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lunedì 9 marzo 2015

In mezzo alla fiaba

Oggi presentiamo In mezzo alla fiaba, una delle nostre novità già in libreria, e che troverete alla Fiera di Bologna. Lo facciamo attraverso le parole di Silvia Vecchini, sua autrice che spiega il suo rapporto con la fiaba e il modo in cui è giunta a queste poesie. Nei prossimi giorni passeremo la parola ad Arianna Vairo, che ha realizzato le illustrazioni di questo libro, per ascoltare anche il suo punto di vista.


[di Silvia Vecchini]

Il mio rapporto con la fiaba è tutto all’infuori di qualcosa di dolce o zuccherino. È pure lontano dalle fiabe sonore che non ho mai avuto in casa. Ce le aveva la mia amica Maria Chiara e, messa da parte la magia di una voce disincarnata che raccontava, le fiabe per me non abitavano neppure lì. Stavano invece ben custodite nella memoria di mia madre, erano una manciata, non di più. Poi intorno ai miei sette, otto anni le fiabe sono diventate quelle raccolte in un librone che ebbi in regalo.



Da bambina ho avuto davvero pochi libri. Non ho memoria di essere entrata in una libreria che non fosse una cartoleria con una smilza mensolina per i libri. Anche per questo motivo, ogni libro aveva per me un peso enorme e provocava un’onda lunga nella mia immaginazione. Tuttavia con le fiabe succedeva qualcosa di ancora più interessante. Si andavano a saldare con altre narrazione che riguardavano l’infanzia dei miei genitori e, ancora prima, dei miei nonni. Il contesto, un piccolo borgo di poche centinaia di abitanti sulle rive del Lago Trasimeno, era pressoché perfetto.


Mia madre e mio padre che vivono in due case divise da una stradina e da ragazzini si possono salutare da una finestra all’altra. Mia madre, se sta fuori, non può oltrepassare un arco che funziona da soglia proibita. Entrambe le loro famiglie sono famiglie di pescatori. Le donne lavano il bucato al lago e vanno nella macchia a fare la legna, gli uomini sull’acqua a gettare le reti esposti in ogni istante al pericolo visto che quasi nessuno sa nuotare. Non ci sono automobili, ci si sposta a piedi o in bicicletta. Solo uno dei miei nonni alla fine comprerà una motocicletta. Negli anni dell’infanzia, dentro i racconti dei nonni mi sembrava di scorgere con esattezza elementi comuni alle fiabe. Una consapevolezza che non mi permetterà mai di prenderle alla leggera. Ritrovavo nelle fiabe le loro parole, le vicende di tutti.


La spaventosa grandezza di un temporale o soltanto della notte, estenuanti spostamenti a piedi per qualsiasi cosa, i sentieri nei boschi, i pozzi, la malattia, i rimedi, le vecchine che ne sanno sempre una in più, il baratto (pesce in cambio di uova e farina), cesti e sporte da consegnare, ogni pericolo, porte aperte e bambini in casa da soli, invidie, inganni, l’ingiustizia, la povertà, le pance vuote, fame, la straordinaria importanza del pane, la sterilità o i troppi figli, le bambine mandate a servizio nelle case degli altri, figli di secondo letto, le matrigne, i coltelli, oggetti persi e stupendi ritrovamenti, gli animali come finestre sul mistero, i saggi consigli, l’intelligenza che la spunta, la fedeltà, un aiuto insperato, la fatica di trovare il proprio posto nel mondo, una trasformazione, il desiderio di liberarsi e liberare.


Per questo, anche per me, le fiabe sono vere. Scrive Calvino che le fiabe “sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte della vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza ed al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste…”



Mi emoziona sempre questo scritto visto che a questa conclusione sono arrivata presto e presto ne ho avuto conferma crescendo e attraversando io stessa “la parte della vita che è il farsi di un destino”. Scrivendo mi sono ritrovata là, in quella parte di vita, e ho provato ad ascoltare. Non senza sorpresa ho sentito che volevo scrivere a più voci. La scrittura faceva da spola tra fiabe diverse e diversi personaggi e cuciva, cuciva, cuciva e mi restituva un disegno unitario. Il materiale era davvero vivissimo per me, ad alta temperatura, un liquido incandescente. Ho deciso quindi di darmi un limite stretto. Non più di un testo per fiaba, non più di un personaggio. Difficile perché ogni fiaba era affollata e più voci premevano. Ho scelto di ascoltare quelle che affioravano con più prepotenza e mi sono costretta a non forzare mai.



Quando ho finito, la scrittura mi ha lasciato un sentimento duplice che ho trovato descritto perfettamente da Alice Murno in un racconto che mi ha ipnotizzata.
“Come certi bambini delle fiabe che hanno visto i genitori stringere patti con strane creature terrificanti scoprendo così che le nostre paure affondano le proprie radici in nient’altro che la verità (…), turbata e rinvigorita da quei segreti, non dissi una sola parola”.  Turbata e rinvigorita. Scrivere In mezzo alla fiaba, per un po’ mi ha lasciata così. Solo da poco, rigirando in testa l’idea che il libro era quasi pronto, sono andata a riprendere la raccolta di fiabe lette e rilette da bambina. Bene. Quando l’ho trovato e l’ho aperto ho capito da dove era venuta questa sollecitazione a scrivere mettendo in scena delle voci. In apertura di ogni fiaba, una pagina recava il titolo e indicava l’elenco dei personaggi che avrei incontrato leggendo.



Dunque non ho fatto altro che tornare all’inizio, interrogare il fondo, vedere chi, nel bosco scuro che ogni bambino attraversa crescendo, mi aveva parlato all’orecchio e portato in salvo dall’altra parte.

In mezzo alla fiaba, una lama
ho scoperto non è una sorpresa
neppure un reperto. Voce scintilla,
che luccica, vibra, ti può tagliare,
divide, incide, t’insegna a domandare.

A trovare, resistere, a scappare,
a tornare, esistere, mai più
sanguinare.


Un ringraziamento a Giovanna Zoboli che non solo ha dato ascolto a questi testi ma li ha accompagnati nel migliore dei modi facendoli incontrare con i colori, le forme e il linguaggio tagliente e vivo di Arianna Vairo. Che di zuccherino ha davvero poco.
Nel cuore dedico questo libro ai miei nonni: Candida e Adriano, Iolanda e Silvio.


venerdì 27 giugno 2014

Di poeti, premi e utilitarie

Ogni anno l'associazione Tapirulan organizza un premio di poesia inedita. Ne abbiamo già scritto qui, in questo blog, perché in effetti questo premio ci piace: per la selezione che ogni anno viene fatta, rigorosa; per i poeti che partecipano, sorprendentemente interessanti e bravi; e per l'edizione che ogni anno viene pubblicata (che potete sfogliare qui; qui, invece, trovate quelle edite fino a oggi). Se invece volete partecipare alla prossima edizione del premio, avete tempo fino al 25 luglio: qui le informazioni. Quest'anno il titolo del concorso era Mevoj, ovvero gabbiani, e il perché di questo titolo, scelto in funzione antipoetica, lo spiega Paolo Briganti nella sua introduzione. Mentre pensavo a cosa scrivere su questa nuova edizione, non ho potuto fare a meno di ripensare ai vari concorsi di poesia a cui ho partecipato, tempo addietro, quando scrivevo di più. Insomma è andata poi che mi sono lasciata prendere, perciò oggi ho deciso di scrivere proprio di questi. In fondo i premi sono un passaggio obbligato per tutti quelli che svolgono attività/professioni creative.

Come capita pressoché a tutti quelli che scrivono poesia, c'è stato un periodo in cui partecipavo ai concorsi. Poi ho smesso: un po' perché ora scrivo poco, un po' perché dopo l'ultimo concorso a cui ho preso parte, ho deciso che sarebbe stato l'ultimo (invece, oggi, se scrivessi di più, sicuramente parteciperei al concorso di Tapirulan). Siccome quella volta fui tra i vincitori, dovetti andare alla serata di premiazione, la quale rapidamente si trasformò in una pellicola dei Fratelli Marx. Durò qualcosa come quattro ore. I giurati, tutti molto anziani, si addormentavano appena finito di parlare.

A Tomium, di Walter Borghisani, in Mevoj.
Terminate le prolusioni, ci fu una commemorazione di un assessore locale da poco defunto, con discorsi infiniti e sgrammaticati, che mi suscitarono una tale ilarità da dovermi nascondere, come accadeva sui banchi di scuola, da piccoli. Il presidente della giuria, noto letterato, a un certo punto, risvegliatosi dal torpore, furibondo, si scagliò contro il Comune e i ridicoli fondi che riservava al premio, minacciando l'abbandono della giuria (in effetti, mi ospitarono in un albergo dove, nonostante alcuni leopardi impagliati dall'allure coloniale, mancava persino la tavoletta del wc; albergo che peraltro, contro ogni logica, per quanto a buonissimo mercato, era a spese dei poeti vincitori). Nel corso della premiazione fu dato un riconoscimento alla carriera a una anzianissima poetessa, che si favoleggiava amica di D'Annunzio, il quale consisteva in una statua di marmo così pesante da far vacillare la poveretta, alla consegna, salvata in extremis da un premuroso premiato, aitante pilota di linea, accorso a tenerla in posizione verticale. A me fu consegnata una lapide di marmo con sopra inciso il mio nome in capitale quadrata: riconoscimento, per così dire, sepolcrale. Trascorsi quella serata in uno stato d'animo che alternava sconcerto, noia e ilarità. Fu così che: Basta coi concorsi, mi dissi. E così fu.

Boy jump, di Linda Vukaj, in Mevoj, 2014.
Anche se poi, a dire il vero, mi sono capitate premiazioni deliziose. A una, a Busseto, mi fu corrisposto, oltre a un assegno, un chilo di ottimo parmigiano. Nel parco della villa dove si teneva la premiazione, ci fu un bellissimo concerto di ottoni delle principali arie verdiane. Era estate, nugoli di zanzare si aggiravano, fameliche, fra i poeti. La serata si concluse a casa dell'organizzatrice: una persona squisita. Ci accolse nel suo frutteto, offrendoci lambrusco e ciliegie paradisiache. Faceva caldo, ma c'era fra noi un noto poeta, freddolosissimo, che, avvolto in un plaid, continuò, tuttavia, indomito e crudele, a spregiare noi poveri principianti. L'albergo era dignitosissimo: lindo e datato, in stile neomedievale, con stampe da scene di opere del Giuseppone. La mattina ci svegliammo e c'era, in piazza, un mercato allegrissimo. Conservo un bel ricordo di quei giorni.

In Liguria partecipai a un'altra bella premiazione. Noti poeti e letterati che facevano parte della giuria, di una gentilezza e attenzione commovente. Avevo chiesto a un'amica di accompagnarmi, la quale accettò a patto che mi accollassi le spese della trasferta: una proposta che mi parve equa. Non sapevo però che a noi si sarebbe aggiunta un'altra persona: una poetessa che ci fermammo a prendere a Bologna, la quale, inopinatamente, per tutto il viaggio non fece che manifestare il suo sommo disprezzo per i concorsi di poesia, per chi vi partecipava e, soprattutto, per chi li vinceva. Cosa che, ovviamente, mi mise in uno stato di grave imbarazzo: dovetti, tuttavia, provvedere anche alle sue spese.

Towards the light, di Nicola Fanini, in Mevoj, 2014.
Non potei fare a meno di chiedermi, in seguito, cosa l'avesse spinta a prender parte a quella gita durante la quale la sua espressione di tetra disapprovazione non cambiò mai. Al ritorno a casa, scoprii infine che il mio fidanzato di allora aveva approfittato della mia trasferta per fare inequivocabili avance a una persona a me cara. Capii così in quell'occasione che alla gloria letteraria non sempre si accompagna la felicità.
Quella giornata ebbe poi uno strascico, perché il club di notabili a cui dovevo l'assegno corrispostomi in occasione del premio, volle organizzare una serata in mio onore. Partecipai tramortita dall'agitazione e dall'imbarazzo, accompagnata dal fidanzato fedifrago (e perdonato). A quell'epoca ero afflitta da una timidezza a dir poco paralizzante, ma provai a farmi forza mettendo insieme alla bell'e meglio un piccolo repertorio poetico da leggere durante la serata. Davanti a un platea stracolma di signore e signori benvestiti e bendisposti, dopo le varie presentazioni degli organizzatori venne il mio momento. Ressi per una decina di minuti, con la voce tremante e un colorito scarlatto, finché una poesia dedicata a una persona che era mancata da poco, improvvidamente inserita nel novero delle letture, mi ruppe la voce. Scoppiai a piangere, ma proprio a piangere come un vitello, stupendo prima di tutto me stessa che tutto mi ero immaginata, fuorché un'uscita tanto esecrabile. Venne giù il teatro, come si suol dire. La platea non la smetteva più di applaudire. Rimasi basita e, in quel momento, con altrettanta assoluta stupefazione, cominciai a rendermi conto, oltre che delle inesorabili leggi dello spettacolo, dei singolari meccanismi che governano la mente umana.

Parma, biblioteca del Monastero di San Giovanni,
presentazione del volume Mevoj, maggio 2014.
Quando la serata finì, tutti coloro che erano in sala mi vollero salutare di persona. Ero molto giovane, e penso di avere scatenato in quei signori tenerezza e affetto, come fossi una loro figlia o nipote dalla personalità imperscrutabile. Ricordo che una signora mi abbracciò, dicendomi: “Lei non è come noi. Lei ha quattro occhi: due davanti e due di dietro.” Apprezzai, sentendomi un po' come una utilitaria. Dopo, col fidanzato, sul lungomare, andammo a brindare con qualcosa di molto alcolico per smaltire le forti emozioni e l'ufficialità un po' ingessata dell'evento. A quel punto mi ero rilassata e mi veniva solo molto da ridere. Ero contenta e, ripensandoci, lo sono ancora oggi.

Ecco, adesso che vi ho raccontato queste cose, perché è estate e anche questo blog risente dell'aria di vacanza e di confidenze, vi propongo due poesie dal concorso e dal libro Mevoj. Una è del vincitore e una è di Silvia Vecchini: una poesia che, fra l'altro fa parte della seconda raccolta poetica che Silvia pubblicherà con noi, In mezzo alla fiaba, con illustrazioni di Arianna Vairo (appena insignite di una honorable mention dall' annual 3x3 magazine.

E ricordatevi: se siete poeti, vi aspettano vite avventurose. Forse perché la poesia nell'opinione comune sembra appartere a un piano alto della vita, per così dire rarefatto e sublime, la vita si prende gioco di chi la pratica, mettendolo nelle situazioni più prosaiche e comiche. C'è molta saggezza in questo. E, in fondo, molta poesia.

La copertina è rigida
di Roberto Minardi

amore è la forza tranquilla
dei passi sparsi con dedizione
lungo la riva del canale: le anatre
e il loro modo sciolto di nuotare,
le pieghe e i cerchi sull'acqua,
gente che corre o che va in bicicletta,
coppie avvinghiate più o meno, ma anche
uomini e donne, da soli, sovrappensiero.
sui tetti delle barche c'è legna
e sacchi di carbone, per lo più
mentre qualcuno ha un pannello solare.
si è trasferita la barca dei libri, 
che c'era fino all'altro giorno, dove
hai preso la versione per bambini
e inglese del Pinocchio di Collodi.


Il più delle volte
di Silvia Vecchini

Il più delle volte
non serve sprangare le porte
bruciare ogni fuso
vietarne il possesso, proibire l’uso
ci sarà sempre
una porticina aperta, una vecchina che fila
una scoperta
qualcosa che non sai neppure cos’è
uno sbaglio fatto apposta per te.
Non sempre, ma a volte
occorre pungersi
sanguinare un poco
dormire tutto il sonno
che viene dopo
sorbirlo come una medicina
per svegliarti diversa
da com’eri prima.



martedì 27 maggio 2014

Lenzuola, pensieri, semi e disegni

Dopo aver letto, il nostro post di ieri, le nostre due intrepide e industriosissime Silvia Vecchini e Marina Marcolin ci hanno inviato due messaggi circa alcune novità sul laboratorio, dai 6 anni in poi, Il desiderio è un seme, incentrato sul libro Poesie della notte del giorno di ogni cosa intorno, che terranno a Carpi, sabato, 31 maggio, presso la Libreria Radice-Labirinto, piazza Garibaldi 1, alle 16.30.

Cari Topi,
per Carpi avremo una tenda nuova di zecca. Ecco qui alcune immagini.
Una struttura molto semplice: cinque paletti di legno colorati, quattro viti, due lenzuola fatte a pezzi. Poi ho cucito anche qualche taschina per metterci libri, cartoncini, bustine di semi.


Visto il titolo del programma, abbiamo pensato di lavorare sugli elementi del prato: i bambini potranno pescare una carta (preziosa!) disegnata da Marina e ciascuno lavorerà su un elemento in particolare.
Partiremo da alcune associazioni e poi andremo a vedere se qualcosa un po' ci somiglia più di altro e quando e perché: insomma, racconteremo un prato sentimentale!

Cinque paletti di legno...
viti...
e due lenzuola fatte a pezzi.

I bambini porteranno a casa il disegno di Marina, il testo che hanno scritto con noi e nuovi spunti per scritti futuri. Alla fine, riceveranno anche un sacchettino con alcuni semi da piantare e una parola segreta per ricominciare a scrivere una volta a casa.
Vi mandiamo un po' di scatti della tenda itinerante in costruzione!
Baci
Silvia

Ah, e questi sono sacchettini con semi e parole da portare a casa.

Cari Topi,
io e Silvia ci siamo consultate per il laboratorio che terremo a Carpi sabato, e abbiamo pensato di proporre dei bigliettini dipinti a mano, dentro un sacchettino: i bimbi li pescheranno e utilizzeranno per scrivere le poesie con Silvia. I temi saranno legati al giardino e saranno il piccolo omaggio che lasceremo loro una volta terminato l'incontro. Vi allego una foto dei bigliettini che sto preparando, mentre Silvia preparerà dei sacchetti con i semi.
A presto!
Marina

E poi ci sono bigliettini dipinti a mano a da Marina Marcolin.

Nel senso: oltre a ricevere una magistrale lezione di poetica e pensiero, i bambini porteranno a casa un disegno originale di Marina Marcolin, più un seme e una parola da piantare e di cui prendersi cura. Qualcuno pensa di non esserci?

lunedì 26 maggio 2014

Dal chiasso alla parola/ 5. Parole come semi

Per tutto il mese di giugno, la libreria Radice-Labirinto ospiterà  le tavole di Marina Marcolin per le poesie di Silvia Vecchini, Poesie della notte, del giorno e di ogni cosa intorno. E tutto il mese di giugno sarà dedicato dalla libreria alla poesia. Il programma della giornata di sabato, 31 maggio, Semi e parole, è ricchissimo: si comincia alle 10 e si finisce alle 18 e 30. Lo trovate qui. Alle 16.30, del 31, vi segnaliamo Il desiderio è un seme, laboratorio per bimbi dai 6 anni, a cura di Marina Marcolin e Silvia Vecchini.

Mi piace partire dall’inizio.
E secondo me l’inizio sta nel fatto che da piccola ho avuto qualche difficoltà a parlare. In prima elementare, tanto per fare un esempio, mi misero accanto a una bambina molto più spigliata di me. Io le dicevo una cosa all’orecchio e lei parlava al posto mio. È andata avanti così per un po’.

Se poi dovevo dire qualche cosa di molto importante, la cosa si complicava. Ho il preciso ricordo di quando, scoperto il registratore, pigiavo il tasto REC in camera mia, parlavo, pigiavo il tasto STOP, riavvolgevo con il tasto REW e poi portavo il registratore in cucina, dai miei, spingendo il tasto PLAY e scappando via mentre loro ascoltavano il mio messaggio in differita. Certo, era anche un gioco. Ma non del tutto.

Che cosa c’entra questo con i laboratori di scrittura e di poesia che svolgo con i bambini?
Poco per gli altri, molto per me.
Scrivere, tirar fuori le parole, spesso non è facile. Anche per i bambini che invece sarebbero così generosi nel condividere i propri pensieri. Scrivere a volte somiglia troppo a un compito.
E poi, quando i laboratori sono una tantum e non tracciano un percorso, può esserci un po’di imbarazzo. Quindi, i bambini hanno tutte le ragioni per partire in sordina o con sospetto.
E allora, innanzitutto, quando incontro i bambini a scuola, in biblioteca o in libreria, mi piace accoglierli in modo che si trovino a loro agio.

Schizzo di Marina Marcolin, durante la lettura-laboratorio
presso Libreria Cuccumeo, Firenze, 13 aprile.

Se è possibile, non scriviamo a un tavolo. Se si sta all’aperto è ancora meglio. Di solito offro sempre colori, matite, acquerelli, pennelli, in modo che possano anche disegnare mentre aspettano l’idea giusta o che tutti abbiano terminato l’attività.

Mi piace aprire l'incontro con una lettura, spesso con un libro illustrato. Da quando ho scoperto Dentro me, utilizzo questo viaggio misterioso come l’augurio di scoprire, durante la scrittura, qualche cosa di noi che ancora non sappiamo. Che si tratti di un orco, una nuvola, una roccia o un arcobaleno.
Per il laboratorio su Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno ho scelto di preparare una tenda, un rifugio provvisorio, di quelli che i bambini approntano in casa con coperte, cuscini, seggiole. Nel libro c’è una poesia dedicata a questo gioco e partiamo proprio da lì.
In questo luogo riparato, intimo, facciamo conoscenza e iniziamo a leggere. Poi propongo loro un’attività con dei piccoli oggetti: può essere un oggetto a loro particolarmente caro e che chiedo loro di portare da casa, ma anche un oggetto casuale che troviamo svuotando le tasche, oppure un piccolo gioco pescato tra quelli che ho portato io da casa.
Naturalmente non chiederò loro di scrivere una poesia.
Do a ciascun bambino un balloon ritagliato in modo che possano far parlare l’oggetto, sentire la sua voce.


In questa fase, il fatto di stare un poco scomodi, di scegliersi la propria posizione, di non far troppo caso agli scarabocchi, alle prime frasi lasciate a metà, è un sollievo. Scriviamo innanzitutto per noi. Non sarà perfetto, ma proprio per questo andrà benissimo.
In poco tempo, scendiamo un po’ più nel profondo e ci concentriamo su un’emozione in particolare.

Cosa sente, cosa prova, cosa pensa o cosa vorrebbe fare l’oggetto che ci è toccato in sorte?
Proviamo a scrivere anche quello. Se abbiamo tempo, passiamo dalla prosa ai versi. Eliminiamo parole, concentriamo il tutto, proviamo a sentire la musica dei suoni e delle pause.
Dopo aver assegnato uno stimolo alla scrittura, si lavora in silenzio, ci si aspetta e poi si condivide liberamente. C’è chi scalpita e chi frena. Alla fine tutti o quasi lo fanno.
Ma la cosa interessante non è quasi mai il prodotto della scrittura (anche se i bambini scrivono spesso cose straordinarie) quanto il clima che si crea nel cercare di scrivere.
L’oggetto fa da schermo ma i bambini raccontano se stessi.
Dentro questo tentativo, in quell’attenzione concentrata, in quel silenzio ricco di possibilità, mentre scegli la strada da prendere per dire qualcosa di tuo, sta il divertimento e l’occasione.

La scrittura è un esercizio di libertà e insieme un esercizio di riconoscimento perché quello che scrivi ti rappresenta. E farlo insieme, iniziare per gioco, avere qualcuno che ascolta e ti ringrazia per quello che hai condiviso, ai miei occhi è come dare a ciascuno un registratore perché lo faccia scendere giù, dentro, possa premere REC, catturare qualcosa, fosse anche una frase che gli somiglia e riportarlo fuori. Pigiare insieme PLAY e sentire che effetto fa.
Il prossimo appuntamento con Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno sarà a Carpi il 31 maggio all’interno dell’iniziativa Semi e Parole.

Per questo incontro, io e Marina Marcolin (che disegnerà e guiderà i bambini nella parte dedicata all’illustrazione dei testi) abbiamo preparato una tenda e un’attività speciale. Ci saranno fili d’erba, fiori, chiocciole, api, sassi, coccinelle. E parole come semi.

Si parla sottovoce, si scrive come viene
si dice un poco, il resto si trattiene.
Va bene stare scomodi,
è solo per provare,
tirar fuori le parole
non sai mai come fare.
Ci vuole un apriscatole,
una chiave a stella,
poi basta una frase
e sei proprio tu, sei quella.




Le immagini di questo post, realizzate da Teresa Porcella, sono state prese durante l'incontro del 13 aprile scorso, presso la libreria Cuccumeo, a Firenze: una lettura-laboratorio con Silvia Vecchini e Marina Marcolin, a partire dal libro Poesia della notte, del giorno, di ogni cosa intorno.

Gli altri post della rubrica Dal chiasso alla parola li trovate qui:
Dal chiasso alla parola/1. Carla Melazzini
Dal chiasso alla parola/2. Il bianco che resta sulla carta
Dal chiasso alla parola/ 3. Nell'aula silenziosa della mente
Dal chiasso alla parola / 4. Nel grande mistero


Locandina dell'incontro, Libreria Cuccumeo, Firenze, 13 aprile 2014.

venerdì 18 ottobre 2013

La fatica e la gioia di esser pesci

Che cos'è la poesia? Per rispondere può essere utile osservare un poeta. Può essere alto, basso, minuto, possente, magro, ben messo, riccio, bruno, biondo, barbuto, irascibile, amabile, dispotico, lieto... Non importa, non è questo che conta. La sua apparenza è indifferente. Il suo carattere anche. A noi preme osservarlo dentro, in una zona nascosta, che non si manifesta. Perché è dentro di lui che accade quel che non accade dentro di noi. E per quanto detesti essere spiato, per quanto si risenta della nostra curiosità che reputa un'invadenza, non può opporsi a questa evidenza.
Da noi escono parole. Da lui, i nomi delle cose. Noi siamo sempre lì, nell'approssimazione del dire. Lui si muove nell'esattezza del pronunciare. Non sappiamo dove si trovi, in lui, questo organo prodigioso in cui le parole sembrano finire per riemergere a battezzare le cose. Però lo percepiamo. Lo immaginiamo, come in certe tavole antiche in cui l'umano si dispiega in un'anatomia fantastica di spiriti, sensi, disposizioni, virtù. E che si tratti dell'endecasillabo di un sonetto o di una filastrocca, la faccenda, a ben vedere, non cambia. Quell'organo - imparzialmente, onestamente, severamente, soavemente, disciplinatamente - lavora nel medesimo modo, con la medesima cura, per la medesima ragione.


Come fa un poeta a sapere che la gloria scarlatta di quell'elefante ha nome Bumpanza? Come avrà inteso che la scioccheria di quell'essere che spunta dalla macchina rossa, sciarpa al vento, fa Popoverme? Da cosa avrà intuito che la mestizia di quel cane in pigiama va sotto il nome di Cagnasito?
Man mano che Roberto Piumini scriveva le poesie di La casa di Topo Pitù, distillando nomi dalle illustrazioni di Carll Cneut (come farebbe un genetista che da un segmento di Dna ricostruisce l'identità del suo proprietario e la sua storia), la nostra casa ha iniziato a riempirsi di ospiti.


Bumpanza, Popoverme, Cagnasito, li abbiamo già nominati, proseguiamo con Ippopotamo Bombò, Lapin Lazzero, Topulo e Lupoto, Cinerella, Piccia Pace... La cosa strana è che a noi sembrava di conoscerli tutti benissimo. No, detto così non va bene. C'era la sopresa di quei nomi nuovi fiammanti a dire cose che avevamo sempre saputo, ma senza saperlo: la fatica e la gioia di esser pesci, gatti, pecore, merli, fenicotteri, conigli, topi, cavalli, grilli, oche, balene... C'era, insomma, la poesia.


I personaggi di questo libro, che abbiamo visto per la prima volta tre anni fa, nell'edizione originale di Querido-De Eehnoorn, alla fiera di Bologna, ci sono parsi subito irresistibili: una popolazione animale eccentrica, indaffarata e industriosa, impegnata in faccende e vicende misteriose, solo apparentemente minime, come quelle che potrebbero far parte della vita e della giornata di un bambino.


E alla fine, abbiamo deciso di acquisire i diritti delle illustrazioni di Carll Cneut, realizzate per illustrare un'antologia in lingua fiamminga sul tema degli animali, incantati dalla loro bellezza, dalla precisione e dall'intenistà del loro dettato.
In cosa sta la straordinarietà di queste figure?
Nel vedere forme ben note, che pensavamo già di conoscere benissimo - un elefante, un gatto, un cane, un agnello...-, come fossero nuove fiammanti, mai viste prima.


Immagini che suggerivano che per quello specifico gatto, per quel particolare cane, per quell'unico elefante, per quel solo agnello, le correnti definizioni fossero inservibili e che, per far posto a questa schiera di inimitabili creature, andasse rifondata la nostra idea delle cose. Per fare questo, era chiaro, all'osservatore erano necessari silenzio, meraviglia, attenzione, riflessione.
Se oggi guardo le immagini di Cneut e leggo le parole di Piumini, oltre a provare il grande piacere della bellezza a cui sanno dare corpo due talenti evidentemente eccezionali, mi sembra di essere sul punto di capire qualcosa di importante, che però alla fine rimane nascosto, inafferrabile.
Se ci si riflette bene, la parola e l'immagine fanno due cose esattamente opposte, l'una portandoci alle soglie dell'altra.


mercoledì 10 ottobre 2012

Solo i bambini si affacciano ai balconi

Qualche mese fa mi sono imbattuta in un elegante libro di poesie dal misterioso titolo Kona, edito da Tapirulan, marchio editoriale dell'omonima associazione culturale cremonese, conosciuta nel nostro ambiente sia per il concorso annuale per illustratori che culmina nella pubblicazione di un calendario a tema (quest'anno l'argomento è Buffet, e i materiali vanno spediti entro il 12 ottobre: affrettatevi!) sia per le numerose iniziative fra mostre ed eventi che organizza. Tapirulan si occupa, però, oltre che di illustrazione, di un sacco di altre cose, fra cui musica, fumetto, prosa, poesia e fotografia. Ogni anno per esempio organizza un concorso per poesia inedita (a luglio si è chiusa la partecipazione a quello del 2012).  
Kona che, come spiega Paolo Briganti nella prefazione al libro, in giapponese significa polvere, è la silloge che è stata pubblicata all'inizio del 2102, relativa al concorso indetto nel 2011. Questo libro ha colpito la mia attenzione per una ragione semplice, ma non scontata: la qualità dei testi pubblicati. Potrei dire, praticamente di tutti. La poesia è un campo minato. Ed è facilissimo che i concorsi che le sono dedicati finiscano per proporre testi imbarazzanti: non per nulla è noto che l'Italia è il paese dove tutti scrivono poesia, ma nessuno, o almeno pochissimi la leggono. E si vede.
I partecipanti al concorso di Tapirulan hanno invece evidentemente letto molto: traspare dalla misura e dalla cura, dalla compostezza e dalla lucidità, dalla acutezza e dall'ironia dei versi, dalle scelte lessicali e metriche. Insomma, detto come va detto, io non mi aspetterei da degli esordienti un simile risultato.

Foto di Gianmarco Stocchi.
Invece, eccolo. Questo mi fa ripensare a una cosa di cui da alcuni mesi mi capita di accorgermi: che il livello dei testi letterari di persone che esordiscono nella scrittura si sta alzando. Naturalmente mi accorgo di questo nel mio campo, che è la letteratura per ragazzi. Mai come in questo ultimo anno, mi sono arrivati sotto gli occhi bei testi, sia in prosa sia in poesia, che presuppongono cultura e capacità. Quando, decisamente, nel libro illustrato, la qualità dei testi è sempre stata inferiore a quella delle immagini (in sostanza, è più facile trovare buoni illustratori che buoni autori). A mio avviso questa crescita dipende dall'evoluzione che si è avuta nell'ultimo decennio nel settore, nel nostro paese, crescita che ha nutrito e allevato una generazione di scrittori più competenti. Che anche nella poesia le cose stiano mutando? Non sono in grado di dirlo su basi più fondate, ma a giudicare da Kona l'impressione è questa.
Vi riportiamo due poesie del vincitore del concorso del 2012, Raffaele Sabatino, che mi sono piaciute particolarmente come porte schiuse su visioni d'infanzia (tema più che mai spinoso e ingannevole). E una poesia brevissima di Emma De Zuani.
Nel volume a ogni testo è associata una immagine fotografica (e sì, anche le foto sono belle)
Ringraziamo gli organizzatori di Tapirulan per averci permesso di pubblicare gli uni uni e le altre.




Raffaele Sabatino
850       

Solo il nipote capisce lo zio 
Paolo Conte

C’è stato un tempo in cui di tanto in tanto
lavavo l’automobile a mio zio.
Era celeste. Leggevo nell’aria
segnali propedeutici alla richiesta,
l’armamentario esposto nel cortile:
una pompa arancione, spugna, shampoo. La 850 attendeva.
La lavavo dentro e fuori, e i vetri,
poi lui mi dava due o tremila lire
e se ne andava via, con la sua vita
da ragazzo di paese (e già “dottore”)
mettendo in folle giù per la discesa,
per la città, per qualche appuntamento. La 850 ancora gocciolava.
Un giorno ci facemmo un incidente,
ma preannunciato: a causa della pioggia
iniziò lentamente a scivolare
e mio zio gridò forte: «Reggiamoci!»
mentre non seguivamo più la curva
andando allegramente alla deriva. La 850 deragliava.
A me sembrava di avere un padre, e
benedicevo tutti gli zii, i nonni,
le famiglie un po’ arrangiate del mondo,
le occasioni riservate ai secondi,
il dio degli studenti in medicina
che fanno i camerieri nei week-end.


Correzioni   

My second great discovery was death.
Children don’t think they’re ever going to die.
I was like that too, until I was four.
I was in a shop with my mother and suddenly
I realized I was wrong. I started to cry. I knew I would die

Paul Erdös


Foto di Linda Vukaj.
Fallite ginnastiche correttive
mia madre mi portava in corriera
alla “Athlon”, piscina cittadina,
sperando di guarirmi la schiena.
Scongiuravamo incombenti scoliosi
tra svestizioni tacite, intese
che officiavamo come due novizi
di sacrestia, poi l’uso esercizio:
annaspare tra righe di boe,
vederle sfilare a due a due,
aggrapparsi a tavole colorate
mai completamente abbandonato;
accessorio galleggiante, serio,
consideravo tra spruzzi di cloro
regolare l’incedere adagio
alta alla parete di un orologio.





Foto di Nicola Boccaccini.
Emma De Zuani

Solo

Solo i bambini
si affacciano ai balconi
e i vecchi, e i fiori.

giovedì 13 settembre 2012

Una misura libera

[Qualche tempo fa Maurizio Landini, curatore del blog Cartiglio d'ombra, dedicato alla poesia, mi ha invitato a scrivere un post sulla nostra collana Parola magica. Ho accettato con piacere e l'articolo è uscito alla fine di luglio. Mi sembra interessante riproporlo nel nostro blog. Anche per far conoscere il lavoro di Maurizio, attento ai rapporti fra parola immagine, come dimostra anche uno degli ultimi post usciti su Cartiglio, scritto da Francesca Moro, redattrice della rivista Illustrati edita da Logos.]

E sulle case il cielo.
Che i rapporti fra bambini e poesia siano difficili, è uno di quei luoghi comuni di cui si farebbe tranquillamente a meno. Con risparmi di tempo e di energie incommensurabili. E tuttavia l'umanità sembra non poter fare a meno dei luoghi comuni. Pertanto all'editore a cui sembra ovvio pubblicare libri di poesia destinati a bambini, con l'avvallo di un discreto successo di vendite, pubblico e critica, tocca spesso spendere parole a convincere parenti meditabondi e diffidenti che i piccoli sono naturalmente dotati per la poesia, capendola intuitivamente, amandone il linguaggio figurato, la musica, l'incisività, la profondità, l'intensità, il divertimento. Nonché quelle difficoltà che gli adulti tanto temono.


Cielo bambino.
Certo, ove qualcuno - insegnante, genitore, nonno, zio, vicino di casa eccetera... - si sia preoccupato di fargliela conoscere, dedicandole lo spazio e il tempo di pensieri e letture: passaggio che non è scontato, ma a cui spesso gli adulti non prestano la dovuta attenzione. Certo i bambini, da soli, difficilmente potranno incontrare la poesia. E quando questo non accade, la perdita è notevole, lo spreco di possibilità, triste.
Quando ero piccola fra i miei libri preferiti c'erano titoli di poesia. Uno su tutti: Cinque lire di stelle, di Federico Garcia Lorca, raccolta di ninna nanne, filastrocche, nenie, canzoni e canzoncine, con disegni di mano del poeta. Questo per dire, fra le altre cose, che i benefici della poesia sono durevoli e profondi.



Al supermercato degli animali.
E che la poesia è un genere letterario poco convenzionale quanti altri mai, simile a uno di quegli orti di montagna che alle verdure mischiano fiori, erbe aromatiche ed erbe selvatiche, alberetti da frutto, arbusti e cespugli, dando luogo a un insieme a cui ogni pianta, con la sua forma, il suo portamento, il suo temperamento e il suo colore, offre un contributo unico. Chi guarda alle poesie dei piccoli con sufficienza, chi non ha orecchie per cogliere la lingua della poesia, il suo guizzo luminoso, in una ninna nanna della tradizione, in una canzoncina popolare, in una filastrocca, si dubita abbia l'intuito, la finezza e gambe abbastanza robuste per salire al piano nobile della poesia “alta” (qualora a tutti i costi si ritenga di dover ascendere a qualche luogo superno).



Alfabeto delle fiabe.
Insieme a Lorca, molti furono i poeti che sondarono la vena limpida e segreta che scorre nella poesia povera, umile, ridente, allegrissima, malinconicissima che ha i bambini come destinatari elettivi.
Penso a Pascoli, Gozzano, Caproni, Pasolini, Apollinaire. Per non dire della poesia anglosassone che affonda le sue radici nel fertile nutrimento delle nursery rhymes folli, surreali, inquietanti di Mother Goose's Melody.
Topipittori, cioè la casa editrice che ho fondato insieme a Paolo Canton, ha cominciato a pubblicare poesia fin dal suo primo anno di vita, nel 2004 (e alla poesia dedica una sezione del suo blog. Uno dei nostri due primi libri, Filastrocca ventosa per bambini col fiato corto, ha inaugurato la collana Parola magica (sottotitolo:



C'era una voce.
Poesie da recitare insieme ai bambini come formule magiche per superare gli ostacoli lungo il cammino delle giornate). Da allora abbiamo pubblicati molti altri libri di poesia.
La collana Parola magica è un contenitore flessibile sia per caratteristiche fisiche (formato, numero di pagine, tipo di illustrazione, legatura eccetera), sia per il tipo di poesia che ospita.
In questo senso, l'immagine dell'orto è calzante: Parola magica vede crescere l'una accanto all'altra voci di poeti diverse per temi, metri e stili, oltre che mani diverse di illustratori, nella certezza che bambini e ragazzi non abbiano pregiudizi e preclusioni, ma solo gusti, interessi, predilezioni che in questa varietà possono trovare risposte alla loro altezza (ci si augura).


Ninna nanna per una pecorella.
Così accanto a nomi noti, stanno a proprio agio nomi di poeti molto discreti, ma molto bravi, che nella vita fanno tutt'altro, ma di tanto in tanto sono onorati dalla visita della Musa, o addirittura di perfetti sconosciuti che magari hanno scritto una volta per caso, spesso per un bambino molto amato, rime degne di pubblicazione, e poi si sono fermati lì, felici di quel solo risultato.
La poesia non tollera forzature, è una misura libera, ma quanto mai sfuggente, e di precisione infinitesimale: si fa un baffo di chi cerca di alterarne l'esattezza a scopi diversi da quelli di una pura, perfetta gratuità. Questo l'editore di poesia deve saperlo, e tenerlo ben presente. Sempre.




Filastrocca delle mani.

Filastrocca acqua e sapone.

giovedì 6 settembre 2012

Mille di questi giorni

Qualche giorno fa ci è arrivato l'Arche Kinder Kalender 2013.
Di che si tratta? Nel 2010, la casa editrice amburghese-zurighese Arche, famosa per una raffinatissima produzione di calendari, ha aggiunto alla sua prestigiosa collezione un calendario dedicato alla poesia per bambini. Composto da 53 poesie illustrate tratte da volumi di poesia editi in 30 paesi del mondo, questo calendario è curato dalla Internationale Jugendbibliothek di Monaco. L'idea della sua pubblicazione nasce, infatti, dalla mostra dedicata alla poesia che la celebre biblioteca per ragazzi di Monaco ha realizzato nel 2009, per festeggiare i suoi sessant'anni.

Stampato con grande cura per rendere la qualità delle illustrazioni, il calendario propone sia i testi poetici nella lingua originale sia la traduzione in tedesco.
Nel 2011, abbiamo avuto il grande onore, e piacere, di essere pubblicati sull'Arche Kinder Kalender, con E sulle case il cielo di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer, e Poesie per aria. di Chiara Carminati e Clementina Mingozzi. Quest'anno il prescelto è stato Cielo bambino di Alessandro Riccioni e Alicia Baladan, un libro che ci ha dato e ci sta dando molte soddisfazioni.




























Il capostipite degli Arche Kalender, creati dalle appassionatissime editrici Elizabeth Raabe e Regina Vitali, è Arche Literatur Kalender. Nato nel 1984, è ormai considerato un classico del genere. Ogni anno la pubblicazione indaga un tema specifico dalla vita letteraria (esempio: Il piacere e il dolore nella vita quotidiana, Scandali e storie d'amore, Memorie, Addii, All'aria aperta eccetera). Ogni selezione annuale non include mai autori viventi; e le foto e i testi proposti sono frutto di attente ricerche, rigorosamente selezionati fra quelli meno conosciuti, con l'intento di offrire una finestra sulla vita segreta della letteratura e dei suoi autori.














Nel 1995, Elizabeth e Regina hanno lanciato Arche Musik Kalender, curato dalla musicologa Melanie Unseld, anch'esso realizzato con materiali iconografici di pregio e organizzato per grandi temi (alcuni, come I bambini prodigio, Il mio strumento, I musicisti e il loro pubblico, mi sembrano molto interessanti).




















Infine, nel 2005 è stato inaugurato Arche Küchen Kalender. Tema: letteratura e cucina. Curato dall'editor e autrice Sybil Schönfeldt, questo calendario invita trascorrere l'anno in compagnia delle abitudini e tradizioni gastronomiche dei diversi paesi, raccontate attraverso le pagine di grandi autori della letteratura.

Il progetto grafico e l'impaginazione degli Arche Kalendar è, fin dalle origini, del designer Max Bartholl.