lunedì 25 giugno 2012

Come veri grafici

[di Chiara Armellini]

«Ma c'è il dinosauro, in questo libro? E il drago sputafuoco?»
«Ottima idea, non ci avevo pensato… ma potresti farne uno tu», suggerisco a E., piccolo partecipante del mio primo laboratorio per bambini da Ti faccio a pezzetti, tenuto a Bologna durante i giorni della Fiera del Libro 2012.
In questi laboratori incontro tanti bambini come E., ovvero bambini che con le loro idee, intuizioni e il loro sguardo nuovo sulle cose, il loro pensiero privo di pregiudizi, mi illuminano ogni volta. Prima di tutto perché sono pratici, logici, sicuri, sanno quello che vogliono realizzare una volta capito il lavoro da affrontare; ma nello stesso tempo, sono espressivi e liberi da preconcetti visivi o da stili.



Immagini dal mio primo laboratorio su Ti faccio a pezzetti, Bologna 2012.

Curioso è anche notare come i bambini sappiano sperimentare e progettare con grande professionalità come dei veri grafici: fanno domande e risolvono problemi che incontrano volta per volta, si interrogano su come uscirà la stampa o su come si può tagliare un buco dentro un altro buco eccetera.
E tutte le volte che lavoro con loro sono stimolatissima, perché con i bambini mi ricarico sempre, le loro idee sono originali, i risultati sorprendenti.





Immagini dal mio primo laboratorio su Ti faccio a pezzetti, Bologna 2012.

Esattamente come questi bambini, anch'io due anni fa mi sono cimentata per la prima volta con le stampe, con lo stesso entusiasmo e lo stesso stupore, forse anche con gli stessi interrogativi. Ho realizzato dei timbri con pezzi di gomma intagliati, inchiostrati e stampati a mano.
Da diverse prove e da alcune sovrapposizioni casuali sono emersi i primi tentativi di "pezzi animaleschi" timbrati:







Da qui è venuta poi l'idea di rappresentare cinque animali e di inviarli alla selezione per la Mostra degli illustratori 2010, della Bologna Children's Book Fair. Il progetto però doveva avere anche un filo conduttore, così ho deciso di pormi un vincolo, un'idea base da seguire, e ho pensato di rappresentare le vocali dell'alfabeto con gli animali. Ecco qui le A E I O U o meglio bAboon, zEbra, lIon, Owl e tUrtle:




E così, questi cinque primi fortunati esperimenti sono stati selezionati alla Fiera del Libro 2010, dove sono stati esposti, e, in bella vista da tutti, hanno fatto il loro dovere, ovvero attirare l'attenzione di alcuni editori, oltre a prendersi dei complimenti e a farsi anche un viaggio nei musei del Giappone!


Museo d’Arte Itabashi, Tokyo, Giappone.

Grazie alla visibilità data dalla Fiera del libro, i Topipittori mi hanno contattato, ci siamo conosciuti, abbiamo parlato delle tavole, della tecnica, del come e del perché... ma soprattutto del progetto da realizzare per un libro illustrato. L'abecedario da cui ero partita si è trasformato in questo libro-gioco intitolato Ti faccio a pezzetti. Dal titolo accattivante si deduce subito che qualcosa verrà scomposto, distrutto o creato. Aprendo il libro, il meccanismo del gioco, a ogni giro di pagina, è semplice e immediato: un testo-indovinello in rima, e una immagine-indovinello fatta di pezzi sparpagliati e caotici, sono i primi indizi per scoprire di che animale si sta parlando (o che animale si sta guardando). Girando pagina, ecco la soluzione, e il disegno, che prima era un caos di forme, diventa un'immagine leggibile, composta, unitaria e ordinata.

La grafica del libro è stato felicemente studiata da Marina del Cinque, che ha arricchito le pagine dei testi con font e scelte cromatiche appropriati al contenuto.




Un aspetto bello e interessante del libro è che il concetto che ne è alla base, la scomposizione e ricomposizione, e la tecnica con cui sono realizzate le immagini danno luogo a un processo potenzialmente infinito, di continua trasformazione: perché una volta costruito un pezzetto, si possono inventare e timbrare animali nuovi, mai visti o estinti, come il dinosauro o, appunto, il drago sputafuoco.

Il drago sputafuoco

venerdì 22 giugno 2012

Abitare la poesia

[di Alessandra  Berardi]

Immagine di Alessandro Gottardo per C'era una voce.

Sarà perché i poeti hanno una consolidata tradizione di sfratti abitativi, che si ostinano a scrivere stanze? È quello che sta succedendo anche a me: entrambe le cose, sì. Fortunatamente, l'ultimo mio progetto di stanze poetiche mi ha appena procurato una grandissima gioia: C'era una voce, il libro che condivido con Alessandro Gottardo (Shout) è finalista al Premio Napoli per la lingua e la cultura italiana, insieme a Bruno. Il bambino che imparò a volare di Nadia Terranova, illustrato da Ofra Amit (Orecchio Acerbo).
Da quest'anno, il Premio inaugura infatti una sezione Bambini e Ragazzi. E non è l'unica novità del Premio e della sua Fondazione: giurati popolari che si sono autonominati attraverso l'iscrizione nelle biblioteche del territorio napoletano, apertura di un Forum dei Bisogni (Mangiare, Bere, Abitare) per saldare la ricerca culturale all'indagine sui gravi problemi dell'Italia di oggi... E ci saranno iniziative nelle scuole e nelle carceri. Sul bel sito del premio, raccomando, in particolare, l'acuto intervento di Nietta Caridei Bambini e ragazzi lettori di poesia.

Immagine di Ofra Amit per Bruno di Nadia Terranova, Orecchio Acerbo.

E i libri delle due selezionate per la Poesia: Jolanda Insana e Giovanna Bemporad, due voci autorevoli e appassionanti. Quanto a me e a Nadia – entrambe isolane-trapiantate-altrove (lei sicula, io sardonica), ci siamo scritte per scambiarci gli auguri, e abbiamo deciso di vederci presto per fare chiacchiere. Vogliamo farci compagnia da qui a dicembre, in attesa di sapere chi vincerà il primo e chi il secondo premio.
Lei mi scrive che Bologna le piace molto, e allora ce ne andremo sotto i portici: stanze abbastanza chiuse per le confidenze, e abbastanza aperte per le risate.
Prima, però, andiamo insieme – voi e io - ad Ancona: la poesia per bambini è di stanza anche al bellissimo festival La punta della lingua, organizzato da Nie Wiem. Martedì 26 giugno, terrò l'incontro Muse col muso, uno “scherzo poetico” alla scoperta dei segreti dell'ispirazione: tra storie in versi, improbabili ricostruzioni mitologiche, e un momento di scrittura ludica collettiva.


L'iniziativa - gratuita e adatta ai bambini a partire dagli 8 anni – prevede un doppio appuntamento. Ci sono ancora posti disponibili per l'incontro del mattino: per prenotazioni, telefonate al numero 335.1099665. Si accettano adulti!
Vi aspetto ad Ancona, allora, con un quaderno e una penna, per una divertente convivenza con le Muse. E a tutti quelli che perdono la casa, a tutti quelli che abitano la poesia, dedico questi versetti:
Vano È vano/ togliere/ le stanze/ al poeta:/ ne scriverà/ di nuove.

mercoledì 20 giugno 2012

I vestiti magici di Kaarina

Alcuni giorni fa, al Maxxi di Roma, sede dell'edizione 2012 di Tribù dei lettori (buona l'idea di comunicare ai ragazzi cosa sia l'architettura contemporanea, facendola vivere loro in un'occasione come questa, legata al gioco, al pensiero, all'immaginazione), mi sono imbattuta in un'opera di arte che mi ha molto colpito. Una sorta di gigantesco “bucato”, fatto di centinaia di vestiti di bambini appesi a corde: maglie, magliette, tute, felpe, tutine, maglioncini, camicie, vestitini, giacchette, giubbottini, uno dopo l'altro, a braccia aperte e stese, a darsi mani invisibili, esercito di bambini fantasma spavaldamente offerti al cielo e al vento di Roma. Ho chiesto a Gianluca Giannelli, inarrestabile organizzatore di Tribù, se l'opera fosse stata realizzata in occasione del Festival. La risposta è che si è trattato solo di una coincidenza: l'installazione Towards tomorrow è stata inaugurata il 14 aprile (in mostra fino al 15 luglio), realizzata dall'artista finlandese Kaarina Kaikkonen con abiti recuperati attraverso un grande progetto educativo di raccolta che ha coinvolto le famiglie del quartiere. L’opera è collegata a un progetto di cui fa parte un'altra grande installazione dell’artista: Are We Still Going On?, pensata per la Collezione Maramotti (a Reggio Emilia, fino al 28 ottobre).


Osservando questa installazione, ho riflettuto su come a volte opere d'arte contemporanea creino un senso di estraneità che porta a guardare dapprima in modo distratto, superficiale, per rivelarsi poi capaci, a poco a poco, di penetrare più a fondo, spaesando, irretendo,  portando a fermare l'attenzione su quello che non capiamo, chiamandoci a trovare un senso che chiede di essere afferrato, ma non si dà facilmente nella sua complessità, costringendoci ad abbandonare ogni schema, per trovare in noi le ragioni profonde di quel che vediamo e ci tocca.
 
Credo di essere entrata in relazione con questa opera nel momento in cui ne ho accettato la difficoltà annidata sotto l'apparente facilità, quando mi sono imposta di guardarla e riguardarla, certa che l'unico accesso fosse lasciarne risuonare liberamente ogni eco e rimando, in una catena di libere associazioni e riflessioni. Provo a esporne alcune, senza alcuna pretesa di esaurire il significato di un'opera che è, evidentemente, aperto.
Questa installazione mi sembra giochi su concetti opposti, e la sua vitalità, il suo movimento derivano precisamente dalla forza di questi contrasti, dal loro offrirsi come complessità senza semplificazioni: numero e unicità, interiorità e esteriorità, massa e individualità, insieme e parte, presenza e assenza, passato e presente, prossimità e distanza, ordine e caos, per citarne alcuni. Osservando questa serie infinita di indumenti, capita di fissare l'attenzione su uno di loro in particolare: l'abito allora smette di essere involucro e diventa il bambino a cui è appartenuto. Si riempie della sua assenza, un'assenza che induce chi osserva a cercare indizi della sua persona. Subentra una sfasatura temporale, nell'immaginazione: bisognerà immaginare un bambino, il bambino che vestiva quell'abito o quel che ora è diventato, un ragazzo, un adulto? Chi è stato quel bambino? In che modo è entrato in quel vestito, lo ha portato? Quando?

Ho bene in mente il modo in cui da bambina vestivo i miei abiti, alcuni odiati, altri prediletti: certo il modo in cui un adulto si veste e percepisce i propri abiti è molto diverso da questo. Le fiabe dove ci sono abiti o scarpe magiche bene descrivono il modo in cui i bambini  indossano le cose. Una giacca rossa dà coraggio, così come un paio di stivali è in grado di trascinare all'avventura. Così questa schiera di abiti fluttuanti diventa a tratti un esercito fiabesco, dotato di poteri: non c'è bottone di questi vestiti che non parli della mano che l'ha toccato, manica che non descriva i gesti che ha contenuti, scollo e tasca che non ospitino immagini di volti o oggetti. Dentro infatti vi hanno abitato bambini. Rivelare il mistero del loro essere ed essere nelle cose, che è quello di ogni individuo la cui storia è inenarrabile nella sua complessità, sembra uno degli obiettivi di questa opera. Alla distanza fra bambini e adulti, fra noi e loro, allude anche, credo la distanza fisica che l'artista ha interposto fra l'osservatore e l'installazione. Siamo costretti a guardare dal basso il manifestarsi dell'infanzia, a cogliere il suo volare alto come si fa quando si assiste a una migrazione. Crescere è spostarsi, infatti, muoversi in una direzione, orientati dall'istinto e dalla necessità: compiere un'attraversata che, una volta compiuta, si guarda con una sorta di incredulo stupore. C'erano molti pericoli, non lo sapevamo; li abbiamo superati, come abbiamo fatto? Abbiamo avuto molta forza e molto coraggio. Nessuno ce l'aveva detto, e nessuno ce l'ha mai riconosciuto. Dobbiamo farlo noi stessi: e questo significa forse il valore dell'autonomia che offre l'età adulta.

Trapela da questi abiti una fragilità dei corpi, una ingenuità dei pensieri che fa quasi male: come fanno i bambini, persone che hanno vestiti così piccoli, così buffi, così onesti, a sopravvivere? Davvero è un mistero, e ci appare evidente quando vediamo questi abiti tutti insieme: hanno una forza che spegne sul nascere ogni possibile obiezione. Scoprire una maglietta da calciatore, fra tutti questi abiti, fa divampare all'improvviso la furia che manifestano certi bambini nell'immaginarsi campioni, la spropositata grandezza del sogno che espone costantemente l'infanzia all'impietoso essere svergognata dalla realtà. Come si fa a sopravvivere al dolore di non esser riconosciuti? In questa marcia trionfale di bambini fantasma sono rappresentate tutte le età: non separate in incomprensibili fasce corrispondenti ad astratti capacità e saperi, giocano invece fra loro come da sempre sanno fare i ragazzi, come accade nei libri di Elsa Morante: neonati con bambini, ragazzini con adolescenti, in una libera comunità di pari, una Repubblica di Pochi Felici, come ci racconta Elio Vittorini in Erica e i suoi fratelli. Le tutine dei neonati, disegnano piccole sagome perfette.

Ci dicono che sono esseri umani ancora completi quelli che le vestono, dotati di braccia, gambe e testa. Le età successive imporranno al corpo di frazionarsi in pezzi diversi. L'integrità dell'uomo al suo inizio, alla sua origine, diventa così visibilissima: potenza in atto, dotata di tutto quanto è necessario, ordinatamente e nitidamente disposto. Fanno l'effetto di piccoli démoni, questi neonati-tutina e sembrano essere gli dèi tutelari dei bambini, a loro volta protetti dall'intera specie infantile. Lungo tutto il perimetro dell'installazione, a segnarne i confini, abiti in cui il colore è stato dilavato dalla luce, dall'acqua, dall'uso. Presenze che sembrano indicare infanzie più lontane nel tempo. Come fossero immagini di ricordi: più che bambini, il ricordo che si ha di essi. Ci segnalano questi confini che hanno il pallore di foto, di immagini sbiadite, che l'infinito presente in cui vive l'infanzia è cinto, come una fascia di sicurezza, dalla memoria di chi ne è uscito per sempre. Un cerchio magico in cui saltare è impossibile come spiega Saint- Exupéry in un passo di Terra degli uomini:

"Di fronte a questo deserto trasfigurato mi tornano in mente i giochi della mia infanzia, il parco cupo e dorato che noi avevamo popolato di dèi, il regno sconfinato che ricavavamo da quel chilometro quadrato mai interamente conosciuto, mai interamente esplorato. Noi componevamo una civiltà chiusa, in cui i passi avevano un sapore e le cose un significato che a ogni altra civiltà erano negati. Allorché, diventati uomini, viviamo sotto l’imperio di altre norme, che cosa ne rimane del parco pieno d’ombra dell’infanzia, magico, gelido, rovente, di cui adesso, se mai vi si torna, costeggiamo con una specie di disperazione, dall’esterno, il muricciolo di pietre grigie, stupefatti di trovare racchiusa in così angusto recinto una provincia che avevamo trasformato in un infinito, e consapevoli del fatto che in quell’infinito non rientreremo mai, perché nel gioco, e non nel parco, bisognerebbe rientrare.”

Se vi capiterà di vedere quest'opera, forse vi verranno in mente la stupefazione e il piacere immensi che si provavano, da piccoli, dopo aver ritagliato la figurina di un bambino o di una bambina in un foglio di carta piegato in tante parti, dispiegandolo poi in una fila di bambini che si tengono per mano. Una decorazione da niente, all'apparenza. Per un bambino, in realtà un miracolo grazie al quale uno può diventare, improvvisamente, tanti: tanti, tantissimi bambini.


lunedì 18 giugno 2012

Leggere l'illustrazione/ 2: gli inglesi fanno sul serio

Che per gli inglesi l'illustrazione sia (o, forse, sia stata) una cosa seria lo dimostrano la quantità e la qualità del materiale disponibile sulla storia dell'illustrazione e del libro illustrato pubblicata da autori inglesi, non solo in generale, ma soprattutto sugli illustratori e i libri illustrati inglesi.

Chi volesse affrontare la storia del libro illustrato inglese e dei suoi artisti non potrà prescindere da Harvey Darton e dal suo Children's Books in England. Five Centuries of Social Life, pubblicato per la prima volta nel 1932 A Cambridge, dalla University Press.  Per la tranquillità del vostro portafoglio, segnalo che del libro esistono svariate edizioni, alcune delle quali recentissime, sia rilegate sia in brossura, acquistabili per cifre molto abbordabili qui e qui.

F. J. Harvey Darton apparteneva a una famiglia di editori, ha gestito per più di vent'anni l'azienda di famiglia, la Wells Gardner, Darton & Co., che pubblicava due riviste per ragazzi: The Prize e Chatterbox. Ha curato l'edizione di raccolte di fiabe e racconti classici per ragazzi, ma è passato alla storia per questo libro, che molti considerano il primo sull'argomento.


In realtà, è indubbiamente una storia del libro per ragazzi in Inghilterra, dal Rinascimento ai suoi tempi, ma anche e soprattutto una storia sociale del libri per ragazzi e dell'infanzia: «un ritratto degli inglesi nella loro funzione di genitori, custodi e insegnanti dei bambini,» per usare la sua stessa definizione.

Purtroppo, l'apparato iconografico del libro di Darton è eccezionalmente scarno, limitato a pochissime illustrazioni al tratto o in mezzatinta. Questo nulla toglie alla sua validità e importanza, ma chi sente la necessità di accompagnare la lettura del testo a quella delle figure, probabilmente la miglior cosa da fare è rivolgersi a Percy Horace Muir. A lui si devono due altre opere di importanza capitale: English Children's Books 1600 to 1900 (New York: Frederick A, Praeger, 1953); e Victorian Illustrated Books (Londra: Batsford, 1971).
Anche in questo caso, esistono edizioni recenti, anche in brossura, a prezzi abbordabili, che trovate qui  e qui. (Ma non dimenticate di dare un'occhiata a eBay e ad AbeBooks prima di acquistare: è sempre possibile fare qualche buon affare.)



Percy H. Muir era un celebre libraio antiquario e bibliofilo, autore di svariati libri e coautore del fondamentale Printing and the mind of man, il catalogo di una mostra epocale, che non dovrebbe mancare nella biblioteca di tutti gli appassionati. (Se volete dare un'occhiata ai libri che componevano la mostra, potete farlo attraverso questa pagina.)

In quanto libraio antiquario, l'approccio di Muir è più legato all'evoluzione del libro in quanto manufatto e contenitore di cultura, che alle vicende che legano lo sviluppo e la diffusione del libro alla dinamica sociale. In sostanza, i suoi due volumi sono un abbozzo di storia dell'editoria per ragazzi che procede attraverso l'individuazione di momenti di svolta, imposti da nuove strategie editoriali o da innovazioni tecnologiche.

Un altro eccellente repertorio iconografico a compendio dei libri di Darton e Muir è un numero speciale della rivista The Studio, un periodico ricercatissimo, dedicato alle arti decorative: "Children's Books of Yesterday", pubblicato nell'autunno del 1933 (e purtroppo reperibile solo nel mercato antiquario).

La decadenza dell'editoria dell'editoria per ragazzi e dell'illustrazione britannica, appiattite entrambe (con rare eccezioni) su proposte estremamente popolari, è sottolineata dalla mancanza di lavori critici di buon livello a partire da secondo dopoguerra. Sono rimasti eccellenti studiosi, ma si sono occupati di temi più generali, coma la storia dell'illustrazione e l'evoluzione dell'albo illustrato. Ma di questi parleremo in un'altra occasione.



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venerdì 15 giugno 2012

C'era una volta in Corea

[di Valentina Colombo]
 
Ci ha messo tre anni ad arrivare sulla mia scrivania, ma alla fine, ce l'ho fatta. Devo ringraziare Loredana Farina che, di ritorno da Parigi, me l'ha prestato, maneggiandolo con il rispetto che si porta a una reliquia.
Bound treasures. Graphic Art in Korean Children's Books of the Mid-20th Century è il libro pubblicato nel 2009 dalla National Library for Children and Young Adults Art Center for Children's Books, che si trova a Paju Bookcity (ne ho parlato lo scorso anno qui). E' stato un arduo inseguimento. Il libro era infatti disponibile a Bologna allo stand collettivo coreano, ma quando finalmente sono riuscita a passare, era esaurito. Impossibile riuscire a trovare qualcuno che mi dicesse a chi richiederlo, introvabile nelle librerie e nemmeno l'onnipresente Google mi ha aiutato a torvarne una copia.
Ci tenevo particolarmente perché è l'unico libro che io conosca (e del quale i coreani stessi mi hanno dato informazioni) che parli della storia dei libri per bambini in Corea. Un percorso molto affascinante e anche struggente per certi versi.

Una doppia pagina con le copertine, pp. 74-75

Gang Gyeong-hui, The face that I miss, 1969, p. 162

La storia di tutta la letteratura coreana, adulta e non, è stata condizionata pesantemente dalle occupazioni straniere e dai conflitti che si sono susseguiti nella penisola. Gli autori Lee Ho Baek e Jeong Nyung-kyu ripercorrono l'evoluzione dell'albo scandendo il libro in tre sezioni: una prima dedicata agli anni '20-'50 e focalizzata sulle riviste per bambini; la seconda dedicata alle copertine del ventennio '50-'60; una terza sezione tutta dedicata alle sguardie.

Our songs, Grimdongsan Series 5, 1947, p. 50
A una prima occhiata si nota una certa uniformità sia nell'uso dei colori sia nella struttura delle immagini, per quanto si noti una definizione precisa dello stile di alcuni illustratori. La spiegazione è da ricercare nella limitatezza dei mezzi di riproduzione nell'epoca posteriore all'occupazione giapponese. I confini del lavoro dell'illustratore erano molto marcati: tre colori per la copertina, uno solo per la quarta di copertina, senza contare che la mentalità non era quella attuale. Nell' interessante introduzione al volume, gli autori raccontano come molti illustratori concepissero il loro lavoro come un'occupazione per nulla artistica. Per questa ragione non si conservano originali o schizzi ed è persino difficile reperire i libri di quegli anni. Il lavoro di costruzione dell'archivio è stato per questo molto complicato, ma ciò che è possibile vedere in questo libro è molto interessante. È infatti una delle poche testimonianze sistematiche e ragionate delle origini della cultura illustrativa coreana, che è stata sostituita, mescolata, cancellata o reinterpretata alla luce, soprattutto negli ultimi anni, della cultura occidentale.


As good as their peers, p. 98-99 (sguardie)
L'identità coreana è da sempre al centro delle preoccupazioni dei governanti e del mondo culturale. Molte case editrici di albi illustrati incentrano la loro produzione proprio sulla tradizione del loro paese, per far sì che non si perda.








Yi Ju-hong, Lonely Jjambo, 1959, p. 81



Il mondo delle immagini che circonda i bambini oggi [...] contiene solamente una traccia delle antiche illustrazioni dei libri per bambini coreani. [...] Un problema simile si rintraccia nella capitale coreana, Seoul. Nonostante i tentativi di preservarla, possiamo ancora trovare tracce del periodo Joseon tra tutte le costruzioni e gli edifici d'avanguardia, ma sta diventando sempre più difficile rintracciare esempi del passato recente, di anche solo trenta o quarant'anni fa. 
(Traduzione a cura della redazione)







Particolare da Selected collection of Korean Children's Literature, pp. 118-119
Il libro, che è stato pensato in occasione della Bologna Children's Book Fair del 2009, quando la Corea è stata ospite d'onore, è proprio un tentativo di avvicinare e insieme ricordare una cultura estremamente ricca ma che anche sempre giovane, perché sempre reinventata, sempre ricostruita, sempre distrutta e poi rinata, e ora, si potrebbe dire, in pericolo di "colonizzazione". Per questo studiare il passato della letteratura per bambini e riproporre gli antichi temi, le favole, le leggende, parlare delle usanze e dei riti è fondamentale per i coreani così come è affascinante per noi.

mercoledì 13 giugno 2012

Quando il lupo va a Sanremo

Lo zoo-safari di Bussolengo, disegno di Giada
Qualche tempo fa, abbiamo parlato, qui,  del blog Una scuola tra i monti realizzato e tenuto da un maestro e dai suoi ragazzi, ovvero da Angelo Paganini e dagli allievi della scuola primaria di Tizzano Val Parma.
Oggi siamo molto contenti di informarvi che il bellissimo esperimento di cui questo blog fa parte abbia ricevuto l'attenzione e l'ascolto che merita, ricevendo il Premio Innovascuola organizzato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dal Dipartimento per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione tecnologica, in collaborazione con FORUM PA, con l’obiettivo di valorizzare, diffondere e premiare i migliori siti realizzati nelle scuole italiane. Le scuole partecipanti erano 240, e 10 quelle premiate, considerate “eccellenti” per aver sviluppato i migliori siti istituzionali, dedicando particolare attenzione alle funzioni e agli strumenti per la didattica.

Giraffa e leone, disegno di Arianna

Giraffe, disegno di Aurora

Paesaggio con lepre e donnola, disegno di Arianna
La scuola di Tizzano Val Parma si è classificata al terzo posto per il suo sito web con questa motivazione:

Il sito, conforme ai requisiti minimi di accessibilità e per i contenuti minimi e trasparenza, si propone di fornire gradualmente un buon archivio delle esperienze didattiche e delle buone pratiche maturate nel corso degli anni ed è affiancato da alcuni blog didattici esterni molto attivi e animati da docenti e studenti.

Gli effetti più che positivi che il blog di Tizzano ha prodotto sui suoi realizzatori, come ci ha spiegato bene Angelo Paganini nel post che ha scritto per noi, sono confermati anche dai risultati che i  bambini stanno ottenendo nella pratica della scrittura, forse la più sollecitata da questo strumento.

Lo zoo-safari di Bussolengo, disegno di Kumar
Con le storie e i racconti prodotti per il blog, infatti, i ragazzi hanno partecipato al Premio letterario Nazionale per le Scuole Primarie e Secondarie di primo grado, L'Usignolo, nell'ambito della rassegna Padus Amoenus che si svolge a Sissa.
I racconti di Tizzano partecipanti erano 14 e hanno vinto cinque premi:

1. Primo premio narrativa per la classe quinta: Riccardo Calugi con il racconto Sciabotin Ciuff Ciuff
2. Secondo premio narrativa per la classe quinta: Suraj Kumar con tre episodi de L’ippodrago
3. Primo premio narrativa per la classe quarta: Lara Pesci con il racconto Un cigolio
4. Terzo premio per tutta la pluriclasse di quarta e quinta con il racconto: Cappuccetto Nero

Scoiattolo, disegno di Riccardo
Segnalazione speciale per la narrativa alla classe terza per i racconti: Le scarpe nuove, La cuoca “mangiatutto”, Il lupo cantante, La lucciola gigantesca. Abbiamo chiesto ad Angelo il permesso di pubblicare questi ultimi quattro, che sono i nostri preferiti, anche se davvero tutti i racconti che hanno vinto sono molto belli. Lo ringraziamo per avercelo accordato.

Cinghiale, disegno di Riccardo Calugi
Le scarpe nuove

Un giorno sono andata a comprare un paio di scarpe. Sono tornata a casa ho indossato una scarpa: il mio piede a iniziato a battere.
 Ho tolto subito la scarpa e il piede si è fermato. Ho provato a mettere l’altra scarpa e anche l’altro piede si è messo a battere. Mi sembrava divertente. Ho messo tutte e due le scarpe e subito ho iniziato a ballare: sembravo la regina del valzer. In quel momento è entrata la mamma e mi ha fatto un grande applauso. Erano scarpe magiche? Le ho guardate bene bene bene e ho visto che le scarpe contenevano un piccolissimo computer. Chi lo aveva messo? In quel momento hanno bussato alla porta. Sono andata ad aprire. C’era un tipo strano, con grandi occhialoni, camice bianco e capelli in aria. Mi ha guardato e mi ha detto: «Piccola pampina, tu afere preso mie scarpe. Io folere subito». Gli ho portato le scarpe e lui me ne ha date delle altre più belle. Però non facevano ballare. Peccato!

Lo zoo-safari di Bussolengo, disegno di Reda
La cuoca “mangiatutto”

Oggi, a mezzogiorno, come sempre, siamo andati mangiare in mensa. C’erano pasta in bianco, finocchi, frittata e macedonia.
 Molti hanno avanzato la pasta e si sono messi a chiacchierare. La cuoca si è arrabbiata e ci ha sgridato. 
Qualcuno ha sussurrato: «Sembra un dinosauro». Non l’avesse mai detto! Si è sentito un terribile rumore, la scuola si è aperta a metà e la cuoca si è trasformata in un Tirannosauro. Ci ha guardato come bocconi appetitosi e si è avvicinata con la bocca spalancata. Siamo scappati quasi tutti e la cuoca stava per mangiarsi le maestre.
 Per fortuna, Suraj ha pensato di mangiare un po’ di pasta. La cuoca è tornata normale e ci ha dato tanta macedonia.

Il lupo, disegno di Benedetta
Il lupo, disegno di Iacopo
Il lupo, disegno di Pietro




















Il lupo cantante

A lupo Grup piace ululare. Lo fa così bene che tutti gli animali del bosco si fermano ad ascoltarlo. Ha deciso di partecipare a un concorso per andare a Sanremo. C’erano 234 concorrenti. Dopo la prima selezione ne sono rimasti 117. Dopo la seconda selezione erano 39. Per essere sicuro di vincere il lupo ne mangia 4 e restano in 35. I
l lupo vince il concorso e riesce ad andare a Sanremo.
 Si mangerà anche Gianni Morandi? Speriamo di no.

La lucciola gigantesca

Un cigolio sinistro mi svegliò al improvviso. Mi affacciai alla finestra. Vidi una lucciola gigantesca che lanciava dalle ali un bagliore fortissimo, dalla bocca il fuoco e dalle orecchie urla. Chiamai subito la protezione degli animali, ma sbagliai numero. Avevo chiamato un’ambulanza. Allora ho provato di nuovo, ma sbagliato numero un’altra volta: avevo chiamato i carabinieri. Intanto la lucciola era entrata in casa mia. Avevo paura ed ho provato a colpirla con una mazza da baseball.
Lo zoo-safari di Bussolengo, disegno di Riccardo
L’ho colpita all’addome ed è morta.
 Quando sono arrivati i carabinieri mi avevano portato in prigione e nell’infermeria mi hanno fatto una puntura con un ago grandissimo e mi hanno fatto dormire: non volevano che raccontassi la storia della lucciola. 
Quando mi sono svegliato, sono scappato dall’infermeria: non volevo un’altra puntura.
 Sono corso in tivù per far sapere a tutti la storia della lucciola. Sono comparso nel telegiornale e le persone mi hanno creduto e tutte le persone d’Italia sono andate a vedere la lucciola morta e mi hanno fatto tanti complimenti per aver dato l’allarme.


No dico: non vi sembrano spettacolose queste storie?  W i bambini di Tizzano!

(I disegni di questo post, che pubblichiamo per gentile concessione di Angelo Paganini, sono stati realizzati dai bambini della scuola di Tizzano nel corso delle attività didattiche. Non si riferiscono direttamente ai racconti.)