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venerdì 20 novembre 2015

C'era una storia che inizia

Stupinigi, Casino di caccia, Filippo Juvarra, 1729-1733.
Capita, e non di rado, che istituzioni o aziende decidano di produrre un libro per comunicare ai loro o utenti o clienti qualcosa che ritengono importante, qualcosa, come si suol dire in gergo, di “strategico”. Non di rado questo libro è destinato ai bambini. È una bella cosa che aziende e istituzioni, di solito molto disinteressate, nel nostro Paese, ai libri e alla cultura, quando vogliono dare lustro ai loro messaggi pensino a un libro. Significa, probabilmente, che i libri, nonostante tutto, continuano a mantenere una nobiltà che altri media non hanno né hanno mai avuto. Ed è una bella cosa che aziende e istituzioni ogni tanto pensino ai bambini che, come i libri, rappresentano una parte nobile di quello che ci sta intorno. Quindi, di entrambe le cose non ci si può che rallegrare.


E tuttavia molte di queste iniziative tradiscono presupposti, obiettivi e promesse, perché sono affidate a professionisti inadeguati, privi delle competenze necessarie in ambito editoriale, grafico e letterario, per affrontare un libro e in particolare un libro illustrato per bambini. Diventano allora, queste edizioni, occasioni sprecate e mancate, perché idee e risorse preziose vengono disperse in oggetti poco nobili e per niente all'altezza dei destinatari.


Non è detto, tuttavia, che questo debba capitare per forza. Ci sono aziende e istituzioni che sanno attuare scelte serie e pubblicare buoni libri, degni di finire nelle mani di un bambino.
Recentemente ci è capitato in mano un libro veramente bello, realizzato su commissione e nato all'interno di un progetto istituzionale. Si intitola Fritz. La storia di Fritz elefante a Stupinigi ed è nato dalla collaborazione di Federico Novaro, Christel Martinod e Stefano Olivari. La ragione per cui ci ha conquistato, letteralmente, al primo sguardo è la evidente qualità del progetto, che risalta  in immagini deliziose e in una storia scritta magnificamente. Un oggetto ben meditato e realizzato che ha il merito di risolvere con eleganza e senza forzature la necessità di divulgare un contenuto storico con la costruzione di una storia per parole e immagini, compito per nulla scontato come ben sa chi fa il nostro lavoro.
Per queste ragioni abbiamo chiesto agli ideatori e autori di Fritz di rispondere a qualche domanda. Li ringraziamo per le risposte che ci hanno dato.


Sulla copertina del libro non si leggono i nomi degli autori, al loro posto c'è scritto:
Stupinigi Fertile. Ci spiegate cosa significa questa indicazione?

Stefano: Stupinigi Fertile è il nome di un progetto di valorizzazione territoriale che ha vinto nel 2013 un bando indetto dalla Compagnia di San Paolo. Al centro del progetto erano le aree agricole di Stupinigi: il parco, i poderi e le cascine, oggetto di eventi artistici e una serie di azioni di marketing territoriale e sviluppo locale. I nomi degli autori non compaiono quindi in copertina di Fritz e degli altri tre volumi prodotti a significare la loro appartenenza al progetto generale, che è pluriautoriale.
[Stupinigi è una frazione del comune di Nichelino, alla periferia di Torino. È famosa per la Palazzina di caccia, capolavoro settecentesco di Filippo Juvarra, con annesso parco naturale, ndr]


Come viene l'idea di un libro nell'ambito di un progetto per la valorizzazione del patrimonio rurale e agricolo del sistema territoriale?

Stefano: Stupinigi fertile aveva tra le sue modalità progettuali la collaborazione con gli abitanti per sviluppare contenuti e obiettivi del progetto. Questa è una delle quattro pubblicazioni prodotte e che raccolgono memorie, esperienze e immaginari degli stupinigesi. Fritz, destinato ad essere distribuito ad ogni bambini delle scuole elementari di Nichelino (di cui Stupinigi è frazione) è stato immaginato con l’intento di far scoprire anche ai più piccoli un luogo straordinario e la sua storia.


La prima cosa che si legge, in Fritz, dopo la copertina è questa frase: C'era una storia che inizia. Come è iniziata la storia di questo libro?

La storia inizia con Daniela Maino, abitante dei poderi, che ci ha mostrato una sua versione della storia di Fritz, un elefante vissuto nel serraglio di Stupinigi tra il 1827 e il 1852. Da qui l’idea di Stefano di affidarne la cura a Christel e Federico per trasformarla in una pubblicazione.

Solo all'interno del libro, nel colophon, si trovano scritti i nomi degli autori: rielaborazione testi di Federico Novaro; grafica e illustrazioni di Christel Martinod. Avevate mai fatto un libro per ragazzi, prima di Fritz?

Federico e Christel: No, pur lavorando spesso a progetti comuni, questa è la prima volta che ci proviamo nel rivolgerci a un pubblico di bambini.


Formato, carta, colori, caratteri, corpo eccetera: ci spiegate le ragioni delle scelte tecniche che avete fatto?

Federico e Christel: Sin dall’inizio l’abbiamo pensato, coerentemente con le altre pubblicazioni, più che come un libro, come un quaderno. Il formato orizzontale richiama gli album da disegno, così come le carte, che sono porose e opache, cartoncino per la copertina e carta 120gr per le pagine. La scelta del cartoncino, colorato, e della carta interna, avoriata, è dettata dalla coerenza con le altre pubblicazioni di Stupinigi Fertile, così come il carattere, un Garamond regular. Abbiamo scelto di usare il carattere in tre corpi diversi a indicare i tre toni e livelli della storia (titoli, racconto e istruzioni pratiche). Riguardo la stampa abbiamo scelto di usare il ciano come unico colore, oltre al nero, sia per un’ottimizzazione dei costi sia per lasciare maggior libertà agli interventi di chi legge.




Fritz oltre a raccontare, propone ai lettori attività di disegno, ritaglio, osservazione. La cosa bella è che i giochi proposti servono anche narrativamente, a fare procedere la storia. Cosa vi ha spinto a optare per la formula del libro-gioco?

Federico e Christel: Pensato come quaderno o album il libro diventa uno strumento di lavoro personale, sui cui il lettore possa intervenire attivamente e appropriarsi così dello svolgimento della storia. Ci divertiva l’idea che la storia fosse in qualche modo solo suggerita e che noi fossimo più che narratori accompagnatori. Il libro è stato concepito operativamente come un progetto in tre fasi autonome e condivise. Prima Federico ha stabilito il testo, poi insieme abbiamo disegnato uno storyboard molto dettagliato, sulla base del quale Christel ha realizzato le illustrazioni e impaginato il testo. Il tutto è avvenuto fra continui confronti, discussioni, mi piace / non mi piace e ansie per i tempi strettissimi (un mese, a causa di una improvvisa scadenza istituzionale).




La storia di Fritz prende spunto da una storia vera. In che relazione ti sei posto, scrivendola, con i contenuti storici della vicenda?

Federico: È stato un po’ complicato muoversi fra fedeltà al dato storico e esigenze narrative: ci rivolgevamo a un pubblico fra i 6 e gli 11 anni e questo ci ha indotto a alcune omissioni. In Fritz per esempio raccontiamo la morte di uno dei due protagonisti, Stefano, il guardiano di Fritz, e ne abbiamo fatto il centro emotivo del racconto, ma abbiamo omesso che in seguito il vero Fritz uccise il guardiano chiamato a sostituire il suo amato Stefano. Nella realtà Fritz fu quindi abbattuto e poi, imbalsamato, esposto al Museo di Scienze Naturali; noi abbiamo sublimato la sua morte in un volontario esilio: tre morti in un libro per bambini di 45 pagine ci sono sembrate un po’ troppe. D’altra parte invece tutti i dati storici, già presenti nella versione di Maino, sono esatti.



Il tuo testo è veramente bello. Ha ritmo, grazia, eleganza e sapienza narrativa. Come sei arrivato a questo risultato? Cosa ti ha affascinato e cosa ti interessava raccontare di Fritz?

Federico (arrossendo): Mi sono mosso fra due punti: da una parte ho considerato il mio un lavoro di servizio: bisognava rispettare il testo da cui si partiva -del quale abbiamo tenuto soprattutto l’idea della cadenza in capitoli brevissimi- e renderlo adatto ai fini indicati da Stefano per Stupinigi Fertile, dall’altra ho cercato di fare emergere il rapporto emotivamente fortissimo fra Stefano e Fritz, la sua messa in scena come racconto pubblico, mi piaceva nascondere sotto l’aspetto di un libro-gioco, strumento di un progetto di marketing, dei toni quasi melò, che senza dirlo alludessero all’amore, all’amicizia, che travalicano le vite stesse dei personaggi. Un libro che forse non piacerebbe al Sindaco di Venezia.



Le tue immagini, Christel, entrano a pieno titolo nella tradizione dei grafici che un certo punto si trovano alle prese con le illustrazioni di un libro illustrato per i bambini e, visibilmente, ci si divertono molto: Paul Rand, Bruno Munari, Fredun Shapur e molti altri. Cosa ti ha interessato visivamente di questa vicenda, e cosa hai deciso di mettere al centro della tua narrazione visiva?

Christel (terribilmente imbarazzata): Io non sono una illustratrice, sono in effetti una grafica a cui è capitato di dover fare delle illustrazioni. Sono partita da una scelta già presente nel lavoro di Maino: l’uso della silhouette, che ho interpretato senza mai usare linee curve,  che caratterizzano la silhouette settecentesca. Questo sia per un gusto e un’affinità personale sia per tentare di evocare quella che potrebbe essere una silhouette ritagliata da un bambino. Altra scelta che caratterizza Fritz è che ogni doppia pagina è stata pensata come episodio a sé, frazionando la storia in una successione di episodi autoconclusivi che permettono una lettura anche molto frammentata e un trattamento visivo nettamente grafico. Avendo avuto totale libertà da parte di Stefano ho potuto così seguire interamente quello che mi piace: pulizia, uso delle campiture, bidimensionalità, geometrie. Che per fortuna sono le cose che piacciono anche a Federico.


 
Quale sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato, realizzando queste illustrazioni?


Christel: Il vero unico ostacolo è stato quello iniziale: come diventare illustratrice e con quale chiave visuale? Ho pensato che la giusta strada fosse di non abdicare al mio mestiere, e tradurre graficamente i testi, evocando più che narrando. Una volta trovata questa chiave e stabilite le linee guida con lo storyboard, è stato molto spontaneo e divertente comporre le illustrazioni.



venerdì 27 febbraio 2015

Racconta la storia di un coniglio

L'editoria italiana scopre la letteratura per ragazzi. Ovvero molti editori italiani non per ragazzi si cimentano in essa, inaugurando collane, proponendo pubblicazioni eccetera. Perché? Una delle spiegazioni, come hanno scritto alcuni fra coloro che hanno osservato il fenomeno, è che l'unico settore dell'editoria che oggi funziona, si fa per dire, meglio degli altri, è quello dei libri per ragazzi, in particolare gli illustrati. La motivazione lascia un po' perplessi. Pensate alla credibilità che sarebbe attribuita a Topipittori il giorno in cui si mettesse a editare saggistica universitaria per la sola ragione che questa è il solo settore trainante dell'editoria.
Di solito, alla base di una buona produzione libraria ci sono competenze, vocazioni, esperienze. Altrimenti il sospetto che ci si improvvisi, è legittimo.


Eppure, curiosamente, l'ingresso di case editrici non per ragazzi nella letteratura per ragazzi viene salutato dalla stampa con entusiasmo degno di migliore causa. La stampa e i media in generale, che sempre si sono disinteressati di libri per ragazzi, ecco che parlano di libri per ragazzi: a spingerli è la fiducia nei confronti di editori di cui fino all'altro ieri hanno recensito i libri non per ragazzi, cioè di editori che conoscono bene e con cui hanno relazioni. Magari questi editori non sanno nulla di letteratura per ragazzi, ma i recensori si fidano di loro: spesso sono editori di qualità quindi qualsiasi cosa facciano, anche se mai prima si sono occupati di libri per ragazzi, sicuramente è buona. E magari sì, lo è. Ma magari no. In ogni caso, il fatto di conoscersi e frequentarsi da tempo non dovrebbe essere sufficiente a stabilire un buon operato: stiamo parlando di libri, stiamo parlando di bambini, di ragazzi. Tutti argomenti seri.


Ci si chiede perché accada questo. La ragione è antica. E risiede in quel pregiudizio a proposito dei libri per i bambini e i ragazzi, che è come l'Idra di Lerna: per quanto tu gli tagli una testa gliene ricrescerà sempre un'altra, anzi peggio, altre sei o sette. E cioè: gli adulti si fidano degli editori seri e degli autori seri. E gli autori e gli editori seri sono quelli che fanno le cose serie, che poi sono i libri per loro, gli adulti. Chi sono, invece, gli editori per ragazzi? O gli autori per ragazzi? Chi li ha mai sentiti? Da dove escono? Come nascono? Non è puerile fare libri per ragazzi? Scriverli? Illustrarli? È chiaro che questa è un'attività di ripiego, pensano gli adulti che nulla sanno di libri e di letteratura per ragazzi: chi non riesce a fare libri “per grandi”, sceglie i libri per ragazzi: cioè la serie B. Un po' come succede nella storia della volpe e l'uva.
Spesso mi viene chiesto: Ma perché non scrivi?
Veramente io scrivo, rispondo.
No, ma io dico proprio scrivere scrivere, replicano.


Con questo intendono “scrivere per grandi”. Costoro non sanno nulla di letteratura per ragazzi, ignorano l'evidenza che fra i più grandi capolavori della storia della letteratura ci sono libri per ragazzi, informazione che potrebbe venare di una sfumatura di dubbio la loro sicumera. Ma no, non gli interessa. Pervicacemente, alimentano la loro idea di letterature di serie A e B: anche se sono lettori forti, anche se sono intellettuali.


Ho anche incontrati scrittori sarcastici e beffardi alla solo idea di avere a che fare con qualcuno che si occupa di libri per ragazzi. Persone che poi, magari, qualche anno dopo averle incontrate, dopo la nascita di un bebè o alla comparsa della prima ruga, hanno scritto un libro per ragazzi (chiunque ne può scrivere, questo è noto: persino Elisabetta Gregoraci e Madonna), e inalberato l'aria di quelli che con la loro opera stanno segnando la svolta ante quem e post quem nella letteratura per ragazzi.


D'altra parte, se questo capita, se questo pregiudizio esiste, una fetta di responsabilità è anche del comparto dell'editoria per ragazzi. O meglio, di quell'editoria per ragazzi che ha pubblicato libri approssimativi e malfatti, dozzinali, mal progettati e pensati, in stretta economia di risorse materiali e intellettuali: prodotti che fanno pensare che per realizzare libri per ragazzi non siano necessarie competenze, esperienze, vocazioni, e questi siano alla portata davvero di chiunque.
Perché - oggi tendiamo a non ricordarlo -, ma anche prodotti popolarissimi potrebbero essere di ottimo livello.


La qualità non è, come tendiamo a pensare,  prerogativa di una élite.  Se questa, oggi, è la nostra convinzione, forse è perché chi avrebbe dovuto occuparsi della qualità di prodotti popolari, ha smesso di pensarci, buttandosi su produzioni a bassissimo costo (il che significa anche, nel corso del tempo, abbassando tutto il livello della filiera professionale del libro: gli incompetenti costano, in genere, meno dei competenti. Questo potrebbe anche spiegare l'impressione che oggi, nelle case editrici, non siano molti quelli che sanno riconoscere un buon prodotto da un altro. Per cui nel momento in cui nasce l'esigenza di alzare il livello di qualità pochi si rivelano in possesso degli strumenti e della competenze per realizzarla. La confusione fra incompetenza e cinismo impedisce di capire qual è il problema di tanta produzione attuale). Basti dire che in Italia ci siamo talmente disabituati a riscontrare la qualità di testi, immagini e design nei libri per bambini e ragazzi che da oltre un decennio i libri “di qualità” sono stati sospettati di essere libri per adulti camuffati da libri per ragazzi. Paradossale.


Ma se questo è stato possibile nel mondo dell'editoria per ragazzi, se si è potuto agire indisturbati in questa direzione, ciò è avvenuto anche in virtù di un ambiente intellettuale, di addetti alla cultura che non hanno sorvegliato, monitorato, mostrato interesse e attenzione, cioè svolto la funzione critica che gli sarebbe dovuta competere, su un intero comparto editoriale. Semplicemente si è partiti dal presupposto che in un comparto di serie B sia un'ovvietà, che la qualità sia, costituzionalmente, sempre bassa. La prova del nove di questa situazione è che i media, le terze pagine dei quotidiani e non solo, si occupano di bambini e ragazzi e di prodotti culturali per bambini e ragazzi, esclusivamente quando questi diventano “casi”, assurgendo a fenomeni globali, come è stato, per esempio, nel caso di Harry Potter, Peppa Pig, Geronimo Stilton, Twilight, Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. Fenomeni che i media affrontano sistematicamente eludendo un discorso critico, puntuale e competente, e al suo posto sostituendo la descrizione del fenomeno di costume.


Non sono fatti nuovi, Ursula Nordstrom, editore americano della Harper Children's Books, negli anni Cinquanta si scontrò con lo stesso pregiudizio, quando le fu offerta la direzione della divisione narrativa per adulti della casa editrice: The implication, of course, was that since I had learned to publish books for children with considerable success perhaps I was now ready to move along (or up) to the adult field. I almost pushed the luncheon table into the lap of the pompous gentleman opposite me and then explained kindly that publishing children’s books was what I did, that I couldn’t possibly be interested in books for dead dull finished adults, and thank you very much but I had to get back to my desk to publish some more good books for bad children. (L. S. Marcus, Dear Genius, HarperCollins).
È famosissima una sua battuta amara, sull'idea che gli intellettuali a capo dei comparti reputati “seri” delle case editrici, cioè quelli dedicati alla produzione libraria per adulti, avevano dei libri per i piccoli: «Racconta la storia di un coniglio e falla illustrare a tuo cugino.»


Per rimediare a questo pregiudizio dannoso e pervasivo, è stato fondamentale in questo ultimo decennio, in Italia, il lavoro, svolto da tutti gli editori per ragazzi che hanno lavorato a costruire negli adulti una idea diversa di letteratura e di libri per ragazzi, a formare un pubblico nuovo, informato e aperto. Un lavoro capillare di documentazione, informazione e critica presso librai, bibliotecari, genitori, insegnanti, educatori; un lavoro grande condotto primariamente sui libri, sui prodotti editoriali, riportati a livello di una editoria europea consapevole e competente, proponendo nuove iconografie, autori, grafici, illustratori, temi, storie, immagini, generi, scritture, punti di vista.


Bene, oggi gli editori “seri”, quelli per adulti, con il loro arrivo nel settore rivelano al mondo della cultura italiana che, incredibile, esistono buoni libri per ragazzi, e spiegano a tutti che sì, è possibile fare buoni libri per ragazzi. La ricetta è semplice: basta avere un marchio autorevole, affidabile, conosciuto e mettere al lavoro autori seri, autorevoli e conosciuti: meglio se autori per adulti. Siamo grati di questa lezione, noi che ci occupiamo da tempo di libri per bambini e ragazzi, con serietà, competenza, esperienza e vocazione. Noi editori per ragazzi, che ce ne occupiamo con successo, in tutto il mondo, ma nell'inscalfibile, granitico disinteresse del nostro Paese e dei nostri intellettuali. Noi che ce ne occupiamo non perché questo sia l'unico settore trainante dell'editoria, ma perché questi sono libri fondamentali e meritano tutto l'interesse e l'attenzione possibili. Perché forse va ricordato: da sempre e non da oggi, tempi di crisi, i lettori piccoli sono quelli che domani diventeranno grandi.


[Abbiamo pensato fosse giusto corredare questa riflessione con le immagini delle copertine di alcuni fra i più significativi saggi dedicati alla letteratura per ragazzi, illustrata e non. Ci sembra infatti doveroso sottolineare come sia possibile (e senza troppa difficoltà) per un editore, un autore, un critico, un giornalista, un insegnante, un genitore costruirsi una competenza in tema di libri per bambini, imparare a distinguere il grano dal loglio, manifestare un rispetto profondo per chi più di ogni altro, da secoli, contribuisce alla produzione di lettori: autori, illustratori ed editori di libri per ragazzi.]



[Alcuni parziali approfondimenti sulla letteratura critica e storiografica dedicata al libro per l'infanzia, e all'illustrazione in particolare, sono stati pubblicati in questo blog, sotto la rubrica "Leggere l'illustrazione".]

mercoledì 21 gennaio 2015

La possibilità di essere fragili

ovvero Tuttodunpezzo alla scuola media Vittorelli di Bassano del Grappa

 [di Cristina Bellemo]

Molte volte mi è capitato di ascoltare, in contesti diversi, affermazioni come: « È un libretto per bambini, di quelli con i disegni».

Assomiglia un poco a ciò che accadeva di sentirci dire, a me e ai colleghi con cui si produceva la rivista Blu. Rivista premiata e amata dai lettori. «Quel bel giornalino che fate voi».

I diminutivi usati per circoscrivere, definire (limitare?) il campo del valore. E delle possibilità. Per un albo, l’idea che i disegni individuino immediatamente il destinatario in un bambino (piccolo).


«Quando gli studenti vedono le illustrazioni, storcono il naso e pensano che gli vogliamo propinare un libriccino per bambini. Sai, ormai loro si sentono grandi». Me l’ha detto qualche insegnante delle medie.
La questione è «diminuire», insomma. Che certe volte rischia di equivalere a «sminuire».

Tuttodunpezzo by Andre da Loba from Andre da Loba on Vimeo.

Credo che questa idea degli albi come libri solo per i bambini si debba principalmente a noi adulti. I ragazzi, da parte loro, sono curiosi, di una curiosità onnivora. Credo che le resistenze siano prima di tutto nostre perché forse sentiamo di non avere strumenti culturali adeguati per proporre forme d’arte diverse da quelle normalmente ritenute opportune, approvate dai programmi.

Illustrazione di Martina.
Illustrazione di Ida.

Oppure perché talvolta riserviamo poca considerazione letteraria e artistica a quei lavori. Meglio in ogni caso sgomberare il campo parlando di storielle, disegnini, messaggi edificanti, paroline, animaletti… per bambini. Come se, poi, i bambini fossero destinatari naturali di prodotti in tono minore rispetto alla «letteratura vera».
Accade anche nelle librerie, e perfino nelle biblioteche (che non hanno esigenze «di mercato»): la disposizione sugli scaffali spesso comunica che i libri con le figure riguardano i bambini. E basta. A forza di essere ribadite, queste comunicazioni si stratificano, diventano abitudini culturali diffuse e acquisite.  

Illustrazione di Matteo.
Illustrazione di Sofia T.

















Illustrazione di Anna T.
Illustrazione di Bianca.






















È chiaro invece che una delle più straordinarie caratteristiche di molti albi illustrati è proprio l’essere potenzialmente trasversali. Attuarne la potenzialità dipende, innanzitutto, da chi li propone.
Sia con La leggerezza perduta sia con Tuttodunpezzo ho lavorato con bambini della scuola dell’infanzia, con i ragazzi delle superiori, con gli universitari, con le famiglie, con gli adulti. Con esiti meravigliosi (nel senso che mi hanno riempita di meraviglia), in un caso e negli altri.
Quando dunque si è messa in contatto con me la professoressa Marina Pagin, docente di Arte e immagine alla scuola media inferiore Jacopo Vittorelli di Bassano del Grappa, per lavorare su una mia storia con i suoi ragazzi di seconda D (a indirizzo musicale), ho accettato con slancio.

Illustrazione di Sofia Z.
Illustrazione di Sveva.
Illustrazione di Maria Ester.

Ho apprezzato la sua larghezza di orizzonti e ho proposto Tuttodunpezzo. Mi pareva che questa storia, per i temi e taglio, narrativo e iconografico, aprisse una strada interessante di collaborazione. Marina Pagin ne è stata subito entusiasta. Allora abbiamo definito insieme un sentiero.
Prima di tutto sono andata a scuola con un carrettino pieno di albi illustrati e per due ore abbiamo chiacchierato con i ragazzi di forme, misure, colori, bianco e nero, parole, silenzi, storie, carta, vuoti, pieni, odori, profumi, emozioni, risate, arte, bellezza. E di mille altre cose difficili da riassumere, ma ben vive e splendenti nella mia mente.

Illustrazione di Filiberto.
Illustrazione di Erica.


















Illustrazione di Giuliana.
Illustrazione di Tommaso.





















Alcuni, via via, si sono seduti più vicino, per terra. Non c’è stato mai un calo dell’attenzione. Le mani si alzavano per indovinare, suggerire, dire. Altri, la campanella era già suonata perché il tempo l’abbiamo usato tutto proprio, sono venuti alla cattedra dove avevo posato i libri, e si sono annotati i titoli (già con la cartella pesantissima che gli faceva le spalle cadenti, e un piede rivolto alla porta).

Illustrazione di Isabel.
Illustrazione di Leonard.

Forse era la prima volta, di sicuro una delle poche, me l’hanno detto loro, in cui i banchi sono stati accostati alle pareti e le sedie messe al centro, in cerchio. Il cerchio magico delle storie.
È stato per me (ma forse dico ogni volta così?) uno degli incontri più belli, tra i moltissimi che ho fatto in questi anni: i ragazzi mi hanno regalato il loro incanto genuino e la curiosità degli occhi, delle mani e delle anime, i pensieri in volo e le parole appassionate, le bocche spalancate. La scoperta di un mondo, forse conosciuto qualche anno prima, quando erano piccoli. Forse, mai.

Illustrazione di Marianna.
Illustrazione di Adele.




















Poi Marina Pagin, appassionata di illustrazione e di tecniche del disegno che fa sperimentare ai suoi alunni in forme accurate e sempre originali, ha affidato ai ragazzi il testo della storia. Solo il testo, senza mostrare l’interpretazione di André da Loba nel libro che, qualche tempo dopo, veniva pubblicato.
Nemmeno io ho parlato prima con loro della storia, perché fossero liberi da condizionamenti. Che per ciascuno di loro la storia fluisse, e narrasse come doveva.

Illustrazione di Adriano.
Illustrazione di Cecilia.

Avevano così le parole, e l’opportunità di realizzare alcune tavole raffigurando il loro protagonista nato dall’incrocio della mia con la loro immaginazione e il loro mondo interiore.
Poi li ho incontrati nuovamente, quando già avevano elaborato l’idea disegnata di Tuttodunpezzo. È stato sorprendente.
Ho ascoltato in ammirato silenzio le loro motivazioni e le osservazioni acutissime, considerando una volta di più la straordinaria capacità di leggere ben oltre le parole, e la congenialità del linguaggio metaforico al loro istintivo approccio interpretativo. Percepivo la naturalezza del mettere molto di sé nel loro Tuttodunpezzo. Disegnare il protagonista diventava un’occasione per raccontarsi, però potendosi riparare nel personaggio. Esprimersi senza essere costretti a svelarsi.

Illustrazione di Edoardo.
Illustrazione di Giuliano.

Non c’è stata ripetitività, erano unici come unico è ognuno di loro. E belle la libertà e la decisione con cui ciascuno ha intrapreso e perseguito la sua strada.
Una possibilità alla narrazione di sé che, girando per le scuole, e per i gruppi, dei bambini e dei ragazzi (così come, moltissimo, degli adulti), ritrovo come un bisogno sempre più urgente, e sempre più inascoltato. Forse Tuttodunpezzo, che dice la possibilità di essere fragili e l’attesa dell’altro, è particolarmente vicino a questo sentire?

Illustrazione di Anna B.
Illustrazione di Ludovica.

Credo anche che sia stato importante questo spazio di autonomia nel creare qualcosa di nuovo, frutto certo di saperi e strumenti acquisiti lungo il percorso scolastico, ma anche della loro storia.
La tappa successiva del lavoro ha visto la visita dei ragazzi al liceo d’arte De Fabris di Nove (Vicenza). Obiettivo dei ragazzi: collaborare con gli studenti del quinto anno, delle classi quinta D, sezione Arti e progettazione visiva, e quinta F, sezione Beni Culturali, seguite dal professor Ezio Lunardon, docente di Teoria e metodo della comunicazione visiva.

Illustrazione di Francesca.
Illustrazione di Nikolaj.




















I più grandi si sono messi in ascolto attento e hanno aiutato i compagni più giovani ad affinare, nel pieno rispetto delle loro propensioni espressive, una o due delle tavole realizzate. È stato splendido vederli lavorare insieme, confrontandosi alla pari.
Ciascuno ha poi disegnato un numero di tavole adatto a comporre un albo: compito che è stato loro affidato per le vacanze estive. Alla fine, dunque, ognuno ha dato vita al suo LIBRO.
Alla presentazione del mio libro, edito da Topipittori, alla libreria Palazzo Roberti di Bassano, i ragazzi sono stati protagonisti con un’ampia esposizione dei loro lavori, la proiezione del video girato durante il laboratorio al liceo e l’intervento al microfono di chi desiderava riferire le sue impressioni.
In quell’occasione hanno potuto vedere anche il video con cui André Da Loba ha vinto nel 2013 la Medaglia d’oro della Società degli illustratori di New York.

Credo che possano risultare eloquenti le immagini dei disegni dei ragazzi (una piccola selezione), che mostrano in quanti modi si può leggere una storia. Perché una narrazione può essere solamente il frutto di un lavoro corale che pone chi scrive e chi racconta accanto a chi legge o ascolta, ciascuno con la propria voce particolare, ugualmente necessaria.

Illustrazione di Carlo.