Visualizzazione post con etichetta lettura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lettura. Mostra tutti i post

martedì 8 dicembre 2015

Le storie che curano / 1. Bambini in ospedale

[di Rossella Caso]

Guarire con le storie è possibile? È proprio a partire da questo assunto che prende le mosse la trattazione di Bambini in ospedale. Per una pedagogia della cura (Anicia, 2015), volume nel quale ho provato a raccontare le esperienze della malattia e dell’ospedalizzazione “con gli occhi” dei bambini e dei ragazzi. Non ditelo ai grandi, titolava un suo prezioso saggio Alison Laurie, alludendo a quella capacità, tipicamente infantile, di osservare la realtà al di là di ciò che appare agli occhi del mondo adulto e di coglierne i significati più profondi e più  nascosti. I suoi.
Dei bambini malati, in fondo, si è sempre saputo ben poco. Egle Becchi ce li racconta come esseri storicamente visti – ovviamente dal mondo adulto – più vicini al mondo animale che a quello umano, imperfetti piccoli adulti sospesi tra il qui e l’altrove, che non avevano diritto di pensiero perché incapaci di pensare, né di parola perché non in grado di parlare, e che erano contrapposti, come sostiene opportunamente Egle Becchi, alle figure forti della collettività, non solo i genitori, ma in generale gli adulti, esseri invece parlanti, intelligenti e capaci di generare.

«Anche altri segni – sostiene la Becchi in I bambini nella storia (Laterza 1994) – mostrano la non autonomia dell’idea di bambino: la sua frequente assimilazione al regno animale e a figure umili della società, il suo legame con le stagioni, parti della giornata, numeri alla cui insegna è possibile scandire la sua crescita, porre dei termini univoci alle sue età, e con elementi o stati di elementi, riferendosi ai quali è possibile curarlo. Essere incerto, quindi, perché impreciso, inquietante nei suoi silenzi di sé, stimolante a dirne e a trattarne in modi assai eterogenei».  Ritenuti incapaci di raccontar-si, bambini e bambine venivano così ritratti dai grandi in narrazioni che li costringevano in un essere, ma soprattutto in un dover-essere pedagogico, religioso o politico che non lasciava spazio alcuno per il potenziale sovversivo di regole e modelli dell’esistente e quindi creativo che l’infanzia, nella sua alterità, porta con sé. Riconosciuti socialmente dapprima solo come piccoli adulti, in seguito come figli o scolari, erano invece invisibili nei loro reali pensieri, emozioni, modi di vivere e di vedere la realtà, ma soprattutto in quanto appartenenti a un’età particolare dell’esistenza umana, dotata di bisogni specifici, connessi ai percorsi di crescita e di sviluppo che dovrà affrontare.  
Il cammino per “ritrovare” l’infanzia avrà inizio relativamente tardi, in quel XX secolo che Ellen Key ha significativamente definito “il secolo dei fanciulli” e che ha visto, tra gli altri eventi, l’approvazione di quella Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza della quale proprio in questo mese ricorre l’anniversario.

Nel testo vengono ripercorse molte delle tappe che idealmente, stando a quanto definito da quelli che nei documenti ufficiali vengono definiti “Stati Parti”, avrebbero dovuto portare al riconoscimento dei diritti del bambino e della bambina, per la prima volta identificati come soggetti “competenti”, in grado di dire la propria sulle questioni che li riguardano direttamente e le cui voci, soprattutto, debbano essere tenute in “seria considerazione”.
Quanto è vero, tutto questo, per il bambino e la bambina ricoverati in ospedale? Che cosa si intende quando nell’articolo 24 della Convenzione si sostiene che ogni bambino ha diritto a «godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione»? Mi soffermerei, in particolare, sul concetto di «miglior stato di salute possibile». Di quale “sostanza” è fatta la salute dell’infanzia? Di nutrimento, sicuramente. E di medicine che aiutino a ristabilirla quando si sta male. Ma anche di coccole, di abbracci. Di calore. E – questa è l’ipotesi portante del volume – della voce di un adulto “curante” che racconti delle buone storie e che aiuti il bambino o la bambina ricoverati a narrare le proprie.
L’ospedale, del resto, si legge nel volume, può essere visto come «un crocevia di storie»: di medici, di infermieri, di bambini e di bambine, di mamme e di papà. Storie alle quali talvolta, specialmente i più piccoli, non sanno dare un senso. Le parole di una fiaba, di una favola, di un racconto, possono in questa direzione venire incontro alle loro esigenze di chiarezza, di significazione, che, come scriveva Bruno Bettelheim, rappresentano l’impresa più forte e più difficile. La chiave della risoluzione non sta solo ed unicamente nella struttura e nella trama della storia – quella della fiaba è, in fondo, la struttura universale di ogni narrazione ed è per sua propria natura salvifica – ma nello stesso gesto del raccontare, da parte dell’adulto curante: un gesto che unisce, in una relazione fondata sulla fiducia e tesa alla cura, narratore e ascoltatore nel viaggio comune rappresentato dalla storia.

Un buon educatore – quello che nel volume viene identificato come l’Educatore Ospedaliero per l’Infanzia – dovrebbe utilizzare le storie come veicolo privilegiato di relazione e di cura del piccolo paziente.
Il riconoscimento del legame tra storie e salute – intesa come benessere psico-fisico dell’individuo – ha indotto negli anni Novanta un gruppo di studiosi di area anglosassone a elaborare le basi teoriche della cosiddetta bibliotherapy o reading-therapy, in italiano “biblioterapia” o “libroterapia”. Termine che nella definizione classica rimanda alla pratica del «curare attraverso i libri», o meglio attraverso le storie che quei libri raccontano. Il Webster New Collegiate Dictionary la definisce come una metodologia di sostegno per la soluzione di problemi personali fondata sulla pratica di una lettura “guidata”. Analoga la definizione dell’American Library Association, che la annovera tra gli strumenti di supporto alle pratiche terapeutiche in medicina e in psichiatria.
Si è visto come la narrazione possa essere uno strumento “attivatore” di resilienza ed è proprio su questa base che secondo E. Schlenther e M. Anderson, tra gli altri, leggere ai bambini e alle bambine che si trovino a vivere una situazione “di emergenza” storie che si colleghino ai loro bisogni interiori può essere un valido modo per prendersi cura della loro crescita e del loro sviluppo, che in queste situazioni non deve e non può arrestarsi.


Le evidenze scientifiche da loro raccolte nell’ambito di ricerche condotte con bambini ospedalizzati mostrano che la lettura favorisce nel piccolo paziente lo sviluppo personale, l’adattamento, l’igiene clinica e mentale, il problem solving. Starker ha dimostrato come l’uso delle storie in ambito pediatrico migliori le capacità di far fronte ai problemi di salute e alle cure mediche, fornisca conforto e riduca i livelli di stress. Se, con Bruner, la narrazione è fabbrica di senso dell’esistenza umana; se, con Calvino, le fiabe sono il catalogo dei destini che si danno all’uomo e alla donna, in ospedale le storie possono fungere da “bussole di carta”, da “sassolini” che consentiranno al piccolo paziente, come Pollicino, di attraversare e ri-attraversare la foresta per tornare a casa più grande, più forte e più ricco dopo aver vinto il proprio orco o lupo “cattivo”: la malattia.


Viole, mimose e quadrifogli, o sull’amicizia e altre emozioni

Malattia e ospedalizzazione possono essere delle esperienze altamente “spersonalizzanti”: il bambino costretto a separarsi dalle proprie abitudini quotidiane, dai propri oggetti, dai propri affetti a causa del ricovero in ospedale può, specialmente se molto piccolo, sentirsi abbandonato dall’oggetto del proprio amore, la madre, e in generale dai propri punti di riferimento affettivi: parenti, insegnanti, amici. Persone che spesso, non essendo in grado di gestire i loro stessi sentimenti rispetto alla malattia del bambino, finiscono col negare al piccolo la possibilità di provarne, quasi come se non fosse in grado di avvertire ansia, tristezza, paura, dolore, proprio in quanto bambino.
Se da un lato questa idea consente ai genitori di non sentirsi completamente schiacciati dalla malattia del figlio, dall’altra induce spesso il piccolo paziente a fare finta di non provarne, nel timore che la mamma e il papà non sarebbero in grado di sopportare il peso della sua sofferenza bambina.


Percezione che può tradursi in una vera e propria “anestesia emotiva” potenzialmente dannosa nella costruzione dell’identità personale. Gli albi illustrati si offrono in questa direzione come dei veri e propri “alfabetieri” di emozioni: l’amore, l’amicizia, la solidarietà, ma anche la tristezza, la rabbia, la gelosia trovano spazio ed espressione in pagine capaci di parlare nel linguaggio dei bambini e delle bambine e perciò di stimolarli a raccontare a loro volta le proprie e di dare ad esse un senso in un luogo, l’ospedale, ove troppo spesso non viene permesso di esprimerle.

È tutta la gamma di emozioni, infatti, che prende corpo in alcune storie. Angelica, piccola protagonista di Zoo segreto di Giovanna Zoboli e Francesca Bazzurro (Topipittori 2004) sa pensare «pensieri cattivi come coccodrilli, al punto che si spaventa anche lei». Altre volte, invece, «sono placidi come ippopotami: così placidi che ci può ballare sopra con in testa un uccello che canta».

In alcuni momenti, la guardi e pensi che la sua testa sia una boccia di vetro in cui nuotano eleganti pesci rossi: capita quando un po’ si annoia, un po’ è distratta. Certi giorni, invece, è un oceano: sopra ci vedi navigare bastimenti carichi di mercanzie. Sotto, non lo sai, ma ci passano le creature degli abissi. Se la offendi si arrabbia: allora i pensieri guizzano come i lucci nei fiumi. Apparentemente tutto è tranquillo ma all’improvviso ne salta fuori uno e se sei nei paraggi sono guai. […] Nelle giornate brutte, la osservi dietro i vetri rigati di pioggia. Ma se potessi sapere cosa vede, rimarresti sorpreso: non case e automobili; a sfilare sono i ricordi, lenti come carovane di cammelli. Quando c’è bel tempo, invece, la sua testa brulica di idee: ti fa venire in mente un prato in primavera ma devi guardarlo sopra e sotto. […]


Ci sono anche momenti in cui i pensieri fanno un chiasso terribile. Angelica li scambia per uccelli rapaci. Invece, li guardi bene, e non sono più grandi di un calabrone. Oppure capita il contrario: le salta in testa una cosa da niente, ma piccola e colorata come un martin pescatore: e si capisce subito che è straordinaria.  

 Un bambino, dunque, parafrasando una definizione di Beatrice Alemagna in Che cos'è un bambino (Topipittori 2008), è una “persona piccola” con grandi pensieri, sentimenti, emozioni. Che non smette mai di provare, anche in una camera d’ospedale.


Una storia come Rosso come l’amore di Valentina Mai (Kite 2012) può restituirgli la percezione dell’indissolubilità del legame affettivo con le persone importanti della sua vita. Sebbene racconti della ricerca dell’amore di un uccellino rosso, l’albo si presta senza alcuna forzatura semantica a narrare il senso di attesa della persona cara che spesso può cogliere il bambino ricoverato, se viene lasciato solo: «Da principio semplicemente aspettavo che arrivassi. Dopo qualche tempo ho cominciato a vederti dappertutto».
Pagina dopo pagina l’uccellino rosso sperimenta tutte le emozioni collegate a quell’attesa: la speranza, la paura di non trovare più la persona amata, la gioia di incontrarla – nel caso del bambino ammalato di (ri)trovarla – alla fine della propria faticosa ricerca: «Quando penso che ti avevo così tanto cercato… mi sembra una follia».

(1/continua)

venerdì 8 maggio 2015

Un lupo distinto ed elegante

[di Ilaria Antonini e Barbara Balduzzi]

Da qualche anno un gruppo di biblioteche ci chiede di organizzare letture annuali per sette scuole materne. È il pacchetto che forse ci piace di più perché ha in sé molte caratteristiche favorevoli alla lettura. Incontriamo i bambini a cadenza mensile, se possibile in biblioteca, e in un paio di casi andiamo noi a scuola dai bambini; se la scuola è piccola il gruppo che ci attende va dai 3 ai 5 anni, mentre se la scuola è più grande solitamente incontriamo solo i grandi. Le maestre a volte ci danno alcune indicazioni generiche, oppure chiedono qualcosa di legato a quanto stanno facendo a scuola, ma solitamente ci lasciano libere di organizzare l’incontro come vogliamo, considerando quell’ora legata esclusivamente al piacere di ascoltare. I bambini hanno l’opportunità di sfogliare e toccare molti libri durante l’anno, si crea un’atmosfera amichevole e quasi intima, e i livelli di attenzione e di ascolto aumentano ad ogni incontro.


Ogni anno cerchiamo un filo conduttore tra un incontro e l’altro per aiutare i bambini, in particolare quelli più piccoli, ad avere memoria di ogni singolo incontro, e soprattutto per creare aspettativa sull’incontro successivo. Costruiamo una specie di “contavolte” con materiale di recupero, oppure diamo indicazioni perché lo costruiscano i bambini con l’aiuto delle maestre, in modo da trasformare l'incontro con la biblioteca in un appuntamento mensile atteso, un momento che fa parte della loro vita, come la musica, la merenda, il gioco o il riposino.


Quest’anno si tratta di una striscia di panno da appendere alla parete, sulla quale di volta in volta portiamo la sagoma di un animale che è presente nelle storie che leggeremo. Il mese di dicembre è toccato ai lupi.

In una bellissima biblioteca di montagna abbiamo scovato, appoggiato al davanzale in legno di una grande finestra, Al lupo! Al lupo! di Tony Ross, pubblicato dalla Emme Edizioni nel 1992. Il libro ha un formato extra size e questo già contribuisce a una buona accoglienza tra i bambini.

È la storia di Luigi, un bambino sempre pronto a gridare «Al lupo!» per evitare di fare cose che non gli piacciono (ad esempio fare gli esercizi con il violino) o, al contrario, per fare ciò che più gli piace (tuffarsi nella vasca da bagno). A forza di chiamarlo, il lupo, un giorno, arriva davvero e cattura Luigi. Un lupo distinto ed elegante (certo, per essere un lupo), di cui nessuno conosce il nome, che prima decide di mangiarsi tutte le persone adulte che richiamavano Luigi per le sue bugie e solo alla fine si mangia anche il bambino per dessert.


Pagine enormi, illustrazioni colorate e divertenti, Tony Ross rimane un maestro indiscusso: la bocca spalancata di Luigi fino a vederne chiaramente le tonsille richiama la famosa principessina arrivata in seguito, e crea un senso di timore per ciò che sta per arrivare ma senza portarlo all’eccesso, così che i bambini possano avvertire la paura del lupo, ma sorriderne anche.












 

«Che ci volete fare? Così è la vita…»
Finale spiazzante per buona pace di alcuni adulti che vorrebbero sempre un finale a lieto fine negli albi illustrati: le maestre sono rimaste a bocca aperta, incerte se commentare o meno; controllavano con lo sguardo i volti dei loro bambini per cercare di intuirne i pensieri, alcune preoccupate che potessero essere rimasti sconvolti dalla ferocia del lupo.


I bambini non hanno afferrato completamente la conclusione amara, hanno solo inteso che il piccolo bugiardo è stato divorato, insieme anche a tutti i grandi, senza tuttavia dare un significato troppo drammatico alla conclusione.


Molto interessante è stato ciò che è seguito alla lettura ascoltata dai bambini, quando noi ce ne siamo andate. In parecchi asili le maestre propongono ai piccoli ascoltatori di fare un disegno di una delle storie ascoltate durante l’incontro. La scelta è libera, ogni bambino può fare ciò che vuole, anche disegnare tutt'altro rispetto a quanto ascoltato. Una maestra si è mostrata molto sensibile e ci ha fatto pervenire i disegni del suo gruppo (bambini da 3 a 5 anni): praticamente tutti hanno disegnato il lupo senza nome che mangiava Luigi. Potenza delle storie!

martedì 14 maggio 2013

Se al liceo arriva Flaubert

Nella casa di François Ozon, ispirato alla pièce teatrale El chico de la última fila di Juan Mayorga, è un film che qualche qualche difetto ce l'ha. Ha però il pregio non da poco di far riflettere lo spettatore, e senza troppi filtri, su cosa sia la letteratura e quindi la lettura (qui un'intervista a Ozon sul film). Per quanto il film abbia anche risvolti drammatici, personalmente mi ha divertito e, uscendo dal cinema, mi sono detta che potrebbe rappresentare una salutare esperienza per tutti coloro che fanno, promuovono e leggono letteratura.

Trama: Germain (Fabrice Luchini), un maturo professore di letteratura di un prestigioso liceo francese, dall'emblematico nome “Gustave Flaubert”, ad apertura di anno scolastico si lamenta con la sua compagna, scicchissima e pasticciona gallerista d'arte contemporanea (Kristin Scott Thomas), della limitatezza dei componimenti dei propri studenti, che dovendo raccontare il proprio fine settimana, non sono in grado di produrre più di tre righe in croce a base di pizze, tv e cellulari. Finché dalla massa anonima e sgrammaticata dei fogli di protocollo, non fa capolino un imprevisto gioiello: l'avvincente e ben scritto tema del sedicenne Claude (Ernst Umhauer), che racconta una giornata trascorsa a casa di Rapha (Denis Ménochet), un compagno di classe, in ogni dettaglio e con risvolti sottilmente inquietanti, per l'acume e la verità delle osservazioni sia sui propri pensieri sia sui personaggi, gli ambienti e le situazioni descritti.



Colpito, e anche un po' turbato dal compito, per il suo carattere scabroso e privato, Germain, il giorno successivo fa in modo di incontrare e parlare con il ragazzo (che sembra appartenere, anche fisicamente, alla famiglia dei ribelli, romantici, sfuggenti e arrabbiati giovani eroi di François Truffaut). Da questo momento, fra professore e allievo si crea un rapporto fatto di complicità, diffidenza e antagonismo: se al professore sembra affidato il ruolo di maestro, capace di orientare e nutrire con consigli, letture e critiche severe il talento in erba del sedicenne, l'impressione è che ad avere in mano il timone della relazione siano il ragazzo e la sua diabolica abilità narrativa, in grado di tenere sulla corda e di manipolare, proprio come Shahrazād il sultano Shahryar ne Le Mille e una notte, il professore, le cui idee sulla letteratura, grazie a questo incontro, sono destinate a una prova di realtà a dir poco distruttiva.


Se per questo maturo signore, infatti, la letteratura è cultura, bellezza, passione, civiltà, per Claude, esattamente come per Shahrazād, è la vita stessa. Di più: è riscatto, pura sopravvivenza: è la casa che la vita non gli ha concesso e di cui si vuole impadronire. Se il professore si limita a insegnarla, la letteratura, Claude si espone a viverla, ustionandosi, rischiandone le conseguenze in prima persona, assottigliando il confine fra finzione e realtà, fino a renderlo indistinguibile, a sé e agli altri.


In tutto questo, allo spettatore non può che risultare evidente che quando al Liceo Flaubert approda un giovanissimo e contemporaneo analogo del grande scrittore francese, l'istituzione rischia di crollare sotto i colpi del più trasgressivo e dirompente linguaggio che esista, cioè quello della letteratura che, da sempre, nella finzione e nella verità delle sue invenzioni, porta alla luce tutta l'ambiguità, la meschinità, l'ipocrisia, la stupidità, la miseria della società, nelle sue dinamiche pubbliche e private.
E viene da chiedersi allora se, paradossalmente, non siano più adatti all'istituzione “Flaubert” ragazzi che non sanno raccontare che di cellulari, tv e pizze, ma tutto sommato discliplinati e ben disposti al ruolo di discenti, che adolescenti come Claude, la cui prerogativa fondamentale è quella di guardare tutto quello che gli accade intorno, osservare persone e luoghi, ascoltare conversazioni, decifrare caratteri ed emozioni, personali e altrui, ipotizzare cause e moventi, per immaginare quello che poi potrebbe accadere e scriverlo, raccontarlo senza veli.


La seconda cosa che mi ha fatto venire in mente questo film, infatti, appena uscita dal cinema, è la celebre confidenza fatta da Sigmund Freud a Carl Gustav Jung, accolti da una folla festante, all'arrivo negli Stati Uniti: “Non sanno che portiamo loro la peste”. Come la psicoanalisi, e più ancora di essa, la letteratura rappresenta, fin dai suoi inizi, per la società la “peste”, vale a dire uno sguardo non conforme, non allineato, una trasgressione dichiarata alle convenzioni culturali e alle necessità sociali. In questo senso, esemplare è la riflessione della gallerista d'arte, che domandandosi a cosa serva la letteratura, si risponde da sé: “A niente. Ricorda che l'assassino di John Lennon aveva in tasca una copia del Giovane Holden”, mettendo in luce la profonda verità che la letteratura è davvero “pericolosa”, in quanto non fornisce istruzioni per l'uso, idee preconfezionate e rassicuranti, ma propone visioni inquietanti e ipotesi destabilizzanti, che sta al lettore e alla sua capacità di lettura elaborare e discernere.


Per quale strana ragione e insanabile contraddizione, dunque, si pretende di insegnare a scuola la letteratura? Non sarà una letteratura disinnescata quella che l'istituzione propone, attraverso pratiche che ne fanno un materia scolastica conformista, non credibile e addomesticata? E non sarà per questa ragione che i ragazzi (messa per un attimo da parte la responsabilità di media massificanti), davanti a questo colossale inganno, rifiutano la lettura come la più trita, la più noiosa, la meno emozionante delle esperienze?


Emblematico è l'atteggiamento del professore, a questo riguardo, che pur avendo fatto della letteratura lo scopo della sua vita, nell'insegnamento e nella pratica (in giovane età è stato autore di un romanzo dal titolo L'enfant e l'orage), esattamente come tutti gli altri personaggi del film, non si rende conto che finire nel racconto di uno scrittore può voler dire pagare un conto salatissimo in termini di accettabilità e dignità della propria immagine (e non per nulla il libro che lo manderà k.o. è Voyage au bout de la nuit, il più oscuro, ambiguo, contrastato, odiato e amato romanzo del Novecento)


Certo, siamo davanti a un film che porta alle estreme, forse irreali, conseguenze un fatto tutto sommato ordinario: l'incontro fra un professore e un allievo dotato di talento nella scrittura. E coinvolgere lo spettatore in una narrazione che ipotizza “Cosa succederebbe se...”, è un meccanismo narrativo già sfruttato e di comprovato funzionamento.
Ma quando si parla di letteratura e di lettura, a mio avviso le figure di questo professore curioso, ma nel suo sapere sprovveduto, e di Claude e del suo insaziabile desiderio di comprendere e di entrare con l'immaginazione nella verità delle vite altrui, sarebbe meglio tenerle sempre ben presenti. (gz)

martedì 18 dicembre 2012

La lettura sfuggente

Ovvero, cronache bibliotecarie ai tempi del web 2.0

[di Giuseppe Bartorilla, Biblioteca dei Ragazzi di Rozzano]

Faccio il bibliotecario per ragazzi.
In tempi di scenari 2.0 che cambieranno, forse per la prima vera volta da Gutenberg, modi e tempi della lettura, le biblioteche per ragioni economiche e qualche volta per scelte culturali di chi le “amministra” non si trovano in una posizione significativamente centrale nell’onda lunga dialettico-progettuale.
A fronte di questa marginalità però i servizi bibliotecari destinati ai giovani nativi digitali hanno il vantaggio di essere ottimi osservatòri per capire dove fuggirà la lettura.
Non potrebbe essere altrimenti: da noi passano tutti gli attori della filiera della lettura under 18 attraverso i loro prodotti. E passa chi questi prodotti li consuma.

La bellissima e vitalissima biblioteca dei ragazzi di Rozzano.

E, partendo da questi “consumatori” particolarmente giovani, a Rozzano da ormai tre stagioni  proponiamo un convegno, dall’emblematico titolo Digital Readers, per provare a leggere il futuro di letture, libri  e biblioteche e comprendere come le professioni che gravitano attorno a letture e under 18 si riposizionano nei nuovi scenari.
Un momento che serve anche per delineare strategie partendo dalle poche certezze che abbiamo.

Bucsity a Radio Popolare, 2012.
Per esempio so che ogni progetto destinato a nativi digitali deve mettere al centro “loro” e non altro: loro sono, ad esempio, Beatrice, tre anni, che dopo aver scoperto l’esistenza della “posta elettronica” chiede alla mamma di mandare una e-mail per chiedere a Babbo Natale di farle dono di un bellissimo Cicciobello.

So che la net-generazione legge e scrive come nessuna mai prima, con modalità di apprendimento diversi dai nostri, e per questo qualche volta gli adulti dovrebbero togliere le sovrastrutture mentali da adulti e guardare con occhi under 18 il mondo per provare a far combaciare sviluppo cognitivo, emozionale, scenari tecnologici ed educazione.

I net-geners sono partecipativi multitasking e per il networking, per la fruizione attiva dei social media, sviluppano i processi cognitivi attraverso il videogioco e apprendono in modalità learning by doing (trial and error), sono visivi (Valeria Baudo, Come cambiano i servizi bibliotecari per ragazzi, Editrice Bibliografica).  Insomma, dei piccoli mostri. Ma in fondo eravamo piccoli mostri pure noi con la televisione, i nostri nonni con la radio, i nostri bisnonni con il cinema eccetera.

So che di fronte a un pargoletto che usa un tablet i genitori spesso reagiscono in due modi opposti: come gli spettatori del film dei Lumière, L'arrivo del treno nella città, alzandosi spaventati dall’arrivo dalla locomotiva, oppure come colpiti da sindrome di Stendhal davanti all'estasi di Santa Teresa del Bernini.

Terza edizione del convegno, Digital Readers, 2012, Rozzano.

Situazioni queste che innescano crociate improbabili pro e contro device: libro vs fumetto vs dvd vs internet vs e-reader vs tablet.
E a proposito di singolar tenzoni ecco che sullo sfondo di questo scenario appaiono due fazioni  pronte a contendersi il cuore di “madamoiselle lettura” a colpi di utopie e distopie: gli analogici e i digitali.
Ma mentre queste guerre devastano ragione e sentimento, le biblioteche per ragazzi si sono ritagliate un piccolo spazio non più come teche di media, bensì come “contenitori di storie”. Storie che in uno spazio dove passano bambini e ragazzi diventano specchi in cui si riflettono i continui cambiamenti che contraddistinguono i passaggi dall’infanzia all’età adulta.

I bloggers di Bucsity al lavoro.
I bibliotecari hanno dovuto metabolizzare le tecnologie che nel corso degli anni hanno invaso gli scaffali (microfiches, vinile, cd, cd-rom, dvd, bluray, audiolibri, tablet, e-reader, consolle ecc.) e ridefinire le nuove frontiere della narrazione.
L'ultima tendenza in ordine di tempo è la crossmedialità: le storie non si esauriscono dentro un supporto (multimedialità), ma ne attraversano molteplici, ibridandosi e trasformandosi: device e consolle non solo supportano, ma diventano elementi di continuità della narrazione in un gioco di rimandi mediatici (a tal proposito si veda il bel saggio di Anna Antoniazzi, Contaminazioni. Letteratura per ragazzi e crossmedialità, edito da Apogeo).

Contaminazioni che trasfigurano anche le politiche di promozione della lettura, come nel caso del bucsity.wordpress.com, blog dedicato a libri e letture gestito da un gruppo di giovanissimi (11-13 anni) bibliobloggers rozzanesi, trasformatosi col tempo in contenitore di buone e ibride pratiche del leggere.
Quindi poche certezze, ma forse sufficienti per immaginare il futuro di libri e letture (e per la proprietà transitiva, di biblioteche e bibliotecari).
Forse mi aggirerò tra scaffali contenenti ancora libri: quelli di Munari o della Coccinella, che offrono esperienze sensoriali, emozionali  e perché no cognitive forse improponibili in chiave digitale.

Ma anche altre cose, e non è detto che siano  necessariamente e-reader o tablet: forse avremo che fare con  con pazzeschi aggeggi olografici a comandi vocali e altre amene diavolerie. Certamente non troverò più lo scaffale con la saggistica (almeno così come è stato concepito fino a oggi ) sostituito da più wikipedici strumenti.

Home page del blog Buksity. Lettori in azione.

Un futuro dover saranno possibili anche “ritorni al passato” con ricchi lettori e non-lettori poveri: i primi con meravigliosi e costosissimi device i secondi, invece, impossibilitati per ragioni economiche o culturali a maneggiare contenitori di letture.

I ragazzi di Bucsity ospiti a Radio Popolare, 2012.
Insomma, le biblioteche sono e saranno molte cose, ma non potranno diventare luoghi dove progettare e programmare per sottrazione: analogico o digitale, virtuale o materiale, bit o carta.

L’attenzione, come sempre è stata in questi ultimi tecnologici anni, sarà certamente focalizzata sulle  modalità operative per declinare sostantivi (lettura) e verbi (integrare).

Dovremo solo avere l'accortezza di ricordare all’ultimo che uscirà dalla biblioteca di … spegnere il libro!

L'intervento di Giuseppe Bartorilla che avete letto, è stato pronunciato durante l'incontro L'editoria per l'infanzia volta pagina. Il primo intervento, Libri cartacei e libri digitali a confronto, di Anna Pisapia, lo trovate qui. Il secondo, App e Ebook: cosa ne pensano le mamme, di Martina Fuga, qui. Il terzo, Il comune denominatore fra carta e pixel, di Massimo Canuti, qui. La pubblicazione degli altri interventi sul tema proseguirà nelle prossime settimane.


mercoledì 26 settembre 2012

Il libro dei sogni

Qualche settimana fa, a un anno dalla scomparsa, è uscito in libreria Walter Bonatti. Una vita libera, curato da Rossana Podestà, per i tipi di Rizzoli. A parte la mia passione per l'alpinismo, la ragione per parlare in questo blog di questo libro è evidente fin dalle prime pagine. Infatti, alla radice della passione di Walter Bonatti per la montagna e per l'esplorazione - una passione che l'ha portato a diventare il più grande alpinista della sua epoca, un viaggiatore instancabile e un fotografo straordinario - c'è un sogno.

Scrive Rossana Podestà, sua compagna per più di trent'anni, che Walter bambino, mandato a vivere dalla nonna a San Pietro al Cerro, vicino alle rive del Po, «[s]empre però torna al grande fiume a immaginare nuove avventure, sogna di attraversare mari in tempesta mentre nuota veloce nella sua corrente, trovarsi sull'altra sponda era la meta suprema e il Po docile si fa amico di questo ragazzino solo.»

Walter Bonatti nel '55, all'attacco del Petit Dru.
Solo, sì. Ma sempre accompagnato dai libri, che gli raccontano i luoghi dell'avventura alla quale agognava e gli indicano la strada. «Tutti noi, a una certa età,» scrive Bonatti, «sogniamo su ciò che leggiamo. Verso i 15 anni mi sono immedesimato nei racconti di Jack London, di James Oliver Curwood, di Herman Melville. Su quei libri facevo spesso annotazioni a matita, perché già allora mi creavo dei punti fermi di interesse. E il Po, sulle cui rive vivevo diventava per ma allora il Mississippi, o il Rio delle Amazzoni.»

«Il mio gran desiderio, fin dall'inizio, è stato di poter vedere quel che stavo leggendo, e così questi sogni io li ho ravvivati facendone il motivo dei miei viaggi. In tutti questi viaggi sono dunque andato a inseguire i miei sogni; a volte me li reinventavo, e dopo averli dovutamente studiati me li appuntavo poi su una mappa. Alcuni di questi libri mi accompagnarono nei miei viaggi: Hemingway nelle savane africane, e Jack London nel Grande Nord [...]»

«Come la montagna, anche questo diventò un mio modo di essere: in montagna prima, e anche dopo, in giro per il mondo, io mi misuravo con le difficoltà sulle tracce di London, di Curwood, di Melville, ma in fondo per misurarmi, per sapere chi ero. Alla scoperta di me stesso. Si può dire che per tutta la vita ho solo cercato di realizzare i miei sogni di bambino.»

La copia di "Radiosa Aurora" di Jack London, con gli appunti di Bonatti.
Nel libro si trovano immagini meravigliose di luoghi straordinari, spesso ancora oggi esotici e irraggiungibili (e non solo perché è difficile potersi permettere la spesa del viaggio). Ma per me le immagini più commoventi sono quelle dei libri che Walter ha conservato, con le sue diligenti note a matita, in una calligrafia precisa, quasi compunta, che mostra la determinazione di chi sa già che quelle letture saranno un caposaldo della vita.

Le note di Bonatti sulla sua copia di "Taipi" di Herman Melville.
 Walter Bonatti ha compiuto imprese straordinarie. Cose che ancora oggi, a cinquanta o sessant'anni di distanza, e nonostante i progressi delle tecniche e dei materiali, sono riservate a un'élite ristrettissima di alpinisti e viaggiatori. In questo non è stato l'unico. Probabilmente avrebbe dimostrato il suo talento anche se non avesse mai letto un libro in vita sua. Ma mi piace pensare - e le sue parole sembrano confermarlo - che sia stata proprio la consuetudine con i grandi classici della letteratura d'avventura a ispirargli quel guizzo di fantasia e di immaginazione che gli hanno permesso, ancor prima e ancor più di farlo, di pensare l'impossibile.

martedì 22 novembre 2011

Libri 'giusti' e libri 'adatti'


Alcuni giorni fa a Montebelluna, a tavola con le bibliotecarie che mi hanno invitato a parlare a un corso di aggiornamento, nel corso di una chiacchierata sui libri illustrati, una di loro si chiedeva, perplessa, cosa rendesse tanto difficile per un genitore la scelta fra un buon libro illustrato per bambini e un libro mediocre. E questo non solo per persone che non hanno  dimestichezza con la lettura, la qualità letteraria e visiva di testi e immagini, ma anche per coloro che vengono chiamati 'lettori forti' e per persone con specifici interessi nel campo dell'arte e con gusti artistici coltivati e ben definiti.


È una domanda interessante, che per quanto ci riguarda ci ha occupati e ci occupa, e per cui credo esistano molteplici risposte. Tempo fa su questo tema ho scritto un articolo, su richiesta di un amico, Alessio Brandolini, che edita online la rivista di cultura Fili d'acquilone, per un numero specificamente dedicato ai bambini. Vi ripropongo questo testo che penso contenga spunti ancora interessanti.
Le immagini che corredano questo post sono tratte dal libro di Guido Scarabottolo e Giovanna Zoboli Cose che non vedo dalla mia finestra, che presenteremo alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, nel prossimo marzo.