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lunedì 16 settembre 2013

Quadernini!

Ovvero una raccolta pubblica di quaderni delle elementari (e delle medie) che cresce grazie a tutti



Il 20 dicembre del 2003, alla Trattoria da Lina, a Milano. si tenne una festa chiamata “La festa delle medie”. Era una festa a tema 'anni Ottanta', e chiunque era invitato a portare qualcosa relativo a quel decennio. Io, che negli anni Ottanta non andavo alle medie, ma alle elementari, portai dei miei temi da leggere durante la serata. 
Ci furono molte risate, soprattutto quando lessi un pensierino che diceva: “I film sugli gnomi fanno molta paura”. 

Dopo quella serata iniziai a raccogliere temi delle elementari (e anche alcuni delle medie) perché il modo in cui erano scritti mi piaceva molto. 

I bambini si prendevano licenze poetiche senza nemmeno chiederle, oppure facevano errori che rendevano i testi interessanti e surreali, o semplicemente scrivevano quello che pensavano e non si facevano nessun problema a dire che a loro un giro alla Città Mercato era sembrato stupendo.  


(Questa passione per la scrittura infantile, ho scoperto poi, ha una lunga storia che parte da Antonio Faeti che, maestro negli anni Sessanta, aveva pubblicato alcuni riassunti di film di Stanlio e Ollio fatti dai suoi alunni di quarta elementare - riassunti che erano piaciuti molto a Calvino -, passa da Io speriamo che me la cavo, in cui i temi raccontavano la vita dei bambini napoletani, e arriva a Racconti impensati di ragazzini di Enrico De Vivo in cui Gianni Celati ha scritto una bellissima introduzione che spiega chiaramente il motivo per cui la scrittura dei bambini piccoli a volte ha un grande valore. Quadernini si inserisce in questa tradizione, con l'intento però di aprirsi a tutti e trasformare la raccolta di temi anche in un evento sociale - sia online che dal vivo - come le serate Quadernini).


Iniziai a chiedere i quaderni agli amici, poi agli amici degli amici e alla fine, quando avevo già raccolto parecchio materiale, nel 2008 decisi di aprire un blog in cui postavo i temi che mi piacevano di più. In giro si iniziò a parlare dei Quadernini, così avevo chiamato il progetto, e nella casella mail (è ancora la stessa, questa) cominciarono ad arrivare fotografie di temi di perfetti sconosciuti. Poi, nel 2011 (gli anni passavano velocemente, a quei tempi), aprii la pagina Facebook e iniziai a organizzare le prime serate Quadernini, dei reading di temi delle elementari con un momento di palco aperto a chiunque avesse portato da casa un tema da leggere.


I primi a ospitarci (all'inizio eravamo io e la scrittrice Sarah Spinazzola, le serate erano presentate da Patrizio Belloli, un vero insegnante delle medie che fa anche il regista e l'attore, e leggevano amici che coinvolgevamo man mano nel progetto), furono i “ragazzi” del circolo Arci Cicco Simonetta di Milano, dove facemmo quattro serate una più bella dell'altra, leggendo ogni volta nuovi temi, fino a esaurimento scorte.


Nel 2013, la pagina facebook ripartì con un nuovo progetto fotografico (visto che nel frattempo ero diventato un fotografo) sull'estetica dei quadernini: non solo temi quindi, ma anche copertine, inserti, disegni, persino esercizi di matematica (uno bellissimo e angosciante allo stesso tempo è un problema in cui bisogna calcolare quanti sono i 3/8 dei balilla della città di Empoli, trovato in un quaderno degli anni Trenta). Le immagini ci hanno aiutato a far girare molto il progetto, siamo finiti sul Post e i like della pagina facebook sono schizzati in alto, tipo i grafici delle storie di Zio Paperone.
 

Ora abbiamo raccolto moltissimi nuovi quaderni, stiamo per iniziare una collaborazione con Smemoranda e probabilmente anche con una radio molto ascoltata a Bologna e, notizia questa a cui vogliamo dare il massimo rilievo, il 19 settembre dopo un periodo di pausa torneremo con una serata dal vivo alla bellissima libreria B**K, a Milano (non perdetevela! Sarà alle ore 19.00 di giovedì 19 settembre, Spazio B**K, via Porro Lambertenghi 20, zona Isola).

La nostra collezione conta, al momento, circa 400 quaderni, sia vecchissimi (il più vecchio è del 1918) che nuovissimi (gli anni 2000 con i www in copertina).


Siamo alla costante ricerca di nuovi quaderni, temi (anche su fogli di protocollo), diari, qualsiasi materiale che contenga sprazzi di espressività infantile.
Non ci interessa “detenere” fisicamente i quaderni, ma solo averli per qualche tempo e poterli leggere, trascrivere, fotografare.
L'obiettivo ultimo è quello di creare un grande archivio online di materiale selezionato, una specie di libreria contenente tantissime immagini, trascrizioni di temi, disegni, in cui chiunque possa fare delle ricerche (es. cercando “Natale” potrebbero comparire tutti i temi di Natale dall'inizio del Novecento a oggi, e così via) e contribuire con il proprio materiale.

Se volete mettervi in contatto con noi o avere altre informazioni, ci trovate qui, qui e qui.

martedì 7 maggio 2013

Si può non

Negli ultimi decenni, al progressivo deteriorarsi dell'autorità genitoriale si è accompagnato il prosperare di una vera e propria cuccagna manualistica finalizzata a insegnare a padri e madri l'importanza dell'impartire regole, divieti e sanzioni ai propri figli: dal celebre I no che aiutano a crescere a Digli di no. Fallo per lui!, da Se mi vuoi bene, dimmi no a Le regole che fanno crescere a I sì che aiutano a crescere a I bambini hanno bisogno di regole ecc. L'impressione generale, in tutto questo, guardandosi intorno, e al di là di quanti sì e no ai bambini debbano essere, giustamente, detti, è che gli adulti, in generale, abbiano idee molto confuse in merito a cosa sia una regola e a cosa serva, a cosa significhino autonomia, libertà e responsabilità.
La questione non è banale: andando al nocciolo, non si tratta di stabilire formule magiche che facciano sopravvivere alla minore età delle nuove generazioni, ma di riflettere su diritti e doveri, giusto e sbagliato, rispetto di sé e del prossimo, libertà, capacità di operare scelte, relazione fra collettività e individuo.

In una parola, la questione in ballo è quella, niente meno, del libero arbitrio che è alla base dell'etica. Ed è per questo che i manuali, seppur spavaldamente fiduciosi nel potere dell'individuo di costruire se stesso come un mobiletto dell'Ikea (con un incomprensibile libretto di istruzioni in dodici lingue), a volte danno l'impressione di avere una funzione più tranquillizzante che sostanziale, lasciando grandi e piccoli, genitori e figli in balia di questioni fondamentalmente irrisolte, e in una confusione che anche semplicemente nella vita di tutti i giorni può avere conseguenze significative.
Per non sottovalutare la portata del problema e la qualità delle risposte, varrebbe sempre la pena ricordare che sono più di diecimila anni che gli esseri umani, attraverso filosofie, religioni, scienze e letterature, ci discutono su e continuano a farlo tutt'ora. Perché di una cosa possiamo essere certi: non ci sono risultati acquisiti definitivamente in questo ambito: la storia non ci garantisce niente, è un flusso di eventi in continuo cambiamento in cui tutto è costantemente rimesso in discussione, e per questo l'eredità culturale da una generazione all'altra va rinnovata e ricostruita costantemente, pena il suo decadimento.


Detto questo, per non perdersi d'animo di fronte a questioni tanto complesse, va considerato che se il problema del libero arbitrio è un problema squisitamente umano, noi siamo esseri umani, quindi, teoricamente, all'altezza del compito. Importante è non pensare di risolvere questioni rilevanti prendendo scorciatoie, e impegnarsi a trovare buone risposte, che sono quelle che i bambini chiedono, con la consapevolezza che non saranno magari definitive, e che si potranno correggere col tempo, l'ascolto e le esperienze, soprattutto se si è in loro compagnia. Perché non credo esista una compagnia migliore per riflettere su tutto ciò, della loro. Primo perché i bambini spesso sono più allegri e vispi della gran parte degli adulti e, secondo, perché, come hanno affermato i più importanti pedagoghi della storia, da Jean Jacques Rousseau a Maria Montessori, possiedono una profonda capacità di riflessione sulle grandi questioni, un vivo senso della giustizia e in questo senso sono in grado di insegnare molto a chi sta loro vicino.


Tutto ciò, a preambolo di un libro che dal mio punto di vista appare come una versione evoluta dei vecchi manuali di buon comportamento. O, meglio, una via di mezzo fra questo e un manuale di educazione civica. Perché, in effetti, se dell'educazione non si vuol fare unicamente una faccenda (pur dotata di una sua ragione d'essere) di collocazione di cucchiai, tovaglioli e posti a tavola, sempre si finisce nel campo delle regole che disciplinano la vita della collettività, e in quello della relazione fra individuo e organismo sociale.
A questi temi Giusi Quarenghi dedica una riflessione interessante dedicata ai piccoli, dal titolo, molto significativo, di Si può, che così principia:

Non sempre si può - ma a volte si deve -

fare quello che salta in mente.

Non sempre si deve - ma a volte si può 
-
fare non come dice la gente.



Si può anche non volere

non dovere, non potere.

Non riuscire a fare questo

ma essere capaci di fare quello.

Essere né di meno, né di più

essere come sei tu.


Attraverso un uso delle parole che precipita il lettore in medias res e ribalta il consueto punto di vista, la questione è presa di petto. Rivolgendosi ai bambini, la voce che qui parla, forte e chiara, introduce un concetto nuovo: si può fare non. Un concetto dirompente, che cambia le carte in tavola.
perché la prima conseguenza dell'introduzione di questo concetto, è che il divieto smette di essere una imposizione decisa al di fuori della nostra sfera, e ineluttabile, per ricadere invece nel dominio della libera scelta. E infatti, qualche riga più sotto, l'autrice afferma che si può anche non volere, non dovere, non potere. In un contesto, come il nostro, in cui la progressiva ineducazione, prima ancora che maleducazione, va di pari passo a un progressivo conformismo, si tratta di una indicazione importante. Perché le due cose sono fortemente legate.


Il fascino della trasgressione per i bambini, per i ragazzi sta nell'andare contro, più che a una norma, a un divieto, espresso dalla più familiare e odiata delle espressioni: non si può. Ma se utilizziamo queste tre parole riconsiderandone l'ordine, la prospettiva muta completamente e davanti a noi si apre il campo aperto della libertà, con tutte le sue possibilità. Ogni cosa, allora, capiamo improvvisamente, non dipende più da quello che una voce esterna ci dice che dobbiamo essere o non essere, fare o non fare, ma da noi, da quello che per noi decidiamo, da quello che vogliamo (mi viene in mente la risposta che un bambino di una scuola Montessori diede a una signora in visita, la quale, perplessa, osservava che i bambini lì facevano “tutto quello che volevano”: “Noi non facciamo tutto quello che vogliamo, noi vogliamo quello facciamo”). Basta una semplice inversione fra verbo e negazione, e diventiamo responsabili dei nostri gesti e dei nostri pensieri, ce ne assumiamo le conseguenze.


Cosa sono le cose che si possono non fare? Moltissime. Le cose che si possono non fare sono come i giorni di non compleanno, a stare ad Alice e alle sue cronache da Dietro lo specchio, ma anche da Wonderland: sono più di 364, sono tutti i giorni di una vita (come ci insegna da sempre la poesia, per esempio nelle parole di Wisława Szymborska in Disattenzione, quando ci invita all'unico vero dovere che abbiamo verso noi stessi: quello di essere noi nel mondo, e non solo in noi stessi o nel mondo). E il paragone non è a effetto. Il dominio della libertà e quello delle parole, hanno molto in comune: cambiare una regola consolidata, che normi un comportamento o una frase, può voler dire fare una rivoluzione. Alice si trova per la prima volta a riflettere sul significato delle cose quando precipita in un mondo che usa le parole in modo diverso dal suo, e di cui non coglie la logica, e quindi il senso. E comincia per questo a riflettere su ciò che ha sempre dato per acquisito. In questo rivedere costantemente il proprio punto di vista, in questo prendere le proprie misure in un confronto accettato con quelle del mondo, sta, appunto, il processo della crescita.


Giusi Quarenghi nel suo libro invita i bambini a compiere un viaggio analogo; li esorta a precipitare in un equivalente della tana del bianconiglio, a scivolare dietro lo specchio. Un percorso nella sostanza della libertà che solo può portare a crescere, e che non si risolve in una opposizione statica e asfittica fra permesso e divieto, ma fa appello ai desideri profondi dell'individuo, alla sua necessità di differenziazione e di relazione, al suo bisogno di Sé e al suo bisogno dell'Altro.
C'è tanto “mondo” in questo testo: la pelle dei fichi, i mucchi di foglie secche, la febbre, i muretti, i cachi e i bruchi, il vomito, le pozzanghere, i gechi, la pioggia, il pane, le ortiche, le formiche, le mani, i piedi, la neve fresca, l'influenza, le rane, la luna, i rami, l'erba, il vento, le ombre, le stelle... E c'è anche tanto “sé”, espresso nel momento dell'essere: l'avere e il non avere paura, l'avere e il non avere schifo, il guardare, il vedere, il parlare, il provare, l'arrivare, l'ascoltare, il dondolare, l'annoiarsi, lo sbagliare, il non dare la colpa, il non voler fare pace, il rincorrere, il sopportare, l'arrampicarsi, il capire, l'arrossire, il brontolare, il non dormire, il ridere, il pensare, il carezzare, il tirare dritto, lo star soli, il non andare d'accordo, l'osservare, il raccontare...


Una varietà di esperienze e di fenomeni che costringe il lettore ad allargare l'orizzonte dello sguardo nel pensare alla libertà. E che sposta il discorso delle regole a quello, tout court, della vita e dell'interesse che proviamo, nel viverla, a trovarne, appassionatamente, il senso. Che poi è l'orizzonte largo, larghissimo in cui i bambini sono immersi e dentro il quale va a cadere il senso di quel che accade loro e quello delle loro azioni. Ridurre il discorso della libertà, dei diritti e dei doveri, all'ambito ristretto di una casa, di una famiglia, di un ambito parentale, di una classe, di approvazioni e disapprovazioni, di gratificazioni e frustrazioni, di premi e castighi, ci dice Giusi Quarenghi, è fare loro un torto. Un torto immenso.
A questa mancanza di prospettiva e di significato nell'educare viene il sospetto si debba attribuire quel tragico errore tanto spesso commesso di interpretare l'essere bambini per una malattia incomprensibile, ingestibile.

Chi è vivo può ammalarsi, 

disturbare, preoccupare...

Niente pillole per favore

non corriamo dal dottore.

In questo senso sono certa che la lettura di questo libro oltre che ai bambini, sarà proficua anche agli adulti, come lo è quella di ogni albo illustrato di valore.
Chiedo scusa ad Alessandro Sanna, autore delle illustrazioni del libro, per avere parlato solo del testo di Giusi Quarenghi. Lo so: a proposito di un libro illustrato non si fa. Ma il tema trattato e il modo con cui lo è stato, mi stavano particolarmente a cuore. Per questo ho esaurito tutto lo spazio. Di buono c'è che le illustrazioni hanno una tale visibilità che mi affido alla loro forza e alla perspicacia e all'occhio acuto dei nostri lettori per la loro lettura.
(gz)

Grazie a Franco Cosimo Panini Ragazzi per averci messo a disposizione le immagini del libro.

venerdì 19 aprile 2013

Scegliere la fiducia

Illustrazione di Simone Rea.
Quando si parla della rapida trasformazione che, da poco più di un decennio, ha interessato la letteratura, soprattutto illustrata, per ragazzi, si pensa subito, solitamente, ai prodotti editoriali, cioè ai libri e al lavoro, più o meno di ricerca, svolto dagli editori per realizzarli. Ma, forse perché nasciamo editori, insieme al mutamento che coinvolge libri e scaffali di libreria, ci balza all'occhio il cambiamento intervenuto di pari passo nel leggere, valutare, analizzare e selezionare i libri, cioè nel modo di scriverne da parte della critica.
Questa riflessione nasce da due strumenti che abbiamo riportato a casa dalla Fiera di Bologna, e cioè Scelte di classe. I migliori libri del 2012 e Hamelin 33. Annuario di libri per ragazzi 2012.
In entrambi i casi, i volumi si offrono agli operatori di settore (bibliotecari insegnanti, formatori, librai eccetera), ma non solo, come galleria ragionata dei migliori libri usciti lo scorso anno, dalla narrativa, agli albi illustrati, ai fumetti, offerti per temi e fasce di età.
Alla sua quarta edizione, Scelte di classe, progetto di Tribù dei lettori, diretta da Gianluca Giannelli, in collaborazione con Hamelin, associa alla selezione e pubblicazione critica, un momento ludico-didattico, in cui i libri selezionati, ma non solo, vengono letti, guardati, animati, discussi nel corso di una “festa della lettura e dell'editoria”, in cui sono coinvolti i bambini, gli editori, gli illustratori, gli autori, in un calendario fitto di incontri rivolti ai piccoli ma anche, cosa importantissima, ai grandi, in funzione formativa e divulgativa.

Scheda dedicata a A che pensi? di Laurent Moreau (Orecchio acerbo 2012).

Cosa ci sia di nuovo in questa iniziativa e perché in modo nuovo sia necessario avvicinarsi ai libri, lo dice bene nell'introduzione al volume la studiosa francese Sophie Van der Linden, quando afferma che, nonostante l'insistenza ultradecennale da parte di insegnanti, educatori, bibliotecari ecc., sull'importanza della lettura, “a forza di martellare sul 'purché legga', abbiamo persa la strada per una questione cruciale che non avrebbe mai dovuto essere dissociata dalla lettura: quella della letteratura! Perché oggi poco importa quel che i bambini leggono, purché leggano.” E, invece, aggiunge, poco dopo, “la letteratura raramente raggiunge i bambini e gli adolescenti” e questo, a fronte di una produzione editoriale "eccessiva". E nonostante ciò, prosegue Van der Linden:

Scheda dedicata a A che pensi? di Laurent Moreau (Orecchio acerbo 2012).

Sempre più editori, scrittori, illustratori si sono impossessati della letteratura per ragazzi come supporto d'espressione letteraria e artistica a tutti gli effetti [] sono decine e decine di opere straordinarie, pubblicate ogni anno, molto diverse fra loro: testi raffinati e acuti dalle immagini virtuosistiche, che possiedono forza di espressione; storie originali, sorprendenti o assolutamente corroboranti, che producono eco durature e feconde, al tempo stesso perfettamente allineate con le proccupazioni e gli interessi dei bambini. [] E i bambini che leggono questi libri, lo sappiamo, hanno una curiosità, una predisposizione all'astrazione, una attitudine a immaginare, un senso creativo che gli sono propri per il continuo confronto con queste opere letterarie e artistiche, che li accompagneranno e sosterranno per tutta la vita. [] Il ruolo cruciale svolto da Tribù dei lettori con Scelte di Classe è esattamente questo: selezionare con rigore le opere più interessanti, capaci di arrivare ai giovani lettori e far condividere queste letture nella maniera più intelligente, lavorando sulle motivazioni e sul desiderio di leggere dei giovani. Alla fine, questa è senza dubbio la questione centrale, la sola attraverso cui le cose potranno cambiare: la fiducia. La fiducia che dobbiamo concedere ai giovani lettori in contatto con la letteratura. Niente è più importante di questo oggi.

Scheda dedicata a Henri va a Parigi, di Saul Bass (Corraini 2012).

Quanto Tribù dei lettori sposi e realizzi questo punto di vista, e quanto pratichi la fiducia non solo nei ragazzi, ma nella letteratura e negli adulti che stanno accanto ai ragazzi, lo manifesta attraverso scelte importanti: per esempio quella delle persone che chiama a selezionare i volumi e a scriverne. Persone che di libri si occupano sotto punti di vista diversi: non solo studiosi istituzionali, ma anche creativi, organizzatori di mostre, bibliotecari, scrittori, blogger, tutti capaci di portare la ricchezza del proprio orizzonte visuale e dei propri linguaggi nella lettura e nella valutazione dei libri. Va sottolineato, a questo proposito, che le schede proposte sui singoli volumi hanno una qualità sorprendente, spesso altissima.

Scheda dedicata a Henri va a Parigi, di Saul Bass (Corraini 2012).

Quest'anno mi hanno colpito particolarmente le schede di Massimiliano Tappari, acuto fotografo e autore, che in modo poetico, brillante, colto e limpido spiega Henri va a Parigi di Saul Bass e di A che pensi? di Laurent Moreau (di quanto sia importante che gli strumenti critici e i criteri di valutazione dei libri per ragazzi non rimangano unicamente sapere “da esperti”, per essere invece condivisi e allargati ad altri ambiti, e di quanto sia fondamentale che la letteratura e la cultura per ragazzi escano da un ambito specialistico per diventare tout court letteratura e cultura, prodotte e frequentate da tutti, di interesse e sotto la responsabilità di tutta la collettività degli adulti, avevamo scritto due anni fa, in questo articolo).
Un altro segnale importante di Scelte di Classe è la qualità della pubblicazione per cui fin dall'inizio si è contraddistinta. E a questo proposito cito la parte finale dell'introduzione al volume di Hamelin associazione culturale:

La vocazione pedagogica è anche di chi questo testo lo ha voluto, curato, corretto, rivisto, e di chi lo ha impaginato, di chi gli ha dato colori e immagini, di chi con la grafica lo ha reso bello (Fausta Orecchio n.d.r). Poiché la vocazione pedagogica è, innanzitutto, estetica. Offrire ai bambini e ai ragazzi qualcosa di bello e ricco di storie, ecco il piacere di fare e leggere Scelte di Classe

Illustrazione di Steven Guarnaccia.
Insomma, se il luogo comune a proposito dei "libri per i figli degli architetti" o addirittura "dei libri per architetti" è  duro a morire, molto si sta facendo e da parte di molti, perché si tramuti nell'ovvia stupidaggine che è.

Sulla stessa onda, nello suo stile proprio e autonomo, appare la rivista Hamelin che nel nuovo numero si presenta come annuario, ovvero selezione dei migliori libri del 2012. Ho avuto già modo di segnalare come il cambio di formato e grafica di questa rivista, a partire dal 2012, abbia coinciso con un cambiamento anche nell'impostazione dei contenuti. E certamente uno dei mutamenti più evidenti sta nel peso maggiore che vi hanno le figure (per esempio, a ogni numero è proposto un inserto centrale a colori dedicato a un illustratore), una scelta che, per chi si occupa di immagini, non è esteriore, ma si inscrive in una riflessione estetica che riguarda i contenuti stessi di quanto proposto. Un altro percepibile cambiamento sta in una decisa, quasi combattiva, assunzione di responsabilità, a fronte di una offerta editoriale percepita come  “eccessiva”, per tornare all'espressione di Sophie van der Linden, rispetto alla propria funzione critica, avvertita, oggi più che mai, come fondamentale: non per, teatralmente, stroncare o beatificare questo o quel libro, ma invece problematizzando, andando al cuore delle questioni, approfondendo temi, stili, filoni e dinamiche editoriali, studiando immagini e contenuti, interrogando le scelte di autori e illustratori, dando la parola a voci, punti di vista e competenze diverse, ponendosi domande senza formulare facili risposte, e dando ragione ai lettori di giudizi positivi e negativi, di osservazioni e valutazioni, argomentando sempre scelte e preferenze. Un atteggiamento importante, perché la qualità e la crescita dei prodotti editoriali nasce, anche, da un confronto critico autentico e condivisibile. Prendere sul serio la funzione critica significa credere nella letteratura e nei lettori, dare a entrambi fiducia. Sapere che le scelte che facciamo e le parole che usiamo determinano altre scelte e altre parole.
Dall'introduzione di Hamelin, riporto:

Provate a pensare all’attimo in cui mettete piede in libreria, piccola o grande che sia, indipendente o meno. L’attimo prima di ricordare il motivo per cui siete entrati è un attimo di vertigine, di sconvolgente smarrimento e insieme di ebbrezza. Sono centinaia i titoli esposti, le copertine ammiccanti, le fascette esclamative, e spesso gli stessi titoli cambiano nel giro di un paio di settimane, sostituiti da altri apparentemente uguali ai primi. Perché se ne dovrebbero acquistare alcuni, e non altri? Qual è il valore, il merito, la necessità di ciascuno? Ce ne sono alcuni che sono migliori di altri, più urgenti, più vitali? Sono domande, queste, che ne sottendono altre, più essenziali: perché leggiamo? Che cosa ci dà la lettura di un libro? Che cosa stiamo cercando? E per chi si occupa di promuovere la lettura, c’è un’altra domanda ancora: perché far leggere? Perché scegliere un libro per bambini o ragazzi piuttosto che un altro?
Perché, e abbiamo l’ambizione di pensarlo, alcuni libri sono migliori di altri, e lo sono sulla base di valori letterari, estetici e pedagogici necessari. Perché raccontano storie che possono aiutare a fare una scelta, dare la spinta che serve, cambiare la vita. Perché raccontano di noi, di dove siamo e dove stiamo andando.


(gz)

lunedì 18 marzo 2013

Per amare mio padre

Quest'estate ho letto, uno dietro l'altro, La lingua salvata di Elias Canetti e Il bambino incantato di Rachid O. A causa di questa prossimità mi sono accorta di una analogia fra i due libri, peraltro diversissimi in tutto. Come è noto La lingua salvata è il primo volume della autobiografia di Canetti, in cui si racconta di una straordinaria e difficile infanzia, contrassegnata da continui spostamenti e da vicissitudini di ogni genere, la prima delle quali, tragica, la morte dell'amatissimo padre, quando Elias aveva 7 anni, a Londra.  Il bambino incantato, anch'esso autobiografico, racconta l'educazione sentimentale dell'autore, Rachid O., prima bambino, poi adolescente, in Marocco, fra gli anni Settanta e Ottanta. In comune i due libri hanno le figure paterne, del tutto anomale, caratterizzate da una profonda tenerezza verso i figli, da una disponibilità all'ascolto e al gioco, dalla capacità emotiva di darsi con generosità e di comprendere profondamente i bisogni e la sensibilità di un essere in crescita.

In questa bella intervista, di cui vi consiglio la lettura, Rachid O. dice: «In Cioccolata calda (terzo romanzo dell'autore ndr) dico che si nasce con dei talenti. C’è chi nasce con le mani fatte per dipingere, chi per costruire ecc. Io da bambino desideravo avere un cuore grandissimo per amare mio padre, per ricambiarlo del suo affetto. Il fatto è che entrambi, sin dalla morte di mia madre, abbiamo fatto un enorme investimento reciproco. Lui per me è una miniera, una continua fonte di ispirazione, di affetto, d’amore».
A Canetti accade l'opposto, l'investimento reciproco, dopo la morte del padre, è fra lui e la madre: figura dominante, inquieta, ambigua, esigente, di grande severità e durezza, all'origine, certamente, della genialità del figlio, ma anche di angosce e tormenti indescrivibili.


Colpisce come in due ambienti sociali e culturali dominati dalla religione, ebraica in un caso, musulmana, nell'altro, le figure che infrangono, con la loro umanità, le censure e il rigore di regole incomprensibili e crudeli, siano i padri, capaci di una libertà mentale assoluta e proprio, significativamente, nella relazione educativa e affettiva coi figli. Sono loro infatti, a proteggerli dalla violenza dei diktat sociali, culturali e religiosi, con mano ferma e amore intelligente che si manifesta come profondi rispetto e comprensione dell'altro, anche nelle scelte più lontane e incomprensibili, come l'omosessualità e le relazioni con uomini più grandi per età nel caso di Rachid O.. Ed è il padre di Canetti a decidere di abbandonare la rigidissima famiglia paterna, in Bulgaria, connotata da una cultura soffocante e autoreferenziale, per vivere in una Londra cosmopolita: gesto che gli vale una biblica maledizione paterna (che verrà poi segretamente vissuta dalla famiglia come vera causa della sua precoce e improvvisa morte). Ed è sempre il padre a nutrire Elias di libri, praticati come momenti insostituibili di relazione affettiva e intellettuale, a regalargli il primo libro di fiabe, a contagiarlo con il suo grande amore per la letteratura, vissuta come fonte inesauribile di piacere e libertà.



Di che portata sia il problema dell'ortodossia religiosa e della sua invadenza nella vita civile, privata e familiare, lo segnala l’iniziale del cognome dietro cui ancora oggi Rachid O. si scherma: «Quando è uscito Il bambino incantato, nel 1995, ero semplicemente preoccupato per la mia famiglia. All’epoca, in Marocco, il fondamentalismo stava crescendo. Non avevo paura per me, o per la censura. Ma per mio padre, i miei fratelli. È stato il mio modo di proteggerli. E poi quella O. mi piaceva anche esteticamente: e si ricorda facilmente.»

Oggi festeggiamo la prossima festa del papà con questi due padri magnifici. Sono in tanti, però, crediamo, come loro: forse mai abbastanza ricordati e presi a esempio. Sarebbe bello lo fossero, per anteporre figure maschili, positive e in controtendenza rispetto a quelle di cui i media non fanno che parlare.
Ho scritto questo post perché a Roma, a Più libri più liberi, allo stand Playground parlavo con due amici di questi due padri incontrati durante l'estate e della mia intenzione di scrivere qualcosa. Sono stati loro a spronarmi a riprendere l'idea e a farlo. Anche perché noi per i papà abbiamo un debole, come mostrano i due libri a loro dedicati, nella collana I grandi e i piccoli: Non si incontravano mai. Il libro del papà e della bambina di Mauro Mongarli e Chiara Carieri e P di papà di Bernardo Carvalho e Isabel Minhós Martins. Due libri che ci continuano a piacere per il modo che hanno di raccontare la paternità e la sua importanza nella vita dei figli.



mercoledì 20 febbraio 2013

Un diluvio di bambini

Qualche tempo fa ho scritto un post su Moonrise Kingdom di Wes Anderson, un film in cui molta importanza ha l'opera Noye's Fludde, del celebre compositore inglese Benjamin Britten. Mentre mi stavo documentando per scrivere la recensione, mi sono imbattuta in un filmato realizzato dalla fondazione Britten per presentare questa famosa composizione. Mi è sembrato un documento interessantissimo e per questo oggi ve lo propongo. Non ci capita spesso di parlare di musica e di opere dedicate ai bambini e ai ragazzi, un po' certamente a causa della nostra incompetenza in merito, un po' perché in effetti in campo musicale non sono frequentissime le occasioni in cui i bambini sono coinvolti, sia come spettatori sia come interpreti.



Perciò, oggi, potervi offrire questa testimonianza ci sembra importante, anche perché in questi pochi minuti di filmato una cosa si coglie in pieno: l'intensità che un'esperienza del genere può avere per un bambino o un ragazzino che vi sia coinvolto.

Benjamin Britten amava scrivere musica per i bambini, famosissime sono le sue composizioni per cori di voci bianche. Considerava i bambini un pubblico magari un po' selettivo, ma ricettivo e con reazioni spontanee e immediate. Spesso fece dei bambini i protagonisti delle sue opere o scrisse opere loro dedicate (come The Young Person's Guide to the Orchestra) o partiture pensate per le loro voci.  Noye's Fludd, ispirata a un'opera medievale, non è un'opera per bambini, ma è costruita in gran parte sulle loro voci. La rappresentazione racconta in chiave comica la vicenda di Noè che, aiutato da una squadra di animali e di ragazzi, i figli e le nuore, in vista dell'annunciato diluvio, costruisce l'arca, sbeffeggiato da un coro di pettegole capitanato dalla moglie, incredula della profezia.  


Noye's Fludde da sempre incontra il favore del pubblico dei bambini e fu eseguita per la prima volta in una chiesa del Suffolk, nel 1958. Cinque anni prima, quella zona dell'Inghilterra era stata colpita da una violenta inondazione che aveva provocato trecento morti e aveva quasi distrutto la casa di Britten.





















Britten scrisse quest'opera immaginandola interpretata da un gran numero di bambini, supportati da  musicisti professionisti. I bambini suonavano le percussioni, i campanelli, cantavano e prendevano parte al grande corteo degli animali.

Alla prima, parteciparono gli allievi di numerose scuole del Suffolk. Per aiutare gli insegnanti delle scuole a istruire i bambini, Britten preparò una registrazione preliminare dell'opera completa, in cui lui stesso suonava il piano e fischiettava le parti orchestrali. Le prove, affollate da un numero impressionante di bambini, furono un problema. Secondo la testimonianza di uno degli assistenti, la situazione oscillava fra disperazione e divertimento puro. Britten desiderava che l'opera venisse eseguita in una chiesa e con un allestimento molto semplice: una vera sfida per i produttori.

Come si poteva riuscire a costruire un'arca che ospitasse un centinaio di animali, su un palcoscenico minuscolo? La soluzione fu una specie di galeone che veniva rapidamente costruito a scena aperta dai bambini stessi. Per la prima esecuzione, i costumi furono disegnati da Ceri Richards.


Uno dei momenti salienti dell'opera è il grande corteo durante cui i bambini, vestiti da uccelli e animali, procedono a coppie, intonando il kyrie eleison, e dopo il quale, quando anche la moglie di Noè si convince a salire sull'arca, comincia a cadere la pioggia. Per creare gli effetti sonori relativi al diluvio, Britten realizzò strumenti musicali specifici; e per descrivere ogni fase della tempesta scrisse appunti molto precisi che fece circolare in tutte le scuole coinvolte nella produzione.


Benché molte partiture possano essere eseguite da giovani esordienti, Noye's Fludde è un'opera complessa. In essa sono previsti tre inni religiosi molto noti nella cui esecuzione è coinvolto anche il pubblico. A proposito della prima esecuzione assoluta di Noye's Fludde, il suo autore dichiarò: “Sono molto orgoglioso del fatto che sia stata eseguita dai bambini e dalle bambine del Suffolk. Circa due settimane fa ero ad Amburgo, una grande città tedesca con un grande teatro, in cui stavano eseguendo un'opera intitolata The Flood.



Stesse arie, ma musica diversa. La musica era di uno dei più grandi compositori contemporanei: Igor Stravinsky. La sua musica era terribilmente difficile e richiedeva l'esecuzione da parte dei migliori cantanti e strumentisti al mondo. Non mi sono sentito geloso di Stravinsky. Per niente. Ero molto più contento dei miei esecutori, in quella piccola chiesa, che dei grandi concertisti che hanno eseguito Stravinsky in quel grande teatro d'opera.”

Le immagini di questo post provengono dal sito della Britten-Pears Foundation e si riferiscono ai disegni dei costumi di Ceri Richards e alla prima esecuzione dell'opera, nel 1958.