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martedì 10 febbraio 2015

I Martedì della Emme / 17: Bill, prenditi la coda!

Anche oggi, per i nostri Martedì un super classico Emme: uno dei numerosi capolavori di Iela Mari. Grazie a Franco Fornaroli.

[di Franco Fornaroli]

Non conosco la storia di questo libro, quel che so si trova nel catalogo Iela Mari. Il mondo attraverso una lente a cura di Hamelin Associazione Culturale (Babalibri, 2010), dove si vedono un prototipo con rilegatura a spirale, originali a china e prove di stampa, così come si facevano negli anni ’70.
Mangia che ti mangio è stato pubblicato nel 1980 e sicuramente ha una storia. Tra quelli pubblicati dalla Mari nel corso della sua vita professionale è uno degli ultimi.
Si tratta di un libro senza parole, ma non per questo silenzioso. La narrazione è densa di suoni della natura e delle voci dei lettori. È un testo che permette una bella interazione con i bambini. Ma trovo riduttivo pensare che sia un libro solo per i bambini dell’asilo nido e della scuola per l’infanzia, così come tutti i libri di Iela Mari.

Mangia che ti mangio, Emme Edizioni 1980.
Nella mia esperienza di bibliotecario e di promotore della lettura ho avuto la possibilità di sperimentarlo più volte in ambiti differenti e con pubblici differenti, e funziona.
Mangia che ti mangio, già a partire dalla copertina, ludica e giocosa, spiazza immediatamente. Si vedono una coda e una zampa posteriore, nere, sulla destra, e la testa e la zampa anteriore di un lupo, brune, sulla sinistra. Ancora non sai di quale animale sia la coda, ma capisci che il lupo con la rossa lingua, i canini ben pronunciati e l’occhio giallo stretto è pronto a prendere quella coda.
Ma se ruoti il libro e ti ritrovi in quarta di copertina ti accorgi che la coda dell’animale è del lupo stesso, che non sta facendo altro che rincorrersi. Ed è qui che inizia il mangia che ti mangio, perché la paura di essere mangiati si trasforma in gioco quando la mamma dice al suo bambino “adesso ti mangio” e diventa il pretesto per inseguimenti, fughe, nascondigli, ma anche sorprese, versi, urla e risa.
A me questo libro ricorda un cane pezzato della mia infanzia, Bill, di un’albergatrice di Varazze, che aveva l’abitudine di volersi prendere la coda. Vederlo concentrato in quell'inseguimento divertiva moltissimo me e i miei cugini. Si esibiva in questro strano passatempo ogni volta che la sua padrona in genovese gli diceva: «Bill, prenditi la coda!».
L’immagine in copertina suggerisce un inseguimento e una fuga, o meglio l'attimo prima che abbiano inizio. In scena entrano subito la coppia cacciatore-preda.


Dopo questo exploit, e dopo la pausa dei risguardi, ci si trova davanti alla nera coda del frontespizio, sempre sulla destra, che dialoga con la coda precedente e con tutte le altre code a seguire. Ma non è la stessa coda della copertina, ma quella di un grande animale tutto nero, che ruggisce. Una pantera ritratta proprio nel momento in cui si prepara allo scatto utile per catturare la sua preda. E sembra dire: Mangia che ti mangio, così come lo dicono le pantere, con la lingua rossa, i canini appuntiti  e la fessura degli occhii gialli. Ed ecco che la preda inizia la sua fuga. E inizia anche il dialogo fra gli animali, che alternano teste e code, inseguimenti e fughe, attese e corse, cacciatori e prede, in cui i ruoli si scambiano e le immagini si modificano pagina dopo pagina.


Se prima il cacciatore mostra la lingua rossa, c’è poi chi caccia tenendo la bocca stretta, come il gatto o l’uomo. Se il cacciatore che insegue corre, c’è anche chi si apposta, chi striscia, chi salta e così via. E allora viene l'idea che quelli di Iela Mari siano veri e propri libri di divulgazione scientifica. Perché qui lo spettacolo in scena è quello della catena alimentare, con il falco che vuole artigliare la vipera che vuol mangiare la rana che vuole catturare una libellula che vuol prendere una zanzara.

Immagini dall'edizione Mangia che ti mangio, Babalibri, 2007.

Ma la zanzara potrà dire a un piede umano Mangia che ti mangio?
E l’uomo potrà dire alla tigre Mangia che ti mangio?
La sorpresa non sta solo nelle immagini che Iela Mari propone, ma anche nel linguaggio che ci sta dentro, dietro, che permette di arricchire l'espressione di tutte le sfumature lessicali e sintattiche della lingua.

Mangia che ti mangio, Emme Edizioni 1980.

Con la zanzara che punge, si prepara il lettore alla sorpresa successiva: un uomo, a caccia, che spara, con tutte le implicazioni e i ragionamenti al riguardo. Quindi da mangia che ti mangio a mangia che ti prendo, a spara che ti pungo, a mangia che ti sparo, attraverso, a seconda di chi è ritratto, i diversi punti di vista. Se è quello di chi fugge, allora scappo che mi mangi e corro che mi prendi.
Il libro si chiude con il ritorno al gioco iniziale tra code e teste, cacciatori e prede, a rassicurare che è così: con la tigre insegue il coccodrillo che insegue la pantera che insegue… e il gioco continua, dalla pantera alla zanzara, all’uomo e dalla tigre alla zanzara a suggerire che questa storia è circolare, non si conlcude e va dal grande al piccolo e dal piccolo al grande.
Iela Mari. Disegno preparatorio per Mangia che ti mangio.

Il libro realizzato con il segno grafico pulito che è il marchio di fabbrica della Mari, ha disegni comprensibilissimi e, nonostante questo, ricercati, sullo sfondo di bianche pagine che lasciano immaginare ambienti in cui gli animali rappresentati vivono, a seconda dell’esperienza di ciascun lettore. Se c’è la pantera nera, ci sarà allora una foresta equatoriale? Se ci sono un cane o un gatto, ci sarà un ambiente domestico? E, se riconosco un coccodrillo, immaginerò un grande fiume? Una storia, un libro circolare, come accade a certi versi di filastrocca, ai movimenti dei bambini quando dondolano se stessi.
Così è la vita: nulla si perde, prima o poi lo si ritrova.
Chissà se è questo che l’autrice vuole dirci? Chissà se sono anche gli affetti a entrare in gioco?
Chissà se è solo ciò che accade in natura?
Ma questo è un'altra cosa ancora, e ognuno mette del suo.

Edizioni Emme ad anelli e Babalibri rilegata. Dal sito Animalarium.

Sono Franco Fornaroli, vivo e lavoro a Melegnano. Mi occupo di biblioteche e promozione della lettura. Tra le mie passioni, i libri per i bambini e i ragazzi e l'illustrazione per l'infanzia occupano un posto importante. Organizzo mostre ed eventi per bambini e ragazzi e non solo.

Dal nostro catalogo, Franco Fornaroli ha scelto Case stregate di Massimo Scotti e Antonio Marinoni.

Se siete bibliotecari, insegnanti, librai, promotori della lettura o appassionati di libri illustrati e desiderate partecipare alla rubrica I Martedì della Emme, presentando in un vostro post un libro di Emme Edizioni di Rosellina Archinto scriveteci qui, specificando di quale volume volete scrivere.

Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, le trovate  qui.
Qui trovate tutte le puntate precedenti de I Martedì della Emme:

I Martedì della Emme / 1: Un gioco per bibliotecari felici
I Martedì della Emme / 2: Federico, topo bambino
I Martedì della Emme / 3: Un’avventura invisibile
I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine 
I Martedì della Emme / 5: Un albo molto rumoroso
I Martedì della Emme / 6: Elogio dell'immaginazione
I Martedì della Emme / 7: Il sapore di una rivoluzione 
I Martedì della Emme / 8: Caro Stevie
I Martedì della Emme / 9: La storia che si ripete
I Martedì della Emme / 10: Dove c'era un prato 
I Martedì della Emme / 11: La vita quotidiana è una storia ricchissima

I Martedì della Emme / 12: Tutto cambia
I Martedì della Emme / 13: Sull'esser gufo
I Martedì della Emme / 14: Vedere l'altrove

I Martedì della Emme / 15: Possedere una fattoriaI Martedì della Emme / 16: Dentro le pagine

martedì 27 gennaio 2015

I Martedì della Emme / 15: Possedere una fattoria

[di Francesca Romana Grasso]

Recentemente un'amica bibliotecaria che ama le mucche, Giovanni Segantini e la vecchia Emme, mi ha regalato Una fattoria, un libro che intorno alle immagini di Carl Larsson vede prendere forma il testo di Lennart Rudström.
Pubblicato a Stoccolma nel 1966, è stato tradotto da Margherita Gelsomino, per Emme, nel 1982.

Carl Larsson (1853-1919) era un popolare pittore, incisore e illustratore svedese. Nonostante le umili origini contadine, fu ammesso all’Accademia Reale Svedese delle Arti di Stoccolma, in virtù del suo talento. Con la moglie Karin Bergöö, anch'essa artista,  si trasferì nel piccolo villaggio svedese di Sundborn, e insieme ebbero sette figli.

Larsson comprò la fattoria di Spadarvet con il denaro guadagnato
dipingendo un murale al Museo Nazionale di Stoccolma.

Queste note biografiche aiutano a comprendere Una fattoria, che principia così:

«Che cosa meravigliosa deve essere per un artista che dipinge paesaggi possedere una fattoria e cavalli e maiali e galline! Questo è quel che pensava il pittore Carl Larsson.(...) Un giorno che il vento fischiava e la pioggia batteva contro i vetri, arrivò una lettera di Björk (…) che scriveva che la fattoria era in vendita, insieme a quattro mucche, un cavallo, un maiale, delle pecore e naturalmente anche le galline. 
Quando arrivò di nuovo la primavera, Carl Larsson partì, insieme alla moglie e ai bambini, per andare a comprare Spadavert.»

I boscaioli usavano seghe ben affilate e “dentellate”
per ben penetrare  nella legna umida.

Tra parole e immagini si susseguono animali, stagioni, attrezzi, lavori, seghe dentellate, blocchi di ghiaccio trasportati con i cavalli, falegnamerie e fucine per approvigionare gli attrezzi, reti e nasse da pesca, battiture di terra e semine in primavera, pascoli, stalle, fienagioni e trebbiatrici, chiese di campagna con fedeli addormentati, letamaie e campi fertilizzati, raccolte settembrine di patate e arature, carbonaie, caccie e banchetti natalizi. E così, pagina dopo pagina, ci si immerge in un mondo che per millenni ha affinato tecniche e consuetudini per mediare tra esigenze umane e leggi naturali.

Uomini intenti a recuperare blocchi di ghiaccio dal lago,
per alimentare la ghiacciaia della fattoria.

Amo questo libro per gli acquerelli, che, mirabili, si pongono al servizio di una consegna puntuale di saperi antichi; lo amo perché come in un mito, il racconto si dipana attraverso parole che nominano e spiegano attività e attrezzi, tramandando gesti da compiere con regolarità, seguendo la cadenza delle stagioni, riti sociali, momenti di raccoglimento, pause di attesa. 
La scrittura di Karin Bergöö si rivolge al lettore in maniera piana, con grande rispetto per la sua capacità di interessarsi alle cose del mondo, senza escamotage volti a destare stupore. Il linguaggio è preciso, sequenziale, 'tecnico'.

Nella falegnameria si costruivano  mobili e arnesi:
si segava, trapana, piallava, passata la carta vetrata a mano.

Leggere queste pagine mi ha fatto ricordare con quale piacere ascoltavo e seguivo i 'grandi' quando mi mostravano un luogo - indifferente se una fattoria, una falegnameria, o un laboratorio chimico - e mi spiegavano dettagliatamente come funzionava, mi facevano vedere gli attrezzi, gli spazi, motivando gesti e posizioni dei lavoranti, la collocazione dei materiali, l'ordine con cui si avvicendavano le diverse azioni.

 Un contadino doveva anche saper pescare, tessere reti e nasse.

I bambini, oggi come ieri, amano capire come funzionano le cose, comprendere qual è il modo migliore per farle, sentire testimonianze e vedere le persone che lavorano; non sempre e non tutti sono animati dal desiderio di 'fare' direttamente le esperienze, magari partecipando a laboratori e attività didattiche. Queste pagine, lette o raccontate, possono soddisfare molte curiosità, con buona pace di chi ama starsene tranquillo e far lavorare solo i neuroni specchio.

Prima della semina il campo deve essere ben erpicato,
per far divenire la terra molle e leggera.

Francesca Romana Grasso è pedagogista e dottore di ricerca in scienze dell'educazione; appassionata di libri, ha conseguito il Master dell'Accademia Drosselmeier. Centro studi di Letteratura per l'Infanzia. Da tre anni vive a Milano, dove lavora come formatrice, progettista e consulente -sia presso il suo studio privato sia con servizi educativi e scolastici, consultori familiari, biblioteche, librerie, cooperative e associazioni. Progetta e conduce percorsi formativi su tematiche sociopsicopedagogico, con particolare attenzione al pensiero di Maria Montessori, Elinor Goldschmied, Emmi Pikler, Bruno Munari, Jella Lepman. Collabora con la rivista Liber e alcuni blog di letteratura per bambini e ragazzi. Ha scritto a quattro mani con Alice Gregori il Manifesto. Alleanze Educative e di Cura. Per saperne di più sul suo lavoro potete consultare il sito Edufrog oppure seguirla sul suo blog.

Dal nostro catalogo, Francesca Romana Grasso ha scelto La Casa delle Meraviglie a cura di Loredana Farina.

Le pastorelle si portavano ai pascoli piccoli telai,
per lavorare anche durante le lunghe permanenze all'aperto.

Il sagrestano, sulla destra,  aveva il compito di svegliare
chi si addormentava in chiesa durante le funzioni.

Se siete bibliotecari, insegnanti, librai, promotori della lettura o appassionati di libri illustrati e desiderate partecipare alla rubrica I Martedì della Emme, presentando in un vostro post un libro di Emme Edizioni di Rosellina Archinto scriveteci qui, specificando di quale volume volete scrivere.


Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, le trovate  qui.
Qui trovate tutte le puntate precedenti de I Martedì della Emme:

I Martedì della Emme / 1: Un gioco per bibliotecari felici
I Martedì della Emme / 2: Federico, topo bambino
I Martedì della Emme / 3: Un’avventura invisibile
I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine 
I Martedì della Emme / 5: Un albo molto rumoroso
I Martedì della Emme / 6: Elogio dell'immaginazione
I Martedì della Emme / 7: Il sapore di una rivoluzione 
I Martedì della Emme / 8: Caro Stevie
I Martedì della Emme / 9: La storia che si ripete
I Martedì della Emme / 10: Dove c'era un prato 
I Martedì della Emme / 11: La vita quotidiana è una storia ricchissima
I Martedì della Emme / 12: Tutto cambia

I Martedì della Emme / 13: Sull'esser gufo

I Martedì della Emme / 14: Vedere l'altrove

martedì 20 gennaio 2015

I Martedì della Emme / 14: Vedere l'altrove

C'è sempre un libro con cui una casa editrice viene identificata e forse si identifica. Per la Emme, fu questo. Grazie Nicoletta.

[di Nicoletta Sudati]

Avevamo vent’anni. Cercavamo nei libri le facce dei bambini che incontravamo in aula, la loro
sorpresa, la loro freschezza. Negli anni '70. 
Ma nei libri di testo, poca poesia, poca immaginazione, poca vita.
Entrammo alla Libreria dei ragazzi di Milano, era il 1976. E fu una meraviglia per noi, giovani
maestre, formate alla scuola, ma non dalla Scuola, di Don Milani, Mario Lodi, Célestin Freinet, Gianni Rodari...
Guardavamo all’arte di Mirò, Matisse, Picasso con lo stesso stupore con cui leggevamo Silone, Montale, Quasimodo; con la stessa sorpresa con cui ci affacciavamo su Bruno Munari o Enzo Mari...

Fra i risguardi più belli mai apparsi.

Ed ecco, finalmente, tra le nostre mani, per la prima volta, Leo Lionni e il suo splendente Piccolo blu e piccolo giallo: un librino speciale, poche parole, immagini simbolo, semplici ma non banali, qualcosa anche per bambini, ma con l’arte e la poesia universali dell’umanità. 
Diventò racconto libero con le parole dette di piccoli che non sapevano ancora leggere, e pittura di quella fatta con i colori in polvere, acqua e vinavil, e teatro con piccole quinte di carta velina sovrapposta, e musica con maracas di barattoli e riso, nacchere di “tollini” da bibita, piccole arpe su vecchie cornici e fili tesi...
Guardare e vedere l’altrove.  Che bellezza! Non abbiamo smesso più.
E dopo furono Eric Carl, Emanuele Luzzati, Beatrix Potter e tanti altri a indicare la strada.
Per noi, per me, ci sono incontri che segnano, persone che diventano “maestri” e ci accompagnano per sempre.

Edizione americana,

Ora sono dirigente scolastico e guardo con affetto e gratitudine le maestre d’infanzia che
costruiscono libri con carta, stoffa, bottoni; gli insegnanti delle elementari che inventano con i loro bambini filastrocche che emergono tridimensionali da pagine realizzate con cartone e stagnola; gli insegnanti delle medie che giocano ancora con la parole e l’arte, anche quando è in powerpoint. A loro va il mio grazie.
A Rosellina Archinto e alla sua Emme devo gratitudine. Con un’eco lontana, forte e presente.

Edizione americana.

Nicoletta ci ha mandato una sua biografia, come da nostra richiesta. A dire il vero è un po' lunga rispetto a quelle finora pubblicate nei nostri Martedì. Però a noi è piaciuta, e ve la proponiamo come l'abbiamo ricevuta. La troviamo interessante perché mostra in che modo e con che idea si possa entrare tutti i giorni a scuola, da tanti anni, e amare il luogo in cui si è, e quello che si fa e le persone con cui si lavora, giovani e meno giovani. Sembra ovvio. Non lo è.

Mi chiamo M. Nicoletta Sudati. La M sta per Maria, nome che tutti abbiamo in famiglia in onore di una nobildonna torinese che aveva un marito generale e di cui mio padre era giovane attendente durante la seconda guerra mondiale; così con quel nome, mio padre ne ha voluto ricordare l’amicizia e l’affetto. Ma, estroso com’era, ha voluto aggiungere anche Nicoletta, non un nome di avi defunti, ma il nome del protettore dei bambini, san Nicola, molto amato in Puglia, dove attendente e generale si erano fermati a lungo, sempre in guerra. Mio padre era del secolo scorso e dico così perché era del 1914, è mancato qualche anno fa a più di novant’anni, ancora arzillo, pieno di vita, curioso, abile sarto, di quelli che avevano una grande laboratorio con una ventina di lavoranti, amante dell’arte e dell’antiquariato, appassionato di animali, socievole oltre misura, non a caso aveva il negozio in piazza.
Racconto questo perché penso di aver ereditato da lui l’eccletticità.
Non mi sento capace in assoluto in qualcosa, so fare solo un po’ di varie cose. A 19 anni sono diventata maestra, perché il liceo allora “non ti dava in mano niente”, e la ragioneria non era proprio il mio mestiere. Diplomata a luglio, in agosto lavoravo già, e subito dopo il concorso, e senza dire né
aba mi son trovata in un’aula.
Ma mi piacevano il teatro, la danza, la lettura, la scrittura e mi sono dedicata un po’ a tutto ciò. Mi piaceva stare in mezzo alla gente e avevo voglia di amici, per me sempre fondamentali. Penso che la vita prenda svolte grazie a incontri. E persone speciali mi hanno fatto da “maestri”, parola bellissima, troppo in disuso.
Mi sono laureata in pedagogia con una tesi in docimologia. Sono stata per molti anni insegnante di primaria quando ancora si chiamava scuola elementare. Mario Lodi, Don Milani e Gianni Rodari hanno guidato i miei primi passi nella scuola. Poi ho preso un’abilitazione in Lettere e ho insegnato in una scuola media. Ora sono preside, dovrei dire dirigente scolastico di un istituto comprensivo, ma mi piace di più la parola facile che tutti capiscono.
La mia scuola (e dico mia perché la sento come una seconda casa) ha una media a indirizzo musicale e ho la presidenza sopra l’aula di musica d’insieme e l’auditorium. Per questo spesso dico “la mia scuola suona”; già alla mattina le note riempiono atri, corridoi, segreteria: è bellissimo. Abbiamo un’orchestra di più duecento elementi.
Le scuole dell’infanzia e le primarie sono vivaci, con insegnanti pieni di risorse e fantasia e che ogni anno organizzano una mostra di libri per ragazzi
Libriamoci; narrazioni, letture, incontri con autori la animano sempre con grande stupore.
Ho quasi sessant’anni, ma, a volte, mi pare di essere ancora quella bambina che ha imparato a camminare nella piazza Garibaldi, che raccoglieva sassi e portava via sempre un po’ di sabbia dal mare, che faceva il bagno nei fossi della cascina della zia Piera, che inventava poesie e piccoli teatri per i bambini. Abito con mia figlia e mio marito in una casa semplice, in piena Pianura Padana, ma da cui, secondo quando diceva la fantasiosa zia Gianna, ci sarebbe una bellissima vista lago. E forse aveva ragione lei.


Dal nostro catalogo, per Nicoletta Sudati abbiamo scelto Libri! di Murray McCain e John Alcorn.

Se siete bibliotecari, insegnanti, librai, promotori della lettura o appassionati di libri illustrati e desiderate partecipare alla rubrica I Martedì della Emme, presentando in un vostro post un libro di Emme Edizioni di Rosellina Archinto scriveteci qui, specificando di quale volume volete scrivere.

Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, le trovate  qui.
Qui trovate tutte le puntate precedenti de I Martedì della Emme:

I Martedì della Emme / 1: Un gioco per bibliotecari felici
I Martedì della Emme / 2: Federico, topo bambino
I Martedì della Emme / 3: Un’avventura invisibile
I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine 
I Martedì della Emme / 5: Un albo molto rumoroso
I Martedì della Emme / 6: Elogio dell'immaginazione
I Martedì della Emme / 7: Il sapore di una rivoluzione 
I Martedì della Emme / 8: Caro Stevie
I Martedì della Emme / 9: La storia che si ripete
I Martedì della Emme / 10: Dove c'era un prato 
I Martedì della Emme / 11: La vita quotidiana è una storia ricchissima

I Martedì della Emme / 12: Tutto cambia
I Martedì della Emme / 13: Sull'esser gufo

venerdì 16 maggio 2014

Eccellenze & ricerca

L'ultimo numero della rivista Hamelin, il 36, offre una panoramica su quanto la stagione editoriale dell'anno appena passato ha offerto alla letteratura per ragazzi, come indica il titolo: Annuario di libri per ragazzi 2013. Si tratta di un numero ricco (verrebbe da dire come sempre: il primo numero di gennaio, il 35, Il migrante, contiene riflessioni imperdibili per tutti coloro che hanno a che fare con il tema dell'integrazione e delle differenze culturali, a partire da quella di Martino Negri, Il sacrificio e l'ascolto. Digressione letteraria sulla natura del dialogo).
Oltre alle sezioni dedicate a narrativa, albi illustrati, fumetti, saggi usciti nel 2013, in questo numero si trovano altri contributi interessanti, come L'architetto delle figure, l'intervista a Blexbolex sulla costruzione della struttura narrativa e del punto di vista nella sua trilogia Immaginario, Stagioni e Ballata, o come i due articoli dedicati a Tove Jansonn da Kitty Crowther e Luca Scarlini, o come gli articoli dedicati ad alcuni libri sul tema della paternità, che nel 2013 hanno impazzato nelle librerie. Nicola Galli Laforest riflette sul rapporto fra figli e padri a partire dal romanzo di Michele Serra Gli sdraiati (condividiamo parola per parola) e dal saggio di Stefano Laffi La congiura contro i giovani che non ho letto, ma sicuramente leggerò grazie a questa recensione. Giordana Piccinini in P di Papà, a partire da spunti presenti nel libro di Serra e nel saggio di Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco (altro best seller del 2013), indica un percorso di pensieri e letture su papà e bambini negli albi illustrati. Agli abbonati di Hamelin, il numero 36 della rivista è arrivato accompagnato dal nostro Catalogone 7, in omaggio.

Nella sezione relativa alla produzione editoriale dell'anno passato, hanno fermato la mia attenzione le parole di Emilio Varrà, nell'articolo Riflessioni sull'albo illustrato: 2013. Emilio Varrà si chiede se la recente riproposta da parte di alcuni editori di diversi titoli e di grandi autori del passato non si debba alla difficoltà di reperire nel presente un numero sufficiente di titoli significativi: riscoperta, cioè, come risorsa per colmare un presente povero di idee.

E commenta: «Il dubbio viene se si guarda ai libri di produzione, quelli che nascono dal progetto di un editore. Non sono tanti gli esiti memorabili di quest'anno: tra gli italiani spiccano Io sono un ladro di cavalli di Tessaro (Il Castoro), Fiume lento di Sanna (Rizzoli), Il nuotatore di Cognetti e Cerri (Orecchio Acerbo), Il grande libro dei pisolini  di Zoboli e Mulazzani (Topipittori). Ma numericamente prevalgono esiti non per forza brutti, ma nemmeno così eclatanti. Sintomo di un calo di ispirazione degli autori? Di ambizione moderata degli editori? Del desiderio di seguire un trend in questo momento positivo? O piuttosto di un sistema editoriale ancora poco solido sul piano economico (e ancora squilibrato nel fuoco di fila fra grandi e piccoli), perché non esiste un pubblico sufficientemente forte da poter alzare vendite, tirature e – di conseguenza – compensi agli artisti, costretti quindi a dover moltiplicare e accelerare il proprio lavoro per sopravvivere? Rimangono poi le traduzioni dall'estero che ci hanno regalato anche quest'anno uscite importanti...»
Se come autrice non posso che essere lusingata nel vedere un mio libro inserito fra i migliori quattro titoli italiani del 2013, come editore mi sento invitata alla riflessione. Ovviamente quello che sto per scrivere riguarda le modalità creative ed editoriali di Topipittori, e non pretende di esaurire il discorso in senso generale. Trovo interessante l'idea che seguire un trend positivo abbassi il livello creativo. Ho sempre pensato che l'andamento positivo di una casa editrice di ricerca, come è la nostra, sproni alla sperimentazione anziché livellarla su una produzione che garantisca esiti “sicuri e dati”.

La sperimentazione è stata, fin dall'inizio, il motore del nostro successo. E infatti, per quanto ci riguarda, dal 2004, cioè dagli esordi, la nostra linea editoriale è connotata da progetti nuovi per la proposta di nuovi autori, illustratori, grafici, e di stili molto diversi sia relativamente ai testi sia alle immagini.
Da questo punto di vista, quindi, più che a un calo di ispirazione degli autori, credo che la qualità dell'esito creativo dipenda soprattutto dalle indubbie difficoltà che comporta il lavoro di ricerca: cercare, individuare, trovare, progettare costa tempo, impegno, risorse a fronte di risultati incerti e molto diseguali. Ricerca infatti non vuol dire, automaticamente, dare luogo a un catalogo di eccellenze. Credo che le eccellenze, al contrario, siano il risultato di un percorso di ricerca serio, strutturato, coerente, continuato in cui l'editore si è fatto carico, con il pessimismo della ragione, dei propri limiti, di quelli degli autori, della congiuntura economica, degli incidenti di percorso, della concorrenza e via discorrendo; e altrettanto, con l'ottimismo della volontà, della propria capacità di trovare e portare alla luce per i propri lettori quanto di più interessante serba in potenza il terreno culturale a lui circostante.
Nell'autunno del 2013 abbiamo editato La Casa delle Meraviglie a cura di Loredana Farina, che racconta, attraverso una raccolta di saggi e interviste, la storia della Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Come molti, prima di approfondire la conoscenza di questo editore attraverso i quasi mille titoli editati in vent'anni, limitavo la mia conoscenza ai suoi titoli più forti che poi sono quelli che ancora oggi si trovano in libreria: Nella nebbia di Milano, Nel paese dei mostri selvaggi, La mela e la farfalla, Il palloncino rosso, Era inverno eccetera.

Si tratta, ovviamente, delle eccellenze di questo catalogo. Ma il lavoro dell'Archinto, è andato ben oltre questi titoli, e questi titoli sono il risultato eclatante di un modo di fare libri che ha sposato cultura, ricerca, responsabilità, divertimento, assumendosi i rischi di mercato, critica, pubblico.
I rischi, cioè dell'insuccesso. Se si ha la fortuna di poter osservare la produzione della Emme nell'insieme, si ha l'impressione di un editore che, più che da grandi ambizioni, sia stato guidato, oltre che da fiducia in se stesso e nei propri autori, da un piacere costante per la scoperta: scoperta di nuovi modi di raccontare, di spiegare e di guardare le cose. Vi sono moltissimi libri 'minori' nel catalogo dell'Archinto, ma nessuno è inutile e in ognuno è possibile capire in cosa sia consistito l'elemento di interesse: un'idea, un segno, un modo di scrivere o di usare un colore... Gli esiti possono essere discontinui, certamente, in questa produzione, ma niente appare insignificante. Non appaia irrispettoso il richiamo alla Emme Edizioni, se ne parlo è per mettere in luce cosa significhi, oggi come allora, per un editore, il senso più autentico di fare ricerca.
Emilio Varrà ipotizza giustamente anche cause di natura economica al problema di una produzione mediocre. Oggi, però, un mercato globale consente a editori piccoli, quali noi siamo, di poter prefigurare agli autori guadagni magari non stellari, ma dignitosi. Lo sanno alcuni degli autori che hanno lavorato per noi, che in diversi casi hanno potuto contare sugli introiti delle edizioni estere. Indubbiamente questi autori nel momento in cui hanno deciso di realizzare il progetto di un libro con noi erano consapevoli dei rischi di insuccesso e se li sono assunti, proprio come ce li siamo assunti noi. E questo perché prima che un libro esca, nessuno, ma davvero nessuno, può sapere come andrà.

Certo quello che sempre mi lascia stupefatta nella produzione nazionale è che i grandi editori, appiattiti su un'idea molto limitata di rischio imprenditoriale, pur disponendo di mezzi, non intraprendano una ricerca seria nel campo di prodotti popolari di buon livello, l'unica strada in grado di assicurare risultati solidi (la Pimpa docet), preferendo invece sfilacciare il marchio in una serie di uscite casuali, indifferenziate e incoerenti alla ricerca del “colpo grosso”.
Insomma, detto questo, mi chiedo: e se la causa nascosta di una produzione di albi illustrati poco convincenti, fosse, più che la mancanza di ambizione e di ispirazione, il suo contrario, l'eccesso di ispirazioni autoriali mal riposte e mal guidate e di ambizioni editoriali non supportate da un lavoro adeguato? In entrambi i casi, cioè, di un atteggiamento di superficie che spinge a puntare a obiettivi deboli e distoglie coloro che hanno a che fare con la materia creativa dal senso più profondo dei progetti (scusate se oso, ma mi sembra questa un po' la china su cui sta scivolando la produzione francese, spesso orientata a produzioni seducenti e appariscenti, ma destinate a scomparire rapidissimamente, e questo a causa di un mercato iper saturo in cui ogni nuova uscita rischia di affondare nell'invisibilità).
In cosa consiste il senso profondo di un progetto? Nel cercare di fare, con il massimo impegno, un buon libro nel rispetto del suo lettore, ma anche nell'assumersi il rischio e nell'avere la consapevolezza che i frutti della ricerca possono portare a esiti medi, buoni, o addirittura anche mediocri, non solo buonissimi. Ma questo non lo si sa mai, prima. Perciò porsi come obiettivo l'eccellenza fine a se stessa può avere esiti negativi, così come quello di creare libri di sicuro successo.

Torno così a domandarmi se, oltre che interrogarsi sulle eccellenze, non valga la pena anche di occuparsi dello stato di un'editoria che, nel suo complesso, sembra faticare a fare propria la necessità della coerenza, della qualità media del prodotto, del rispetto del lettore. Perché le eccellenze ci sono sempre state e sempre ci saranno.
Ci sono perfino nei paesi e nelle culture più refrattarie al lavoro serio e organico (così come i grandi vini italiani ci sono sempre stati, anche quando, anni fa, il prodotto medio amoreggiava pericolosamente con la chimica del metanolo). Le eccellenze sono eventi occasionali, se non fortuiti e, alla fine, destinati a non lasciare una vera traccia se non si innestano su una produzione complessiva di qualità e di valore, su un tessuto editoriale professionale e solido. Perciò a questo punto mi viene da domandare a Emilio Varrà  quale sia a suo avviso – al di là dei miei pisolini, di fiumi lenti, nuotatori e ladri di cavalli – lo stato della produzione editoriale italiana nel suo complesso. Se vuole, possiamo discuterne qui.

mercoledì 22 gennaio 2014

Dopo Guadalajara

[di Valentina Colombo]

Tra la fine di novembre e i primi di dicembre ho avuto la felice opportunità di assistere alla Fiera del libro di Guadalajara, in Messico. Una occasione per la quale devo ringraziare la Fiera stessa, in particolare Rubén Padilla, che si è occupato di sistemare tutte le scartoffie necessarie; i Topi, per avermi permesso di andare; Filustra e l'agenzia spagnola Pencil, che mi hanno invitato a una sessione di discussione con illustratori messicani sul tema del lavoro dell'illustratore che è stata un bel momento di scambio e riflessione.

L'ingresso della FIL dal lato del padiglione internazionale
Lo stand del gruppo editoriale Santillana
La FIL di Guadalajara è aperta al pubblico quotidianamente. Ed è una fiera di lunga durata, circa 10 giorni, due fine settimana inclusi e anche una apertura notturna, fino alle 23, che sembra sia frequentatissima (dicono, ma io non ho assistito all'invasione; mi è bastato vedere cosa succede il sabato pomeriggio).

Editori messicani e di tutto il Sud America, qualche americano, molti spagnoli, ovviamente, vista l'appartenenza alla stessa area linguistica. Moltissimi illustratori, agenti e visitatori da ogni parte del mondo. Stand stracolmi di libri, sia gestiti direttamente da editori sia da librerie e distributori, anche se in misura minore. Tanti gli stand condivisi tra più case editrici. Pochi gli stand che ospitano, ad esempio, prodotti cartotecnici o paralleli come giochi e gadget. Anche se, in questo caso, devo dire che lo stand di pubblicazioni cristiane che vende i rimasugli delle ostie sconsacrate, pagabili con carta di credito, mi ha un po' spiazzato; così come lo spazio-laboratorio della Kinder (sì, quella del cioccolato), dove i bambini potevano fare il loro ovetto; oppure quello di pubblicazioni esoteriche con incensi, cimeli e amuleti di varia natura, gioiellini e gli immancabili microlibri.

Al di là di queste piccole invasioni di campo (niente a che vedere con i criticatissimi - a ragione- prosciutti di Torino) è una fiera totalmente incentrata sul libro, con pochi ebook e device, molte attività, presentazioni, conferenze; un foro illustratori attivissimo e un programma denso di incontri e convegni.

Allo stand di Océano trovo Velluto, alias Terciopelo



Quel che mi sono portata a casa da questa fiera è stata la chiara percezione della presenza di una forte rete. Dato che la Spagna fatica a uscire da una crisi che sta mettendo a durissima prova gli editori, questi hanno cercato una via di fuga nel mercato in lingua spagnola dell'America Latina. Questo ha avuto due conseguenze molto interessanti. La prima è che si è creata una strettissima alleanza fra editori spagnoli ed editori sudamericani. La seconda, è che gli editori spagnoli, e parlo degli indipendenti, stanno collaborando.

Stand di Océano, L'ora blu - La hora azul
Il principio è abbastanza semplice. Se la crisi sta mettendo in ginocchio tutti, è un problema di tutti, che non è sufficiente affrontare in una logica individualista di strategia editoriale. Certamente, un editore, oggi come oggi, deve per forza fare "i conti con i conti". Ma la prospettiva collettiva e, anzi, per usare una parola che mi piace di più, comune, degli editori stranieri mi ha molto colpito.
Non si tratta di trovare solamente soluzioni semplici come quella di condividere gli spazi dello stand (sappiamo tutti che le fiere costano). Si tratta di condividere esperienze, saperi, conoscenze. Cose molto, molto preziose per i singoli business. Si tratta di vedere il libro di un editore che espone di fianco a te, ma che magari non conosci, e suggerirgli di parlare con Tizio o Caio, o di presentarlo al concorso Sempronio. Si tratta di concepire la filiera editoriale come un sistema vitale in cui ogni singolo pezzo favorisce il buon funzionamento dell'organismo intero.
In una bella chiacchierata con Ángel e Sandra, che hanno creato l'agenzia per illustratori Pencil, abbiamo a lungo parlato proprio di questo. Di come, cioè, i ruoli nella filiera stiano diventando sempre più liquidi, e di come sia importante allargare i propri orizzonti di lavoro, per esempio, verso una maggiore comunicazione, al di là dei ruoli dei singoli; un po' come stiamo facendo noi con questo blog, in cui non facciamo mera promozione del catalogo e delle attività che lo riguardano, ma cerchiamo di dare una visione più ampia del lavoro editoriale nel senso più generale del termine, cioè di lavoro culturale, che non riguarda solo noi, ma tutto quello che ci sta intorno, creando continue occasioni di confronto e scambio. O, appunto, come fa Pencil, creando momenti di formazione degli illustratori e promuovendo il loro lavoro all'estero, non solo in quanto agenti, ma in un'ottica più allargata di diffusione della cultura dell'ilustrazione (come, appunto, in Filustra).

Poco prima dell'inizio della conferenza di Filustra "Más allá de las fronteras"

Abbiamo parlato di come un editore può far da agente a un illustratore che ha lavorato con lui, presentandogli editori stranieri; di come un agente può fare da collante fra editori di paesi diversi; di come gli illustratori possano scambiarsi opinioni, soluzioni su problematiche comuni, informazioni utili, collaborando tra loro e organizzandosi per aiutarsi e sostenersi a vicenda. Si è parlato insomma di un lavoro di collaborazione, ascolto delle esigenze degli altri, di condivisione.

Stand di Océano, Ninna nanna per una pecorella - Canción de cun para una ovejita
Se Facebook ci ha portato, negli ultimi dieci anni, a condividere contenuti in maniera quasi automatica, forse è il momento di applicare questa logica, in modo critico e costruttivo, anche all'interno di una catena produttiva come quella libraria che, invece, si è sempre definita attraverso ruoli precisi, spazi chiusi, inattivabili collegamenti.
In una logica di bene pubblico, che in Italia manca in maniera costitutiva (mia opinione personale, lo so, e continuerò a ripeterlo), aiutare il mio cosiddetto "concorrente", parlarci, condividere dubbi e perplessità, riflettere sui punti deboli e trovare soluzioni, aiuta anche me. Se un sistema così come lo conosciamo non funziona più, è il momento di ridisegnare la sua geografia.
Spesso si ragiona in termini di fette di mercato, di domanda-offerta e di concorrenza.
Io, in Messico, ho visto affacciarsi, e mi auguro che la cosa abbia uno sviluppo, una mentalità diversa, che si basa da una parte su una forte presa di coscienza dell'identità di ogni singolo editore, e dall'altra sul senso di appartenenza allo stesso orizzonte di lavoro e scambio. Ognuno fa e continuerà a fare i suoi libri come meglio crede; farà le cose che gli piacciono e piacciono al suo pubblico. Ogni editore continuerà a essere se stesso, ma insieme agli altri, con l'obiettivo di innalzare il livello qualitativo del prodotto-libro che si sta offrendo al pubblico. Certamente non è la soluzione alla crisi editoriale, che deve passare anche da una seria riflessione politica e che deve portare ad atti politici forti. Però questa costante osmosi di notizie, questo circolare di conoscenze, questo riflettere insieme, seduti a un tavolo, dopo otto ore di fiera, sulle possibilità di abbattere costi, creare nuove reti tra editori, librai e distributori; confrontarsi su problematiche concrete, sulle relazioni con le istituzioni e sulle loro risposte; promuovere la lettura con festival e incontri tematici, organizzati o patrocinati dagli editori stessi; questo dibattito così spontaneo, vivo, questo ribollire di idee che vanno e vengono, è l'atteggiamento giusto. Mai come a Guadalajara il proverbio "chi fa da sé fa per tre" mi sembrato più sbagliato.

venerdì 6 dicembre 2013

La forza e il turbamento

Recentemente sono stata a Lugano e, intanto che ero lì, ho visitato la casa-museo di Hermann Hesse, cioè Casa Camuzzi, a Montagnola, un luogo incantevole in un ambiente meraviglioso. Di Hesse ho letto tutto da giovanissima, come molti della mia generazione. Poi, fino a oggi, praticamente non mi sono più incontrata con lui. La visita alla sua casa ha riacceso il mio interesse verso questa figura di scrittore, appiattitta dal successo eclatante di Siddhartha al ruolo di guru, maître à penser di giovani inquieti e disorientati. Invece, Hesse è una figura complessa, tridimensionale. Per esempio, il suo pensiero sulla libertà, la responsabilità e il ruolo dell'artista sono quanto mai interessanti.

In un lungo filmato sulla sua vita e la sua opera, disponibile nella sua casa-museo, il figlio di Hesse racconta che lo scrittore rispondeva a tutti coloro che gli scrivevano. In questo modo nella sua vita, scrisse, di suo pugno, 35.000 lettere. Era il senso di responsabilità che gli imponeva questa prassi, che lo sfiniva e che alla fine gli erose tutto il tempo disponibile, anche quello per il suo lavoro di scrittore.


L'ultimo editore che ebbe Hermann Hesse, Siegfried Unseld, intervistato a proposito di questo, racconta, che Hesse un giorno, dopo un colloquio, si congedò da lui spiegando di avere alcune lettere a cui rispondere. Una di queste, aggiunse, era di un giovane che gli chiedeva quali fossero le cose più importanti nella vita di un uomo. Hesse chiese al suo interlocutore cosa gli avrebbe risposto, se fosse stato al suo posto. E l'editore, che allora era un giovanotto, in quel momento, davanti a un quesito così enorme, che praticamente chiedeva di esplicitare in una frase l'intero senso dell'esistenza umana, si sentì paralizzato, ebbe l'impressione che la testa gli si fosse completamente svuotata. Allora Hesse, gentilmente, propose: "Chiediamo a Confucio". E, a caso, aprì il libro di massime che aveva con sé. La risposta fu: "Essere liberi con se stessi e buoni con gli altri."


Non fu l'unica magistrale lezione che Hesse impartì al suo giovane editore. Leggete questa lettera, scritta alla morte del suo precedente editore, Suhrkamp, che Unseld andava a sostituire nella direzione editoriale: «Lei ora prende il suo posto. Io Le auguro di avere, pazienza, forza e animo sereno. È bello e nobile il lavoro in cui Lei è impegnato. È anche difficile e di grande responsabilità. Un editore, si dice deve "marciare al passo coi tempi"; e tuttavia non deve adottare le mode del momento, bensì sapervi anche resistere se non sono degne. Nell'adeguamento e nella resistenza critica si attua la funzione del buon editore, il ritmo alterno della sua respirazione. Così dovrà essere anche Lei. Di cuore partecipo con Lei al dolore per la scomparsa del nostro amico, e di cuore auguro a noi due una buona collaborazione.

Il libro da cui è tratta questa lettera si intitola L'autore e il suo editore. Le vicende editoriali di Hesse, Brecht, Rilke e Walser di Siegfried Unseld (Adelphi 1988). Io non ricordavo nemmeno di averlo in casa. Paolo, invece, sì, ed è stato lui a consigliarmelo dopo la mia visita sulla Collina d'Oro, dove Hesse, fra l'altro, si dedicò con passione al giardinaggio e alla pittura, consigliatagli da un medico come pratica terapeutica (a corredo di questo post, alcune sue opere).
Conoscere le vicende editoriali di uno scrittore non è solo un interesse da feticisti, come potrebbe sembrare. Nella vita di un autore la relazione con l'edizione dei suoi libri, con la loro riuscita o insuccesso, con le persone che si trovano a produrli e realizzarli, è tutt'altro che marginale. Questo brano che riporto è una citazione dal biografo di Hesse, Hugo Ball, contenuta nel libro appena citato, e descrive il ruolo che l'editore Fisher ebbe nell'opera di Hesse. E a me sembra che illumini il senso del compito e del ruolo di chi fa libri.

Finalmente l'autore [Hesse, ndr] occupava il posto che gli spettava: su una tribuna dalla quale anche i più lontani potevano ascoltarlo. E il legame con l'editore si dimostrò importante anche in un altro senso. Anche negli anni peggiori, Fisher seppe tenere in piedi una sorta di comunità, di élite intellettuale, quella cerchia che conferisce all'opera, prima ancora che sia scritta una realtà e un marchio sociale. Questa ferma volontà dell'editore, questa consapevolezza di essere una guida e di rivestire una dignità furono proprio ciò che permise al talento di Hesse di schiudersi in tutto il suo vigore. È ben possibile che soltanto questo editore fosse in grado di assicurare all'autore quel senso del proprio lavoro, quell'atmosfera di simpatia e di aspettativa senza cui, forse, l'opera di Hesse non esisterebbe quale oggi la conosciamo. 

A proposito di questo tema, riporto anche un brano dall'introduzione del medesimo libro, di mano di Siegfried Unseld (sulla medesima linea di riflessione dell'ultimo libro di Roberto Calasso L'impronta dell'editore).



QUALI LIBRI VORREBBE PUBBLICARE L'EDITORE?

Con quale criterio avviene la scelta dei libri? È la domanda che un editore si sente rivolgere con maggiore frequenza. In passato ero solito rispondere: vorrei fare libri che diano piacere. Poi ho cominciato a indicare libri che la casa editrice in quanto tale può realizzare, i libri per i quali è organizzata, i libri per i quali è organizzata nel suo insieme, con tutti i suoi autori e collaboratori. Vorrei pubblicare libri che lascino un segno, e ripenso sempre a una frase di Kafka: «Un libro deve essere l'accetta per il mare di ghiaccio che è in noi.» O, come scrisse Marcel Proust a conclusione della Recherche: «Ma, per tornare a me stesso, io pensavo più modestamente al mio libro, e sarebbe perfino inesatto dire che pensavo solo a coloro che lo avrebbero letto, ai miei lettori. Perché costoro, secondo me, non sarebbero stati miei lettori, ma i lettori di se stessi, essendo il mio libro soltanto qualcosa di simile a quelle lenti di ingrandimento...; Il mio libro, grazie al quale avrei fornito loro il mezzo di leggere in se stessi».
Questo sono dunque i libri che l'editore vorrebbe pubblicare. I criteri su cui si orienta - e che sono verificati ogni volta su ogni singolo manoscritto - sono sostanza e qualità. L'editore vorrebbe proporre una letteratura che penetri nella nostra coscienza e cerchi di modificarla, una letteratura che infonda forza proprio quando provoca turbamento.



mercoledì 30 ottobre 2013

Quei magnifici libri di Rosellina

La prossima settimana, il 5 novembre, a Milano, a Palazzo Reale, alle ore 19, inaugura la mostra, Inventario. Fra le parole e le immagini di Emme Edizioni, 1966-1985, a cura di Cristina e Francesca Archinto (produzione e organizzazione di 
Tribù dei lettori, in collaborazione con Hamelin Associazione Culturale).


La mostra, che rimarrà aperta fino al primo dicembre, ha fatto il suo esordio in occasione della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, nel marzo di quest'anno, ospitata da Sala Borsa (su Gavroche, un lungo, dettagliato e bel post). Per questo, sicuramente, molte fra le persone che seguono il nostro blog l'hanno già visitata. Tuttavia, questa notizia è davvero importante: che Milano, nella sua sede museale più prestigiosa, accolga questa esposizione, significa riconoscere il lavoro e il talento di chi questa casa editrice ha fondato e diretto per vent'anni, ovvero Rosellina Archinto.


Finora, anche se Rosellina Archinto è persona notissima sulla scena culturale non solo milanese, e anche se Milano è la città dell'editoria, luogo di elezione di gran parte delle più celebrate avventure editoriali del nostro paese, della Rosellina Archinto di Emme Edizioni si è sentito parlare poco o addirittura pochissimo (l'unica mostra a lei dedicata ci risulta sia stata Alla lettera M, organizzata dalla cooperativa Giannino Stoppani, a Bologna, nel 2005). E bisognerebbe chiedersi la ragione di questa lacuna. Il fondato sospetto è che le ragioni fondamentali di questo ritardo siano due: che questa straordinaria impresa fosse dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi e che sia stata fondata e diretta da una donna.

Interno di Un giorno un cane di Gabrielle Vincent.

Ieri, in aereo, sfogliando The New York Times, in prima pagina, faceva bella mostra di sé un articolo sui libri cartonati per i più piccoli. Basti questo per riflettere sulla distanza che ci separa da paese più liberi e avanzati dal punto di vista della vita culturale e intellettuale.

La mostra di Milano ovvia a questo mancato riconoscimento. E si propone, con un allestimento tutto fondato sui libri, di far conoscere il magnifico lavoro di questa casa editrice. Perché capire cosa sia stata e abbia significato Emme Edizioni, nel tempo in cui ha operato, ma anche ora, a decenni di distanza, è importante. Perché, anche se nessuno o pochi (fuori dall'ambito degli addetti ai lavori) lo sanno, Emme ha pubblicato i migliori libri per ragazzi del mondo, allineandosi alla migliore produzione libraria internazionale, lanciando e scoprendo meravigliosi talenti, diffondendo la conoscenza di autori e illustratori geniali editi altrove, sperimentando i più diversi generi letterari e le forme del libro, portando nella letteratura per ragazzi le competenze di autori, grafici, artisti di numerosi paesi, fino a quel momento estranei a questo campo, proponendo un modo di guardare all'infanzia e ai libri a essa dedicati (che si trattasse di albi o di narrativa) nuovo e dirompente, approfondendo e divulgando i temi legati ai bambini e alla cultura a loro rivolta, e la loro conoscenza (la collana di saggi Emme comprende nomi come Jean Piaget, Françoise Dolto, Janusz Korczak, Arno Stern...). In vent'anni, infatti, Emme ha creato un catalogo di proporzioni e qualità pedagogica e creativa straordinarie, per ampiezza, profondità, varietà, innovazione, intelligenza, lungimiranza.

Interno di Andromeda SR1 di Heinz Edelmann.

Per dare la misura della modernità di questa avventura, basti dire cosa pensava, in quegli anni, Rosellina Archinto sui libri con le figure: “I nostri libri per bambini si basano prevalentemente sull’immagine poiché il pensiero dei bambini è prevalentemente ‘visivo’; in essi l’aspetto grafico, l’originalità del segno, il colore, la fantasia, l’alternarsi di reale e magico si propongono di corrispondere ai bisogni più profondi del mondo infantile. Abbiamo cercato di fare in modo che i nostri libri si ponessero in sintonia con questo mondo e abbiamo profuso nel nostro impegno la stessa cura e la stessa attenzione tradizionalmente riservate solo ai migliori libri per adulti. La nostra intenzione è dunque rivolta a far sì che il libro possa inserirsi senza sforzo, con naturalezza nel vissuto del bambino, non come ‘oggetto di erudizione’ ma come stimolo di esperienza e conoscenza”.


La mostra ripercorre, attraverso i libri, le tappe fondamentali di questo immenso lavoro: dai più noti, come Piccolo Blu e Piccolo Giallo (Leo Lionni), Il palloncino rosso (Iela Mari), Nella nebbia di Milano (Bruno Munari), Tre feroci banditi (Tomi Ungerer; oggi, Tre briganti), Un giorno un cane (Gabrielle Vincent) La coccinella semprearrabbiata (Eric Carle; oggi, La coccinella prepotente), che tuttora fanno la fortuna di diversi altri editori, a perle oggi sconosciute come Andromeda SR1 (Heinz Edelmann), Bric à brac (Mitsumasa Anno), Il re delle siepi (Uta Galuber), Alfazoo (Alfredo De Santis), Sembra questo sembra quello (Maria Enrica Agostinelli), solo per citarne alcuni.

Cogliamo l'occasione per annunciare che il 21 novembre, alle ora 19, a Palazzo Reale, durante la mostra Inventario, presenteremo la monografia La Casa delle Meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, curata da Loredana Farina e da noi pubblicata (il libro è in stampa in questi giorni).


Il volume è il risultato della ricerca, durata diversi anni, che Loredana Farina ha svolto su Rosellina Archinto, la Emme Edizioni e il suo catalogo, e contiene, oltre a una lunga e dettagliata intervista alla Archinto, dieci saggi che analizzano la produzione Emme nei suoi diversi aspetti (le relazioni con l'editoria straniera; i rapporti con gli autori e gli illustratori;  gli albi, la saggistica, la narrativa; l'innovazione grafica; lo sguardo pedagogico; il progetto di enciclopedia; i contributi sono firmati da Paolo Canton, Valentina Colombo, Nicola Galli Laforest, Elena Massi, Giulia Mirandola, Luigi Monti, Marta Sironi, Ilaria Tontardini, Emilio Varrà; più una dettagliata disamina cronologica del catalogo Emme curata da Alessandra Mastrangelo; il tutto con la supervisione editoriale di Valentina Colombo e la grafica di Guido Scarabottolo e Michela Granata).
Inutile dire che siamo molto contenti di aver avuto l'occasione di editare questo libro che va a colmare una lacuna nell'ambito della pubblicistica dedicata alla storia dell'editoria.




Perché il titolo La Casa delle Meraviglie? Per tante ragioni, una delle quali legata al romanzo Kim, di Rudyard Kipling, come è spiegato in una delle prefazioni al libro. Ma non solo. Un'altra la spiega la stessa Rosellina, in questa breve intervista.