lunedì 28 maggio 2012

L'illustrazione come prodigio di sintesi

«C'erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano una nipotina, tutta bella e tutta gentile...»
Comincia così una delle fiabe della tradizione popolare russa, raccolta da Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev e interpretata da decine di illustratori diversi, alcuni anche sublimi come Ivan Bilibin.

Il personaggio della Baba Yaga è una costante della tradizione slava. Può essere buona o cattiva, e perfino perfida. Viaggia per il mondo in un mortaio volante che dirige con il pestello e cancella i sentieri e le strade con una scopa di betulla. A volte abita in una casa su zampe di pollo, altre in una semplice capanna, altre ancora in una casetta di pan di zenzero.

L'edizione che presentiamo qui è quella raccontata da Rose Celli e illustrata da Nathaile Parain, pubblicata da Flammarion nel 1932: un bel fascicolo di 32 pagine in carta pesante, a punto metallico, di formato quadrotto (32 x 28 centimetri) che si qualifica immediatamente per un prodotto di basso prezzo, destinato anche all'epoca a una grande diffusione, ma realizzato con estrema cura editoriale e tecnica.



Nathalie Parain è un'artista russa, giunta in Francia nel 1928, dopo aver sposato l'adetto culturale dell'ambasciata francese a Mosca, divenuto poi capo della segreteria di Gaston Gallimard. Proprio da Gallimard, alla NRF, Nathaile Parain pubblica il suo primo libro, nel 1930: Mon Chat. Ma è a partire dal 1932 che il suo nome si afferma, come illustratrice d'elezione degli Album de Père Castor e dei testi di Marcel Aymé.



Come molti dei suoi connazionali russi che hanno lavorato a partire dagli anni Trenta per l'editoria francese, come Rojan (Feodor Rojanovsky) ed Èlizabeth Ivanovsky (della quale abbiamo già parlato qui), anche Nathalie Parain mantiene una cifra stilistica fortemente caratterizzata dalla sua origine artistica: geometrizzazione delle figure, tinte piatte, paletta di colori molto ridotta, sintesi e razionalità nella composizione, che risente in tutta evidenza dell'esperienza dei libri cubisti.



In Baba Yaga, la Parain usa solo quattro tinte piatte: un nero, un rosso arancio, un ocra e un blu petrolio. Quattro colori che le bastano per assemblare semplici forme geometriche ritagliate nella carta e illuminarle con sapienti tocchi di matita, per dare vita a personaggi straordinariamente espressivi ed emotivamente coinvolgenti.



A me piace particolarmente la sequenza della fuga della piccola, che attraversa tre doppie pagine. Nella prima, qui sopra, la Baba Jaga, terribile con il suo volto inespressivo, ridotto a pura silouhette, scopre la defezione e si lancia all'inseguimento sul suo mortaio volante. La, bambina, che se ne accorge poggiando l'orecchio a terra e avvertendone la vibrazione, si dà alla fuga e, per alleggerirsi, si getta alle spalle ciò che ha con sé, volgendosi a valutare il distacco con uno sguardo fra il preoccupato e il determinato: «come i ciclisti gregari in fuga». Ma il fazzoletto e il pettine, suoi aiutanti magici, si trasformano in invalicabili barriere per la perfida vecchia e la bambina riconquista la sicurezza della casa. (Una fuga altrettanto concitata e terribile la trovate ne La bambina e il lupo, di Chiara Carrer, nel nostro catalogo dal 2006).



Il nostro esemplare di Baba Yaga è nell'edizione Flammarion del 1932, quella in grande formato, precedente a quella nella collezione Les Album de Père Castor. Ha il dorso un po' provato, ma l'interno di grande freschezza. Esemplari come questo si trovano in vendita intorno ai 200 euro o più. L'edizione Père Castor, più piccola di formato, a partire dai 70/80 euro. Se proprio non riuscite a trovare l'edizione originale, o volete spendere qualcosa di meno, le Editions MeMo hanno recentemente rieditato, con la tradizionale cura, il libro che trovate in vendita qui.


Sempre le Editions MeMo hanno rieditato altri libri di Nathalie Parain, che potete trovare qui e qui.
Una collezione straordinaria di illustrazioni e bozzetti di Nathalie Parain è andata in asta nell'aprile 2008 a Parigi. Esiste un catalogo dell'asta, reperibile con un certo agio nel mercato dell'usato, ma anche consultabile online qui.

venerdì 25 maggio 2012

Trovati i resti dell'Homo verdis verdis!

Il segnalibro preferito di Mickael
[di Valentina Colombo]

Da qualche tempo seguo con divertimento e curiosità il blog Forgotten Bookmarks. Michael Popek è un libraio antiquario e di libri usati, e come tutti i librai trova, tra le pagine di volumi snobbati, abbandonati, donati o venduti, i resti dei proprietari di quelle pagine. Se a volte ci si trova uno scontrino, una cicca appiccicata o un articolo di giornale, altre volte quello che ti regalano i libri sono dei tesori che Michael ha deciso di raccogliere e condividere sul suo blog. Una curiosità: il primo passo per la creazione di questa pagina è stato inviare un email ai suoi amici con una delle scoperte più strane fatte sino a quel momento: una foglia di marijuana essiccata in un libro di cucina per il microonde. Da lì Michael si è reso conto che aveva tra le mani un piccolo tesoro e che questa passione per ciò che la gente dimentica è un ottimo mezzo per parlare anche dei libri. Così ha deciso di aprire il blog, che dal 2007 è cresciuto e ha da poco raggiunto i mille post.

Forgotten Bookmarks è un appuntamento vagamente voyeuristico. Mi sento come se stessi frugando nella vita di qualcun altro. Rubando un pezzetto della sua esistenza. Un po' come ha fatto il libro, che è stato conservato, più o meno bene, sugli scaffali, negli scatoloni o nelle cantine per poi essere abbandonato in altre mani.
Quanto un libro "assorbe" della vita del suo proprietario? Si potrebbe anche discutere che il libro sia, nel senso di appartenga, veramente a qualcuno. I libri si prestano, si sfogliano insieme a qualcuno a cui vogliamo mostrarli, si portano in borsa in viaggio, dal letto al divano, alla seggiola sul balcone.

Ogni tanto, ci dimentichiamo qualcosa, dentro quelle pagine. Io ci ho trovato cinque euro una volta. Chissà perché erano lì. Ma sospetto che quel libro mi stesse accompagnando in un viaggio in treno e che, prendendo il caffè, il resto si sia intrufolato fra le parole di Carofiglio (Ragionevoli dubbi pubblicato da Sellerio) e lì sia rimasto.

Sfogliando il blog di Michael, vedo che, in quanto a dimenticarmi cose nei libri, sono in ottima compagnia. Biglietti di auguri, disegni, ricette di deliziose torte. Ma anche dediche, appunti, scarabocchi. E la cosa che incuriosisce è la storia che sta intorno a queste strane accoppiate oggetto-libro. Tra i miei preferiti c'è un - purtroppo incompleto - messaggio di un bambino al papà, il quale evidentemente rincasa tardi e deve mangiare da solo. Le istruzioni sono un bellissimo ritratto di famiglia, e il fatto che manchi la seconda pagina è proprio struggente (cliccate per ingrandire le immagini).



Mi sono anche innamorata di un leone rosa sulla copertina di un biglietto di auguri di San Valentino. Ruggisce affettuoso dalle pagine di una edizione del 1956 di Invitation to Poetry di Lloyd Frankenberg.
E poi c'è l'Homo verdis verdis che questo bimbo o bimba ha immaginato sorridente sotto il cielo dell'epoca primitiva.
E se volete sapere com'era la luna la sera del 30 marzo 1934, qualcuno ne ha lasciato un disegno per voi tra le pagine di Argosy weekly del 19 settembre 1936.

Menù del bar Bare Feet trovato in "The story of Art" di E. H. Gombrich

Se non ne avete abbastanza, esiste un libro disponibile qui, che raccoglie molti dei tesori di questo blog. Che diventa più un blog di "storie parallele" che non un semplice blog di e sui libri usati. Questi volumi hanno in sé una memoria privata che incanta. Ma c'è anche il fatto che in tutti questi frammenti di vita altrui vedo mille e mille storie da scoprire e immaginare, e se solo quei libri potessero parlare, me le racconterebbero tutte. Ecco, questa sensazione con i segnalibri degli ebook non la proverete mai.

giovedì 24 maggio 2012

A scuola tra bosco, cielo e prato

[di Giulia Mirandola] 

Per la seconda volta sono salita in Val di Pejo accompagnata da visitatori d'eccezione: Alessandro Riccioni, Alicia Baladan e Giusi Quarenghi. Come un anno fa, la meta è stata una pluriclasse di montagna, ai piedi del monte Vioz, nel Parco Nazionale dello Stelvio. Non più la scuola elementare Bevilacqua, chiusa definitivamente in un clima di scontento e incertezze nel giugno 2011, bensì la Scuola Pejo Viva, un'esperienza inedita in Trentino e originale di per sé, basata sull'insegnamento parentale, documentata giorno per giorno attraverso un sito: strumento di comunicazione consono ai tempi che corrono.

Scuola Pejo Viva.
Da settembre 2011, nove bambini dai sei ai dieci anni e i rispettivi genitori, seguiti quotidianamente da un gruppo coeso di insegnanti volontari, fanno scuola "senza scuola", in due aule ricavate con semplicità da un appartamento a pochi passi dal vecchio edificio scolastico. La campanella è appesa a una legnaia, le bandiere sono quelle dell'Europa, dell'Italia e del Marocco (in classe ci sono tre bambini marocchini). Nessuno avrebbe scommesso sulla durata oltre Natale di Scuola Pejo Viva, quando la realtà mostra che ciò è stato possibile. In questi giorni Fatima, Davide, Arianna, Agnese, Lorenzo, Maryam, Omar, Nicola, Lisa si preparano agli esami, la prova per loro più difficile.

Alicia e Alessandro.
 La porta della scuola si è aperta innumerevoli volte nel corso dei mesi ad ospiti saliti in quota per conoscere da vicino questa realtà e ascoltare i tanti perché di una scelta radicale come quella di rinunciare alla cosiddetta scuola di tutti, la scuola pubblica. Da parte mia ho cercato di avvicinare il racconto di Scuola Pejo Viva a persone che a titolo diverso si occupano di storie. Tra loro, un antropologo visuale, Michele Trentini, che sta progettando un documentario sull'argomento; Alessandra Henke, una giornalista di Radio 3, che dedicherà alla vicenda un radio documentario in cinque puntate per il programma "Tre soldi"; Luigi Monti, direttore della rivista "Gli asini", che nell'intervistare il maestro Alberto Delpero ha scoperto un nuovo mondo; tre autori, Riccioni, Baladan, Quarenghi, che con i loro versi e illustrazioni hanno seminato letteratura per l'infanzia; Maria Giaramidaro, attiva nel campo della promozione della lettura e fondatrice di Oliver Associazione Culturale, che da Mazara del Vallo ha risalito la penisola per osservare differenze e somiglianze tra la Sicilia e il Trentino.


Alessandro, Maria e Giulia.
L'arrivo di Riccioni, Baladan e Quarenghi portava con sé una motivazione: fare poesia. Riccioni e Baladan si sono concentrati sulle pagine del loro Cielo bambino, prima attraverso una "ginnastica" di gesti e parole condotta da Alessandro Riccioni, adatta a slegare il linguaggio e a sciogliere con il corpo la mente. Poi con un gioco dell'oca magnifico, disegnato da Alicia Baladan, ingrandimento con variazioni dell'ultima tavola del libro, giocato a squadre di "soli", "lune" e "comete", con un grande dado di cartone. Riccioni si è presentato ai bambini come "l'omino tondo che fa impazzire il mondo" ed essendo un poeta di parola ha fatto impazzire per un po' chiunque gli capitasse a tiro. Con Alicia il gioco era all'aperto, tra terra e cielo, in mezzo a improvvisazioni in rima, risate, pegni in forma di canto e molto dialetto mescolato alla lingua italiana.
Il gioco dell'oca di Alicia, da Cielo bambino.

I bambini all'opera.
Sul rapporto tra dialetto pegaese e lingua italiana ha lavorato a fondo Giusi Quarenghi, impegnata due giorni dopo nella costruzione di un libro di grande formato, A scuola tra bosco, cielo e prato. Si tratta di un progetto collettivo di scrittura, che verrà presentato in sede d'esame.


A scuola tra bosco, cielo e prato.
Giusi e i bambini al lavoro
Nelle sue pagine cartonate rilegate a spago, scritte e colorate a mano, i bambini raccontano chi sono, dove hanno fatto scuola, con quali maestri, su quali materie e con che orario settimanale, cosa è loro piaciuto di più e cosa di meno. La pagina finale è un esempio di bilinguismo applicato al collage: oggetti raccolti durante una passeggiata nel bosco vengono commentati con didascalie in italiano e in pegaese, a rimarcare che la padronanza bilinguistica non può prescindere dal lessico e dalla grammatica italiana.
Il pomeriggio è stato un momento di festa trascorsa al Mulino dei Turri. Giusi Quarenghi ha impastato pane e raccontato storie che affondano nelle origini di questo cibo antico. Ne è sortita una grande pasta madre, nata sotto gli occhi di bambini, genitori, anziani, distribuita cruda a piccole pagnotte e affidata alle cure di tante mani. Una metafora azzeccata per salutare la Scuola Pejo Viva e augurare buona crescita a chi ha studiato qui.




Al Molin dei Turi per far il pane con Giusi.

mercoledì 23 maggio 2012

Concerto per rane, ricordi e bambini

[di Michele Petrucci] 

 «Le Rane è una canzone che parla del tempo che passa, del ricordo. Crescendo, invecchiando, si tende a ricordare la parte più bella di quello che si è vissuto, anche perché il ricordo è selettivo, e così confrontato con il presente dà spesso un senso di perdita. »
Francesco Bianconi (Baustelle)



A caccia di rane è il mio primo libro a fumetti pensato per un pubblico di bambini e ragazzi. La storia che sta alla base del libro, un'estate di tre amici e il loro rapporto con la natura circostante, con la crescita e con il superamento delle proprie paure, la scrissi molto tempo fa, ma per anni è rimasta nel cassetto.
Da quello scritto, però, negli anni ho attinto a piene mani. Per esempio il ricordo della pesca a mani nude che io e altri miei amici facemmo nelle secche del fiume (e il ricordo di quei macabri trofei portati ai nostri genitori e il senso di colpa per aver ucciso quei pesci nelle notti successive) è finito in un altro mio libro a fumetti, Metauro (Tunué), anch'esso in parte autobiografico. 


Cerco nella memoria i tre amici. Prime prove...

Quando ho saputo della collana Gli anni in tasca Graphic dei Topi ho ripreso in mano quel racconto e suggestionato dall'ascolto della canzone Le rane dei Baustelle (nell'album I mistici dell'Occidente), l'ho sistemato e presentato a Giovanna e Paolo.
Il mio libro parla del ricordo e di come il tempo possa modificarlo e spesso abbellirlo. Da alcuni recenti studi si è scoperto che i ricordi non vengono "stampati" nel nostro cervello per poi consumarsi pian piano con il tempo. Il cervello aggiorna continuamente i nostro ricordi, li "ricostruisce"periodicamente.
Aggiungo un po' di grigio.
Per fare un paragone, è un processo che non assomiglia tanto all'emulsione di una pellicola, ma piuttosto a uno spettacolo teatrale che viene continuamente messo in scena e che quindi ogni volta cambia un poco. Il lavoro che ho fatto in A caccia di rane è stato quindi, prima di tutto, un lavoro di ricerca personale, per far affiorare anche i lati meno luminosi e gioiosi (che sono ovviamente tanti) della mia infanzia.



Ancora in cerca del respiro e del segno giusto.

A quel punto ho dovuto cercare il respiro adatto al racconto e un segno e un disegno che sintetizzasse quel respiro. Ho dovuto procedere per tentativi, mescolando elementi più diversi. Ho iniziato con la sintesi tipica dei giapponesi studiando i disegni di un grande artista come Yoshitomo Nara. Da lì ho cercato di rendere il segno più personale, usando pennello e aggiungendo il grigio (tecniche che utilizzo da molti anni).
Entra in scena il colore.

Eccoli, sono loro.

Con i Topi abbiamo anche deciso di usare un secondo colore e il verde, ovviamente, è stato il primo che ci è venuto in mente. Ma il risultato ancora non ci soddisfaceva, così ho spostato il registro su un piano più figurativo.

L'estate è verde: verde come le rane.

A questo punto ho cominciato a lavorare su vecchie foto e sono arrivate immagini soddisfacenti. Infine, ho deciso di abbandonare il pennello a favore di un pennarello a punta fine, per rendere il disegno più immediato, diretto.

Le rane sono una metafora...
A quel punto, il fumetto ha cominciato a prendere forma e ho realizzato le tavole molto velocemente. Alla fine della storia mi sono divertito ad aggiungere una specie di postfazione a fumetti, un secondo finale dove vediamo cosa fanno i personaggi del libro oggi, a distanza di 30 anni. Ma secondo Giovanna mancava ancora qualcosa al libro. Le rane.
Perché in realtà di rane nel fumetto se ne vedono poche. Le rane sono più una metafora del passare del tempo e della crescita, non a caso ogni capitolo del libro inizia con una fase dello sviluppo di una rana, dalle uova alla formazione delle piccole rane (che dura approssimativamente proprio quanto un'estate). Giovanna ha però avuto l'idea di aggiungere una divertente seconda postfazione a fumetti, una specie di semplice manuale per andare a caccia di rane. E solo a quel punto il libro ci è sembrato veramente finito.

... ma Giovanna non si accontenta di metafore.

martedì 22 maggio 2012

Cosa ho portato dal Brasile?


All'inizio del mese di maggio ho trascorso alcuni giorni in Brasile, dove sono stato invitato a partecipare alla prima sessione delle Conversas ao pé da pàgina: una serie di incontri dedicati alla lettura, alla letteratura per bambini e ragazzi e, più in generale alla cultura dell'infanzia. Le Conversas sono organizzate da Dolores Prades, consulente di molti editori per ragazzi e animatrice della Revista Emilia e da Patricia Pereira Leite di A cor da Letra e quest'anno, alla loro seconda edizione, offrono incontri con personaggi del calibro di Maria Teresa Andruetto, fresca di Premio Andersen, Katsumi Komagata, Javier Zabala, Daniel Goldin (direttore editoriale di Oceano Mexico) e molti altri, a noi europei meno noti, ma non per questo meno interessanti.

La cosa che più mi ha colpito di questa prima sessione è stata la straordinaria partecipazione del pubblico: alle due giornate di lavori hanno preso parte circa cinquecento persone. Insegnanti, bibliotecari, autori, illustratori, editori e librai si sono affollati nel bellissimo auditorium del centro SESC Pinheiros per ascoltare le conferenze, acquistare libri e confrontarsi sulle tematiche legate alla formazione dei lettori. Se penso agli sparuti drappelli di professionisti e appassionati che popolano iniziative analoghe in Italia, ma anche in Francia, per quanto mi è stato dato di vedere finora, mi domando se la disattenzione verso l'infanzia, della quale accusiamo spesso la stampa e le istituzioni, non riguardi un po' anche noi, professionisti del libro e della lettura.

L'altro aspetto che ho trovato estremamente diverso da quanto ho visto a casa nostra è il senso di grande libertà e di informalità che ha caratterizzato tutti gli interventi dei relatori (ma anche quelli del pubblico). Ho visto, nel primo panel della prima giornata, due esperte di cultura del gioco - l'ottantenne e vivacissima Lydia Hortelio e la più giovane ma altrettanto eclettica Yolanda Reyes, colombiana - scavalcare il tavolo e mettersi a giocare e cantare, seguite da un pubblico incantato: un modo certamente efficace per far capire che cosa accade ai bambini quando giocano e cantano. Ma oltre a questo momento così spettacolare, in tutti gli incontri i relatori si sono sentiti liberi di interloquire, interrompersi, innescare conversazioni, coinvolgere il pubblico.

Yolanda Reyes e Lydia Hortelio smettono di parlare e cominciano a giocare
sotto lo sguardo divertito di Patricia Pereira Leite
So perfettamente che non è questa la norma, neanche in Brasile, delle conferenze e degli incontri sul tema. Il merito va senz'altro alle due organizzatrici, che hanno saputo creare un'atmosfera molto particolare negli eventi e una vera e propria comunione fra i partecipanti grazie a intensi momenti informali e conviviali. Brava Dolores! Brava Patricia!
Dolores Prades con il sottoscritto e l'aria di divertirsi un sacco.
L'occasione del viaggio mi ha anche permesso di incontrare, con più agio e tranquillità rispetto a quanto accade nelle fiere, alcuni editori brasiliani: Alexandre Martins Fontes (WMF Martins Fontes), Cristina e Mariana Zahar (Zahar), Zeco Homen de Montes (OZé Editora), e Marcia Leite e Leonardo Chianca (Pulo do Gato). Adesso ho un quadro più preciso della realtà dell'editoria per ragazzi in uno dei paesi più dinamici e attivi sul mercato internazionale dei diritti.
Marie-Claire Bruley, grande specialista di filastrocche e ritornelli
L'editoria per ragazzi brasiliana si fonda principalmente sugli acquisti governativi e scolastici. Il governo federale, i governo locali e le scuole acquistano enormi quantità di libri, selezionati sulla base dei progetti presentati dagli editori, per distribuirli gratuitamente nelle scuole e alle biblioteche. Questo da una parte permette agli editori di prosperare ma, dall'altra parte, crea scarsi incentivi alla creazione di prodotti nazionali (l'acquisto dei diritti è molto più conveniente) e genera una dipendenza eccessiva delle case editrici dalla spesa pubblica e, quindi, da scelte politiche dettate sia dall'orientamento del governo in carica sia da considerazioni più generali di politica fiscale.

Da sinistra. Beatriz Helena Robledo, studiosa
colombiana; Fabìola Faria, bibliotecaria; Dolores
Prades e il sottoscritto.
Ritengo sarebbe auspicabile un cambiamento nella politica di acquisto da parte dei governi e delle scuole, tale da privilegiare la creazione rispetto all'acquisto, a parità di qualità dei progetti proposti: solo in questo modo, l'editoria brasiliana potrà acquistare una caratura di livello internazionale e conquistarsi un mercato nella cessione di diritti e nelle co-edizioni. Per quanto possa sembrare paradossale, sono convinto che anche per chi, come i Topipittori, vende i diritti dei propri libri a case editrici brasiliane, un'evoluzione in questo senso non possa che essere benefica.

A proposito di diritti ceduti, dal Brasile sono tornato anche con quattro libri dei Topipittori, freschi di stampa nell'edizione in lingua portoghese. Sono tutti pubblicati da Edelbra e sono: Zoo secreto (Zoo segreto), Un grão de romã (Un chicco di melograno), Nunca conte com ratinhos (Mai contare sui topi), ABC procura-se... (ABC cercasi). Quattro titoli che appartengono agli albori dei topi, o quasi: un segnale molto positivo che indica come i libri abbiamo una vita più lunga delle breve stagione delle novità, anche grazie ad altre culture e mercati.

[Le foto sono di Christiane Angelotti]