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lunedì 9 luglio 2012

Il gatto dei Topi


Catone: [?] luglio 1995 - 8 luglio 2012

Questa notte il nostro gatto se n'è andato: in punta di piedi, proprio come era arrivato, diciassette anni fa in una sera milanese di luglio, chiamandoci dal giardino condominiale, mentre cenavamo a casa di mia madre. Mi affacciai e vidi un piccolo gatto bianco su un pino, che guardava in su, fiduciosamente in cerca di uno sguardo amico. Scesi. Andai sotto l'albero, gli tesi le braccia e lui, in una tempesta di fusa, ci si buttò, senza un'esitazione, un ripensamento. Cominciò così la nostra lunga amicizia. Due notti prima avevo sognato che trovavo un gatto minuscolo e che gli davo un nome più grande di lui: Catone. Che bel nome, pensai al risveglio, per un gatto. Per questo, quando Catone arrivò davvero, così fu battezzato. Era arrivato prima il nome, poi lui. Di questo nome fu all'altezza con quella speciale inimitabile dignità che hanno i gatti. Tutti, dal primo all'ultimo.
È stato un bravo gatto, un po' scontroso, un po' affettuoso. Avventuroso, ma anche un po' prudente. Da piccolo, era così affamato che ci rubava i fagiolini dal piatto. Gli piacevano anche da matti i fagioli. Durante la sua prima estate in campagna si rivelò un formidabile cacciatore di lumache. Nel nostro giardino in campagna, c'era un amareno. Era lì da prima della mia nascita, chissà da quanto tempo: un alberello un po' stortignaccolo che, arrivato a un certo punto della crescita, si è fermato per rimanere immutato per un sacco di anni. Ogni primavera si copriva di fiori immacolati, poi faceva delle amarene buonissime che noi un po'  sbocconcellavamo un po' snobbavamo come si fa con le cose che si danno per scontate e si finisce per non vederle più, tanto sembrano ovvie. Ebbe il suo momento di gloria con Catone, appunto, che un giorno lo elesse a suo oggetto del desiderio. Ci passava su le giornate, come se stesse assolvendo a un ordine superiore, passando da un ramo all'altro, intento a scovare con concentrazione felina e metodica precisione le chiocciole della fiorente colonia che lo abitava, che poi, a una a una, con un colpetto secco della zampina bianca, buttava a terra con immensa e visibile soddisfazione, fino a che non le aveva fatte cadere tutte. Per poi riprendere, con immutato godimento, il mattino successivo.
Stamattina, all'alba abbiamo salutato Catone in un posto bellissimo sulla riva erbosa del naviglio ai piedi di una grande robinia.

Alcuni anni fa, ho scritto una poesia su un piccolo gatto triestino, incontrato in un vicolo di quella bellissima città. Era malato, magrissimo, sofferente e mi colpì moltissimo come appariva sereno, disteso al sole, quieto, paziente. Oggi dedico questa poesia al nostro magnifico gatto.

O Signore delle cose celesti
scendi a questo vicolo di luce, al tuo terrestre
messaggero, appena venti grammi d'ossa - ossa splendenti di piccione
senza il dono del volo, ossa che tacciono, fatate, dal fondo dei millenni,
per umana virtù - un esercito invisibile di topi -
le bestie musicali, selvagge, amano sangue e agguati,
ai fratelli serafici dei muri, ebbri di sole, che la fame consuma,
la luce dona l'estasi e il torpore,
la pazienza e la gioia dei beati afflitti da uno sciame di mali.
Vieni, o Signore,
allo spettacolo disteso della zampa, al gesto prodigioso
dal rosa di conchiglia che gli dei chiama a raccolta
e indica l'orrore confuso del selciato ove trapassa
il bene in male: liquami, sputi, spazzatura, merda.
Venti leggerissimi grammi d'uccello, per una vicinanza
con il cielo, perché la mancanza di peso non affatichi il gesto,
quando da sopra stenderai la mano
a riprendertelo, perché paia di meno l'istante della grazia
che scompare, ma un lieve, segreto, misero andarsene di gatto,
questo prodigio danzante d'eleganza, deposto
sul fragore del mondo.


giovedì 10 maggio 2012

Un'ospite di grandissimo riguardo

Chiara Carminati ha vinto il Premio Andersen 2012 come miglior autore. Una notizia bellissima, un premio meritatissimo.
Nel 2009, Chiara ha realizzato con noi Poesie per aria. Lavorare con lei, e con Clementina Mingozzi che del libro ha realizzato le illustrazioni, è stato un regalo. Per un editor misurarsi con testi così raffinati, complessi e interessanti, piccoli congegni ad alta precisione, è un'esperienza preziosa, che offre il massimo della creatività, ma impone anche massimi misura, impegno e rispetto. Un gioco che si gioca insieme all'autore. Poi Chiara ha i doni dell'umorismo e del garbo che rendono facili ogni cosa.
Le poesie che vi proponiamo oggi, per festeggiarla, sono due fra le molte, bellissime, che ha scritto, due fra le nostre preferite (cliccate sull'immagine per leggerle).

Una è tratta dal nostro volume, l'altra da Il mare in una rima di Nuove Edizioni Romane, libro imperdibile anche per le illustrazioni di Pia Valentinis che con Chiara ha collaborato in tante altre occasioni. Entrambe sono dedicate al mare, che a proposito della poesia di Chiara suggerisce alcuni aggettivi: fluidità, trasparenza, movimento, musicalità.
Quando penso a Chiara, mi viene sempre in mente una pagina, letta da studentessa, che il poeta Giovanni Giudici ha scritto in una raccolta di saggi sulla poesia dal titolo, meraviglioso, La dama non cercata (Mondadori 1985), che poi sarebbe la poesia.
La dedichiamo a Chiara, in questa occasione.


La poesia è anche una dama capricciosa e difficile, la nostra coy mistress: con lei non bisogna esagerare nel chiedere, bisogna aspettarsi molto poco per ottenere (e non è detto) qualcosa. E quando e se in noi essa sfarfalla e si manifesta (o non sarà un disperato tichettio?) è da considerarsi un'ospite di grandissimo riguardo in una casa, la nostra quotidianità, abitata da inquilini volgari e taccagni. Questi inquilini, noi stessi, il poeta stesso, faranno dunque bene a tener presente la differenza di livello esistente fra la nobile ospite e la loro fatalmente inopportuna corporeità, la loro talvolta grossolana ansia di concludere, la loro ingordigia di risultato.

Ondas do mar de Vigo
Se vistes meu amigo?


Ecco, vedete, quanto poco chiedeva alla sua poesia l'autore dell'antica
cantìga portoghese, i cui versi continuamente mi tornano alla memoria? Un desiderio semplice, una rima quasi banale: e tuttavia, come la rima fiore-amore che incantò Saba, anch'essa «la più antica del mondo». E tuttavia, la Poesia (scriviamola qui con la maiuscola come se fosse appunto una Dama) ha amato quel poeta ed è ciò che conta, considerando quanto diffuso sia il caso contrario di poeti o aspiranti poeti che, pur amando la Poesia, spesso con sincerità ma alquanto raramente con trasparente purezza di cuore, non ne sono tuttavia corrisposti. Chiedere poco alla Poesia vuol dire non pretendere che essa si pieghi a ciò che noi vorremmo a tutti i costi esprimere: non è lei al nostro servizio, ma noi al suo; può darsi che un giorno sia proprio lei a recarci inaspettato il dono del poema che inutilmente abbiamo finora cercato di scrivere, ma non saremo noi a decidere il momento. 

Chiara Carminati, Pia Valentinis, Il mare in una rima, Nuove edizioni Romane, 2011.
Chiedere poco alla poesia è non gravare sulla sua volatile parola del peso e del ciarpame ridondanti di intenzioni e intenzionalità che (si riferiscano anche al più sincero e generoso dei nostri impegni pubblici e privati) finirebbero così per avvilirsi in volgare letteratura: senza contare che così non si servono un impegno, una causa, ma si disservono. Chiedere poco, cercando di lasciarsi governare da quell'intelligenza poetica (e vorrei dire: intelletto d'amore), che della lingua poetica è insieme postulato e corollario, significa chiedere in realtà l'essenziale: che è l'essere toccati, visitati dalla Poesia. E questo è molto, è tutto; perché il poco di cui parlo è tale soltanto agli occhi del mondo pubblicano e bottegaio dei trafficanti di letteratura. Il molto che la Poesia può darci è un molto assoluto, un molto di utopia, attingibile attraverso quel poco apparente che, reduce dalla lettura di un saggio di Hannah Arendt, mi fa pensare alle modestissime aspirazioni di K., il protagonista del Castello di Kafka: avere un lavoro, una casa, una famiglia, una comunità in cui essere accolto... E tuttavia, analoga a quel poco che alla Poesia possiamo chiedere, «questa modesta intenzione di realizzare i diritti umani è, proprio per la sua semplice essenzialità, il progetto più grande e più difficile cui un uomo possa aspirare».

Complimenti, Chiara.


lunedì 30 aprile 2012

Primo maggio con formica



Illustrazione di Grandville, da Fables di Jean La Fontaine, 1855.
The Ant and the Grasshopper, illustrazione di Thomas Bewick, da Fables of Aesop and others, 1818.



Illustrazione di Charles H. Bennett, 1857.
Rivoluzione

Ho visto una formica

in un giorno freddo e triste

donare alla cicala

metà delle sue provviste.
Tutto cambia: le nuvole,


le favole, le persone.

La formica si fa generosa:
è una rivoluzione!


Gianni Rodari

Pagina dal libro di Maria e Olga Visentini, Vita nuova: piccole letture per la prima classe elementare, 1946.
The Ant and the Grasshopper, illustrazione di Wenceslas Hollar (1607-1677), da Aesop's Fables.

 Alla Formica

Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
Che il più bel canto non vende, regala.


Gianni Rodari

(da Filastrocche in cielo e in terra, 1962)

Illustrazione di Sarah Chamberlain, da Fables. The Ant & the Grasshopper di Jean de la Fontaine, 1979.

E gnacche alla formica 

Io t'amo o pia cicala e un trillargento


ci spàffera nel cuor la tua canzona.


Canta cicala frìnfera nel vento:


E gnacche alla formica ammucchiarona!

Che vuole la formica con quell'umbe
da 


mòghera burbiosa? È vero, arzìa


per tutto il giorno, e tràmiga e cucumbe


col capo chino in mogna micrargìa.



Verrà l'inverno sì, verrà il mordese


verranno tante gosce aggramerine,


ma intanto il sole schìcchera giglese


e sgnèllida tra cròndale velvine.

Canta cicala, càntera in manfrore,



il mezzogiorno zàmpiga e leona.


Canta cicala in zìlleri d'amore:


E gnacche alla formica ammucchiarona!


Fosco Maraini 

(da La Gnosi delle Fanfole, 1994)


The Ant and the Grasshopper, illustrazione di Agnes Miller Parker, 1932.
The Ant and the Grasshopper, illustrazione di Milo Winter (1886-1956), da Aesop's Fables.

giovedì 2 febbraio 2012

Questo gioco 
con regole ignote


Disattenzione

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.

Ho passato tutto il giorno senza fare
 domande,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo 
l’altro, incombenze,

ma senza un pensiero che andasse più in là

dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché
-
e da dove è saltato fuori uno così
-
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro

oppure (e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,

ma già in uno spazio lasciato per sempre.
È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,

benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:

un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal

e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

Wislawa Szymborska (2 luglio 1923 - 1 febbraio 2012)


(da Due punti, in La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi 2009. Trad. Pietro Marchesani)



martedì 6 dicembre 2011

A Roma! A Roma!

Domani, 7 dicembre, e fino a domenica 11, a Roma, a Palazzo dei Congressi, all'Eur, apre Più libri più liberi, fiera della piccola e media editoria, a cui, da che siamo nati, partecipiamo e che ci piace moltissimo. Quest'anno, poi, ci sembra ancora più bello essere presenti, dato che la fiera ha rischiato di chiudere, a causa del taglio dei finanziamenti da parte del Comune. Gli organizzatori hanno deciso di proporla ugualmente, forti comunque del sostegno di Provincia e Regione, Ministero Beni Culturali, Camera di Commercio Roma Capitale.

Perché Più libri più liberi deve assolutamente continuare a esistere?
Perché è una fiera vivacissima, frequentatissima, interessantissima per i numerosi eventi, molto ben organizzata, ottima per gli editori che qui vendono tanto, ottima per i lettori che qui hanno la possibilità di trovare qualche milione di ottimi titoli, tutti insieme: evenienza abbastanza straordinaria. Insomma, Più libri più liberi è un evento culturale popolare e quanto mai vitale, che merita lunga vita. E, detto fra parentesi, noi editori di Milano, presunta capitale dell'editoria, in proposito ci chiediamo come sia possibile che qui da noi non sia riuscito a nascere, a svilupparsi e a imporsi un evento analogo. Chissà mai che alla nuova giunta e al nuovo sindaco non venga il desiderio di prendersi un impegno in questo senso, prima che Milano si trasformi definitivamente nella capitale del golfino e della mutanda firmata.
Come al solito chi vorrà passare a salutarci e ad acquistare i nostri libri, potrà trovarci allo stand H08. Lo aspettiamo, ça va sans dire! Anzi, vi aspettiamo tutti.



Vi aspettiamo anche il giorno di apertura, il 7, dalle 15 alle 17, allo Spazio Ragazzi, per la presentazione del volume Alfabeto delle fiabe. Insieme a noi, Antonella Abbatiello, Bruno Tognolini e Andrea Angiolino. Interverranno anche il presidente delle Biblioteche di Roma, Francesco Antonelli, e l'assessore alla Famiglia, all’Educazione e ai Giovani, Gianluigi De Palo.
Alfabeto delle fiabe è un libro a cui teniamo molto. Del progetto abbiamo cominciato a parlare un anno fa, proprio a Palazzo dei Congressi, in occasione di questa fiera, con Anna Maria Di Giovanni delle Biblioteche di Roma. L'idea di questo libro è nata come ultima tappa di un importante percorso formativo sulle fiabe intrapreso da insegnanti ed educatrici nell’ambito del progetto romano di aggiornamento Leggere Che Piacere, legato al progetto Nati per leggere, realizzato per riportare la pratica della lettura fra gli obiettivi educativi della scuola dell'infanzia. Lo spessore del progetto, la sua forma e gli autori che vi erano coinvolti, Bruno e Antonella, ci hanno immediatamente conquistati e ci hanno fatto decidere di collaborare, come editori e supervisori, alla realizzazione del volume. Del risultato finale siamo davvero molto fieri.



Il libro che presentiamo domani pomeriggio è l'edizione speciale di Alfabeto delle Fiabe, realizzata per Biblioteche di Roma, che sarà donata a tutte le scuole che hanno partecipato al progetto Leggere Che Piacere. Nell'edizione Topipittori, il volume sarà eccezionalmente in vendita in fiera, mentre in libreria sarà presente a partire dal marzo 2012.

Subito dopo questa presentazione, sempre allo Spazio Ragazzi, e dalle ore 17, segnaliamo un interessante incontro a cura di Laura Anfuso sul tema Quali libri per la prima adolescenza? Un'originale selezione di titoli proposta dalla studiosa ed esperta di letteratura per ragazzi, decisa sostenitrice dell'importanza dei libri illustrati e dell'immagine anche nei percorsi formativi dedicati ai ragazzi più grandi. Fra i libri proposti, anche numerosi nostri titoli. E noi saremo presenti in sala a dialogare con Laura in merito a libri, parole, immagini, ragazzi.



Qui sotto trovate la scheda relativa ad Alfabeto delle fiabe.


giovedì 10 novembre 2011

Dal chiasso alla parola/2. Il bianco che resta sulla carta

Il primo libro di poesie che mi è stato regalato, si intitolava Cinque lire di stelle. L'autore era Federico García Lorca. Il donatore fu mio padre. Il libro era una raccolta di filastrocche, nenie, ninnananne, canzoncine. Era il 1970. Avevo otto anni. La cosa che mi fece più impressione di quel libro che mi parve fonte inesauribile di delizie (potete leggere alcune di queste poesie, cliccando sulle immagini), fu il bianco delle pagine. E, dentro quel bianco, il modo in cui vivevano le parole. Il modo in cui ci abitavano, come fosse uno spazio sterminato, luminoso, silenzioso. Sembravano fatti l'uno per le altre. Parole che usavo senza pensare, come ponte, conchiglia, bambina, luna, sera, olive, acqua, cotone, imponevano di ascoltare. E, nell'ascolto, crescevano, prendevano corpo, voce.


L'impressione era quella di sentirle per la prima volta. Mi sembrarono una specie di miracolo quel silenzio e quello spazio con dentro quelle parole. Lì, si respirava: c'era aria, luce, libertà. Una limpidezza che consentiva di capire e di vedere. Fu un'esperienza così forte che determinò una sorta imprinting a vita.


La prima conseguenza fu una plaquette poetica autoprodotta, con tanto di rilegatura, indice, copertina e biografia dell'autrice. La seconda, una ricerca costante di parole che mi restituissero quell'esperienza. Ancora oggi, i libri prediletti li riconosco così: quando le parole fanno tacere tutto il resto, quando il loro silenzio crea lo spazio del pensiero, quando la loro luce diventa chiarezza di visione.
L'ultima, in ordine di tempo, questa primavera, una poesia, che descrive questa esperienza.

Il bianco della pagina
insegna alla bambina
il formicaio delle parole
lo sporgere del rigo
sull’abisso dei significati
la luce chiara del senso, del sentire
le dice  so di te da molto prima che nascessi
le dice  benvenuta.



Un libro che parla di poesia e ragazzi, letto alcuni giorni or sono, dedica un intero capitolo al bianco della poesia, mostrando con grande intelligenza cosa possa significare un simile incontro per un lettore molto giovane. Il libro si intitola Perlaparola. Bambini e ragazzi nelle stanze della poesia, l'autrice è Chiara Carminati (un nome in linea con poesia e bianchezza; Nomen est homen, dicevano i latini). Chiara è autrice di altri libri dedicati alla poesia e ai ragazzi di cui abbiamo parlato qui. In queste pagine, riprende il filo del discorso iniziato e lo approfondisce, per offrire altri strumenti a chi, insegnante, genitore, educatore, bibliotecario desideri fomentare la poesia.

Nell'Ingresso del libro, dal titolo Brevi note per fomentatori di poesia, l'autrice, infatti, spiega:

"Trovo molto bella la parola fomento. Nella nostra lingua è un po' in disuso, ma in spagnolo viene utilizzata correntemente per indicare le attività di avvicinamento al libro e alla lettura: fomento de la lectura. In italiano il termine corrispondente è promozione, che però risulta più freddo e legato a una logica di consumo. Nel suono della parola fomento invece si legge una fiammata improvvisa, un calore di fiato, un segnale di fumo fatto per essere visto da lontano. Fomento ha in sé la fame, il nutrimento del fuoco.
Più che un manuale, una cassetta per gli attrezzi, questo libro vuol essere uno strumento per il fomento della poesia. Una raccolta di proposte per far scattare la scintilla, e di spunti per alimentarla. Si rivolge a chi, per passione o per professione, si occupa di bambini e ragazzi, nell'idea che la poesia sia il mezzo più potente per esplorare e far esplorare le risorse del linguaggio e che l'acquisizione di queste risorse sia fondamentale per la costruzione di una personalità creativa e l'espressione di un pensiero libero."


La Quinta stanza poetica immaginata da Chiara si intitola Scolpire il silenzio. E così si annuncia:
"Dove se guardi bene, vedi la poesia, perché va a capo; dove il bianco scrive e il silenzio suona e chi corre si ferma in uno spazio calmo; dove le parole si sporgono sul bordo di un precipizio e il lettore vorrebbe sapere come va a finire."

È qui, infatti, che si parla del bianco che circonda la poesia e che alla poesia è consustanziale. Da questa stanza così speciale, vi riporto alcuni brani.



"Tengo un libro aperto nella mano destra e uno nella mano sinistra. Entrambi sono rivolti verso di loro. Quale dei due è un libro di poesie? chiedo.
Loro sono distanti, non possono leggere le parole. Loro possono solo vederle nella pagina. Loro sono tre classi di seconda media nella sala di una biblioteca, e assistono a un incontro sulla poesia con un misto di scetticismo e curiosità che è quasi commovente.
Rispondono unanimi: il libro di poesia è quello a sinistra.
E da cosa l'avete capito, visto che non potete sapere se parla di stagioni o di lacci delle scarpe, né se esprime sentimenti o descrive un frigorifero? Esitano un attimo. È perché non arriva in fondo, rispondono. Perché lo scritto è più corto della pagina. Perché va a capo.
La poesia va a capo. Frena il flusso delle parole prima di arrivare al margine della pagina. Dichiara la propria autonomia espressiva rispetto alle regole della scrittura, stabilendo una prima identità formale che è fatta di niente, di bianco, di vuoto: la poesia è scritta in versi, e i versi vanno a capo.
Ma i versi sono fatti solo dalle parole, o anche dalla loro assenza?
«La poesia non è fatta di queste lettere che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta» dice una celebre frase di Paul Claudel, quasi a provocare l'attenzione del lettore su ciò che non c'è, che non si vede, ma in qualche modo si ascolta come si ascolta il silenzio. Gli spazi bianchi, quel vuoto di carta e di voce in cui galleggiano le parole dopo essere emerse con lentezza o prepotenza, sono silenzi.
È un vuoto che non è vuoto, anzi è pieno di suono che echeggia, di vita e respiro, di presenza."



"Negli edifici frequentati da molta gente, esiste uno spazio identificato come luogo sicuro da raggiungere in caso di incendio: viene chiamato «spazio calmo». Non è un luogo di riposo, come il nome potrebbe far pensare. Non è neppure un semplice luogo di attesa passiva, poiché è dotato di tutte le strumentazioni necessarie per far fronte al pericolo delle fiamme e cercare una via di salvezza. Contro la frenesia e l'ansia di consumo, la poesia è il nostro spazio calmo di lettori. Poiché non chiede di essere divorata, ma assaporata: ci impone un tempo di lettura più lungo e disteso, uno spazio calmo in cui prenderci cura delle parole."



"Guillevic chiama la poesia scultura del silenzio: proprio come se le parole emergessero a forza di scavare nel bianco, che continua a circondarle. Ma il bianco resta la materia prima. Mi piace l'immagine della scultura anche perché richiama il monumento, come se le parole della poesia fossero l'opera eretta per celebrare i suoi silenzi.
La definizione di Guillevic ricorda l'immagine contenuta nel Tao Te Ching: le pareti del vaso sono fatte d'argilla, ma è il vuoto al suo interno a renderlo utile. Le parole delle poesie ci parlano, ma sono i bianchi dei versi a farcele ascoltare fino in fondo. Cosa succede in quei bianchi? Di cosa si colmano, per chi li ascolta?


Nelle pause si ascoltano i suoni. Risuonano le ultime sillabe e ne traggono vantaggio le rime, che così evidenziate stringono legami più forti all'orecchio. Ma echeggiano più a lungo tutte le parole in fine verso, anche quando non sono in rima. Protese sul bordo del precipizio, si caricano così di maggior peso nel gioco dei significati."



martedì 20 settembre 2011

Poesie per una giovane Repubblica

Quando in gennaio sono stata contattata dalla Cooperativa Stoppani per partecipare al progetto di un’antologia poetica a tema civile per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia, sono rimasta un po' perplessa. Non in relazione all'iniziativa, di per sé degna e apprezzabile, quanto alla mia capacità di scrivere a tema, e su un tema così importante, su commissione. Così un po’ ho nicchiato. L’insistenza garbata, ma ferma, mi ha portata poi ad accettare, anche per il desiderio e la curiosità di provare a misurarmi con l'inatteso compito.
Col senno di poi, credo di aver fatto bene ad accettare. L’antologia Un paese bambino, Giannino Stoppani Edizioni, infatti è un piccolo gioiello: un libro che ha misura, stile, bellezza, spessore. Il che non è scontato, in particolare considerato il pericolo sempre in agguato della retorica e della nota alta, visto il tema.

E oggi mi dà una certa fierezza vedere le mie parole in compagnia di quelle degli altri poeti che vi hanno partecipato: Aquilino, Stefano Bordiglioni, Janna Carioli, Ennio Cavalli, Nicola Cinquetti, Umberto Fiori, Pietro Formentini,  Matteo Marchesini, Elio Pecora, Roberto Piumini, Giusi Quarenghi, Alessandro Riccioni, Davide Rondoni, Bruno Tognolini. 

Leggendo queste pagine ho pensato ai bambini che le sfoglieranno, a casa, a scuola. E che a ogni voce di poeta potranno riflettere su quanti modi esistono di parlare di questi anni che compie quella cosa che la Costituzione chiama Repubblica Italiana. Anni fatti di tante cose diverse, astratte e concrete: libertà, diritti, doveri, boschi, animali, storia, cronaca, regole, mari, persone, princìpi, idee, giustizia, confini, cittadini, battaglie, immigrati, amicizia, amore, paesaggi, grammatica, saluti, grandi, bambini, giochi, tragedie, parole, bellezza, sogni, terra, passi, strade, bandiere, storie... Certamente uno dei meriti maggiori della poesia, e quindi anche di queste poesie, è quello di mostrare come realtà e immaginazione, simboli e cose, gesti e pensieri, visibile e invisibile, idee e fatti, sogni e azioni, spirito e materia insieme tessano la trama delle nostre vite, delle nostre giornate, si compenetrino, saldamente avvinti, e ne costituiscano la maggiore ricchezza, laddove la scissione, la distanza fra le due dimensioni condanna a un materialismo senza riscatto o, all’opposto, a una vuota ed egotica evasione.



In questo senso, (immagini che non confliggono, come spesso accade nell'editoria dedicata ai ragazzi, con i principi di fondo dell'operazione, ma ne sono coerente sviluppo), merito indiscutibile della riuscita del libro è anche di Arianna Vairo, giovane e brava illustratrice che ha mostrato una formidabile capacità di rappresentare, ritrarre, disegnare, interpretare, con soli tre colori, i bambini: senza leziosità, tratti caricaturali, buffonerie scontate e banali, ma con la grazia acerba, l’angolosità, il dinamismo, la dolcezza, lo stupore che i ragazzini veri hanno.



Quando una repubblica festeggia il proprio compleanno, dovrebbe avere il diritto, come accade ai bambini, di trascorrerlo con coloro a cui vuole più bene e che gli vogliono più bene. Questo libro forse serve a far sì che questo accada, dato che sono i bambini di oggi le persone migliori su cui questo paese così giovane può contare per il presente e per il futuro.

Ho scelto di proporvi tre poesie, fra quelle pubblicate, nell'ordine di Alessandro Riccioni, Bruno Tognolini e, sì, anche una delle mie.

***

Io sono e sogno

Io sono un confine
che si apre da solo,
per lasciare passare
le anatre in volo.

Io sono un confine
senza muri e cemento,
per potere ascoltare
la voce del vento.

Io sono un confine
senza un solo soldato,
una riga un po' storta
senza filo spinato.

Io sono un confine,
un filo di fumo,
sono fatto di niente
e non fermo nessuno!

***

Filastrocca del cuore di re

D'essere re potrà essere degno
Solo chi ha cuore più grande del regno
Perché il re siede nel cuore del regno
Se il regno siede nel cuore del re

***

Osservare
riflettere
ascoltare

l’infinito in certi verbi
fa pensare
a un tempo aperto
un tempo senza fretta
come un mare
senza né io né tu
un tempo dove stare
tutti
in pace,
più che da fare
un tempo da essere
bene, insieme,
un tempo giusto
di piante, di persone, di animali
un tempo da crescere
col cuore e con la mente
a un infinito
infinito presente

mercoledì 2 marzo 2011

Marzo scavalca i muri del mondo

Il libro di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer E sulle case il cielo è uscito nel 2007. È uno dei nostri best seller, giunto, ormai, alla terza edizione.
Ricordiamo bene quando Giusi ce lo propose, nel 2006, anticipando, a scanso di equivoci: «Vi dico subito che è una raccolta di poesie...»
«E allora?» rispondemmo noi, sorpresi dalla precisazione.
«E allora, la poesia è bella, ma non vende» rispose Giusi, facendosi latrice del responso ricevuto quando, più volte, aveva proposto il progetto.
A noi il libro interessava proprio perché era di poesia. Poesia come lo sono le filastrocche, le ninne nanne popolari, i versi sciolti, i sonetti, le canzoni petrarchesche, i poemi omerici, i madrigali... Uno dei nostri primi due libri pubblicati nel 2004 fu una filastrocca, e inaugurò la collana Parola magica la cui definizione recita: Poesie da recitare insieme ai bambini come formule magiche per superare gli ostacoli lungo il cammino delle giornate. Perché incontrare la poesia per un bambino significa fare esperienza della potenza delle parole, incontro raro, come fa notare Hölderlin quando scrive:

Nominerò allora l'alto? Ciò che non conviene, dispiace a un dio
e per coglierlo è quasi troppa poca la nostra gioia.
Spesso non possiam che tacere; mancano i nomi sacri.
Battono cuori, eppure tarda il discorso?

E a proposito di questi versi, Heidegger scrive: «“Cogliere”» significa nominare l'alto stesso. Nominare poetando significa fare apparire nella parola l'alto stesso, non solo dire la sua dimora... (La poesia di Hölderlin, a cura di Leonardo Amoroso, Adelphi,1988).

Illustrazione di Chiara Carrer, da E sulle case il cielo.
Amatissimo da bibliotecari, insegnanti e, sì, anche da bambini, questo libro è utilizzatissimo in scuole e laboratori per toccare argomenti diversi: dal linguaggio, al tempo, alle stagioni, al rapporto con la natura, agli stati d'animo. E ha dato luogo a un numero infinito di attività.

Quella che vi proponiamo oggi, ha avuto luogo a Roma, al 121° Circolo Didattico, plesso “Rio de Janeiro” ed è stata realizzata da Raffaella Giardina, a cui abbiamo chiesto di raccontarci brevemente in cosa è consistito il lavoro coi bambini e in che modo il libro è stato utilizzato.
 

Illustrazione di Chiara Carrer, da E sulle case il cielo.
Il libro di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer E sulle case il cielo, da cui sono tratte le poesie che i bambini hanno illustrato, ci accompagna, direi affettuosamente, da tre anni, ed è stato alla base di diverse attività. Per esempio, su ispirazione della poesia Se trovo un costume di acqua salata i bambini scrissero delle bellissime poesie. 
Usai questo testo pensando al Carnevale: inventare un vestito immateriale che potesse esprimere un vissuto profondo dei bambini. 

In un altro caso, ripercorrendo la storia dell'incontro tra i bambini e la poesia e, quindi, tra i bambini e l'autrice (poiché l'anno scorso Giusi è venuta a trovarci a Roma), abbiamo anche realizzato un piccolo libro.

L'idea del calendario, invece, è nata dalla speranza che i bambini di quinta potessero portarsi via un frammento della loro storia elementare anche dopo averci lasciato. 
Nel calendario il lavoro di illustrazione dei versi Gennaio le ombre è stato libero: dopo aver dato una semplice indicazione su come sarebbe stato montato, i bambini hanno utilizzato una serie di tecniche che hanno assimilato in questi anni.



Hanno imparato attraverso tanti laboratori pratici svolti nel corso del ciclo elementare (su Mirò, Burri, Munari, Picasso, la Pop Art, Calder, Fontana...) a esprimersi con libertà utilizzando tecniche tra le più varie (dalla pittura all'assemblaggio di oggetti, al collage di ispirazione surrealista ecc.).

Mi occupo da molti anni di didattica dell'arte contemporanea e il rapporto tra parola e immagine è stato per me il punto di partenza della maggior parte del mio lavoro, per questo tra l'altro amo particolarmente i vostri libri. Ci sarebbe molto altro da dire e la documentazione del lavoro dei bambini è molto ampia, anche perchè dallo scorso anno mi sto occupando di formazione.

Infine, abbiamo realizzato tutti insieme un calendario per la classe: i bambini hanno composto collettivamente due versi per ogni mese, sull'esempio della poesia di Giusi, e i versi sono stati poi illustrati con la collaborazioni di tutti.

In sequenza, alcune immagini realizzate dai bambini per i calendari.

venerdì 22 ottobre 2010

Formica formica formica formica

Toon Tellegen nel nord Europa è una celebrità. Poeta e scrittore, nato nel 1941 nei Paesi Bassi, ha venduto milioni di copie dei suoi libri e vinto ogni sorta di premi, nazionali e internazionali. Per i ragazzi ha scritto centinaia di racconti che hanno come protagonisti gli animali, in particolare uno scoiattolo e una formica, compagni di avventure e di incredibili scambi epistolari, partecipi della strana vita che si svolge in un bosco che annovera fra i suoi abitanti elefanti e pidocchi, alci e e granchi, trichechi e gerbilli, lucciole e avvoltoi, inquilini di un regno naturale del tutto surreale che ostenta una totale indifferenza verso habitat e latitudini.
Quelli di Tellegen sono racconti brevi, filosofici, esilaranti, poetici, malinconici, fulminanti. In una parola, perfetti. Perfetti per una lettura adulta. Perfetti per i ragazzi. Perfetti per i bambini. Perfetti da utilizzare per discutere in classe di una quantità di temi praticamente senza fine. Perfetti da leggerne uno alla sera ai propri figli.


In Italia, le storie di animali di Toon Tellegen sono state pubblicate da Feltrinelli Kids, Lettere dello scoiattolo alla formica (illustrazioni, Axel Scheffler) e Il compleanno dello scoiattolo (illustrazioni, Kitty Crowther); la raccolta completa si intitola Lettere dal bosco edita dalle edizioni Donzelli, tradotta da David Santoro, con illustrazioni di Mance Post, olandese, gloria dell’illustrazione nordica. Diciamo che in tutti tre i casi, le recensioni non si sono sprecate. Peccato, un’occasione persa. Sarebbe stato opportuno accogliere con una gran festa questi animali. Forse siamo ancora in tempo. Perciò, mettete le scarpe e correte in libreria.
Per accelerare la vostra corsa, abbiamo scelto un brano irresistibile:

“Un giorno d'inverno, lo scoiattolo scrisse una lettera alla formica:

Cara formica,
formica formica formica formica formica
formica formica formica formica
carissima formica
formica formica formica formica
carissima formica
carissima formica
formica.
                  Lo scoiattolo


Era una lettera strana, e lo scoiattolo non sapeva neanche perché l'avesse scritta. Siccome faceva freddo le infilò un cappottino, le mise in testa un berretto di lana, le spiegò dove andare e le aprì la porta.
La lettera uscì con prudenza, scese lungo il tronco del pioppo, s'incamminò tra la neve e bussò, tic tic, alla finestra della formica.
“Chi è?” domando la formica.
“La lettera” rispose la lettera.
“La lettera?” si stupì la formica.
“Sono per lei” disse la lettera con una piccola riverenza, togliendosi il berretto di lana.
La formica la esaminò da tutti i lati, poi l'aprì con cautela.
“Adesso ti leggo” disse.
“D'accordo” disse la lettera.
Quando ebbe finito di leggerla, la formica si sfregò soddisfatta le zampette e disse: “Siedi, lettera, siedi. Cosa posso offrirti?”

(ed. Feltrinelli Kids, trad. Laura Draghi Salvatori)