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lunedì 19 ottobre 2015

L'antichissima storia dell'attenta, attenta a te

Joanna Concejo, schizzo per la copertina di C'era una volta una bambina.

Un giorno, qualche mese fa, su facebook, Valentina Guastini mi ha taggato in un post in cui scriveva di C'era una volta una bambina e diceva così:

Giovanna ho comprato questo libro a maggio e l'ho già letto 3 volte. Ogni volta scopro qualcosa di diverso. Sarà un caso dettato dal fatto che ero propensa e suscettibile, reduce da una "notte dei libri insonni" con relativa discussione di quanto sia bello giocare con la paura. Ma questo libro è un horror! Non riuscirò più a guardarlo con gli stessi occhi fatati di quando l'ho acquistato. È una meraviglia mutante. Magari è tutto un film della mia mente, ma ieri sera io e mia figlia Ada (10 anni mezzo), ci siamo guardate, e ci si è accesa la stessa scintilla. Che non scioglieva la matassa delle nostre domande, ma coglieva un brivido comune. Lei non ha voluto il libro in camera per la notte (ma più come gesto eclatante in sostituzione di parole: “Ho capito quello che hai capito tu"); io l'ho voluto sotto al cuscino. Aiutaci... un aiutino... un indizietto...





Dov'è il nonno? E la mamma? Di chi sono gli stivali fuori dalla porta? Manca la testa di un lupo sul muro nella casa della nonna, che è la casa del lupo. Il cervo? La sua testa? E le foto appese: mamma, lupo e bambina? Pretendiamo delle risposte, o almeno qualcuna. Non ci puoi lasciare così...
Ps: Di a quel pettirosso di scappare, attenta a te.




















Ada lo rilegge per l'ennesima volta, aggiungendo: “Il lupo scompare dalla foto, ma nella foto accanto è un uomo o una donna seduto su un tronco? Nelle foto appese è rappresentato quello che succede da altre angolazioni. E perché la nonna si fa bella per il cacciatore? È lui il nonno? È casa sua quella con tutte le teste? E chi uccidono? La figlia?...

Insomma, non parla d'altro!


Rispondo volentieri alle domande di Valentina e di Ada, perché le trovo interessanti e penso mettano in luce alcuni elementi importanti del libro:
   - che il testo è nato in stretta correlazione con le immagini (per sapere in che modo è stato scritto, potete leggere qui) e senza queste letteralmente non ci sarebbe stato;
    - che le immagini con grande precisione raccontano la storia e pertanto i dettagli hanno importanza narrativa;
    - che le fiabe hanno la forma dei destini che raccontano, e questi sono disegnati dalle relazioni dei personaggi;
    - che in questo libro dentro le immagini vi sono rappresentate altre immagini e queste testimoniano che una storia è costruita da un tessuto fatto di altre storie, storie che fanno parte delle vite dei personaggi esattamente come la storia che il lettore legge fa parte della sua.


Come ho già spiegato durante alcuni incontri sul libro, la casa e il bosco in questa storia sono due veri e propri personaggi.
È vero che in questa storia manca il personaggio della madre, che in molte versioni di Cappuccetto Rosso appare all'inizio della trama. Tuttavia anche in queste versioni, la mamma è un personaggio irrilevante che ha l'unica funzione di far partire la vicenda, creando il presupposto dell'infrazione che spingerà la bambina a correre un pericolo.


La mia versione parte dal presupposto che il lettore che la leggerà conosca già la storia di Cappuccetto Rosso, magari anche in diverse declinazioni: quella dei Grimm, quella di Perrault, quella di Calvino della tradizione popolare italiana, fino alle più recenti. Si tratta di una storia molto famosa, che nel mio testo viene chiamata la storia dell'“attenta, attenta a te”.
Nella mia storia non appare una madre, anche se all'inizio viene nominata, poi nelle illustrazioni e nell'azione non compare mai. Del resto, quando di una fiaba conosci già molto, non è necessario ripeterne alcuni dettagli. La madre per me è uno di questi: tutti sappiamo che in Cappuccetto rosso c'è una bambina che sta disobbedendo a una madre.


Nel mio libro la mamma non ha dato un ordine, o forse sì, chissà, ma non è necessario saperlo. Chiunque abbia una madre sa che prima o poi capiterà di disobbedirle. Anche solo camminare nel bosco da soli è una forma di disobbedienza, specialmente se invece di avere paura, ti fermi ad ascoltare la foresta e la guardi anziché camminare di fretta.
Insomma, in questo libro sappiamo che se la presenza della mamma è invisibile, sullo sfondo c'è. Questa figura materna fa parte della famosa storia che si cita più volte nel mio testo: quella antichissima “dell'attenta, attenta a te”.

Non al maschile, “attento”, ma “attenta” al femminile, perché sono le bambine che da sempre sono educate all'attenzione alle minacce incombenti, all'attesa del pericolo in agguato, sono le bambine che devono “temere” sempre per se stesse e quindi abituarsi, prima che a pensare se stesse a dover proteggere se stesse.
E con questo rispondo anche alla domanda sul nonno. In questa storia non ci sono figure maschili (come in tutte le storie di Cappuccetto Rosso, peraltro), eccetto quella del cacciatore che non è specificato se sia un padre o un nonno o un parente. Quello che conta è che è armato: l'arma definisce il suo ruolo; il cacciatore non ha identità e non importa chi sia: è li per difendere la presenza femminile e riportare nella storia l'ordine di partenza. La storia “dell'attenta, attenta a te” prevede, infatti, che sia un uomo a salvare la bambina in pericolo perché ha disobbedito e anziché stare attenta alle minacce ha prestato attenzione al lupo e a se stessa.



















Specifico un'altra cosa: il bosco è maschile, e la bambina è curiosa di lui, così come del lupo. Vuole incontrarli, ascoltarli. Vuole persino insegnare al lupo a parlare, avere con lui una lingua in comune. Se l'eros è spinta alla relazione, alla conscenza dell'altro, qui vi è sicuramente una tensione erotica.
La casa invece è femminile, ed è il luogo in cui il lupo, ma anche la bambina rimangono chiusi, prigionieri: la casa è, come si dice nel testo, “una fortezza vuota”.
In questa storia la bambina si sottrae a un destino tessuto ai suoi danni prima di tutto dai personaggi femminili: è la nonna che racconta la storia “dell'attenta, attenta a te”, ed è la casa, grande antagonista del bosco, il luogo in cui questa storia di segregazione, da sempre, viene raccontata. Possiamo immaginare che la madre, che non si vede mai, ma c'è, avrà a sua volta raccontato a sua figlia questa storia. Ma tutto parte dalla donna più anziana: come dire che è un tradizione femminile antica a decretare la condizione di segregazione della bambina nella casa.


La nonna si fa bella per il cacciatore perché fra loro c'è un'alleanza: entrambi difendono l'ordine costituito dall'antica storia dell'“attenta a te”, e festeggiano la sua riuscita ai danni del lupo. Fra i due non c'è relazione, ma solo gioco di ruoli, la loro è una messa in scena (e per questo è oscena in quanto simula, ipocrtiamente il balletto dell'attrazione): grazie a questo ordine, il maschile e il femminile non si incontrano mai, ma convivono separatamente, ognuno regnando sul proprio ambito: la casa e il bosco. È una tregua ben definita che assegna un potere, un regno, a ciascuno.
La bambina è esclusa da questo gioco, è solo uno strumento per asseverare questo patto antico. L'uccisione del lupo sventa il pericolo che maschile e femminile si incontrino, che vi sia relazione, che le parole 'casa' e 'bosco' diventino il ponte amoroso fra la bambina e il lupo.


E veniamo ai quadretti sulla parete, nell'illustrazione in cui appare la nonna in poltrona: il quadretto in cui compare il lupo in realtà è uno specchio. Grazie a questo specchio i lettori possono capire cosa sta vedendo la nonna: il lupo che è entrato in casa e digrigna i denti. Da cosa si capisce? Primo, dal fatto che un lupo che digrigna i denti è un soggetto un po' strano per stare in un quadretto sulla parete di una casetta con le tende di pizzo; secondo, dal fatto che nella immagine della pagina successiva c'è lo stesso quadretto ma senza più il lupo, che infatti ora è in poltrona al posto della nonna.


Nel testo e nelle immagini non si dice cosa ne sia stato della nonna. Un po' perché chi legge la storia lo sa già: è stata mangiata dal lupo (nell'immagine i segnali di questo potrebbero essere la teiera rovesciata, i due quadretti tondi caduti dalla parete, la camicia da notte che penzola appesa al corno di un capriolo impagliato), un po' perché quello che mi interessava raccontare qui non era l'antichissima storia dell'“attenta a te”, ma la fatica del lupo, creatura notturna e amorosa, a stare dentro la casa-prigione, il suo sbattere dappertutto, incalzato dal coro rabbioso di stoviglie, piatti, centrini, pentole, paioli e ciambelle che denunciano la violazione della casa.


L'altra cosa che mi interessava raccontare qui era il momento in cui la bambina insegna a parlare al lupo, che è una vera e propria scena d'amore in cui a parlarsi sono le dita della bambina e gli occhi del lupo.
Nei quadretti appesi all'interno della casa, vediamo alcune scene che già conosciamo o che incontreremo nel corso del libro: la bambina seduta su un tronco, alcuni paesaggi boschivi, la bambina da piccola, un orso, alcuni cervi eccetera. Poi vediamo alcune scene che riflettono quello che sta accadendo nella pagina: è sempre il medesimo specchio ovale a testimoniare le scene che si svolgono nella stanza – la ragazzina che tappa gli occhi al lupo, o che gli lega all'orecchio il filo rosso.


Dopo queste scene non sappiamo più bene cosa accada: vediamo che il lupo disfa le trecce alla bambina, e poi lo vediamo solo. Avrà mangiato la bambina? La mia storia non lo dice. Lascio al lettore la scelta: se vuole seguire l'antichissima storia, sì; se ipotizza un'altro possibile sviluppo, no.
Vediamo uno stormo di uccelli levarsi in un cielo cupo, come se qualcosa avesse rotto il silenzio del bosco, e infine un cacciatore che spia all'interno della casa dalla porta a vetri.
Di chi sono gli stivali di gomma? A sentire Joanna Concejo, della nonna. Non è una nonna tanto gentile, questa. Avrete notato che fuma, e che alle sue spalle c'è un'intera parete di teste di animali. Probabilmente, mi ha detto Joanna, questa vecchietta è stata una cacciatrice, e quelle che vediamo alla parete sono le sue vittime, che assistono silenziosamente a questa drammatica vicenda. Insomma. non siamo esattamente di fronte allo stereotipo della nonna indifesa.


Dopo questi momenti strani, in cui la storia rimane non detta, ambigua, la bambina riappare improvvisamente in scena di spalle, mentre la nonna e il cacciatore hanno preso il lupo, uno per le zampe davanti e l'altro per quelle di dietro, e lo stanno buttando nella buca che appare alla pagina successiva. La bambina nasconde una forbice dietro la schiena. A cosa serve? Certamente c'entra col filo rosso che la segue dall'inizio della storia, come se fosse il filo stesso narrativo. Certamente quel filo a un certo punto è diventato un filo di parole, ma forse, appunto, lo è stato fin da subito. Forse la bambina per restare viva, ha tagliato quel filo con cui lei e il lupo si erano legati l'un l'altro.
La nonna e il cacciatore dopo aver estratto dalla pancia del lupo le parole che la bambina gli ha insegnato, lo ricuciono, e gli legano stretto il muso. Forse vogliono essere ben sicuri che da lì non entreranno o usciranno più parole.




















Prima della conclusione della storia, la bambina si siede su un tronco a ricamare un centrino: la scena che ha scelto è quella del lupo che le disfa la treccia. Se qualcuno ha pensato che quella fosse una scena di violenza, ora si accorge che la bambina la sta raccontando come un gioco. Di nuovo la storia dell'“attenta e te” e quella vissuta dalla bambina si rivelano diverse.


La storia si conclude come era cominciata, con la bambina che cammina, sola e attenta, nel bosco. Ma siccome in mezzo ci sono state tante pagine e tanti eventi, adesso la bambina è cresciuta. Nell'illustrazione, dalla strada che ha percorso immaginiamo quella che ha davanti e capiamo che la sua meta adesso non è più una casa, ma qualcos'altro, diciamo un posto lontano.
L'ultima pagina ci mostra la bambina che cammina verso il margine della pagina: presto uscirà dal libro e allora potremo solo immaginare quello che accadrà. Dietro di lei, c'è un lupo minuscolo che la guarda.

Ringraziamo Joanna Concejo per averci messo a disposizione i bellissimi taccuini preparatori per il libro C'era una volta una bambina.


lunedì 12 ottobre 2015

Nel bianco

La prima volta che ho visto i gatti e i topi di Lisa D'Andrea, probabilmente, o così mi sembra di ricordare, è stato su facebook. Poi, dopo qualche tempo, Lisa si è iscritta a un corso su lettura e scrittura negli albi illustrati che nei primi mesi del 2014 ho tenuto a Milano, a Spazio B**K.

In quell'occasione ho guardato il suo portfolio. E ho rivisto i suoi gatti e i suoi topi.
Guardandoli meglio, mi piacque in particolare la loro tonalità algida: erano così straniati, assorti, e nello stesso tempo, distratti.

Lisa ha uno stile che mescola realismo e astrazione, una caratteristica narrativamente molto interessante. Ritrae i suoi soggetti con realismo, ma insieme, li equipaggia di un bagaglio di sgomento esistenziale così consistente da collocarli immediatamente in un altrove di evidente matrice metafisica, in cui la realtà sensibile è solo una delle tante possibilità. Il testo per Il topo che non c'era è nato lì, a questo incrocio.


Passato qualche tempo dal corso, durante il quale non le parlai di quel che pensavo delle sue illustrazioni né lei, a sua volta, me ne parlò, le dissi che quei suoi personaggi mi avevano molto incuriosito al punto che mi sarebbe piaciuto provare a pensare a una storia, confezionata ad hoc su di loro. Lisa mi diede il permesso, potevo provare, a sua volta curiosa di quello che ne sarebbe venuto fuori.


Così mi misi al lavoro. Per un po' di tempo mi trastullai con l'idea di una grande casa dove un gatto abitava in solitudine. Fino al giorno in cui trovava un maggiordomo, un topo. Nel corso del tempo, il topo gli riempiva la casa di parenti, portandolo a una lieta pazzia. Ma con questa storia non andavo avanti. Arrivata a un certo punto, anziché pensare a come procedere, mi mettevo a immaginare la casa, a come sarebbe stata: le stanze, le scale, le stoviglie... La cosa dopo un po' mi annoiava, chiaro segnale che non ero sulla strada giusta. Pensando a quei dettagli, poi, avevo anche la netta impressione che non c'entrassero nulla, obiettivamente, con i personaggi di Lisa. Così mi fermai e misi da parte quell'intreccio. Invece di scrivere, quando la cosa mi tornava in mente, riflettevo sul perché quella storia fosse promettente, ma effettivamente sbagliata.


Poi, un giorno, osservando per l'ennesima volta i gatti e i topi di Lisa, mi accorsi di una cosa che fino a quel momento avevo preso per lo sfondo: il bianco.
Il bianco, invece, mi resi conto, era il terzo protagonista in quella vicenda: il luogo in cui i fatti si svolgevano e la condizione mentale dei personaggi che, dentro al bianco, in quell'Altrove così chiaramente indicato, vivevano. Bisognava quindi partire da lì. Dal bianco. Costruire il racconto a partire da lui. Niente case, stanze, mobili, stoviglie.
Far entrare il bianco è stato come aprire una porta perché insieme a lui potesse entrare la storia. E la storia si è presentata puntuale, subito, praticamente fatta.


Una volta terminata, Lisa si è messa immediatamente al lavoro con grande concentrazione ed entusiasmo. Anche un po' preoccupata, a dire la verità, soprattutto nei punti in cui, era chiaro, avrebbe dovuto dare corpo a un'escalation topesca di 33+16+27+88+144 esemplari, disegnati uno per uno uno, impegnati a ballare la polka, comprare stivali antipioggia, giocare a carte, sfoggiare giacche a quadretti e andare in autobus. Ma una illustratrice al suo primo libro, ossessionata dalla perfezione come se ne avesse almeno una trentina alle spalle, non si ferma davanti a nulla. Ha disegnato impavida montagne di topi: tutti quelli necessari, tutti quelli che la pazzia felina del protagonista faceva spuntare come funghi in ogni angolo del libro.


Il bianco, rivelando la natura filosofica della vicenda, ha portato con sé anche sei pagine di perfetto silenzio. Un piccolo wordless book, dentro a un libro con le parole. Una breccia in cui far precipitare, insieme ai protagonisti, anche i lettori, togliendo, insieme alle nostre, anche le loro parole. Un posto dove cessare i pensieri e fare bianco completo.
Alla fine, terminata anche questa fase, è entrata in scena Anna Martinucci che ha realizzato la grafica del libro, prendendo anche la decisione di scrivere a mano il testo, facendo così in modo che il bianco mantenesse la propria tridimensionalità, ed evitando che si riducesse a mero spazio in cui inserire le parole. In questo modo la scrittura è diventata una voce dotata di carattere individuale e modulazione esemplare: la forma stessa della narrazione, punto d'incontro, cucitura esatta, visibile e al tempo stesso invisibile, fra immagini e testi.

Schizzi preparatori per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.

Mentre lavoravamo, infine, tutte e tre abbiamo avuto la sensazione che la storia del topo che non c'era non fosse affatto finita. Da qualche parte e in qualche modo, abbiamo intuito, sarebbe continuata. E infatti così è stato. Il gatto e il topo che non c'era, usciti da questo libro, si sono rincontrati alcuni mesi dopo su quelle che a tutti gli effetti sembrano essere le pagine di un nuovo libro. Ma per ora su questo non possiamo dire di più. Nel frattempo, a oggi, il libro ha trovato tre edizioni straniere a cui, se tutto va bene, se ne aggiungeranno presto altre due.
Buona lettura.

Storyboard per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.
PS
Quando Lisa stava lavorando ormai da mesi alle illustrazioni, un giorno abbiamo scoperto che l'ultimo libro di Wolf Erlbruch, uscito alla fine del 2014, si intitolava L'orso che non c'era. Sciagura! Che fare? Avevamo pensato, fin dall'inizio, che il nostro libro si sarebbe intitolato Il topo che non c'era. Panico. Dobbiamo cambiarlo? Ci abbiamo meditato su. Abbiamo anche fatto qualche tentativo di sostituzione. Ma ci siamo rese conto rapidamente che qualsiasi altro titolo non avrebbe funzionato con quella che avevamo pensato subito sarebbe stata l'immagine di copertina: il gatto che si tiene la testa fra le zampe e fissa lo sguardo davanti a sé, verso lo spazio del lettore. Poi ci è venuto in mente che un film del 2001, di Joel ed Ethan Coen, si intitolava L'uomo che non c'era (per non parlare della celeberrina isola che non c'è). Quindi, forse, questo, ci siamo dette, è un titolo, un'espressione che ogni tanto qualcuno adotta perché è indispensabile alla storia. E così ci siamo messe il cuore in pace, e il titolo è felicemente rimasto quello originale.

Schizzi preparatori per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.

lunedì 5 ottobre 2015

Su e giù per la penisola, con Anna e Carll

Sono usciti nei giorni scorsi due libri che ci sembrano belli e importanti: La voliera d’oro e Uccelli da disegnare e colorare. A fine ottobre i loro autori gireranno per le librerie di tutta Italia per presentarlo. Si concentreranno su centri minori, piccole città, coraggiose librerie indipendenti. Ci saranno presentazioni anche a Milano, Bologna, Firenze e Genova, ma non si dimenticheranno di Reggio Emilia, Carpi, Udine, Termoli, Lucera e Lucca. Incontreranno amici, bambini, ragazzi, scolaresche, genitori, illustratori e appassionati. (In fondo all’articolo, le date di tutti gli incontri).



Nell’attesa di questa lunghissima settimana, dal 25 ottobre al 3 novembre, usiamo la rete e le pagine di questo blog per far scoprire a come sono nati questi due libri dalla viva voce dei loro autori: Anna Castagnoli e Carll Cneut.


La storia di un apprendistato
[di Anna Castagnoli]
È stato parecchio tempo fa, forse più di 8 anni. Stavo iniziando la mia carriera di autrice e illustratrice e quando veniva l’estate seguivo l’ispirazione di tutto quello che avrebbe potuto nutrirmi e insegnarmi nuovi passi. Feci un corso di illustrazione a Macerata con Carll Cneut e un altro corso ad Urbino, di incisione.

Il giardino d’inverno del Palazzo Ducale di Urbino mi lasciò un’impressione abbacinante.
Per mesi, frammenti di quel giardino continuarono a girovagare dentro di me.



Quando scrivo è per cercare di liberarmi da una sensazione di incantagione causata da un’immagine. Per capirla, per disinnescarne il potere ipnotico.
Un mattino vennero da non so dove queste parole: La figlia dell’imperatore si chiamava Valentina ed era insopportabile. Nient’altro. Non sapevo nulla di quelle parole se non quello che dicevano, né sapevo chi fosse Valentina, ma sentivo che erano l’incipit di un racconto.


I frammenti del giardino e le parole stettero a lungo in una zona di limbo dei miei pensieri, presenti ma quiete. È il mio processo di creazione. Non forzo mai nulla.
Poi è stato tutto un precipizio: una sera ho sentito che dovevo sedermi a scrivere. Ho scritto d’un fiato tutta la storia di Valentina e le ho dato un titolo: La voliera d’oro, o la vera storia della principessa di sangue. La primissima versione era quasi identica all’attuale.
Pensai subito che non sarei mai stata in grado di illustrare il racconto.
Scrivo per liberarmi dalle immagini, per capirle attraverso le parole. Non riesco a tornare indietro lungo questo processo.


Mi vennero in mente alcune tavole viste a Bologna nelle quali Carll Cneut aveva illustrato delle Opere liriche (non ricordo il titolo): immagini abbastanza truculente. Pensai che lui sarebbe stato perfetto per illustrare la storia di una principessa così sanguinaria.
Carll mi era piaciuto anche come insegnante e come persona e avevo voglia di lavorare con lui.
Gli spedii per mail il racconto. Dopo poche ore mi rispose che lo avrebbe illustrato.


Oggi, a proposito di Valentina, so dire molto di più di quanto sapessi su di lei al momento di scrivere la sua storia. È paradossale, ma è vero.
Ci sono frammenti di inconscio che vengono a galla così, senza troppo mediazioni, e forse sono quelli più interessanti.
La storia di Valentina è la storia di una bambina onnipotente e sola i cui desideri non sono realistici. Le sue parole non corrispondono esattamente a qualcosa di reale e lei è sempre molto arrabbiata perché nessuno sembra capirla. I suoi sogni, gli uccelli meravigliosi che lei desidera, non esistono da nessuna parte nel mondo. Credo sia la storia di tutte le infanzie. La storia del lento apprendistato di ogni essere umano per uscire dall’onnipotenza infantile e imparare ad amare nei limiti della realtà.
Il racconto nasconde una riflessione sul linguaggio: le parole, per essere capite, devono essere inscritte nella cura e nella relazione con l’altro. Non c’è vera comunicazione fuori da questa relazione affettuosa. Valentina lo intuisce quando sogna un uccello che parla proprio a lei e con dolcezza. Esce dall’onnipotenza in quel momento: inizia a desiderare un dialogo con qualcuno, una relazione.


Quando Carll mi inviò il primo schizzo di Valentina mi uscirono improvvise due grosse lacrime di meraviglia. Ero senza fiato. Era la bambina che io avevo immaginato nel mio racconto, era lei in un modo così evidente, così sorprendente, come se fosse esistita da sempre così, con quelle gambe magre, quel vestito di cotone leggero. Potevo sentire persino il fastidio che le dava il cotone sulla pelle, tanto Carll era riuscito a rendere perfettamente la nevrosi, la solitudine, ma anche la forza volitiva di quella bambina attraverso quel primo schizzo.

Quando mi è arrivato in una cassa il libro finito è stata un’altra incantagione. Così forte che per liberarmene ho deciso di scrivere la seconda parte della storia di Valentina. Per ora ho solo la prima frase. La lascio lì.




L’attesa di un sorriso
[di Carll Cneut]

Da bambino sono cresciuto in una casa che aveva un nome: si chiamava La Casa dei Limoni. Era lontana da tutto, circondata dagli alberi, in mezzo ai campi e agli orti. Passavo molto tempo da solo, in quegli orti, in mezzo agli alberi.

Ero un collezionista. Raccoglievo due cose: cactus e uccelli. Avevo sette grandi voliere in giardino, con canarini, parrocchetti e perfino un gufo che avevo salvato.
Quando, molti anni fa, Anna mi ha mandato la storia di Valentina, una bambina sola che colleziona uccelli, mi sono immediatamente identificato, anche se lei non è proprio la più buona fra tutte le bambine (mentre io, da bambino, ero buonissimo…).

La storia mi faceva ricordare la mia infanzia per molte ragioni.
Per riuscire a illustrare una storia, mi devo innamorare del protagonista. E poi il testo di Anna mi lasciava spazio per interpretare come volevo la vicenda di Valentina.


Per quanto nel testo si dica che Valentina è una principessa, io ho deciso di ritrarla come una bambina normale: in nessuna delle illustrazioni si trova una corona o un lungo abito rosa confetto, perché volevo che chiunque sentisse di potersi mettere in relazione con il personaggio.


Come dicevo, Anna mi ha mandato il suo testo molti anni fa: ho capito subito che mi ci sarebbe voluto molto tempo per illustrare questa storia, per cui ho dovuto aspettare di non avere altri lavori in corso prima di cominciare. E di tempo ne è passato parecchio.
Poi, una volta cominciato, ho impiegato un anno e quattro mesi a finire (e devo ringraziare Anna per la pazienza che ha avuto). In effetti, in tutto quel tempo, di libri ne ho fatti due: La voliera d’oro e Uccelli da disegnare e colorare.



Quando comincio un libro, mi assale sempre il panico di non essere in grado di illustrarlo, di aver dimenticato come si fa. Posso governare questa paura solo facendo ricerche iconografiche e schizzi, immergendomi nella storia e nel progetto, sapendo che dopo molte prove sulla mia bocca, mentre lavoro, comincerà a comparire un leggero sorriso. È quello, sempre, il momento decisivo: quando capisco la strada che seguirò.
Ogni libro deve darmi la sensazione che non ci sia un altro modo per illustrarlo: devo sentire che nel lavoro è entrata la mia anima.




L’ambito in cui si muove Valentina mi faceva tornare alla mente la mia infanzia, così ho lasciato che mi si avvicinasse. Nella prima illustrazione lei è in piedi accanto a un muro coperto di disegni di uccelli. Centinaia di disegni: Valentina è un’artista. Potrebbe perfino essere un’illustratrice. Proprio come Anna e come me. Non sapevo ancora che questa immagine era una premonizione di come sarebbe stato il mio studio qualche mese dopo.



Da quell’immagine di Valentina con i suoi disegni è nata l’idea di realizzare, insieme alle illustrazioni della Voliera d’oro, anche un libro da disegnare e colorare che lo accompagnasse. Era da tempo che mi baloccavo senza troppa determinazione con l’idea di fare una specie di libro fai-da-te. Con La voliera d’oro e Uccelli da disegnare e colorare ho celebrato il matrimonio fra le due cose.
I due libri sono indipendenti, ma se li usate insieme potete perfino fare finta di essere Valentina, disegnando e inventando uccelli proprio come faceva lei. Però, cercate di essere un po’ meno cattivi.



Castagnoli-Cneut Italian Jamboree 
and Ornithological Extravaganza
25 ottobre – MILANO – Spazio bk (Carll Cneut solo)
26 ottobre – FIRENZE – Libreria Cuccumeo
27 ottobre – REGGIO EMILIA – Libreria Il Semaforo Blu
28 ottobre – CARPI (MO) – Libreria Radice Labirinto
29 ottobre – BOLOGNA – Libreria Giannino Stoppani
30 ottobre – UDINE – Libreria La Pecora Nera (Anna Castagnoli solo)
30 ottobre – TERMOLI (CB) – Libreria La Luna al Guinzaglio (Carll Cneut solo)
31 ottobre – LUCERA (FG) – Libreria Il Sasso nello Stagno (Carll Cneut solo)
1 novembre – LUCCA – Lucca Junior (a cura di Cuccumeo)
3 novembre – GENOVA – Libreria Sottosopra (Anna Castagnoli solo)


I dettagli sulle singole date saranno comunicati attraverso i siti e le pagine fb delle singole librerie e attraverso la pagina fb dei Topipittori.


Ringraziamo ALIR (Associazione librerie indipendenti per ragazzi) per la collaborazione nell'organizzazione delle presentazioni. Un ringraziamento particolare a Teresa e Sara.