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lunedì 1 luglio 2013

Letture a ciel sereno

[di Federica Pizzi]

Siamo partite esattamente un anno fa.
Da qualche tempo avevo lasciato che la mia grande passione per i libri per bambini e ragazzi uscisse dalle mura domestiche – e dai confini della ben nutrita libreria dei miei tre figli – per cercare riscontro e condivisione in rete.
Non avevo ancora creato il mio blog di recensioni e consigli di lettura Libri e Marmellata, ma mi dilettavo nella gestione di un omonimo gruppo su facebook, partito inizialmente in sordina e frequentato da pochi amici e decollato poi, abbastanza velocemente, grazie all’iscrizione di tanti interessati, persone del settore e curiosi.
Gazie a questa piccola comunità di lettori e lettrici, un pomeriggio, venni contattata da Renata Guizzetti, allora presidentessa dell’associazione milanese MaMi di sostegno alla maternità e alla genitorialità.

Lettura di Renata Guizzetti, Milano, luglio 2012.
Renata mi piacque subito: aveva un’idea un po’ folle, ma una tale dose di carattere e convinzione da conquistarmi in un batter d’occhio.
Io fondamentalmente, pur nel mio attivismo, sono una persona ansiosa. O, meglio, pragmatica: di ogni impresa vedo prima di tutto ostacoli e difficoltà. Ma non è detto che mi scoraggino, soprattutto se si parla di libri e soprattutto di bambini e letture ad alta voce.
Quindi, alla proposta che Renata fece a me e ad Angela Artigoni – amministratrice di un altro gruppo facebook di successo (Letteratura per l’infanzia) – risposi subito di sì e mi ci gettai anima e corpo.
L’idea è presto detta: Renata voleva organizzare un ciclo di letture ad alta voce per TUTTO luglio e in TUTTA Italia.
Incuriosita e ispirata dai flashmob – eventi fulminei di massa dei tipi più disparati, organizzati tramite la rete – Renata aveva pensato a qualcosa di analogo che riguardasse i libri per bambini.
Un calendario di titoli – un paio al giorno per tutto l’arco del mese – tra cui scegliere come unico canovaccio dell’evento. I lettori, tutti volontari e appassionati, avrebbero comunicato giorno e titolo e noi avremmo dato risalto alle letture tramite i social network, con una apposita pagina facebook e un'accurata e battente opera di tam tam.
Flashbook – letture a ciel sereno il nome ufficiale scelto: strizzata d'occhio alle mobilitazioni spontanee e omaggio al bel tempo estivo propizio gli incontri.

Lettura di Francesca Falagiani, Cecina Mare, luglio 2012.

Lettura di Federica Pizzi, Vieste, luglio 2012.

Letture dal basso il sottotitolo, a suggerire che chiunque avesse avuta voglia di proporsi come volontario avrebbe potuto partecipare e leggere, senza bisogno di particolari competenze, entusiasmo a parte. E a indicare che i luoghi sono quelli di tutti i giorni: parchi, piazze, cortili, strade, spiagge, prati, località di villeggiatura frequentati dai bambini.
Nel nostro progetto, per una volta, non sarebbero stati i piccoli ad andare dai libri, ma questi si sarebbero mossi – grazie a genitori, nonni, zii, insegnanti, librai, autori, bibliotecari... – per incontrarli nei loro luoghi di gioco quotidiani.
Già immaginavamo le voci dei lettori raggiungerli su scivoli, altalene, piscine, mentre correvano dietro il pallone, invitandoli, a interrompere per un attimo l’attività fisica e lasciarsi rapire dalle storie. Poetiche sì, ma in fondo pratiche.

Lettura di Rosanna Giampaolo e Giuseppe Salvagno, Foggia, luglio 2012.

Lettura di Paivismilla Biancolineve, Milano, luglio 2012.

Ci interessava arrivare anche ai genitori: far sì che si interessassero alla nostra 'borsa' di libri, che ci frugassero un po’ dentro per rendersi conto di quanto un albo illustrato di qualità per l’infanzia possa essere magico, incantevole, divertente, persino geniale. Se molti bambini non si interessano ai libri, spesso è perché non hanno la fortuna di incontrare libri abbastanza belli: per questo, un pomeriggio divertente trascorso ad ascoltare storie, può essere importante e suggerire che la lettura ad alta voce di un libro può diventare un appuntamento quotidiano anche una volta tornati a casa.
Ovviamente queste le intenzioni. La realtà poi è stata superiore alle aspettative.
Armate solo di buona volontà, con una guida vulcanica e piena di risorse come Renata, perfettamente organizzata, ma senza esagerare, con lucidità e ottimismo, abbiamo attirato nelle maglie dell’evento molte lettrici (e qualche lettore) dotate di entusiasmo commovente.

Lettura di Francesca Lombardi, luglio 2012

Lettura di Fulvia Degl'Innocenti, Milano, luglio 2012.

Abbiamo coinvolto le case editrici – disponibili e felici della nostra iniziativa – che, oltre a supportarci nella comunicazione, ci hanno regalato libri da assegnare, poi, come incentivo e riconoscimento per il lavoro svolto, ai nostri volontari tramite una coinvolgente lotteria organizzata a fine manifestazione.
Un successo, quindi. Alla fine del mese di luglio avevamo collezionato oltre 150 letture in tutta Italia. E i lettori avrebbero perfino voluto continuare – e spesso lo hanno fatto, organizzandosi in piccoli eventi locali autogestiti. Galvanizzate, noi già costruivamo castelli in aria per l’anno dopo.

 Lettura di Rossana, Biassono, luglio 2012.

lettura di Margherita Ambrosiano, Giulianova Lido, luglio 2012.

Poi, come spesso accade, le cose prendono il sopravvento. Per Renata un trasferimento negli Stati Uniti, per me l’avvio del blog Libri e marmellata (e devo sicuramente al Flashbook parte del coraggio e della motivazione che mi hanno spinto a crearlo), per tutte i figli, il lavoro, la vita di tutti i giorni.
Fino a questa primavera. Già ad aprile le idee erano chiare: Flashbook - letture a ciel sereno si sarebbe ripetuto.
Stavolta però, memori del superlavoro dell’edizione precedente, abbiamo cercato altre volontarie che ne seguissero, insieme a noi, l’organizzazione e la gestione.
Perché dietro uno spunto apparentemente semplice, c'è una mole di lavoro  non indifferente: mail, pagine sui social network, contatti, ufficio stampa, promozione…

Lettura di Federica D'Augelli, luglio 2012

Lettura di Bibe Carella, Orbassano, luglio 2012.

Ma ora siamo cresciute e abbiamo messo insieme una squadra ben affiatata e appassionata. E siamo arrivate di nuovo alla vigilia della partenza del luglio dei flashbook.
Come previsto, siamo sommerse dalle adesioni, tanto che abbiamo già un calendario di oltre cento letture. Numero destinato a crescere, perché, come le ciliegie, una lettura tira l’altra.
Le case editrici, anche quest’anno, hanno risposto alla chiamata e i “cestini dei lettori” (libri in omaggio che verranno assegnati per estrazione tra i volontari) sono già pronti.
La pagina facebook dell’evento è in continuo aggiornamento, come anche il nostro fittissimo calendario. Qui potete consultare la ricca bibliografia di titoli proposti.
Se foste interessati all’evento – per informazioni o per proporvi come lettori – noi ne saremo lietissime: non dovete fare altro che scrivere a questo indirizzo e, magari con un pizzico di pazienza, attendere la risposta.

venerdì 7 giugno 2013

I bambini, le bambine e la loro crescita...

[di Elia Zardo, presidente La Scuola del Fare e coordinatrice del premio e progetto di lettura Soligatto]

Dare continuità a una buona pratica educativa è di importanza prioritaria perché questa possa consolidarsi e diventare un agire quotidiano condiviso. È questo l’obiettivo che i comuni di Pieve di Soligo e di Farra di Soligo, Refrontolo ai quali si sono aggiunti quest’anno i comuni di Sernaglia della Battaglia e Follina, vogliono perseguire con il Premio Soligatto alla sesta edizione. Il progetto, coordinato da La Scuola del Fare, propone la lettura dei libri illustrati a scuola. Si caratterizza per la sua straordinaria flessibilità organizzativa che permette una reale integrazione con le esigenze della scuola, modificando le proposte al suo interno, prendendo spunto dai suggerimenti dei docenti, cogliendo da essi le richieste di formazione collegate al premio, adeguandosi ai tempi e raggiungendo quindi ogni anno un numero sempre più elevato di partecipanti.

Quest’anno hanno aderito 70 classi con 66 insegnanti e 1400 bambine e bambini delle Scuole dell’Infanzia e della Scuola Primaria.

La vera novità, che contraddistingue le diverse edizioni, è quella determinata dai libri illustrati in gara che vengono selezionati, con attenta riflessione, tra i libri per bambini e ragazzi editi nell’anno scolastico precedente all’assegnazione del premio. Vengono presi in considerazione cinque libri per la fascia di età 3-7 anni e 5 libri per la fascia di età 8-11 anni. I bambini valutano e premiano il miglior libro illustrato, per le due fasce di età, dopo una lettura critica di testo e immagini, sotto la guida degli insegnanti nei laboratori di classe.

La scelta avviene con il preciso intento di fornire, pur attraverso il numero limitato di dieci libri, una visione di quello che il libro illustrato può rappresentare oggi: un oggetto-contenitore di messaggi presentati in forme, formati, colori, immagini, materiali, dimensioni, tematiche e contenuti differenti.
L’obiettivo è quello di fornire a insegnanti e alunni strumenti per “leggere” l’oggetto libro in tutte le sue dimensioni così da costruire una capacità di analisi critica che passa attraverso la lettura, la comunicazione visiva, la scrittura, l’espressione personale, il fare creativo, dimensioni queste sostenute dalla proposta metodologica dei laboratori creativi di Roberto Pittarello che sottendono il lavoro de La Scuola del Fare.

Il progetto prevede una partecipazione attiva di insegnanti e bambini che incontrano i libri illustrati a scuola, dettaglio non banale e per niente scontato che ha una valenza rilevante, poiché chiediamo agli insegnanti di mettersi in gioco in prima persona, di introdurre nella loro programmazione didattica ed educativa un tempo interdisciplinare che prevede la lettura di libri illustrati in classe e l’attivazione di laboratori dedicati, tempo che deve essere scelto dagli insegnanti, poiché non è previsto dai programmi scolastici.

Segni, forme e colori, 2007.
Illustrare è comunicare, 2008.
Illustrare è comunicare, 2008.
Illustrare è comunicare, 2008.

Altrettanto importante è il percorso che viene proposto durante l’anno scolastico e che inizia a ottobre con la presentazione dei dieci libri in concorso, del progetto e dell’attività di formazione, per concludersi a maggio con la premiazione.


Momenti della premiazione del Soligatto.

E sono per prime le insegnanti a partecipare ai laboratori e ai seminari che si occupano di costruzione di libri, di illustrazioni, di scrittura, di libri, lettura e animazione. È infatti con la passione per il lavoro e nella relazione quotidiana con i bambini che è possibile formare la cultura del libro e della lettura.

Segni, forme e colori, 2007.
Segni, forme e colori, 2007.

Dal momento in cui i libri entrano nelle classi, sono previste due votazioni: la prima d’impatto, quando i libri vengono presentati, come una vetrina, tutti insieme, e i bambini sono invitati a scegliere valutando solo l’aspetto del libro, il titolo, la copertina, senza averlo preso in mano e letto; la seconda ad aprile, dopo la lettura e gli approfondimenti fatti insieme in classe, che porterà alla premiazione.

Durante gli anni sono stati attivati diversi percorsi di formazione: le tecniche di costruzione del libro, il libro illustrato, gli elementi di base della comunicazione visiva (segno, texture, forma, colore), la lettura ad alta voce, l’animazione dei libri e della lettura. Ogni anno il lavoro fatto con i bambini e le bambine è stato valorizzato con mostre dedicate e con la partecipazione attiva nelle giornate di premiazione.

Illustrare è comunicare, 2008.
Illustrare è comunicare, 2008.
Segni, forme e colori, 2007.
Segni, forme e colori, 2007.

Quest’anno la proposta ha riguardato il laboratorio Soligatto in cartolina che, partendo dalle diverse tecniche di illustrazione presenti nei libri proposti, ha trovato nell’immagine del Soligatto un originale soggetto per la sperimentazione di materiali diversi in supporti formato cartolina.
L’idea è quella di realizzare una mostra in autunno e, magari, di poter raccontare il Soligatto in un libro.

Il lavori dei bambini per Soligatto in cartolina.

Pensiamo che per i nostri bambini e bambine, soprattutto in questo momento di crisi, sia fondamentale mettere loro a disposizione la bellezza della cultura, della parola e dell’immagine, che nei libri illustrati trovano sintesi creativa e varietà di contenuti letterari e artistici. Farlo attraverso la condivisione in classe assieme a adulti-maestri, diventa tramite di vita e di relazioni costruttive, oltre che di conoscenza critica, perché al di là del libro, straordinario strumento, quello che ci interessa davvero sono loro: i bambini e le bambine e la loro crescita.



giovedì 18 aprile 2013

Ho una fame da lupi

Vi suggerisco, prima di leggere questo post, di guardare questo spot con molta attenzione e, dopo averlo fatto, di concentrarvi sulle impressioni che vi ha suscitato.

Spot NATI PER LEGGERE 45" from CSC Lombardia on Vimeo.

Qualche giorno fa, mi sono imbattuta nello spot che avete appena visto, scritto da Giorgia Missiaggia e Marco Armando Piccinini, allievi del Corso di Cinematografia d'Impresa del Centro Sperimentale di Cinematografia. Scuola Nazionale di Cinema, e realizzato in collaborazione con Nati per leggere Lombardia (associazione di pediatri e bibliotecari che, come tutti sanno, da anni è attivissima sul fronte della promozione della lettura nei primi anni di vita).

Gustave Doré, Le Petit Chaperon rouge, 1864.
Forse, mi sono soffermata particolarmente su questi quarantacinque secondi di filmato, perché una persona da poco mi ha chiesto di intervenire a un suo corso sulla fiaba, e stavo cercando di capire da che parte prendere questo tema, davvero vastissimo. Le parole di questo spot, come avete sentito, sono ispirate alla fiaba forse più celebre del mondo, Cappuccetto rosso. Questo filmato mi ha colpito subito, né positivamente né negativamente. O meglio, suscitando emozioni complesse. Siccome questa reazione mi ha incuriosito, ho cercato di capirne la ragione, che adesso proverò a spiegare.
Nella prima scena vediamo un ambiente di lavoro luminoso, pulito, ordinato, accogliente, sebbene impersonale. Persone, computer, movimento, rumori. Un uomo digita sulla tastiera. All'improvviso si interrompe e guarda un orologio a parete: sono le 17.


Gustave Doré, Le Petit Chaperon rouge, 1864.
L'uomo smette di lavorare, indossa il soprabito ed è a questo punto che pronuncia con grande enfasi una frase strana: Ho una fame da lupi!. Con questo subito si guadagna l'occhiata, fra il sorpreso e divertito, di una collega alla scrivania accanto. La frase, per quanto strana, potrebbe avere un legame con il momento: sono le 17. E alle cinque, prima di cena, si può già aver fame.
La cosa strana è che un uomo come quello che vediamo, ben vestito e dai gesti controllati, pronunci ad alta voce e in quel modo una frase del genere, manifestando un bisogno con quella veemenza. Vale a dire in modo non controllato, cioè infantile. Forse per questo la collega sorride: perché un uomo grande e grosso, con la barba, vestito formalmente, esprime un bisogno come farebbe un bambino. E un comportamento infantile in un adulto che sembra padrone di sé, è un po' ridicolo, imbarazzante.
Ma il legame con l'infanzia stabilito da questa frase, sta anche in altro. Perché questa frase normalissima, comune, che tutti noi pronunciamo e abbiamo pronunciato chissà quante volte nella nostra vita, evoca uno dei temi più tipici, profondi e paurosi delle fiabe. Quello della fame.

Gustave Doré, Le Petit Chaperon rouge, di Charles Perrault, 1864.

Anche senza stare a fare ricerche, quello che, subito, mi viene in mente è un'immagine composita: è Pollicino, ovvero il tema dei bambini abbandonati da genitori affamati, troppo poveri per poter sfamare la nidiata dei figli; sono l'orco, l'orchessa e le orchessine che guardano a Pollicino e ai suoi fratelli come a capretti arrosto; è la fame che prende i bambini persi nel bosco, cioè Hansel e Gretel, che finiscono irretiti dalla casetta di biscotto, e la fame della strega che li fa prigionieri e che chiude Hansel in una gabbietta, all'ingrasso; sono le mense che per magia si imbandiscono da sole nei palazzi incantati,

Kay Nielsen, Hansel et Gretel, Fratelli Grimm, 1929.
quando vi arriva un ospite, giunto da lontanissimo e ignaro di ciò che lo aspetta; è Riccioli d'oro che, affamata, mangia la zuppa pronta nelle tre scodelle degli orsi; sono i desideri di cibo che prendono certe regine gravide, come la mamma di Prezzemolina o Rapunzel, e spingono incauti mariti a violare gli orti di streghe vendicative; è la lucentezza della mela avvelenata di Biancaneve che costringe la bella a violare i divieti; sono i cibi poverissimi di Pinocchio: le bucce della pera, il cavolfiore, contro i confetti al rosolio della Fata Turchina e le prodigiose imbandigioni del Gatto e della Volpe, all'Osteria del Gambero Rosso; e infine, certo, è la fame nera e senza fondo del lupo di Cappuccetto Rosso, che divora la nonna per poter poi sbranare la nipotina (nel 1994, Mondadori ha pubblicato sul tema di fame e fiabe, Ucci ucci. Piccolo manuale di gastronomia fiabesca, di Giorgio Cusatelli).

Gustave Doré, Le Petit Poucet, 1862.
Tutto ciò è contenuto in questa innocua frase: Ho una fame da lupi!. Il fatto che sia pronunciata non in un consesso di amici, ma fra estranei, in un contesto formale, e in un registro espressivo molto diverso da quello che ci si aspetterebbe, fa sì che questa lasci trapelare tutta la sua carica, la sua minaccia, la sua ricchezza fiabesca. Cosa di cui lo spettatore si accorge subito, perché queste parole incrinano il piano della realtà, rivelandone un'ambiguità che allude ad altro. E qui avviene il primo spostamento, seppur minimo, ma deciso verso la fiaba. Da questo momento in poi, lo scivolamento verso il fiabesco accelera, lasciando spiazzato lo spettatore, ancora in dubbio su come decodificare i comportamenti anomali del protagonista.
Nella scena successiva il signore barbuto è in ascensore. Nella cabina entra un uomo più maturo, serio e formale: forse si tratta di un capo. Nonostante questa presenza autorevole, il protagonista pronuncia, in falsetto, simulando una voce femminile, un'altra frase fuori luogo: Entra, bambina cara!.

Gustave Doré, Le Petit Poucet, di Charles Perrault, 1862.

Il “capo” per un istante lo fissa con evidente riprovazione e preoccupazione. Tutto, in questa scena, fa pensare al parlare “da solo” di uno psicotico: la voce in falsetto mette in luce apertamente il contrasto fra l'età esteriore e quella interiore dell'uomo. L'ascensore, luogo frequentatissimo dai registi, dall'Inferno di cristallo ad Ascensore per il patibolo, è location claustrofobica per antonomasia, che costringe a una prossimità imbarazzante in una situazione di perdita di controllo dell'ambiente. Lo spettatore non sa cosa pensare: ha riconosciuto le frasi pronunciate dal protagonista per quelle della fiaba di Cappuccetto rosso. Ma continua a non capirne la ragione.

Walt Disney, Snow White, 1937.

E c'è un ulteriore risvolto inquietante: la fisionomia dell'uomo, con barba e lineamenti marcati, grazie alle parole della fiaba si avvicina per analogia, per suggestione, a quella di un lupo. E sappiamo bene che in questa fiaba la presenza dell'animale è simbolica e allude alla possibile violenza maschile sulle bambine.
La terza scena si svolge in un parcheggio sotterraneo, qui l'uomo “getta la maschera”: Per mangiarti meglio! ruggisce, camminando a grandi passi verso l'automobile. La sua imponenza fisica è percepita come decisamente minacciosa. Un'esplosiva risata, a conclusione della frase, fa pensare che stia per essere compiuta un'azione efferata (del resto siamo in un parcheggio sotterraneo dove, come affermano centinaia di film e telefilm, efferate violenze si consumano con puntualità svizzera). E va notato che il tema della fame, introdotto fin dalla prima scena, è sottolineato e ripreso dal percorso che l'uomo ha compiuto: dall'alto, attraverso il lungo tubo digerente dell'ascensore, al basso, ai sotterranei, al ventre nascosto dell'edificio, dove l'uomo rivela senza più nascondersi la sua natura ferina.

Carlo Chiostri, Pinocchio. Le avventure di un burattino, 1901
La narrazione è, insomma, davvero inquietante: inquietante come lo può essere la favola di Cappuccetto rosso per un bambino piccolo che la ascolti per la prima volta. E viene il sospetto che lo spot sia costruito sulla falsariga di una fiaba classica (lo segnala per esempio, il comportamento anomalo dell'uomo, ripetuto tre volte, dove la ripetizione ternaria è un classico topos  fiabesco) , per far provare e ricordare all'adulto che lo sta guardando, e che ne è il destinatario, l'esperienza emotiva di una narrazione fiabesca, sebbene ricorrendo, nel farlo, a elementi dell'immaginario contemporaneo.
Ma le fiabe, lo sappiamo, hanno un lieto fine. Ad annunciarlo, qui, è una voce femminile: quella di una giovane madre che legge la fiaba di Cappuccetto rosso a un bambina di pochi anni. Cappuccetto rosso dalla pancia del lupo! esclama, sollevata. A questo punto, vediamo il nostro uomo entrare nella bella casa dove sono la madre e la bambina, e togliersi un auricolare. Lo spettatore intuisce, allora, finalmente, che quello strano uomo, è semplicemente un padre che sta, rodarianamente, raccontando al telefono una storia a sua figlia, che infatti, al suo ingresso, e terminata felicemente la storia, depone la cornetta.

Giambattista Galizzi, Pinocchio. Le avventure di un burattino, 1942.
Per nulla spaventata, la bimba tiene fra le mani l'innocua figurina sagomata di un lupo di carta. Sul divano accogliente, madre e figlia condividono la lettura sotto una coperta di pelliccia grigia che ammicca allo spettatore, alludendo alla fine che i lupi fanno nelle fiabe, diventando un innocuo involucro di pelo (quantomeno, nella versione dei fratelli Grimm). Per la prima volta vediamo l'uomo sorridere: il suo volto, di pari passo con lo scioglimento positivo della storia, riacquista una fisionomia pienamente umana, probabilmente la più tranquillizzante che ci sia: quella, protettiva, di un padre. L'uomo si va a sdraiare accanto alla bambina per rileggere la storia appena finita (soddisfando una tipica richiesta infantile). Indosso ha ancora il soprabito, ma l'auricolare ora è spento, a sottolineare che il tempo da questo momento dedicato alla figlia e alla lettura è prezioso, non procrastinabile, importante, difeso, coltivato. Lo spot è ai suoi ultimi istanti: una voce femminile fuori campo pronuncia lo slogan della campagna: La sua storia comincia dalle tue parole. Leggere insieme, crescere insieme.

Arthur Rackham, Goldilocks and the Three Bears, 1918.
Una bella head line, a mio avviso, soprattutto in relazione alla microfiaba che lo spot ci ha appena raccontato. Le parole che diciamo tutti i giorni appartengono non solo alla dimensione del quotidiano (fame, lupo, bambina), ma anche a quella, importantissima, delle storie che abitano nei libri, che ci appartengono da tempi immemorabili e che, al contrario di quelle pronunciate per la comunicazione ordinaria dell'organizzazione quotidiana, ci raccontano aspetti profondi ed emozionanti della realtà, di noi stessi e della vita. I genitori, ci dice questo messaggio, devono essere consapevoli che le parole hanno un'importanza fondamentale nella crescita dei loro figli. Parole che devono essere, per questo, scelte con attenzione.
Le parole dei libri fanno parte della vita, proprio come quelle che pronunciamo tutti i giorni, e costituiscono uno strumento fondamentale di sviluppo e conoscenza per i bambini. Trovo interessante, e corretto, che lo spot sia stato costruito non genericamente su un “libro per bambini” o sulla pratica della lettura, ma a partire da una storia ben definita, anzi: dalla fiaba per eccellenza, quella universalmente conosciuta di Cappuccetto rosso.

T. Nelson, Goldilocks and the Three Bears, 1867.
E non per affermarne genericamente, e didascalicamente, il valore, ma per suscitare nello spettatore quelle emozioni infantili, così preziose, che la lettura ad alta voce di una fiaba suscita: attesa, meraviglia, suspence, paura, inquietudine, sollievo, gioia. Oggi, per un costume mentale invalso e sciagurato e, ahimé, molto diffuso, si ritiene che i bambini debbano essere tenuti lontani da esperienze ed emozioni ritenute “troppo” forti, negative, temendo che ne siano turbati, traumatizzati.

Affermare la legittimità delle fiabe, e il valore di letture autentiche e non edulcorate o piattamente didascaliche, di puro intrattenimento, è un messaggio importante, coraggioso, forte e pienamente condivisibile.

Unico dubbio: forse l'intelligenza di questo spot meritava un ritratto di famiglia meno classicamente pubblicitario e, invece, più vicino alla realtà. Non per altro: la lettura non è un consumo. E un messaggio che la veicola dovrebbe comunicarlo, nella forma, insieme ai contenuti. Altrimenti potrebbe dare l'impressione che libri, deodoranti, biscotti e carne in scatola siano un po' la stessa cosa. (gz)

Backstage Nati per Leggere from CSC Lombardia on Vimeo.

martedì 5 marzo 2013

Ciò che è giusto e ciò che è sbagliato

[di Rossella, Lorenza e Francesca, Libreria Cartamarea]

Ci siamo sempre chieste, da libraie e sostenitrici dell'importanza culturale e sociale del libro, come fare a raggiungere il mondo degli adolescenti e a lasciare un segno vivo e non retorico nel giorno della celebrazione della Memoria, 27 gennaio, data che ci riporta alla mente i tragici episodi della Shoah. Tra tutti i testi presi in considerazione, quello di Cesare Moisè Finzi Il giorno che cambiò la mia vita, edito da Topipittori, nella collana Gli anni in tasca, ci ha subito catturate per la semplicità stilistica della narrazione che lascia spazio soprattutto al vissuto emotivo, raccontato in prima persona, e che raggiunge immediatamente il cuore dei lettori di tutte le età. La storia della fuga di un ragazzo ebreo e della sua famiglia, una storia di persone che scelgono di aiutare, rischiando la propria vita. Grazie all'editore siamo riuscite a contattare il dottor Finzi, ex primario di Cardiologia presso l'Ospedale di Faenza, dove vive tutt'ora, e a fissare un incontro con i ragazzi della Scuola Media Dante Arfelli di Cesenatico.

Cesare e il fratello Manlio, durante la festa di Purim, 1938.
E, così, il 21 gennaio Cesare Finzi è arrivato da noi, in treno, con la sua valigetta piena di ricordi, con i suoi occhi azzurri talmente trasparenti che ci si può leggere dentro la sua sofferenza ed emozione.
Ad accoglierlo, una platea di circa 200 ragazzi di terza media, difficili da gestire, esuberanti e sempre in movimento... Ma poche parole introduttive sono bastate a catturare gli animi impetuosi. Non si è mai seduto il dottor Finzi, per due ore ha raccontato, in piedi, perché la storia di quegli anni non si può raccontare da seduti, perché chi l'ha vissuta e ce la tramanda non si può sedere, è come se la stesse rivivendo, ogni volta, sempre col cuore in gola.
E questo è arrivato ai ragazzi: la tensione e la tragicità degli eventi, il fluire del racconto senza pause, gli occhi più volte pieni di lacrime, il coraggio di ricordare quegli attimi interminabili e cruciali della propria vita.

 E, a conclusione, le parole più importanti, il messaggio positivo per le nuove generazioni, un messaggio quotidiano: «Non voglio farvi la predica, ma voglio solo ricordarvi che ogni giorno, in tutto ciò che fate, avete la possibilità di scegliere da che parte stare, e questo mio racconto vi potrà servire per decidere con consapevolezza, ragionando con la vostra testa, discernendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Non siamo un gregge di pecore, ma persone libere di prendere decisioni.» L'emozione si palpava, nell'aula magna, molti prendevano appunti e sono rimasta colpita soprattutto da una ragazza ripetente, che di solito non partecipa affatto alla vita scolastica, rapita dalle parole di Finzi, attenta e subito pronta con una domanda. Sì, il messaggio è arrivato...

Poi, nel pomeriggio, il dottor Finzi ci ha regalato altre belle parole in libreria, pronto ancora a rispondere a domande che purtroppo fanno ancora male.
Vogliamo sottolineare anche il continuo impegno di quest'uomo che tutt'ora continua a svolgere ricerche, a svelare nuovi risvolti della vita di persone mai conosciute personalmente, ma in qualche modo legate con un filo sottile alla sua vita. Ci ha raccontato enigmi e dettagli su cui sta ancora lavorando: insomma, una persona che nonostante la sofferenza vissuta in prima persona, riesce a guardare positivamente al futuro.