giovedì 17 maggio 2012

Sulla punta delle dita

[di Angela Nanetti

L’infanzia per me, prima ancora di un’età, è un modo di relazionarsi col mondo; e dunque un linguaggio.
E se la lingua è il ponte del sé con gli altri e con l’altrove, ponte di interconnessioni mobili in continuo divenire, il linguaggio infantile lo è in modo del tutto particolare e specifico, così come particolare e specifica è questa prima tappa della vicenda umana.  Unica, preziosa, irripetibile.
Dunque il linguaggio, che sappia veicolare il pensiero infantile, l’immaginario infantile, lo sguardo infantile sul mondo. Che non sono “diminuiti” e “diminutivi”, ma sono “altri” rispetto a quelli degli adulti.
Federica Iacobelli nel suo La città è una nave riesce meravigliosamente in questa impresa difficile, raccontando insieme l’infanzia e la sua infanzia, dai cinque ai dieci anni. In dieci tappe che sono dieci narrazioni, per le quali utilizza, mescolandoli, la terza persona e il parlato interiore. Con queste tecniche, usate sapientemente, racconta un vissuto infantile con i suoi amori e gelosie, le paure e gli incanti, le domande e le delusioni, rendendolo al lettore autentico e palpitante. E intorno a esso una città di acqua e di terra che trema, di vicoli che scendono al mare, di ville alte e basse, di mare sbirciato da uno scampolo di terrazzo e di palazzi che sul mare stanno a galla, ma rischiano sempre di affondare. Una città instabile nella sua mutevolezza come il bradisismo che la tormenta, come la vita che scorre. Ed ecco un esempio:

La bambina corse alla finestra. Ci arrivava appena con la testa, ma se poi saliva sulle punte vedeva un muro fatto con le rocce e oltre quel muro solo onde, tante onde... La bambina si voltò solo un momento. Lachis stava disegnando con lo zio, mentre il papà stava telefonando. Era difficile, il lavoro di architetti, è più difficile in un posto come questo. In un posto come questo bisognava stare attenti, perché il palazzo doveva stare a galla. Partire no, non era mai riuscito a farlo, perché era troppo grosso e troppo vecchio; ma se affondava con lo studio e coi disegni? Se si bagnava? Se sparivano i progetti?...

Un palazzo come una nave, che può salpare o affondare, paura e desiderio nel contempo. Ecco l’infanzia.
Al  termine della lettura mi sono sentita dentro sospesa, come se avessi l’anima sulla punta delle dita.

mercoledì 16 maggio 2012

C'è posta!

[di Valentina Colombo]

_List Books from Korea è un gioiello. Chiunque lo tenga in mano rimane stupito: dalla qualità fisica dell'oggetto, dall'impaginazione elegante e sobria; e poi dai contenuti vari e tutti interessanti, dalla qualità degli interventi, dalla coerenza del progetto.

_List è una rivista coreana come poche esistono. Quattro numeri all'anno, che riceviamo puntualmente nella nostra casella e dai quali traiamo spesso spunti e informazioni utili per capire il mercato coreano, le tendenze, i nomi e i luoghi. Tutto questo a un prezzo incredibile: gratis. Si tratta infatti di una di quelle belle esperienze di promozione della cultura che ci piacerebbe venisse alla luce anche qui in Italia. Pubblicata in inglese, coreano e cinese, disponibile anche online e per ipad, arricchita da una newsletter mensile (sottoscrizione qui), questa rivista è gestita dal Korea Literature Translation Institute (o LTI), a sua volta parte del Ministero della Cultura, Sport e Turismo.

Lo scopo della rivista è quello di "contribuire alla cultura globale promuovendo la conoscenza della letteratura e cultura coreane nel mondo".
Al suo interno si trovano interviste, focus sui generi letterari principali, articoli specialistici sulla letteratura coreana e sul mondo editoriale, sulle relazioni internazionali tra editori e la loro crescita, analisi di mercato e opinioni di critici, coreani e non, sul mondo del libro. L'ultimo numero che abbiamo ricevuto è dedicato proprio ai libri per ragazzi, con uno speciale sugli illustratori che hanno promosso, con i loro lavori, la cultura dell'albo coreano nel mondo; un' analisi del mercato; uno studio sulle principali linee di lavoro su cui gli editori e gli illustratori si sono mossi negli anni. Infine, come in ogni numero, una interessante selezione dei libri raccomandati dagli editori stessi, sia per la narrativa adulta che per i ragazzi. Mentre alcuni nomi sono già noti, perché presenti per esempio a Bologna alla Mostra degli illustratori, alcune cose mi hanno incuriosito, e spero di poter presto approfondire di persona durante la fiera di Seoul.

Chun Gap-bae, One fine day, Sakyejul, 2006

Tra gli illustratori della scuola che potremmo definire "tradizionalista", mi ha colpita il lavoro di Chun Gap-bae, che però ho rintracciato anche con il nome di Jun Gab-bae. One fine day è la storia, meravigliosamente illustrata ad acquarello, di un funerale coreano. Un albo che affronta il tema della morte attraverso la ritualità del rito. La scheda è disponibile qui, ma spero, nel mio prossimo viaggio in Corea, a giugno, di sfogliare per intero una copia.







Yoo Juyeon, One Day, Borim Press, 2010
C'è poi One day di Yoo Juyeon, pubblicato dalla nota Borim Press, altro albo dalla copertina accattivante e dalle illustrazioni delicate e poetiche. Da aggiungere alla lista di libri da cercare.
_List è quindi una rivista dove si parla di libri e linguaggio, dei luoghi-simbolo del mondo editoriale coreano (in questo numero Bosu-dong Book Valley, ovvero il quartiere dei librai antiquari), di case editrici e scrittori del momento.
L'LTI organizza anche corsi estivi e intensivi di traduzione ed è l'ente che gestisce i fondi destinati agli editori stranieri che vogliono pubblicare nel loro paese un libro coreano. Una pratica, questa, molto diffusa all'estero, ma assente in Italia, e molto interessante sotto il profilo della promozione internazionale, in quanto fornisce un budget a editori stranieri (che così risparmiano dei costi di traduzione, per questa lingua, abbastanza significativi) e un sostegno e un aiuto ai traduttori. C'è in questo la consapevolezza che la traduzione non è solo una trasposizione di un contenuto in un linguaggio diverso, attraverso segni diversi, ma che si tratta soprattutto di una finestra su di una cultura altra, che va quindi interpretata e presentata in modo comprensibile, completo e competente. Significa quindi mettere in comunicazione due mondi, e la comprensione delle differenze e delle affinità è ciò che rende lo scambio fruttifero e utile.
Un'altra cosa interessante è il fatto che questa rivista sia finanziata e sostenuta dal governo coreano. Anche in questo caso, lo stato si fa promotore culturale, investendo in quella che potremmo definire la sua "immagine", aiutando imprese straniere a importare la cultura coreana, facendola volare oltre i confini geografici del paese. Organismi simili al LTI esistono in Portogallo (DGLB, che ha finanziato anche il nostro Nove storie sull'amore, e la traduzione dei libri acquisiti da Planeta Tangerina), nei Paesi Bassi (Flemish Fund), in Spagna (direttamente con il Ministerio de Cultura), per citarne alcuni. Accanto alla rivista LTI, da anni esiste anche il prestigioso Cj Picture books award (vinto anche dai Topipittori). Si tratta insomma di una politica culturale aperta verso l'estero come promotrice della produzione libraria locale, sia narrativa, sia illustrata, sia divulgativa. Un modo di intendere il libro come veicolo di comunicazione tra le culture che rappresenta il lato più interessante e stimolante della globalizzazione, quella che non uniforma, ma che avvicina gli estremi del pianeta, mantenendo però la peculiarità di ogni paese.

martedì 15 maggio 2012

Un disegno esatto

Come è noto, l'Hans Christian Andersen Award 2012 è stato assegnato all'illustratore e autore ceco Peter Sís (e alla scrittrice argentina María Teresa Andruetto). La notizia sorprende, più che altro, perché l'impressione è quella di un autore che da almeno un decennio dovrebbe aver vinto tutto quello che si può vincere sulla piazza.
Il principale merito dei numerosi libri di Peter Sìs è quello di esprimere a chiare lettere ai lettori, lettori piccoli, dato che è a questi che Sìs si rivolge,
che il libro è un'esperienza di conoscenza unica. Né più bella né più brutta delle altre: non interessa stabilire una graduatoria nelle esperienze di un bambino (che Sìs, facendo il mestiere che fa, sa essere tutte segnate da eccezionalità). Semplicemente, diversa: irriducibile a qualsiasi altra esperienza. I libri di Sìs sono costruiti in modo che questo sia evidente.
L'impressione è che il loro autore si muova, da che ha cominciato a produrne, verso una forma di libro che visivamente aderisca
Immagini da Madlenka, Peter Sìs.
con precisione alle strutture narrative e antropologiche profonde del racconto. In una ricerca continua, si direbbe, degli archetipi visivi della narrazione. Perché è precisamente la narrazione l'esperienza straordinaria che il bambino fa col libro, che della narrazione è la più efficace e raffinata espressione culturale (o almeno così dovrebbe essere). Bettheleim in un saggio sui bambini e la lettura (edito in Italia da Feltrinelli, Imparare a leggere), arrivò alla conclusione che una delle ragioni della disaffezione dei bambini americani alla lettura e quindi allo studio, alla cultura, erano lo squallore e la stupidità dei libri scolastici su cui venivano chiamati a formarsi. Libri così offensivamente inferiori alla loro intelligenza da renderne palese l'inutilità, con danni gravissimi alla loro formazione di lettori (il saggio parte dall'analisi dei dati di una ricerca commissionata dal governo americano, allarmato dal numero di bambini con difficoltà sempre più consistenti nell'apprendimento della lettura). Il lavoro di Sìs, in questo senso, è diametralmente opposto, radicato come evidentemente è, nella convinzione che il libro per dar luogo a un'esperienza indimenticabile (e dunque insostituibile e necessaria) debba essere un oggetto di grande densità, complessità, ricchezza e bellezza.


Immagini da Madlenka, Peter Sìs.


Ho in mente quattro libri in cui Sìs affronta storie biografiche e autobiografiche: Madlenka, The tree of life (edizione italiana Rizzoli, L'albero della vita), The three golden keys e The wall (edizione italiana Rizzoli, Il muro). Il primo racconta la straordinaria giornata di una bambina newyorkese che perde un dente, sua figlia.

Il secondo, la vita e il destino eccezionali di Charles Darwin. Il terzo, un viaggio a ritroso, al tempo e allo spazio delle proprie origini: l'infanzia nella città di Praga. Il quarto, la propria infanzia e adolescenza sotto il regime comunista ceco. Credo si tratti di quattro libri esemplari per il modo in cui il loro autore si pone e risolve un compito difficilissimo, quello dell'organizzazione della trama per eccellenza: la vita di un individuo (che si dipani in un'ora, in un giorno, un anno, o nell'arco di decenni).
Come è possibile raccontare l'esistenza di qualcuno, quando le principali caratteristiche di un'esistenza, di qualsiasi esistenza, sono il disordine, l'eccesso e la ricchezza di dettagli, la dispersione, la quantità di fatti, la molteplicità dei piani, il rapporto con la storia collettiva e la collettività, l'intreccio delle cause, il confondersi incessante di passato, presente e futuro, l'imprevedibilità degli eventi, l'infinita miriade delle contingenze, degli incontri, dei casi, delle parole, delle sensazioni, delle occasioni, dei sentimenti, delle conseguenze? Un viluppo inestricabile di elementi, materiali e immateriali, una complessità pressoché inattingibile che è la ragione prima del fascino che sprigiona ogni vita, e il racconto di ogni vita di cui ogni bravo narratore deve dar conto. Perché tale complessità, se da una parte deve essere rispettata, dall'altra richiede di essere ordinata, formalizzata, organizzata, in un equilibrio delicato e complesso, pena, agli estremi opposti, un'illeggibile confusione e/o una tetra noia.





Immagini da The tree of life, Peter Sìs.
Sìs, negli anni, mette a punto un linguaggio sofisticatissimo, che si avvale di tutti gli strumenti messi a disposizione da secoli di storia del libro, dell'immagine, della carta stampata: miniature, incunaboli, mappe celesti, carte geografiche, bestiari, erbari, atlanti, alfabeti, resoconti di viaggio, diari, quaderni di schizzi e di appunti, cicli di affreschi, stampe popolari, ex voto, lunari, calendari, manuali, fumetti, riviste, quotidiani... I suoi libri ricorrono a tutti gli strumenti del visivo per rendere la complessità della vita umana e del tempo, dello spazio in cui questa è calata.



Immagini da The three golden keys, Peter Sìs.

Un dispiegamento di tutte le meraviglie architettate dall'occhio e dal pensiero per raccontare attraverso parole e immagini, a chi ha più bisogno di storie per formare la propria capacità di organizzare, pensare, dire, sentire, esprimere la realtà, dentro e fuori di sé: i bambini. I libri di Sìs fanno di ogni pagina la scena in perenne movimento di un racconto in divenire: personaggi, presenze, tempi e spazi si frammentano entro quadrati, rettangoli, cerchi, triangoli, ellissi, entro cui scritture e disegni vanno a formare micronarrazioni, perfettamente orchestrate fra loro. Segmenti narrativi che articolano sequenze leggibili in una composizione unitaria di senso, ordinate e immediatamente leggibili sul piano lineare e orizzontale di cui necessita l'unità narrativa della storia.


Immagini da The wall, Peter Sìs.
Ma anche cellule narrative entro cui il lettore, ogni qualvolta lo voglia, ha la possibilità di sprofondarsi verticalmente in una lettura che in rapporto all'insieme, vive in modo al tempo stesso autonomo e complementare.
Quello di Sìs è un ricorso vertiginoso a una vitalissima geometria narrativa che rimanda a saperi antichi, basti pensare alla raffinata sapienza dei mandala, in cui ogni vita, ogni Sé, si riassume, nell'abissale e sintetica profondità di composizioni geometriche archetipiche, come ci spiega Carl Gustav Jung, nei suoi molteplici studi. E non è certo un caso che uno degli splendidi libri di questo autore amante della geografia e della storia sia dedicato al Tibet. I libri di Peter Sìs esprimono una verità chiara e inconfutabile: che la capacità di raccontare coincide con quella di creare e ricreare il mondo. Che la capacità di immaginare è la massima facoltà cognitiva di cui l'essere umano è dotato. E che nei libri queste doti trovano spazi e tempi adeguati al massimo grado. Nell'interessante saggio di Michel Host, Piter Sìs ou l’imagier du temps, edito da Grasset nel 1996, Sìs, racconta: «Mio padre, regista, gran viaggiatore, al ritorno dalle sue spedizioni, mi raccontava delle storie sui luoghi che aveva visitato. Mi descriveva cose che altrimenti non avrei mai potuto sapere. Un giorno mi piacerebbe fare un libro dove un padre facesse un disegno esatto di quello che ha visto, e dove il figlio provasse a ricreare questa immagine da solo.» A questo meraviglioso, inimmaginabile libro Sìs lavora da tutta la vita.



Immagini da Tibet, Peter Sìs.

lunedì 14 maggio 2012

Che cos'è una biblioteca?

Nel 1971, a Troy, nel Michigan, venne aperta una nuova biblioteca. La bibliotecaria Marguerite Hart, nel tentativo di attirare e fidelizzare il maggior numero possibile di giovani lettori, scrisse a diversi personaggi famosi, chiedendogli di scrivere una lettera ai bambini di Troy, spiegando loro perché fosse importante frequentare la biblioteca. Risposero in novantasette. Le lettere sono tutte disponibili sul sito della biblioteca di Troy. Qui ne riporto e traduco alcune, di personaggi a noi più noti. Ma tutte valgono la pena di essere lette.

16 marzo 1971
Care ragazze, cari ragazzi,
congratulazioni per la vostra nuova biblioteca. Anche perché non è solo una biblioteca. È una nave spaziale che vi trasporterà negli angoli più remoti dell'universo, una macchina del tempo che vi porterà nel più profondo passato e nel più lontano futuro, un maestro che sa più di qualsiasi altro essere umano, un amico che vi divertirà e vi consolerà... e soprattutto, una porta aperta verso una vita più felice e utile.
Isaac Asimov


14 aprile 1971
Care ragazzi e cari ragazzi,
mi è appena giunta la bella notizia che avete una nuova biblioteca pubblica. Come si può essere così fortunati? Dovete esserne orgogliosi e felici.
Sapete già, ne sono certo, del meraviglioso mondo che si apre immediatamente davanti ai vostri occhi: la possibilità di incontrare le persone più interessanti e di farvi nuovi amici. Non avrete che da scegliere.
E quanti di noi amano viaggiare? Tutti! E la vera gioia è che leggendo un libro possiamo visitare i posti più lontani e straordinari. E quando ci andremo davvero, ne sapremo abbastanza per rendere quel luogo dieci volte più interessante.
Vi invidio, ragazzi. La nuova biblioteca vi darà più gioia di quanta ne possiate avere in una vita intera. Usatela.
Con affetto
Hardie Gramatky




Cari bambini di Troy,
Leggete!
Leggete!
Leggete!
Leggete!
Leggete!
Leggete!
È un consiglio del vostro buon amico, il Dottor Seuss.
















Cari bambini di Troy,
la vostra bibliotecaria mi ha chiesto di scrivervi una lettera per spiegarvi che cosa può significare per voi la biblioteca.
Una biblioteca è molte cose. È un posto per stare asciutti, se fuori piove. È un posto dove andare per stare seduti a pensare. ma è soprattutto il posto dove vivono i libri, dove potete conoscere altre persone e altri modi di pensare, attraverso i libri. Se volete trovare delle informazioni, ci sono i libri di documentazione: dizionari, enciclopedie, atlanti. Se volete ascoltare una storia, la biblioteca è il posto giusto. I libri contengono tutti i segreti del mondo, quasi tutti i pensieri che gli uomini e le donne abbiano pensato. E quando leggete un libro, voi e l'autore del libro siete soli insieme: solo voi due. Una biblioteca è un buon posto dove rifugiarvi se siete tristi perché lì, dentro un libro, potete trovare incoraggiamento e conforto. Una biblioteca è un buon posto dove andare se siete confusi o indecisi, perché nei libri potete trovare una risposta alla vostra domanda. i libri sono una buona compagnia, nei tempi felici e in quelli tristi, perché i libri sono persone... persone che sono riuscite a restare vive nascondendosi dentro la copertina di un libro.
E.B. White

Questa vicenda l'ho scoperta leggendo uno dei miei blog preferiti: Letters of note. Lo frequento quasi quotidianamente, con grande diletto: è come un buco della serratura dal quale spiare nella vita privata del mondo. Non ricordo chi abbia detto che leggere una lettera indirizzata ad altri è una perversione. Se è tale, consideratemi un pervertito.
E se soffrite della stessa perversione, questa lettera, e questa, sono decisamente interessanti per chi si interessa ai libri per ragazzi
Ma ce ne sono moltissime altre.

venerdì 11 maggio 2012

Una follia necessaria

«Un giorno un bambino che non esisteva trovò una penna e un libro bianco...»
È bastata questa frase, letta in Storie Sparse di Giovanni Gandini (libro del quale abbiamo già parlato qui), per scatenare la furia bibliòfila: dovevo avere quel libro; non potevo proprio farne a meno.



Il libro in questione è Un libro bianco. L’autore è Copi, un disegnatore, scrittore e autore teatrale argentino di quella generazione che, fuggita alla dittature sudamericane, ha trovato rifugio a Milano e a Parigi, ha incontrato l’indimenticato Marcelo Ravoni e Coleta Goria (che poi erano, e Coleta è ancora, l’agenzia Quipos) e ci ha offerto, sulla carta porosa e grigiolina di Linus, e su quella più bianca e raffinata dei libri della Milano Libri Edizioni dei Gandini, una galleria di personaggi che ci ha insegnato a vivere - e a osservare la vita - con occhi ironici e disincantati.



Beh, adesso il libro è arrivato, e non posso fare a meno di condividerlo (fate un doppio clic sulle immagini, per godervi meglio la storia), insieme a quello che ne ha scritto Gandini nel sopracitato, imperdibile volume : «Può essere stata allora una pazzia pubblicare un libro con la copertina completamente bianca, senza il titolo, ma ciò corrispondeva esattamente a ciò che Copi proponeva, una favola che rivisitava l’infanzia proiettandola però su uno schermo di avventure a soggetto con maghi, eroi e fate un po’ diversi: Tarzan che fa il sindaco, un macho che vivrà in circhi magici o sul palcoscenico, ma che perde le pagine, ne esce verso un mondo rovesciato e pericoloso, affascinante ma triste.»


Immagino che di questa “follia” la Milano Libri ne abbia vendute copie a malapena sufficienti a giustificare i costi di produzione. Ma è quel genere di follia necessaria della quale, a volte, si nutrono i sogni - invero generalmente assai prosaici - degli editori.




Un libro bianco, di Copi è stato pubblicato nel 1969 dalla Milano Libri, di Anna Maria e Giovanni Gandini, ai quali il libro è dedicato. La prima e unica edizione, stampata nelle gloriose e ormai scomparse Officine Grafiche Sagdos, è accompagnata da un poster. In questo momento (9 maggio 2012) mi risulta ce ne sia una copia in vendita qui, nel caso qualcuno venisse preso dalla febbre del possesso. Copi, che si pronuncia all’italiana, non alla francese, in realtà si chiamava Raul. Lo pseudonimo che si era scelto era una contrazione di “copito de nieve”, che in spagnolo vuol dire “piccolo fiocco di neve”. Copi è morto di Aids, a Parigi, nel 1987.

giovedì 10 maggio 2012

Un'ospite di grandissimo riguardo

Chiara Carminati ha vinto il Premio Andersen 2012 come miglior autore. Una notizia bellissima, un premio meritatissimo.
Nel 2009, Chiara ha realizzato con noi Poesie per aria. Lavorare con lei, e con Clementina Mingozzi che del libro ha realizzato le illustrazioni, è stato un regalo. Per un editor misurarsi con testi così raffinati, complessi e interessanti, piccoli congegni ad alta precisione, è un'esperienza preziosa, che offre il massimo della creatività, ma impone anche massimi misura, impegno e rispetto. Un gioco che si gioca insieme all'autore. Poi Chiara ha i doni dell'umorismo e del garbo che rendono facili ogni cosa.
Le poesie che vi proponiamo oggi, per festeggiarla, sono due fra le molte, bellissime, che ha scritto, due fra le nostre preferite (cliccate sull'immagine per leggerle).

Una è tratta dal nostro volume, l'altra da Il mare in una rima di Nuove Edizioni Romane, libro imperdibile anche per le illustrazioni di Pia Valentinis che con Chiara ha collaborato in tante altre occasioni. Entrambe sono dedicate al mare, che a proposito della poesia di Chiara suggerisce alcuni aggettivi: fluidità, trasparenza, movimento, musicalità.
Quando penso a Chiara, mi viene sempre in mente una pagina, letta da studentessa, che il poeta Giovanni Giudici ha scritto in una raccolta di saggi sulla poesia dal titolo, meraviglioso, La dama non cercata (Mondadori 1985), che poi sarebbe la poesia.
La dedichiamo a Chiara, in questa occasione.


La poesia è anche una dama capricciosa e difficile, la nostra coy mistress: con lei non bisogna esagerare nel chiedere, bisogna aspettarsi molto poco per ottenere (e non è detto) qualcosa. E quando e se in noi essa sfarfalla e si manifesta (o non sarà un disperato tichettio?) è da considerarsi un'ospite di grandissimo riguardo in una casa, la nostra quotidianità, abitata da inquilini volgari e taccagni. Questi inquilini, noi stessi, il poeta stesso, faranno dunque bene a tener presente la differenza di livello esistente fra la nobile ospite e la loro fatalmente inopportuna corporeità, la loro talvolta grossolana ansia di concludere, la loro ingordigia di risultato.

Ondas do mar de Vigo
Se vistes meu amigo?


Ecco, vedete, quanto poco chiedeva alla sua poesia l'autore dell'antica
cantìga portoghese, i cui versi continuamente mi tornano alla memoria? Un desiderio semplice, una rima quasi banale: e tuttavia, come la rima fiore-amore che incantò Saba, anch'essa «la più antica del mondo». E tuttavia, la Poesia (scriviamola qui con la maiuscola come se fosse appunto una Dama) ha amato quel poeta ed è ciò che conta, considerando quanto diffuso sia il caso contrario di poeti o aspiranti poeti che, pur amando la Poesia, spesso con sincerità ma alquanto raramente con trasparente purezza di cuore, non ne sono tuttavia corrisposti. Chiedere poco alla Poesia vuol dire non pretendere che essa si pieghi a ciò che noi vorremmo a tutti i costi esprimere: non è lei al nostro servizio, ma noi al suo; può darsi che un giorno sia proprio lei a recarci inaspettato il dono del poema che inutilmente abbiamo finora cercato di scrivere, ma non saremo noi a decidere il momento. 

Chiara Carminati, Pia Valentinis, Il mare in una rima, Nuove edizioni Romane, 2011.
Chiedere poco alla poesia è non gravare sulla sua volatile parola del peso e del ciarpame ridondanti di intenzioni e intenzionalità che (si riferiscano anche al più sincero e generoso dei nostri impegni pubblici e privati) finirebbero così per avvilirsi in volgare letteratura: senza contare che così non si servono un impegno, una causa, ma si disservono. Chiedere poco, cercando di lasciarsi governare da quell'intelligenza poetica (e vorrei dire: intelletto d'amore), che della lingua poetica è insieme postulato e corollario, significa chiedere in realtà l'essenziale: che è l'essere toccati, visitati dalla Poesia. E questo è molto, è tutto; perché il poco di cui parlo è tale soltanto agli occhi del mondo pubblicano e bottegaio dei trafficanti di letteratura. Il molto che la Poesia può darci è un molto assoluto, un molto di utopia, attingibile attraverso quel poco apparente che, reduce dalla lettura di un saggio di Hannah Arendt, mi fa pensare alle modestissime aspirazioni di K., il protagonista del Castello di Kafka: avere un lavoro, una casa, una famiglia, una comunità in cui essere accolto... E tuttavia, analoga a quel poco che alla Poesia possiamo chiedere, «questa modesta intenzione di realizzare i diritti umani è, proprio per la sua semplice essenzialità, il progetto più grande e più difficile cui un uomo possa aspirare».

Complimenti, Chiara.


mercoledì 9 maggio 2012

Il mio obiettivo è non mentire

Maurice Sendak (10 giugno 1928 – 8 maggio 2012)

Maurice Sendak, Self-portrait for Time.
«Max, l’eroe del mio libro, scarica la sua rabbia contro la madre e torna al mondo reale assonnato,  affamato e in pace con se stesso.
È normale desiderare di proteggere i propri figli da esperienze nuove e dolorose, al di là della loro capacità di comprensione emotiva, che alimentano le loro ansie; e, in qualche misura, possiamo prevenire un’esposizione prematura a questo tipo di esperienze.
Maurice Sendak, Outside Over There, 1981
Questo è ovvio. Ma è altrettanto ovvio – per quanto spesso ignorato – il fatto che fin dai primi anni i bambini hanno familiarità con emozioni sgradevoli, che la paura e l’ansia sono parte intrinseca della loro vita quotidiana, che devono continuamente gestire le frustrazioni al meglio delle loro capacità.
Ed è attraverso la fantasia che i bambini possono arrivare alla catarsi: è lo strumento migliore che hanno a disposizione per domare i “mostri selvaggi”.
È il mio coinvolgimento rispetto a questa ineludibile realtà dell’infanzia – la terribile vulnerabilità del bambino e la sua lotta quotidiana per diventare il “re dei mostri selvaggi” – che conferisce al mio lavoro quel po’ di verità e di passione che ha.»


Maurice Sendak, We Are All in the Dumps with Jack and Guy, 1993.

Maurice Sendak, In the Night Kitchen, 1970.

Maurice Sendak, Fly by Night, 1976.
«Credo che i bambini intuiscano il significato profondo di ogni cosa. Sono solo gli adulti che per la maggior parte del tempo leggono la superficie. Sto generalizzando, naturalmente, ma le mie illustrazioni non sorprendono i bambini.  Loro sanno cosa c’è in queste storie. Sanno che matrigna significa madre, e che il suffisso -igna è lì per evitare che gli adulti si spaventino. I bambini sanno che ci sono madri che abbandonano i loro bambini, emotivamente, non letteralmente. Talvolta vivono con questa realtà. Non mentono a se stessi. E vorrebbero sopravvivere, se questo accade. Il mio obiettivo è non mentire loro.»


M. Sendak, The Juniper Tree and Other Tales from Grimm, 1973
Interrogato sul perché le sue illustrazioni per le fiabe dei Grimm siano “claustrofobiche”, Sendak risponde: «Perché lo sono i racconti, che lavorano a due livelli: come storie, nel primo; nel secondo, a rivelare la profondità psicologica dei drammi narrati. Io non sono interessato al primo livello, ma sono invece interessato a quello che c'è sotto. Il mio intento è quello di indurre il lettore, che pensa si tratti di storie semplici, a tornare all’inizio, per rileggere la storia. Non mi interessa mostrare Raperonzolo che butta la treccia dalla finestra. Non è questo di cui parla la storia. Molti illustratori scelgono questa immagine, perché sembra una cosa facile da disegnare.

M. Sendak, The Juniper Tree and Other Tales from Grimm, 1973
Per me i capelli di Raperonzolo sono un trucco narrativo. A me interessa cercare quel che c’è sotto. È difficile. Non esiste una storia che riveli il proprio segreto in modo facile, immediato. Come in Biancaneve,  in Raperonzolo il conflitto cruciale è tra gioventù e vecchiaia. La strega vuole disperatamente evitare ogni manifestazione di sensualità in Raperonzolo, ogni ammirazione della sua bellezza.»

«I racconti dei Grimm non sono materiali da picture book.  Permettono invece una illustrazione interpretativa. Le immagini hanno molto da dire sui testi.

M. Sendak, The Juniper Tree and Other Tales from Grimm, 1973
Il trucco è dar forma allo stesso messaggio, ma in modo diverso. Non è una buona cosa per un illustratore dire quel che ha in mente, se questo non è nel testo. È una buona cosa dire la stessa cosa che sta dicendo la storia, ma in modo personale, così da espandere il suo significato, potenziare, allargare la sua ampiezza. Non devi fare il tuo pezzo di bravura.
Devi farlo nei confini della storia che stai illustrando  qualunque cosa siano Hansel e Gretel o Biancaneve, devi farli più grandi  di quel che sono, ma restando tu, artista, nella storia. L’illustratore può fare un grande lavoro di interpetazione, allargamento, estensione, illuminazione. Ma deve essere discreto. Deve scavalcare la storia, ma anche scavalcare il proprio ego a beneficio della storia. E questo è più divertente di ogni altro genere di illustrazione.»

Tutti i brani riportati sono tratti dalla monografia in due volumi di Selma G. Lanes, The Art of Maurice Sendak, Abradale Abrams, 1993.

Maurice Sendak, Dear Mili, 1988.
Maurice Sendak, Dear Mili, 1988.