Visualizzazione post con etichetta lettura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lettura. Mostra tutti i post

mercoledì 26 ottobre 2011

I bambini leggono/1. Principesse di ieri, di oggi, di domani


Inauguriamo con questo post un nuovo spazio, dal titolo I bambini leggono, affidata a genitori conoscitori e amanti di libri illustrati che racconteranno le loro esperienze di lettura con i bambini. Il titolo della rubrica è mutuato da un bellissimo saggio di Roberto Denti.

Claudio Rossi Marcelli, giornalista di Internazionale, nella rubrica Dear Daddy risponde da genitore alle domande di altri genitori. Nel numero 920 della rivista, l'ultimo, la rubrica titola: Con la bacchetta magica e la domanda di una lettrice recita: L’ossessione di mia figlia per le principesse mi preoccupa. Devo fare qualcosa o aspettare che passi?

La risposta di Rossi Marcelli è brillante. Per quanto mi riguarda, condivisibile. Lascia però un grosso non detto che vorrei approfondire un poco. Riporto una sintesi della risposta, leggibile per intero qui.

Dunque, vediamo. Abbiamo Biancaneve che (per la gioia delle madri apprensive) ingurgita la prima cosa che le viene offerta, e Cenerentola che (per la gioia di Carrie Bradshaw) si salva grazie a una scarpa. Raperonzolo trova la felicità grazie ai lunghi capelli biondi e la Bella, pur di non rinunciare alle comodità del castello, si innamora di una bestia che ha il doppio dei suoi anni. [...] Difficilmente potrei trovare modelli di comportamento peggiori per una ragazzina. [...] Eppure, quando le mie figlie mi hanno chiesto per la prima volta un vestito da principessa, ho tirato un sospiro di sollievo.

Il finale:

Cominciamo invece ad affilare le armi per quando incontreranno i modelli di comportamento che ci fanno tremare davvero. Cosa risponderai a tua figlia il giorno che ti dirà raggiante: “Mamma, sono stata invitata ad Arcore”?


Claudio, ripeto: in buona sostanza sono d'accordo con lei. Ma le fiabe non sono affatto quelle che lei dipinge. Lei stigmatizza le versioni che sono state fatte da Disney in poi,  che purtroppo da molti sono viste come "le fiabe" tout court. Probabilmente è consapevole della sua sintesi (la sua rubrica ha poco spazio), e allora quanto sto per scrivere non le sarà nuovo.


Ogni tanto faccio degli incontri con genitori sul tema della lettura ai bambini, e quando si arriva al tema "fiabe" restano sovente molto sorpresi nello scoprire le differenze fra, per esempio, le versioni Disney e quelle classiche, per esempio riportate dei fratelli Grimm. Molti pensano che i Grimm siano gli autori e non i "raccoglitori", attenti e dedicati, di queste fiabe, antiche di secoli, se non di millenni. Ricordo una mamma quasi seccata che le tracce di Cenerentola portassero fino all'antica Cina, prima di perdersi nella tradizione orale precedente alla scrittura. Le fiabe, in effetti, nascono in periodo storico, si ritiene in coincidenza con il momento in cui l'uomo ha cominciato a fare a meno di prove iniziatiche per entrare nell'età adulta e verosimilmente, almeno in Occidente, hanno via via sostituito tali prove per far fronte alla curiosità e alla sete di risposte di bambini, ragazzi e adolescenti.


Italo Calvino sintetizzò da par suo questo concetto quando scrisse, nel presentare la raccolta Fiabe italiane, che le fiabe sono vere, "sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna". La funzione di questo ricchissimo “catalogo” è quella di spiegare in modo comprensibile a un bambino quello che vede, che non capisce e soprattutto quello che prova.
I bambini corrono in ogni momento il rischio di essere sopraffatti dalle loro emozioni, dalle loro paure come dalle loro gioie. Una storia ben pensata e ben raccontata può aiutarli con grande efficacia a capire se stessi. E le fiabe sono meccanismi limati e oliati dai secoli e da infiniti raccontatori: sono strumenti ancora insuperati per interagire con il cuore di un bambino.
E per metterlo in condizioni, rispettandolo, di cominciare a muoversi nel mondo.


Ai bambini non servono lieto fine posticci, edulcorazioni più o meno profonde, o gratuite divagazioni sognanti o avventurose – tutte caratteristiche che troviamo in troppe storie di oggi. Molte storie di fate-bambine o di eroi di figurine con mostri buoni e cattivi sono ricche di “bei valori”, ma lo sono in modo superficiale e quindi inutile: questi personaggi vivono avventure “meravigliose”, propongono una morale, magari, condivisibile, ma in un mondo dove tutto è loro dovuto, astratto, e in cui i bambini facilmente possono proiettarsi con gioia, ma una volta lì si trovano a vivere emozioni estranee, fittizie, imposte. E se si applica questo meccanismo a tanta narrazione, a tanto cinema, a tanta tv rivolta agli adulti, il quadro si fa presto inquietante.
Non è solo un possibile invito ad Arcore, Claudio, a doverci mettere in guardia – c'è da lavorare parecchio, e ben prima!


Per spiegare come si può distruggere una fiaba e il suo potenziale positivo, durante i miei incontri con i genitori spesso leggo due versioni di Hansel e Gretel. Ricordo una volta in cui una bambina spiegò meglio di me la differenza fra questa versione della fiaba e quella illustrata da Lorenzo Mattotti per Orecchio Acerbo.
Vista la presenza della bimba, fino a quel momento evidentemente annoiatissima, le lessi entrambe come le avrei lette a mia figlia. La prima versione, curata non so da chi, ma di sicuro tagliata con l'accetta e con scarsa attenzione alla struttura della storia, scivolò via come acqua fresca. Poco dopo l'inizio della lettura della seconda, un'accurata traduzione redazionale della versione dei Grimm (un'altra buona versione, qui), la bambina si fece prima attenta, poi tesa, e molto attenta alle illustrazioni, cupe, ma anche vibranti di luce. Verso la metà del racconto era in piedi davanti a me, con gli occhi pieni di inquietudine, tanto da preoccupare la madre. La tensione della bambina si fece via via più grande, tanto che un'altra madre disse: "Non sarà il caso di interrompere?" Ma la bambina gridò: "Non sento!" e mi si sedette sulle ginocchia, concentratissima. Lì, ascoltò la storia fino alla fine. Poi corse dalla mamma grugnendo forte, come per liberarsi, e la abbracciò stretta, a lungo. La madre mi disse che lei stessa era stata in difficoltà durante la lettura, rivivendo i sensi di colpa legati al fatto di non poter trascorrere abbastanza tempo con sua figlia.


In un secondo tempo, la madre mi fece sapere che, dal momento di quella lettura, la bambina aveva affrontato più serenamente il “distacco del mattino”, e sospettava anche che quella lettura avesse in qualche modo "agito" su entrambe. Nulla di più probabile.
Sì, Claudio, la sua rubrica decisamente non avrebbe potuto ospitare una approfondimento tanto lungo, e altro mi piacerebbe aggiungere sull'argomento. Se volesse comunque approfondire il tema, oltre a tener d'occhio questo blog, le consiglio di cominciare leggendo: Il mondo incantato di Bruno Bettelheim – qui ne trova un sunto – e Donne che corrono con i lupi di Clarissa Pinkola Estés. Si parla di fiabe, ma soprattutto di crescita in serena consapevolezza, e le risulterà ancora più chiaro come non siano i vestiti e le bacchette magiche il problema, quanto, come ci insegnano le fiabe di tutti i tempi, il costante tentativo “della tribù” di riportare entro schemi noti le libere scelte individuali dei più giovani.


Le illustrazioni che corredano questo post sono di Arthur Rackam, tratte dallo splendido  The sleeping beauty, 1920. Ottimo esempio di come si possano mettere sulla pagina principesse senza cadere nella più vieta banalità. Se volete sfogliarlo, lo trovate qui. La nostra copia è della ristampa del 1932, in tutto uguale all'originale. Se ne trovano copie abbastanza facilmente, da poco più di cento al migliaio di euro, in funzione della pazienza nella ricerca, dello stato di conservazione e dell’edizione.

*Mauro Mongarli fa il pubblicitario, l'operatore shiatsu e scrive le storie che lo scelgono. È papà di una bella bimba, e sta reimparando a fotografare. Ha scritto per Topipittori il libro Non si incontravano mai, illustrato da Claudia Carieri.

giovedì 30 giugno 2011

Come l’acqua nel deserto

Quando siamo sbarcati ad Anafi era notte, tirava un vento micidiale e non si vedeva un accidente. La mattina seguente ci siamo svegliati per scoprire qualcosa che sapevamo, ma alla quale non avevamo creduto fino in fondo. Eravamo capitati nel deserto.

Un deserto meraviglioso, sostanzialmente intatto, quasi spopolato o, meglio, popolato di strani esseri nudi e silenziosi, dediti alla contemplazione, al riposo, alla lettura, ai bagni di sole e di mare. Pensionati di Bologna con molta voglia di fare chiacchiere, taciturni direttori d’orchesta salisburghesi (con una imbarazzante somiglianza al Nando detto Ferdy di Prosciutto e uova verdi del Dr. Seuss), milanesi composti e silenziosi, un residuato tedesco dell’era del Flower Power e qualche greco già del colore dei bronzi di Riace, nonostante la stagione appena cominciata.

Poi un paesino in cima al monte, con un municipio di due stanze, l’ufficio postale aperto due giorni la settimana, due botteghe, due negozi di souvenir, due telefoni pubblici (il cellulare non va), tre bar, cinque taverne, un museo archeologico aperto il venerdì, duecentottanta autoctoni e svariate centinaia di monasteri, chiesette e ossari sparsi per l’isola. Come Macy’s e Harrod’s, le due botteghe vendono tutto: dall’ago all’elefante. Tutto fuorché libri e giornali. Biblioteca, non c’é.

Giovanna si è un po’ agitata: e se finisco i libri? Ne ho portati solo dodici e due li ho già letti. Tredici, in effetti: uno l’ho rubato a Santorini, in albergo. Ma, come tutte le cose non veramente volute, non ha un vero valore. Giovanna l’ha annusato e ha fatto lo sguardo schifato del gatto quando apri la scatoletta che non gli piace.

Mi stupiva soprattutto che nessuno avesse pensato a sfruttare il mercato: in spiaggia o sugli scogli c’è da fare ben poco, a parte leggere. Poi, una mattina, saliti alla Chora presto, quando i negozi e i bar erano tutti chiusi (aprono alle dieci, sappiatelo), Touristica Anafe, specialista in paccottiglia, stava aprendo e una gentile signora cominciava a esporre su strada camicette, pareo e ceramiche rustiche. Non ancora celato, sommerso dalla merce, uno scaffaletto di libri: in tedesco, in inglese, in italiano. Sorpresi, entriamo e chiediamo. No, non si possono comprare. La gentile signora mi porta fuori del negozio e mi fa notare un cartellino in inglese:
LIBRI!!!
PRENDETELI.
LEGGETELI.
E RIPORTATELI!!!

Sono convinto che la gentile signora non sarebbe disposta a fare altrettanto con una maschera da sub o una borraccia termica. Quelle le vende. Quelle sono merce. Ma il libro? Vale così poco da non meritare un prezzo? O vale così tanto da non poter essere venduto, ma solo offerto gratuitamente a conforto dell’improvvido viandante, come un sorso d’acqua nel deserto?

A questa biblioteca affettuosa e artigianale un nostro contributo l’abbiamo lasciato. Ma ci è dispiaciuto davvero non aver pensato a portare una copia dell’edizione greca delle Favole di Esopo. In quello scaffaletto ci sarebbe stata proprio bene.

lunedì 20 settembre 2010

Finché c'è un bambino, c'è speranza

Leggiamo e condividiamo questo articolo uscito stamattina su Manfredonia.net. Sperando che iniziative così possano essere avviate e sostenute costantemente in questo anno scolastico appena cominciato. 

Sarebbe bello se a Natale trovassimo un tavolo carico di libri tra cui poter scegliere! (Matteo, 6 anni)