati, Giovanna Durì, Armida Gandini, Fausto Gilberti, Gabriella Goffi, Giorgio Maria Griffa, Giuliano Guatta, Claudio Iaccarino, Marta Iorio, Karin Kellner, Marialaura Marazzi, Clementina Mingozzi, Franco Matticchio, Valentina Muzzi, Mook, Michel Ocelot, Daniela Perani, Guido Pigni, Chiara Rapaccini, Cecilia Ramieri, Guido Scarabottolo, Alessandro Sanna, Gek Tessaro, Elena Tognoli.


mercoledì 21 novembre 2012

Arte&Orti

[di Francesca Zoboli]

Nel prossimo fine settimana sarò ai Giardini Galbiati, un bellissimo vivaio vicino al parco Lambro, nato cinquant’anni fa, nel 1963, quando Giuseppe Galbiati, noto tenore degli anni Trenta, costruì, insieme alla moglie Maria, la prima serra in legno e vetro 
in un'antica cascina lombarda.
Quando, qualche tempo fa, sono venuta a conoscenza di questa realtà, mi ha colpito, e mi è piaciuta particolarmente, l’attenzione rivolta ai bambini. A questo proposito, ho chiesto ad Anita Busatto, responsabile della comunicazione di raccontarmi come stanno organizzando l'attività loro dedicata. E questa è la sua risposta.


Cosa si può fare in un vivaio? Leggere un libro, imparare a coltivare un giuggiolo e a far rifiorire le orchidee, appassionarsi alla psicologia animale, ascoltare Chopin, portare i bambini a giocare nell’orto, con terra e pittura…
Cogliendo una tendenza tipicamente nord europea, che fa del viaggio attraverso la natura un viaggio culturale, i
Giardini Galbiati convertono i propri spazi, le ampie serre, i viali e gli ambienti di nuova creazione, in un luogo idealmente dedicato all’incontro tra arte e passione per il verde. 
 


Laboratori, workshop, conferenze e appuntamenti con esperti vivaisti e botanici si inseriscono in un nutrito calendario di eventi per quella che vogliamo diventi una vera “rivoluzione verde”. 
Ecco, allora, in sintesi, quel che proponiamo è: ascoltare, toccare, imparare. Le serre si aprono ai  bambini e diventano laboratorio artistico dedicato all’esperienza diretta della natura attraverso percorsi didattici di impronta decisamente green.



Un luogo nuovo da utilizzare come strumento di scoperta, per fare esperienza della magia della semina, della cura e della nascita di un germoglio in compagnia di un architetto paesaggista specializzato. In uno spazio interamente loro dedicato, i bambini impareranno così a fare un piccolo orto, a coltivarlo con le tecniche basilari, a seguire il calendario della semina.

 
















 


Personalizzando con collage e tempera la propria cassetta, i piccoli contadini mettono le mani nella terra, curano e innaffiano ciò che hanno seminato e, quando è ora, lo mettono a dimora per l’inverno. Durante tutto l’anno, inoltre, personaggi curiosi e di fantasia, scrittori e illustratori vengono a far visita al nostro laboratorio verde, proponendo a bambini e adulti spettacoli, mostre, letture.




















Il motivo per cui vi racconto tutto ciò è che dal 24 novembre al 17 dicembre 2012, ai Giardini Galbiati saranno eposte le tavole originali del mio libro C’era un ramo, un libro che nasce dal mio interesse per il mondo naturale, e che ha per tema la scoperta della primavera e del ciclo delle stagioni, perfettamente in tema con lo spirito di questo vivaio.

In questa occasione, terrò anche due laboratori di lettura e disegno coi bambini: dopo la lettura della storia e la proiezione delle immagini del libro, elaboreremo insieme il tema del viaggio con disegno e collage.

Ed ecco le date e gli orari dei laboratori:
sabato 24 novembre, ore 15,30;
domenica 25 novembre, ore 11.
Il vivaio Galbiati è a Milano in via Rombon 97.
Vi aspettiamo!






mercoledì 31 ottobre 2012

Prestigiatori dell'invisibile

Oggi, nei paesi di cultura anglosassone è Halloween. Anziché mettere sul davanzale una innocua zucca di plastica comprata al supermercato, vi proponiamo di festeggiare questa affascinante ricorrenza non nostra, in modo un po' più terrifico, in compagnia del massimo esperto di letteratura e materiali horror del mondo: sua maestà Stephen King. Sotto i cui panni da autore ipercommerciale da megastore, (lo sa bene Antonio Faeti che gli ha dedicato un bellissimo saggio, La casa sull'albero), si cela un grande, grandissimo scrittore. E anche un colto, coltissimo conoscitore dell'animo umano e della letteratura che nei suoi più riposti meandri si inabissa. Come mostra Danse macabre, (io ho la prima edizione integrale edita in Italia, quella di Theoria del 1992; oggi è in commercio l'edizione Sperling), sterminato catalogo dell'horror in cinema, fumetto, letteratura, ma soprattutto fine esegesi dell'angoscia, della paura, della scrittura nera, dei lettori che amano incubi e terrore e della fascinazione che il mondo dell'Ombra da sempre esercita su bambini e ragazzi. Che non per nulla sono fra i prediletti protagonisti di alcune fra le sue più celebri storie. Ve ne proponiamo alcuni brani. Spegnete la luce. E buona lettura.



Quando Coleridge parlò di «sospensione dell'incredulità» nel suo saggio sulla poesia di immaginazione, penso sapesse che che l'incredulità non è come un pallone, che può essere sospeso in aria con uno sforzo minimo; è come un peso di piombo, e dev'essere alzato e tenuto su con la forza.
[...] E quando incontro qualcuno che dice: «Non leggo fantasy né vado a vedere quei film, non c'è niente di vero», sento una certa simpatia. Non riescono a sollevare il peso della fantasia. I muscoli della loro immaginazione sono troppo deboli.
In questo senso i bambini sono il pubblico perfetto per l'horror. Questo è il paradosso: i bambini, molto deboli fisicamente, sollevano con facilità il peso dello scetticismo. Sono i prestigiatori dell'invisibile, un fenomeno perfettamente comprensibile quando e se si considera la prospettiva dalla quale vedono le cose. I bambini manipolano abilmente la logistica dell'entrare nelle case di Babbo Natale (passa dai camini perché si fa piccolo piccolo, e se non c'è il camino c'è la buca delle lettere, e se non c'è  la buca delle lettere c'è sempre lo spazio sotto la porta), il Coniglio Pasquale, Dio (un omone un po' vecchio, grande barba bianca, un trono), Gesù [...], il diavolo, Ronald McDonald, il Re degli Hamburger, il Ranger Solitario, e altri mille.



La maggioranza dei genitori crede di capire questa apertura mentale meglio di quanto, in molti, casi, capiscano davvero, e cercano di evitare che i bambini vedano qualcosa che puzzi troppo di orrore e terrore. [...] Ma uno degli strani effetti Doppler che sembrano accadere durante il selettivo dimenticare che è parte integrante del crescere, è il fatto che praticamente tutto ha il potenziale di impaurire i bambini sotto gli otto anni. In certi momenti e in certi posti i bambini hanno letteralmente paura delle loro ombre. [...]
Visti in questa luce, anche i film Disney sono campi minati di terrore, e i cartoni animati che verranno a quanto pare programmati e riprogrammati fino alla fine del mondo, sono di solito i peggiori esempi. Esistono adulti che, se gli viene chiesto quale sia la cosa più terribile vista al cinema da bambini, risponderanno il momento in cui la mamma di Bambi è uccisa dal cacciatore, o in cui Bambi e suo padre scappano per fuggire all'incendio.



Altri ricordi disneyani che fanno il pari con l'orrore batraciforme che abita la laguna nera includono le scope che marciano impazzite in Fantasia [...] ; la notte sul Monte Calvo nello stesso film; le streghe di Biancaneve e della Bella addormentata nel bosco, una con la rossa mela avvelenata (e a quale bambino non viene insegnato subito il concetto di VELENO?), l'altra con il filatoio mortale; fino alla Carica dei 101, relativamemente innocuo, che pure presenta la logica nipotina delle streghe Disney degli anni Trenta e Quaranta, la Malvagia Crudelia Demon, con la sua magra, perfida faccia, la sua voce potente (gli adulti a volte dimenticano quanta paura facciano le voci forti ai bambini, anche perché vengono da giganti del loro mondo, gli adulti), e il suo piano di uccidere tutti i cuccioli di dalmata (leggi «bambini», se si è piccoli) e farne pellicce.
Eppure sono i genitori ovviamente che continuano a sottoscrivere l'abitudine della Disney di riprogrammare quei film, scoprendosi addosso la pelle d'oca quando si ricordano di quel che li impauriva da bambini... perché ciò che fa un buon film dell'orrore [...] è togliere i nostri puntelli da adulti e farci scivolare per la discesa verso l'infanzia. E lì la nostra ombra può diventare ancora una volta quella di un cane cattivo, una bocca spalancata, o una figura scura che ci chiama. [...]



L'ironia di tutto questo è che i bambini riescono a trattare con il fantastico e l'orrore alle sue condizioni molto meglio degli adulti. Noterete che ho usato il corsivo per le parole “alle sue condizioni». Un adulto accetta il cataclismico terrore di Non aprite quella porta perché lui o lei sanno che è solo una finta, che quando la scena è girata i morti si alzeranno e si laveranno via il sangue finto. Il bambino non riesce a fare queste distinzioni e il film è giustamente vietato. I bambini non hanno bisogno di vedere quelle scene [...]. Ma il punto è: se si mette un bambino di sei anni a vedere una proiezione di Non aprite quella porta insieme a un adulto reso temporaneamente incapace di distinguere fra finzione e «le cose vere» (come dice Danny Torrance, il bambino di Shining) [...], io dico che il bambino avrà incubi per una settimana. L'adulto sarebbe internato per un anno in una stanza imbottita, e scriverebbe a casa con i pastelli a cera.



Nella vita di un bambino una certa dose di fantasy e di orrore mi sembra una cosa perfettamente a posto, anche utile. Per la loro capcità di immaginare, i bambini riescono a conviverci, e per la loro posizione unica nella vita, sono capaci di usare certi sentimenti. E capiscono anche molto bene la loro posizione. Persino in una società relativamente ordinata come la nostra, capiscono che la loro sopravvivenza è totalmente al di fuori del loro controllo. I bambini sono «dipendenti» fino all'età di otto anni in ogni senso della parola. Dipendenti dal padre e dalla madre (o di un ragionevole facsimile) non solo per il cibo, i vestiti e una casa; dipendono da loro per non sbattere con la macchina contro un pilone del ponte, per essere portati allo scuolabus in tempo, per essere riaccompagnati a casa dopo essere stati dagli scout, perché comprino medicinali con tappi a prova di bambino; dipendono dagli adulti anche per non prendere la scossa con il tostapane o cercando di giocare con la il Salone di Bellezza di Barbie nella vasca da bagno.



La direttiva di sopravvivenza dentro di noi ci invita a lottare contro questa necessaria dipendenza. Il bambino si accorge della sua essenziale mancanza di controllo, e sospetto che sia questa scoperta a metterlo a disagio. È la stessa ansietà aleggiante che provano molti viaggiatori in aereo. Non hanno paura perché pensano che l'aereo non sia sicuro; hanno paura perché hanno ceduto il controllo, e se qualcosa va storto possono solo stare lì seduti a tormentare la rivista della compagnia aerea o i sacchetti per vomitare. Cedere il controllo è contrario alla direttiva di sopravvivenza. [...]
Questa nascosta ansietà e ostilità verso i piloti delle loro vite può essere una delle spiegazioni per cui, come i film Disney che escono in perpetuo ogni Natale, anche le vecchie favole sembrano andare avanti per sempre. Un genitore che alzerebbe le mani terrificato al pensiero di portare i bambini a vedere Dracula [...] certo non obietterebbe se la bambinaia gli leggesse Hansel e Gretel prima di metterli a letto. Ma considerate: la favola di Hansel e Gretel comincia con un volontario abbandono [...], continua con un rapimento [...], con la schiavitù, con un'illegale detenzione, e alla fine con un giustificabile omicidio e cremazione.
Anche gli ansiosi viaggiatori di aereo hanno le loro favole, i film dell'interminabile serie Airport, che come Hansel e Gretel e i cartoni della Disney mostrano ogni segno di poter andare avanti per sempre...

martedì 9 ottobre 2012

Come mai tutto pesa?


Domenica sera sono tornata dal Festival Tuttestorie, che si è tenuto a Cagliari nei giorni scorsi. Era la prima volta che partecipavo, ne avevo molto sentito parlare, ma l'esperienza diretta è un'altra cosa. Sono molte le cose che si potrebbero raccontare. Oggi però voglio ringraziare le organizzatrici: Cristina Fiori, Manuela Fiori e Claudia Urgu (con il supporto di un plotone di volontari, bravissimi e devoti). Non so come ci siano riuscite, ma il festival è preso d'assalto da orde di bambini, ragazzini, insegnanti, genitori, autori, illustratori, e tutto, ma proprio tutto, funziona. E già questo è un risultato non da poco. Capita, lo sappiamo tutti, che di ritorno da festival e saloni vari ci si chieda se davvero questi scambi abbiano un senso, se davvero rimane qualcosa a chi si incontra, se la lettura, i libri riescano a passare attraverso eventi di questo tipo.


A Cagliari questo succede. Succede perché si vendono montagne di libri. E questo sarà un risultato meramente commerciale, ma è la prova che le persone, i libri di cui hanno sentito parlare, li vogliono avere, presumibilmente per leggerli. E questo è un primo dato. Il secondo, è che i bambini che si incontrano conoscono i libri di cui si parla.
E non approssimativamente. Li conoscono benissimo per averli letti con attenzione e questo è un merito di chi li ha offerti loro in modo adeguato: gli insegnanti. Terzo, anche gli incontri non legati alle scuole funzionano a meraviglia. I bambini non conoscono da prima i libri, ma ascoltano e guardano con grande attenzione, sono educati e partecipano con grande entusiasmo.
Sono stata tre giorni all'Exmà, dove si è tenuto il festival e sono stati tre giorni intensi e vivissimi, di incontri, scambi di idee, parole e visioni. In uno dei miei incontri, sul libro Cose che non vedo dalla mia finestra, giudicato difficile per bambini, libro più da adulti, ho avuto la riprova che non è così e che i bambini sono filosofi nati, amano ragionare, pensare, osservare, riflettere, immaginare, e dei pensieri che hanno amano parlare con gli adulti disposti ad ascoltarli. E l'impressione è che non vorrebbero smettere più.

Noi, che lavoriamo con loro e per loro - editori, autori, illustratori, insegnanti, bibliotecari, librai eccetera – perdiamo la voce a spiegare che i bambini sono sempre all'altezza dei libri che si danno loro, anche di quelli che sembrano più “difficili” magari solo perché non hanno quei connotati di libro per bambini a cui la produzione destinata al largo consumo ci ha abituati. Eppure, ogni volta, davanti alla straordinaria e profonda capacità di pensiero dei bambini rimaniamo, per primi, di sale.
Che cosa intendo è facile dimostrarlo con ciò che è accaduto in questa occasione. Il Festival Tuttestorie quest'anno era dedicato al tema: L'Incomprensibile (nel sito di Tuttestorie, sezione festival, leggete la spiegazione, che merita) Un tema bellissimo e adattissimo ai bambini. Nei mesi precedenti e nei giorni del Festival, i bambini sono stati invitati a esprimere le cose che non capiscono del mondo. Una miniera di incredibili pensieri che, sono confluiti sui tavoli dell'Ufficio Poetico Comprensivo tenuto da Bruno Tognolini, Francesca Amat e Andrea Serra. E lì sono stati scelti, trascritti, stampati ed esposti “come veridici responsi oracolari”. E non prendetela come una battuta. Quelli che vi propongo, li ho fotografati nella sala dove ho tenuto gli incontri. Leggeteli. Alcuni vi faranno pensare: come mai io non penso più cose così importanti? Così belle? Così vere?



Altri vi faranno sorridere: ma poi vi accorgerete che non si tratta affatto di spiritosaggini. Perché le domande apparentemente più buffe o facili sottendono sensatezza, serietà e lucidità di ragionamento. E, infine, forse penserete quello che ho pensato io: che questi sono bei pensieri. Cioè pensieri belli: esteticamente belli. Perché la bellezza è la forma assunta da profondità, verità e compiutezza.
Per me sapete cosa è incomprensibile? Che i bambini continuino ad avere tanto poco credito presso noi adulti.
Il maggior merito del Festival Tuttestorie, fra tutti i meriti che ha, è di dircelo.
A voce alta, forte e chiara.