Visualizzazione post con etichetta scuola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scuola. Mostra tutti i post

mercoledì 21 ottobre 2015

Scrivere disegni

[di Francesca Zoboli]

Ho potuto prendere parte al piccolo miracolo della Festa del libro di Zafferana Etnea. Un evento nato nove anni fa perché “la passione per la lettura possa essere stimolata anche fra i banchi di scuola” e ormai diventato una festa che coinvolge oltre agli insegnanti e gli allievi delle scuole del comprensorio, anche cittadini, volontari, artisti, illustratori e scrittori.

Così è nato il laboratorio Scrivere disegni ispirato dal libro Il foglio era bianco, edizioni
La Grand Illusion, di cui ho fatto le illustrazioni che mescolano disegni, caratteri tipografici , parole.

Nico Zardo, Francesca Zoboli, Il foglio era bianco, La Grand Illusion 2013.

Fondamentale è stata la proiezione di alcune immagini: l’idea era di mostrare come sia possibile scalfire i confini tra disegno e scrittura, parola e immagine, significante e significato, per approdare a mescolanze che da sempre esistono nel mondo della comunicazione, a partire dal concetto di sinsemia, cioè utilizzo ibridi di segni visivi e scrittura dove anche la lettura del testo alfabetico sequenziale di lettura viene scardinato per seguire altre regole spaziali.


Quindi calligrammi, logotipi, manifesti tipografici, rebus, scritture orientali o antiche, e tutto ciò che potesse dare spunto poi agli interventi dei bambini, un percorso per risvegliare e potenziare l’uso della scrittura creando cortocircuiti inaspettati.
Il materiale utilizzato oltre a una bella pila di fogli A3 è consistito in pennelloni e tempera nera e carte colorate per collage, e così il laboratorio è partito:

Se a“volare” si aggiungono un paio di ali, la parola spicca il volo davvero e anche il vento, per sua natura invisibile qui si materializza in lettere coi suoi refoli grafici:



Le parole poi trascinano con sé anche tutta l’area semantica che gli appartiene, ed ecco che la “notte” oltre alle stelle ospita anche i pipistrelli, e nero è IL colore:


Così come verde è l’“erba”, dai cui caratteri già spuntano germogli:


Mentre dalle corna di un cervo scaturisce la parola “natura”:


Il celebre logo di Glaser I love NY, qui riferito a Roma si arricchisce di un circolo rosso nella O ,
segnalazione di “io sono qui”, al centro di una deliziosa mappa di piazza S. Pietro:


Invece i rebus, così prossimi agli indovinelli, sono fonte di gran divertimento per tutti i bambini:


E che dire di questo disegno dove il concetto di musica si sviluppa contemporaneamente su tre livelli diversi: quello pittorico/ gestuale, che con segni neri  ben distribuiti nello spazio suggerisce un andamento ritmico,  quello specifico della notazione musicale, e infine quello alfabetico usato però in modo cromatico tanto da ricordare le ricerche sinestetiche fra colori e suoni al centro di tante riflessioni di artisti, musicisti e scienziati.


Le lettere e i numeri però sono anche solo dei segni , materiale da costruzione con cui si possono disegnare bellissime facce.


E una faccia può essere mappata in zone deputate a una coloritura solo evocata dalle parole
I colori rimangono così entità mentali di ogni singolo osservatore.


Concludo con questo disegno meraviglioso completamente diverso dagli altri anche per la tecnica (c’è sempre qualche bambino che segue percorsi suoi), voglio credere  che le immagini dei manoscritti medioevali abbiano voluto così reclamare un posto tra  gli altri esempi.

martedì 20 ottobre 2015

Come pesci sugli alberi

Qualche giorno fa, abbiamo avuto notizia che la Fondazione Elena e Gabriella Miroglio, in collaborazione con la quale abbiamo realizzato Nove storie sull'amore e Io l'ospedale lo vedo così, sta progettando Come pesci sugli alberi: un’importante giornata di studio e formazione per gli insegnanti delle scuole del primo ciclo dedicata al rinnovamento della didattica in un’ottica più inclusiva, con un focus sui disturbi dell'apprendimento.
L'evento si svolgerà il 21 novembre, dalle 8.30 alle 18.30, ad Alba, presso Miroglio Fashion, via Santa Barbara 11 e sarà aperto a tutti previa iscrizione fino a esaurimento posti.

La giornata prevede tre fasi:
- il convegno Come pesci sugli alberi, rivolto in particolare a insegnanti, genitori e operatori sanitari;
- una serie di laboratori di formazione dedicati agli insegnanti delle scuole dell’infanzia, primarie e medie della città;
- lo screening precoce presso La Casa dei Bambini Elena e Gabriella Miroglio, ovvero l'asilo aziendale di Miroglio spa.

Per lo spirito con cui questa giornata è stata organizzata, cercando di mettere insieme tutti i punti di vista e far collaborare le competenze coinvolte – clinico scientifiche, didattiche e pedagogiche – ci è parsa un'iniziativa da seguire con particolare interesse. Per questo abbiamo rivolto all'ideatrice e organizzatrice di Come pesci sugli alberi, Elisa Miroglio, alcune domande.

Anzitutto parliamo del bel titolo che avete trovato. Da dove viene e perché avete deciso di adottarlo?

Il modo con cui l’ho trovato non è proprio poetico. Ho fatto una ricerca su internet per vedere di trovare una frase di persone celebri che hanno sofferto di dislessia o qualche aneddoto interessante sulla dislessia, spunti da cui partire per pensare a un titolo non banale. Perché fin dall'inizio ho pensato di aver bisogno di parole diverse per comunicare una giornata che volevo diversa.
Dopo aver scartato pagine e pagine, mi sono imbattuta in questa bellissima frase di Albert Einstein, che dice: «Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.»
Secondo me rendeva molto bene l’idea di come si sente un dislessico in classe e mi sembrava quasi di vedere mio figlio appeso a uno di quei rami.


Da dove nasce l'idea di questa iniziativa?

La dislessia era per me un argomento abbastanza sconosciuto, fino a quando ho scoperto di avere un figlio dislessico. Ho vissuto con lui le difficoltà quotidiane legate alla vita scolastica e ho provato a capire di più sul tema, leggendo molto e frequentando convegni specifici.
Ho scoperto che in generale c’è pochissima informazione e formazione, sia presso gli insegnanti che i genitori. Io stessa mi sono trovata disorientata e non sapevo come aiutarlo nei compiti.
Da qui è nata l’idea di tentare di fare qualcosa di utile per questi ragazzi che vengono massacrati quotidianamente e, poco a poco, perdono autostima e fiducia in se stessi, nonostante le doti intellettive superiori alla media.
Ho toccato con mano come, in Italia, già a partire dalla scuola dell’infanzia, inclinazioni come la creatività vengano non solo poco valorizzate, ma addirittura soffocate dal continuo e monotono atto di colorare pagine e pagine di fotocopie mal riuscite. Io dò molta importante alla bellezza e al gusto estetico e credo che la bellezza vada respirata fin da piccoli perché aiuta la creatività. Nel nostro asilo aziendale La Casa dei Bambini Elena e Gabriella Miroglio cerchiamo di far cogliere ai bambini il senso del bello, non solo attraverso le arti grafiche, la pittura e la scultura, ma anche con visite a mostre e musei e la lettura di poesie e opere italiane.

Una giornata di studio, testimonianze e scambi di esperienze. Con quali obiettivi l'avete progettata?

Abbiamo istituito un comitato organizzativo per il progetto, composto dalla sottoscritta, da un ex dirigente scolastico e da alcune insegnanti particolarmente illuminate e appassionate. 
Abbiamo deciso di organizzare il convegno in modo diverso, rispetto ai soliti convegni, scegliendo un approccio eclettico e coinvolgendo anche persone che non operano nel campo.


Chi sono i relatori e come li avete scelti?

I relatori saranno: il professor Giacomo Stella, luminare italiano nel campo della dislessia, ordinario di psicologia clinica all’università di Modena e Reggio Emilia; la professoressa Maria Luisa Gorno Tempini del Dyslexia Center dell’Università di San Francisco che mostrerà come i cervelli dei dislessici abbiamo connessioni interessanti e mostrerà le tac fatte al cervello del velista Giovanni Soldini, che è dislessico. 
Il pomeriggio si aprirà con l’intervento di Alessandro Baricco, che ci parlerà del privilegio di insegnare alle intelligenze mancine e introdurrà così la parte più pedagogica dei due relatori: Camillo Bortolato, l’inventore del metodo analogico intuitivo, e Lilia Teruggi, titolare del dipartimento di scienze umane dell’università Bicocca. Questa seconda parte della giornata sarà dedicata a trasmettere strumenti pratici di lavoro alle insegnanti.


Oltre a scienziati ed esperti di didattica quindi avrete anche la testimonianza del velista Giovanni Soldini. Perché questa scelta?

È un modo per comunicare che la dislessia non è una patologia "invalidante" e che la vita di una persona non è compromessa dalla sua presenza, anzi, il contrario. Oltre a essere un dislessico famoso, Giovanni è un amico. È una persona piacevole e coinvolgente che con la sua dislessia ha stabilito un possibile rapporto di convivenza e pensiamo anche che con la sua ironia e autoironia, possa smorzare i toni clinici e scientifici dei relatori che parleranno delle neuroscienze. Giovanni potrebbe raccontare alcuni episodi legati al suo passato scolastico e alla sua vita attuale di velista, in cui le difficoltà non lo hanno mai abbandonato. Come quella volta in cui, navigò tutta la notte contro il tempo e le onde del Pacifico altre 12 metri, per salvare la velista francese Isabelle Autissier. Quando Giovanni finalmente la raggiunse, inviò un messaggio alla base per dire che l’aveva trovata, che conteneva più errori ortografici che parole. Per quel motivo fini sulla prima pagina di Le Monde.

Per quale ragione avete ritenuto importante in un convegno del genere la presenza di uno scrittore come Alessandro Baricco?

Abbiamo chiesto ad Alessandro di trasmettere, col suo intervento, fiducia nel cambiamento e caricare di entusiasmo le insegnanti. Ci sembrava un bel messaggio da lasciare come ricordo da portarsi a casa.

Tutto ciò che la Fondazione Miroglio fa è connotato da una specifica attenzione alla qualità degli spazi e degli ambienti, dai quali si rileva sempre la ricerca di una estetica che veicoli il senso profondo delle iniziative.


Sì, a grandi linee sarà così, ma non abbiamo ancora deciso i dettagli. L’idea è quella di allestire la sala del convegno con grandi alberi di tessuto su cui stamperemo (visto che Miroglio fa proprio questo di mestiere) le frasi più significative sulle difficoltà scolastiche, tratti da libri come Diario di scuola di Daniel Pennac e di altri autori, in molti casi dislessici che sono diventati famosi.
Vorremmo creare una sorta di bosco, fatto di alberi appesi al soffitto e alle pareti in cui si possa camminare e orientarsi leggendo le scritte. All’interno del bosco vorremmo mettere una casetta di organza, molto leggera per dare ancora più leggerezza e poesia a un argomento che vogliamo trattare in modo creativo, delicato, non pesante.

 
Avete anche previsto uno spazio per l'editoria che si occupa di pubblicazioni su questi temi e di libri accessibili.


All’interno del bosco di alberi, ci sarà uno spazio dedicato agli editori specifici sul tema. Ci saranno i libri di Erickson, Giunti scuola, AID e la mostra di libri accessibili Vietato Non sfogliare di Area Onlus. È importante che un'occasione del genere offra agli insegnanti e ai genitori la possibilità di accedere e di conoscere studi e libri che possono rivelarsi supporti di comprensione e strumenti di pratica e di lavoro.

Grazie Elisa.

Segnaliamo che ci è interessato a partecipare può iscriversi al convegno sul sito: www.comepescisuglialberi.it.

Le immagini che corredano questo post sono tratte, per gentile concessione di Elisa Miroglio, dall'album di presentazione di La Casa dei Bambini Elena e Gabriella Miroglio.

venerdì 9 ottobre 2015

Expo, grandi fichi e fisici a pera

Expo 2015. Nutrire il pianeta, energia alla vita si è data, fra i principali obiettivi istituzionali, il compito di educare i più piccoli e giovani al cibo sano e a una alimentazione corretta, nonché di sensibilizzare bambini e ragazzi ai problemi globali legati alla nutrizione. Numerosissimi i paesi partecipanti che hanno indirizzato i loro sforzi in questo senso, con più o meno successo. Molti sono stati i bambini e ragazzi che hanno visitato Expo, moltissime sono state le iniziative a fini educativi, collaterali a Expo, organizzate in scuole, librerie e biblioteche, in tutta Italia, dedicate al tema, senza contare la valanga di libri editi su questi argomenti, rivolti a grandi e piccoli, in previsione del battage mediatico relativo all'evento Expo.

Insieme alla Carta di Milano dei bambini di cui abbiamo parlato qui, fra i principali strumenti messi a punto dalla comunicazione ufficiale Expo, per avvicinare bambini e ragazzi all'evento e ai suoi temi vi sono la mascotte Foody, e la serie animata Expo Show di cui Foody è protagonista, nata dalla collaborazione di Disney, Expo Milano 2015 e Studio Bozzetto.
L’ideazione e la caratterizzazione di Foody e dei suoi personaggi è, come è noto, una creazione di Accademia Disney. Roberto Santillo, direttore dell’Accademia, a capo del progetto creativo, così racconta la nascita della mascotte, e in che modo il suo team è "riuscito a conciliare i valori di Expo Milano 2015 e la visione di Disney contribuendo a rendere l’Evento più vicino ai giovani":


È possibile realizzare i sogni più grandi solo attraverso la partecipazione di tutti e in questo percorso la diversità naturale dei singoli protagonisti è la chiave del successo. Sin dal lungometraggio Biancaneve Disney ha saputo unire personaggi culturalmente e caratterialmente diversi tra loro e generare tra questi un’intesa a volte inaspettata al fine di un armonico Tutti per Uno, Uno per Tutti. In quest’ottica ci è sembrato che i dipinti di Arcimboldo, a distanza di anni, fossero un’ispirazione per una nuova sorprendente allegoria: quella di un personaggio unico che trae energia da tutti e la restituisce attraverso le storie, la simpatia, la vitalità eclettica dei protagonisti che compongono. Così è nato Foody. 


“Effervescente, stravagante, irresistibile”, oggi Foody è l’attore principale di Expo Show, la serie animata nata dalla collaborazione di Disney, Expo Milano 2015 e Studio Bozzetto, in cui ciascun personaggio sogna di essere “protagonista assoluto di un evento straordinario come Expo Milano 2015”. “Eravamo certi che la serie animata fosse l’occasione giusta perché ognuno dei Frutti raccontasse le proprie origini, le proprie passioni, il proprio carattere in modo da familiarizzare col pubblico. E cosa c’è di più efficace di un Talent Show? L’idea, maturata insieme allo Studio Bozzetto, è sembrata subito adatta a presentare i singoli personaggi attraverso situazioni umoristiche e prove di abilità surreali in cui emergessero i loro temperamenti. Al contempo è stato possibile così introdurre i temi di Expo Milano 2015 grazie all’intreccio tra le vite dei protagonisti e molti dei temi che sono centrali nel messaggio
Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. “Cambiare le abitudini del Pianeta perché ci si incontri tutti in pieno rispetto reciproco è l’obiettivo di sempre dell’umanità per un futuro migliore. Farlo attraverso il cibo può essere un’intuizione geniale e credo che Expo Milano 2015 sia un’occasione unica proprio per questo”.



In un altro post uscito sul sito ufficiale di Expo, così viene presentato Andrea Bozzetto, direttore creativo dello Studio Bozzetto, mentre racconta la serie di Expo Show, iniziata con i primi episodi lanciati, Piera la Pera, Rodolfo il Fico e Gury l'Anguria, e il modo in cui Expo Show parla dell'Esposizione Universale:

"Le avventure dei frutti sono un mezzo per poter presentare i grandi temi legati a Expo Milano 2015 sempre in chiave umoristica." La partecipazione all'Evento per Bozzetto è fondamentale, "un grande privilegio. Il nostro lavoro verrà visto da tantissime persone ed è stato davvero fantastico far parte di un progetto di questa portata. Lavorare su Foody e i suoi frutti è stata sicuramente un’esperienza stimolante: siamo entrati nel progetto nelle primissime fasi contribuendo alla creatività della serie e definendo insieme a Disney e agli autori la personalità dei personaggi e il loro modo di recitare, dandogli infine… vita". A chi va la sua preferenza tra i personaggi? "Mi piacciono tutti ma scelgo i rapanelli Rap Brothers. Come sanno 'rappare' loro non 'rappa' nessuno!".



Expo Show: una serie animata che parla il linguaggio della tv
Folli e originali, ognuno di loro "ha uno stile molto personale, ma quello che li accomuna tutti sono le situazioni imprevedibili e spesso 'nonsense' che raccontiamo durante le clip dedicate alla loro vita." È anche grazie all'animazione che i messaggi contenuti nel Tema di Expo Milano 2015 arrivano dritti al cuore di grandi e piccoli: "L’animazione è uno strumento eccezionale per raggiungere il pubblico. È divertente e fruibile da tutti, ma contemporaneamente permette di veicolare messaggi, anche molto complessi, senza mai essere pedante o noiosa". Expo Show è un format che risente moltissimo del moderno linguaggio televisivo. Ogni episodio è concepito come la puntata di un programma in tv in cui il concorrente viene presentato con una scheda e sottoposto a una prova di abilità.  



"La serie è pensata come un grande show. La creatività è stata fortemente influenzata dal linguaggio della tv, soprattutto quello delle grandi produzioni. Tutta la dinamica degli episodi ruota intorno all’idea di un presentatore, Foody (che è poi Claudio Bisio), e un ospite frutto con cui interagisce. I dialoghi sono surreali, ma sempre indirizzati al pubblico in sala, di cui sentiamo spesso le risate e le voci fuori campo. Anche a livello visivo, insieme al regista Salvatore Murgia, abbiamo deciso di simulare le reali telecamere di uno show televisivo, con le stesse dinamiche di movimenti e regia per dare realmente l’idea di assistere a una diretta… però in animazione. I frutti sono personaggi molto 'cartoon', ma noi volevamo inserirli in un contesto che fosse più legato al mondo e ai problemi reali, in modo da avere un forte contrasto che potesse far ridere. La scelta stilistica delle clip video sulla vita dei frutti, dove oltre al personaggio animato utilizziamo filmati e fotografie reali, ci ha permesso di raggiungere questo obiettivo."

Se qualcuno fra coloro che sta leggendo non avesse mai visto i cartoni della serie, gliene ne proponiamo qualcuno. Come si nota rispecchiano fedelmente lo spirito del progetto, nelle parole dei realizzatori.



Qualche riflessione in merito, dopo aver valutato i risultati di questo lavoro.
È  davvero necessario, sempre, ineluttabilmente, applicare la vecchia e trita idea che l'unico modo per avvicinare ai più giovani qualsiasi cosa, dall'educazione sessuale all'igiene orale al cibo, sia ricorrere al  linguaggio televisivo? E fra i tanti linguaggi della televisione, che sia necessario proprio ricorrere a quello del talent show? Siamo davvero sicuri che, in questo modo, bambini e ragazzi accedano in modo "mai pedante o noioso" al tema "nutrire il pianeta"?
L'impressione, guardando i cortometraggi di Foody, è che il "nonsense", per citare Bozzetto, delle vite degli ortaggi protagonisti dello show, perfettamente speculare al nonsense dei partecipanti ai veri talent e reality trasmessi in tv, non lasci alcun posto ad altro contenuto che la mancanza di senso, perché qualsiasi contenuto si perde nella gratuità assoluta della spettacolarizzazione, che diventa l'unica vera protagonista dello show e col suo linguaggio vince su tutto il resto.
Nonostante la nota tesi di McLuhan il medium genera il messaggio, espressa in Gli strumenti del comunicare (1964), saggio che ha cambiato la storia della comunicazione umana, è possibile che non si sappia ancora e non si pensi mai che la forma è il contenuto? E che pertanto, nel nostro caso, se Expo è un grande show, l'alimentazione e la nutrizione, in termini pedagogici ed educativi, non lo sono? Davvero i bambini e i ragazzi sono in grado, solo e unicamente, di accedere a qualsiasi tema attraverso il linguaggio dell'intrattenimento televisivo puro? Davvero non esiste altra alternativa che destinarli a una fruizione passiva, ritenuta condizione sicura ed efficace, infallibile nella somministrazione di 'buoni comportamenti'? È questa la strada maestra all'educazione? Prendere un format approssimativo e informe come quello del reality - creato informe per poter contenere "tutto", buono a tutti gli usi e agli scopi -, cioè studiato per rispondere al massimo grado a esigenze e messaggi commerciali , e riempirlo dei temi che dettano il momento, la necessità e l'occasione?



Non sarebbe stato possibile fare meglio e diversamente? Per esempio, una buona volta, optare decisamente e rigorosamente per una scelta diversa di linguaggi? Cogliere l'occasione di risorse ingenti per spiegare al mondo intero che parlare ai bambini e ai ragazzi con linguaggi nuovi, diversi da quelli triti e banali, sfilacciati della tv, è possibile? Soprattutto in considerazione del fatto che oggi il mondo, come sappiamo quotidianamente attraverso i social network, sa parlare centinaia, migliaia di linguaggi più belli, vitali, intelligenti e necessari?
Non sarebbe stato meglio se Expo 2015, data la ricchezza di fondi a disposizione, avesse commissionato queste animazioni, anziché alla multinazionale dell'intrattenimento Disney, e al consolidatissimo e storico Studio Bozzetto, per i quali questa commessa non è che è un business fra i tanti, a studi davvero nuovi e diversi di animazione, realtà fondate e gestite da giovani creativi italiani e stranieri, preparati, innovativi e competenti anche e soprattutto nel lavorare insieme ai bambini e ai ragazzi? Non sarebbe stato importante che bambini e ragazzi di scuole italiane e straniere, guidati da professionisti giovani e appassionati, potessero imparare un lavoro complesso e creativo come quello dell'animazione, applicandolo poi a esprimere le loro idee e conoscenze sul tema della nutrizione (considerando che oggi i laboratori di animazione, considerati una metodologia didattica di grande spessore, si praticano con magnifici risultati fin dalle scuole d'infanzia). E non sarebbe stato più interessante per tutti i telespettatori del mondo, anziché guardare Foody e i suoi compagni, sapere in che modo i ragazzi, i giovani e i bambini sanno parlare in modo davvero nuovo su questi temi? Fra i responsabili alla didattica di Expo, nessuno era al corrente di queste realtà, esperienze, riflessioni? Nessuno si è posto queste domande? Possibile?



A Santillo e a Bozzetto vorremmo dire che per familiarizzare un ragazzo o un bambino con qualcosa ci sono tanti modi più efficaci di un talent show. E che per non risultare pedanti e noiosi, la strada non è la rassicurante banalità del già conosciuto, ma la creatività pura. E che per imparare a nutrire il pianeta e dare energia alla vita (anche soltanto l'angolo di mondo che occupiamo e la vita quotidiana che ciascuno di noi vive), sognare di essere “protagonista assoluto di un evento straordinario come Expo Milano 2015” non è sicuramente il modo migliore. Anzi, se c'è qualcosa che oggi dovremmo apprendere è dismettere la modalità del protagonismo assoluto, e imparare a collaborare e a sentirci inscritti in un ordine di eventi e fenomeni più grande e più alto.

Invece che divertirsi a mitragliate di battute identiche a quelle che da decenni ascoltiamo ogni giorno in tv, a base di "grandi fichi e fisici a pera", non sarebbe stato meglio, come dice Santillo, "realizzare i sogni più grandi solo attraverso la partecipazione di tutti"? Ma facendolo davvero.



lunedì 28 settembre 2015

Carta dei bambini o degli adulti?

A luglio, su facebook, abbiamo letto alcune interessanti riflessioni di Barbara Cuoghi, in merito alla Carta dei bambini redatta in occasione di Expo, in concomitanza con la Carta di Milano. Barbara, insegnante di scienze, madre di due bambini, nonché attenta lettrice di libri per bambini e ragazzi, pensiamo abbia le carte in regola per valutare un progetto didattico-pedagogico sui temi dell'alimentazione. Per questa ragione le abbiamo chiesto il permesso di pubblicare le sue osservazioni sul nostro blog, corredate da alcune immagini, necessarie per seguire il filo del suo pensiero. A nostro avviso il tema è interessante, perché fa parte della grande irrisolta questione su come e con quale linguaggio, parole e immagini, si scelga per rivolgersi ai bambini e ai ragazzi.
Grazie Barbara per la disponibilità e la collaborazione, e a voi buona lettura.

[di Barbara Cuoghi]

La Carta di Milano, stilata in occasione dell’Expo, è un documento con il quale, tra le altre cose, la cittadinanza si dichiara consapevole in tema di alimentazione, sfruttamento delle risorse e diritti-doveri dei cittadini stessi.

Chissà se Rodari avrebbe apprezzato
di essere citato in questo contesto.
Ma non è tutto: il firmatario s’impegna a fare pressione affinché, detta in soldoni, le istituzioni, a vari livelli, si adoperino per garantire a tutti gli abitanti del pianeta acqua, cibo ed energia nel rispetto delle differenze e delle tradizioni locali.
Leggendola, potremmo obiettare che alcuni concetti porebbero essere espressi in modo più organico o completo, e pensare che alcuni punti siano utopia pura; e, personalmente, potremmo attribuire più peso ad alcune affermazioni rispetto ad altre, ma, nel complesso, trovo che i valori di fondo siano condivisibili e che il documento, pur mettendo nello stesso calderone numerosi e complessi aspetti  della nostra realtà, sia sostanzialmente interpretabile dal cittadino adulto a cui è diretto.



Ieri leggevo incuriosita la Carta di Milano dei Bambini, redatta dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, per fare da corredo alla succitata Carta di Milano e dalla quale trae dichiaratamente ispirazione.
Si sarebbe potuto facilmente dar voce ai bambini e ai ragazzi, cogliere l’occasione per ascoltare le loro idee in merito a cibo, acqua, accesso alle risorse e via dicendo. E invece no.
La Carta dei Bambini è stata scritta da adulti. Vi invito a leggerla qui.



Personalmente, l’ho trovata bizzarra, approssimativa, scritta con un linguaggio inappropriato anche per gli utenti più piccoli – piccoli non è sinonimo di stupidi - e densa di concetti difficili trattati con faciloneria. Leggo perplessa frasi come “ottenere dalla Terra tutto quello che ci serve senza mettere a rischio la diversità degli animali e delle piante“ o “mangiare solo la giusta quantità di cibo”.
O ancora: “Le foreste vengono distrutte e questo fa male alla natura e quindi anche a noi”; “Noi possiamo dare da mangiare a tutti, anche ai bambini che nasceranno in futuro, senza far morire i doni della Terra ma facendo in modo che ne crescano sempre di nuovi”.
La mia impressione è che il linguaggio adottato sia una sorta di bambinese adulterato, nel senso di contraffatto da un adulto: nessun bambino della primaria, e tanto meno nessun ragazzo della secondaria, si esprimerebbe in questo modo.



Ciliegina sulla torta: analogamente a quanto accade per la Carta di Milano, al termine della Carta dei Bambini si chiede ai giovani lettori di firmare, in barba alla prassi educativa per cui un bambino/ragazzo appone la firma a sigillo delle sue produzioni e non alle idee di altri, per condivise e meritorie che siano.



Per curiosità, allo stesso link ho scaricato anche il kit didattico che contiene attività pensate per fasce d’età.
La prima, dedicata a bambini dai 3 a 7 anni, propone di colorare disegni inerenti agli argomenti trattati nella Carta. Idea non troppo originale, ma sempre attuabile, specie con i più piccoli. Se non fosse che i disegni sono troppo particolareggiati e complessi per un bambino di 3-4 anni (penso a mio figlio che, pur avendo sempre in mano matita e colori, a poco più di tre anni non riesce a stare nei contorni di semplici forme geometriche) e sono scanditi da discutibili titoli o frasi che forse volevano essere ammiccanti e invece risultano incomprensibili tipo “la capra intelligente”.























Rincaro la dose: quello che più colpisce è la poca attenzione con cui sono stati scelti i soggetti rappresentati nei disegni, gli stessi che sono parte integrante del testo della Carta dei Bambini. Ad esempio, un bambino sovrappeso e un bambino denutrito sullo stesso sù-e-giù a simboleggiare la disparità nelle possibilità e nelle abitudini: “tantissime persone hanno sempre fame, tante mangiano male e per questo sono deboli, altre invece sono molto grasse e per questo si ammalano”.






































Sempre più di frequente, nelle classi ci sono bambini sovrappeso e, tra i più grandicelli già in via di sviluppo, ragazze con problemi legati all’alimentazione. Si saranno chiesti gli ideatori del progetto cosa pensa un bambino cicciottello mentre colora una figura di questo tipo?
L’attività “Cibo buono per tutti”, proposta per la fascia 8 -12 anni, appare congegnata ancor più superficialmente. Un gioco di ruolo a gruppi basato su indicazioni fornite per ciascun ruolo in modo piuttosto banale. Stendo un velo pietoso su come, secondo i redattori siano formate le famiglie tipo nel nostro Paese, e faccio presente che si chiede a bambini di 8-9 anni di immedesimarsi in istituzioni tipo ARPA per discutere il problema cibo dal punto di vista dell’ente locale!


Ancora peggio è il fatto che, evidentemente, chi ha stilato il documento non ha ben presente l’attuale composizione di una classe media di una primaria o di una secondaria di primo grado in una scuola pubblica. Mi spiego: tutto il discorso è incentrato su un punto di vista molto chiaro e cioè che noi occidentali siamo fortunati e abbiamo di che nutrirci  più che a sazietà e quotidianamente sprechiamo cibo, energia e denaro. Vero. Ma solo a grandi linee.
Infatti la mattina, capita di trovarti davanti venticinque personcine reali, ognuna con il suo vissuto personale e, colpo di scena, capita sempre più spesso che quattro o cinque di esse, se non di più, non abbiano esattamente tutta questa abbondanza di risorse a disposizione, cibo compreso. Trovo quindi che questi argomenti richiedano una delicatezza e un’attenzione al contesto in cui vengono trattati che qui non traspare.



Per utilizzare il materiale proposto, ogni insegnante dovrebbe apportare tali e tante modifiche che penso sarebbe auspicabile che gli educatori che riescono a portare gli alunni in visita a Expo si adoperassero a guidarli nella scrittura di una loro personale Carta dei Bambini o dei Ragazzi, senza semplificazioni forzate o giochi superficiali.
A me, per esempio, piacerebbe stabilire con i miei ragazzi due o tre argomenti chiave, quelli che loro ritengono più interessanti, e riflettere insieme prima e dopo la visita all’esposizione di Milano.
Chissà che non ne esca una produzione degna di essere firmata davvero.


venerdì 25 settembre 2015

Portare il cinema a scuola

Oggi ospitiamo il racconto di Alessandra Vinanti, che da alcuni anni promuove in una scuola milanese un percorso di avvicinamento al cinema, che presto si allargherà ad altre scuole. Questo post è interessante perché, oltre a spiegare come si è potuta organizzare un'attività così complessa, diventata parte integrante della didattica, mette in luce 1) come è possibile creare dal basso, attraverso una partecipazione attiva, una scuola aperta, seria e vivace; 2) come i bambini siano perfettamente in grado di accogliere iniziative come questa, con la massima attenzione e il più alto gradimento. 
Alessandra, il 18 e il 25 ottobre, a Milano, alla Liberia Spazio BK, terrà un corso di 12 ore dal titolo Piccoli cinefili crescono, incentrato su come sia possibile accompagnare i ragazzi all’ascolto e all’attenzione dell’arte cinematografica. Il corso è rivolto a insegnati, educatori, pedagoghi, genitori che hanno principalmente a che fare con bambini dai 5 agli 11 anni, nonché curiosi appassionati di cinema e animazione. Tutte le informazioni qui.

[di Alessandra Vinanti]

Qualche anno fa, desiderosa di far vedere alle mie figlie dei film d'animazione di qualità, ho scoperto un mondo che purtroppo ha poca distribuzione nel nostro Paese, e che mi ha emozionata più di quanto mi succeda ultimamente con molto del cinema contemporaneo di qualità.
Un po' per gioco e sfida, ho proposto alla scuola primaria Tito Speri di Milano un percorso di visione di cinema d'autore da realizzarsi in orario scolastico, accompagnato dalla presentazione di ogni film, da un dibattito con i bambini post-proiezione e da una scheda di approfondimento da sviluppare in classe. I pensieri che mi accompagnavano erano:
- se ai bambini proponi la qualità, sebbene siano loro il target elettivo della diffusione di immagini (oggi più che mai "in movimento") di puro intrattenimento che mirano alla diffusione commerciale di prodotti correlati, sono proprio loro a saperla ancora riconoscere;
- se i bambini vengono travolti da questi "prodotti" è inutile cercare di censurarli o di oscurarli, ma è possibile diffondere film di diversa qualità per dar loro la possibilità – almeno – di incontrarli - nella scuola pubblica italiana si fa ancora un po' di disegno, si parla di pittura, forse di musica, ma il cinema (anche se esiste da 120 anni) non ha mai fatto parte di nessun programma ministeriale.


Insieme ad altri genitori della scuola, dopo lunghi brain storming nei giardinetti del quartiere e con la collaborazione di alcuni insegnanti, abbiamo creato un vero e proprio percorso, di quattro anni, sul cinema, iniziando dall'animazione d'autore, passando alle origini del cinema muto in bianco e nero, per arrivare fino ai grandi registi del Novecento.
Oggi, questo percorso fa parte dell'offerta formativa e coinvolge tutte le classi della scuola grazie alla cura che altri genitori le hanno dedicato.
Le formule di presentazione delle opere ai bambini, così come il dibattito e le schede didattiche sono state pensate, provate, testare, modificate e perfezionate attraverso un'esperienza di cinque anni con duecentocinquanta bambini, numerosi insegnanti e un gruppo ristretto, ma motivato di genitori.


Questa avventura, che coinvolgerà probabilmente anche altre scuole milanesi, ha promosso un percorso di grandi emozioni e profonde riflessioni con i bambini e i loro insegnanti: molti dei ragazzi (circa l'80%) era la prima volta che vedevano i film programmati, dei quali spesso anche gli insegnanti non conoscevano l'esistenza. Nonostante spesso sia l'insegnante di italiano e storia che accompagna i bambini alle proiezioni, la ricaduta a livello tematico, stilistico, musicale, linguistico e di educazione all'immagine è stata percepita anche dagli altri insegnanti: nei loro interventi in classe, i bambini negli anni hanno portato esempi tratti dai film visti, in ogni materia trattata, anche a distanza di tempo dalla visione.
Durante le proiezioni sono sempre impressionanti i silenzi che 120 bambini insieme riescono a creare, con le schiene dritte e protese verso lo schermo in un'attività che impone di sedere in silenzio e al buio per un'ora e mezzo (mi sono chiesta molte volte: in quale momento della loro giornata i bambini, oggi, fanno una sola cosa per un tempo così prolungato). Allo stesso modo ho un ricordo vivo delle espressioni comuni di ilarità o di gioia in momenti di particolare entusiasmo: come lo scoppio di un lungo applauso commosso per il protagonista di sette anni che finalmente riesce a leggere. Un'incitazione a un bambino disegnato che in fondo è solo un fascio di luce.



L'incontro con il cinema in bianco e nero è stato incredibile: in realtà non sapevamo se i bambini avrebbero apprezzato il genere, invece non solo abbiamo rilevato grandi differenze fra i gusti - chi amava di più l'ironia melanconica di Charlie Chaplin, chi quella catastrofista di Buster Keaton, chi la follia strampalata dei Fratelli Marx -, ma negli anni successivi per strada, ai giardinetti o al parco ho incontrato bambini che mi hanno chiesto ripetutamente di programmare film in bianco e nero. Effettivamente mi risulta che in televisione (se non su canali specifici dove la selezione è operata dall'utente) il bianco e nero sia quasi scomparso…
L'apprezzamento di un film come Hugo Cabret di Martin Scorsese, dopo tre anni di educazione all'immagine e, con alle spalle cinque proiezioni che riassumono le origini della "settima arte", ha permesso ai bambini (di terza e quarta elementare) di vivere a pieno una storia di amicizia fra due ragazzi che racconta la vita e la creazione delle opere del primo autore dell'arte più popolare che sia stata mai inventata: il cinema.



Durante i dibattiti - congegnati di modo che siano gli stessi bambini a porre le domande e a ricevere delle risposte dai loro compagni – sono intervenuti bambini di ogni nazionalità e di ogni livello di rendimento scolastico, meravigliando spesso anche i propri insegnanti per la profondità di alcune intuizioni e per la puntualità degli interventi e anche – grazie al processo di identificazione con i personaggi proiettati - per gli interventi che spesso riguardavano questioni molto personali condivise con i compagni.
Abbiamo visto i bambini ridere, divertirsi, cercare di ballare il tip tap (come alla fine di Cantando sotto la pioggia), ballare al ritmo delle canzoni dei titoli di coda, riflettere, spaventarsi e, per questo, abbracciare il compagno vicino.
I film che abbiamo portato a scuola forse non sono che dei "puntini" in un oceano di immagini che scorrono incessantemente davanti ai loro occhi, forse oggi più che mai. Però chissà: forse invece sono anche "semini" di riflessioni, emozioni, ragionamenti, immaginazione di sé…