lunedì 17 settembre 2012

I Mook!


Prima dei Mook, abbiamo conosciuto le loro creature: pesci, uccelli, coccodrilli, e un elefante di pezza deliziosamente floscio e grande come un bambino, che avremmo rubato se non fosse stato per un residuo senso di decenza e di rispetto verso il padrone di casa, proprietario dell'oggetto del desiderio. Che poi è Matteo Schubert, architetto che ha arruolati gli adorabili Mook per la Medateca di cui, forse ricorderete, abbiamo parlato qui. Davanti ai pesci realizzati dai Mook per Medateca, abbiamo rotto ogni indugio. Cosa stavamo aspettando per conoscerli? In quattro e quattr'otto l'incontro è stato combinato. I Mook, che sono friulani, ma stanno a Roma a loro agio come il baco nella ciliegia, nel bellissimo quartiere Pigneto, di passaggio a Milano sono venuti a trovarci.

I Mook, ovvero Carlo Nannetti e Francesca Crisafulli.

Dopo due minuti chiacchieravamo tutti insieme allegri come merli, al punto che di lavoro ci siamo praticamente dimenticati di parlare. Così si è reso necessario un secondo incontro a Roma, qualche mese dopo. Non che a Roma le cose siano andate molto diversamente. Intanto, qualche tempo ha preso l'esplorazione del loro spazio: una bottega su strada meravigliosamente, selvaggiamente e insieme ordinatamente stipata di ogni ben di Dio: gambe, occhi, zampe, mani, pinne, creste, becchi, code e molto, molto altro ancora... Un campionario di forme pronte all'assemblaggio, raccolte amorosamente in anni di attenta e appassionata ricerca su spiagge, strade, greti, case e ogni sorta di luoghi e spazi possibili.

Anche per oggi non si vola.

Perché i Mook, al secolo Carlo Nannetti e Francesca Crisafulli (più Blu, peloso nume tutelare della bottega), sono scultori, assemblatori, incisori, stampatori, grafici, illustratori, designer... Tuttavia, quel che ci siamo detti in questo incontro speriamo abbia gettato le basi per il progetto di un libro molto promettente. In attesa di vederlo prendere forma, abbiamo pensato di farveli conoscere con questa intervista.

I Mook con Blu.

Barca.
Intanto, il nome, Mook: da cosa nasce?

F - Così il nonno e lo zio apostrofavano Carlo quando era piccolo ed, evidentemente, rompiscatole: “Tu ses un muc!”, che in friulano significa "sei un caprone", testardo e cocciuto! Anche mia nonna mi dava non troppo amorevolmente della “capra”, deve essere un’abitudine del lessico familiare friulano. Così, quando, cercando un nome per il nostro sodalizio ci è tornato alla mente questo, ci è parso perfetto per due testardi come noi: i nonni in fondo avevano ragione.
In seguito, all’ennesima richiesta di spiegazione sul nome, abbiamo fatto ricerche più approfondite per scoprire, con una certa sorpresa, che nel dizionario della lingua friulana muc sta per ululone, un particolare tipo di rospo che, appunto, ulula: in ogni caso sempre un rompiscatole!

Nel vostro lavoro è evidente un grande piacere dell'abilità manuale e artigianale. Che formazione avete?

F - Per entrambi l’ultima tappa della formazione è stato il corso di illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design di Roma, dove adesso insegniamo e dove l’incontro con una serie di docenti e professionisti del settore si è rivelato molto più formativo delle tecniche apprese. Io inoltre venivo da una laurea in storia dell’arte medioevale, all’apparenza quanto di più lontano dal lavoro che svolgo oggi, ma che in realtà mi ha permesso di entrare in sintonia con una sintesi iconografica che ancora distingue il mio segno.

Il laboratorio dei Mook.

La manualità, invece, viene probabilmente da casa: in ambienti diversi io e Carlo siamo sempre stati circondati da qualcuno che usava le mani per produrre il proprio lavoro, che fosse fare il pane o cucire. I nostri giochi d’infanzia sono stati profondamente influenzati da questi contesti e nel nostro immaginario è rimasta l’idea di poter costruire da soli i nostri “giocattoli”.
E se Carlo plasmava la pasta del pane tra i profumi del forno del nonno, io a tre anni mi passavo le dita sotto l’ago della macchina da cucire pur di realizzare da sola il vestito per la mia bambola.
Questa abitudine alla manualità ci ha consentito di imparare tutto il resto da soli, soprattutto per quanto riguarda la lavorazione del legno e del ferro di recupero: a forza di provare e riprovare, fino a trovare il modo migliore per dar vita alle nostre idee.

Dimatteo.
Sandrino.

E come Esplorare. Museo Nazionale delle Arti
e Tradizioni Popolari. Roma, 2010.
Sotto l'ironia poetica dei vostri oggetti, che si legge come cifra essenziale dei vostri lavori, si riscontra una grande passione per la conoscenza e l'applicazione delle tecniche come pratiche nobili. Che relazione c'è fra tecnica e creatività?

F - “L’arte si fa con le mani. Esse sono prima di tutto organo di conoscenza, ma anche strumento della creazione” scrive Henry Focillon in Elogio della mano. In tempi di cultura digitale crediamo ancora che questa cosa sia vera e che nei gesti delle tecniche del fare si tramandi un pensiero e una memoria di conoscenza.

S come Scarto. Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari. Roma, 2010.

Parallelamente al vostro lavoro creativo, parte del vostro tempo lo occupa l'insegnamento. Da cosa deriva questa scelta?

C - L’insegnamento è venuto un po’ per caso: finito l’Istituto Europeo di Design alcuni dei nostri insegnanti (ora anche carissimi amici) ci hanno chiamati come loro assistenti… e così è ormai da dieci anni che siamo passati dall’altra parte del banco.
E in questi anni abbiamo condotto anche laboratori con i bambini, in situazioni diverse e contesti tra i più disparati, dai musei alle scuole passando per piazze e feste di paese.

Accrocchi e balocchi. Giardino Segreto, Roma 2005

Moods, xilografia su legno.
Il vostro lavoro di insegnanti ha conseguenze sulla vostra attività creativa?

C – Il rapporto che si crea tra docenti e alunni è sicuramente lo stimolo più forte per continuare a insegnare. Così com’è stato per noi, molti dei nostri allievi sono diventati tra gli amici più importanti: si è così creata nel tempo una sorta di comunità creativa e affettiva, familiare.
La relazione che si crea con gli allievi diventa talvolta un reale punto di scambio creativo e progettuale.
Consideriamo anche una fortuna la possibilità di rivedere continuamente le tecniche classiche, spiegarne i contenuti e la storia, produrre dei progetti, indagare e sperimentare dei laboratori espressivi.
Proprio questi laboratori mostrano quello che è il percorso utile per realizzare un progetto: il processo prassi-teoria, come dice Enzo Mari.

Upsilamba. Libreria, Mirandola, 2010
P e Q come Pezzetti e Quadretti. Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari. Roma, 2010

Cosa ritenete sia imprescindibile passare ai vostri allievi?

C – Ricerca e sviluppo del progetto: che sia un disegno, un libro, un video, un mobile o un giocattolo. L’analisi, o meglio l’auto-analisi su ciò che si produce, saper confrontare e saper leggere con obiettività i limiti e i pregi del prodotto, domandarsi: cosa esprime? perché? Sembra quasi un discorso sull’etica… l’etica dell’estetica. Senza arrivare a parlare di valori, anche se in classe a volte capita, direi che è fondamentale riuscire a vedere il lavorare con le mani, tanto per un bambino quanto per un adulto, e riuscire a vedere un prodotto da cui partire per costruire un progetto. Ecco probabilmente è questo: l’uso della propria creatività e fantasia.



I vostri lavori sfuggono a una definizione precisa: sembrano nascere da un’idea di oggetto come prodotto finale di una quantità di suggestioni, esperienze e competenze, molto diverse fra loro, ma organicamente orchestrate. Cosa vi interessa cercare e sviluppare all’inizio di ogni progetto?

F+C - All’inzio di ogni progetto parliamo molto, ci confrontiamo anche in maniera dura, sui suoi presupposti, sul significato e i contenuti. A volte sono indagini puramente emotive e psicologiche, altre sono sensazioni materiche, percettive. La maggior parte delle volte abbiamo punti di vista diversi, quasi opposti, ma un buon progetto può far coesistere anche elementi opponibili, come ad esempio costruire una scultura con un soggetto come un pesce visto in maniera pop, quasi un toy, ma costruito con un materiale usato, vecchio, che mostri la natura e i segni del tempo.
È fondamentale però che l’oggetto sia un risultato di sintesi, che si legga immediatamente, che porti in sé una propria sincerità, nonostante gli elementi contradditori. Da questo punto di vista, l’ironia ci è di grande aiuto per prendere coscienza e saper prendere-si in giro.

Locandina, stendardo e grafica della mostra Ucci Ucci. Explora Museo dei Bambini. Roma, 2009.

De mobile, xilografia.

Da dove viene la passione per gli animali? Cos'è a sedurvi nelle loro forme?

F - Ovviamente, crescendo in provincia, in campagna o vicino al mare, in laguna, da sempre abbiamo avuto contatti col mondo animale.
Carlo ha una collezione di insetti e teschi vari, ne ha studiato anatomia e forme, trovando continue ispirazioni per i disegni e le incisioni. La struttura ossea diventa riferimento costruttivo, quasi un design contemporaneo.
Per me gli animali ci permettono di non dimenticare lo stato di natura. Sin da piccola mi insegue la percezione di essere incastrata in una sovrastruttura socio-culturale che, se pur necessaria, ci porta lontani da quel che siamo, dall’autenticità delle cose. Lo scodinzolio di un cane è felicità unicellulare! Mette in moto sentimenti primordiali. Non si può resistere!

Elastico.
Pinguini.

Cosa cercate in un materiale? Quando un oggetto suscita la vostra curiosità?

C - La storia, la memoria, la naturalità del tempo che passa. Vedere in un oggetto, in un prodotto della società civile e della sua cultura, il tempo che passa e i segni che lascia e quindi quanto quell’oggetto d’uso quotidiano assuma con il tempo un aspetto quasi naturale, come la natura si riappropria della materia.

Caccia Grossa.


Black & White.

I vostri oggetti hanno una qualità fortemente narrativa. Cosa vi interessa raccontare? E in che modo?

F+C - Il gioco come metodo progettuale. La capacità di giocare nei bambini, l’uso della fantasia come indagine del mondo. Far di questo un lavoro.

Le parole dormono in qualche anfratto del sogno (omaggio a J. Koudelka). Roma, 2009

Ucci Ucci. Pinocchio. Explora Museo dei Bambini, Roma 2009.

Ucci Ucci. Explora Museo dei Bambini, Roma 2009.

venerdì 14 settembre 2012

La fatica che c'è dietro un'immagine


[di Marina Marcolin]

Il mio mestiere, quello di illustratrice, è uno strano mestiere. Passo giorni e giorni, se non settimane e mesi, alla ricerca di un tono, di un segno, di una sfumatura; dell'equilibrio di una composizione e della coerenza di una sequenza narrativa di tavole. Poi faccio un pacchetto, lo mando a un editore e aspetto, nervosa e paziente, che mi arrivi il libro finito. Che cosa succede nel mezzo, non l'avevo mai visto.

Libri, carta e polvere.
Per vederlo, sono entrata in un labirinto. Il labirinto si trova a San Martino Buon Albergo, e vi si accede da un cancello azzurro affacciato su uno stradone. Grafiche AZ sta scritto, accanto all'ingresso.
Varco il cancello con un po' di emozione, ed è abbastanza strano, perché i libri che si stamperanno oggi non sono miei. Ma mi sembra comunque una cosa importante. Sono un po' nervosa, così mi fermo qualche minuto in auto, nel parcheggio al di là del cancello, apro il taccuino, prendo la matita, e faccio un disegno.

La tipografia mi accoglie con l'offerta di un caffé, sorrisi, stanze, macchine misteriose, carta, pile di libri, ancora carta, un odore pungente e tanta, tanta polvere. Sembra che la polvere e la carta siano inseparabili, non solo sugli scaffali della mia libreria.

Sono venuta per assistere a un avviamento. Anzi due. Il primo è Libri! di Murray McCain e John Alcorn, originariamente pubblicato  nel 1962. Si stamperà sia l'edizione italiana (Topipittori) sia quella francese (Autrement Jeunesse). Sono le otto e mezza del mattino e il foglio di macchina è già su un tavolo inclinato, sotto un'enorme lampada a luce controllata, pronto per essere scrutato da occhi esperti. A me sembra che non ci sia niente da fare o da vedere. È un lavoro a tinte piatte, stampato in tre colori speciali. Cosa siamo venuti a fare?

Si controlla il foglio di macchina di Libri! con l'originale

Paolo mi invita a usare una copia della prima edizione del libro come riferimento per osservare attentamente la stampa. Mentre io, inesperta, passo lo sguardo dal libro al foglio e non mi accorgo di nulla, Paolo e Roberto (che alle Grafiche AZ si occupa di programmazione, controllo qualità e dirige la squadra di stampatori) notano che qualcosa non torna. Ci sono delle disomogeneità nei colori. Un grigio che dovrebbe essere sempre uguale qui tende al verde e lì al viola. E un giallo, che dovrebbe essere giallo, come gli altri tende all'arancio. Ferma la macchina! Il problema è evidente, ma non se ne capisce la ragione. Bisogna parlare con Renzo, il cromista, cioè la persona che ha la responsabilità dei colori.

Abbiamo un problema.

Renzo è quello che apre i pacchetti che gli illustratori spediscono all'editore. È lui che decide se le scansioni si fanno nello scanner piano o in quello a tamburo, che manipola i file digitali per adattarli al tipo di carta che si userà per la stampa e stampa la prima prova. Quella che verrà mostrata dall'editore per eventuali correzioni cromatiche e consegnata agli stampatori come riferimento per il risultato della stampa.

Si controlla tutto molto da vicino.

Con Renzo, si scopre che il problema è digitale: mi viene spiegato che i file nel computer di Renzo sono giusti, ma il programma che li legge e incide le lastre per la stampa li ha letti male e che, perciò, bisogna rifare due delle tre lastre di stampa. Detto, fatto. Non passa un'ora e si ricomincia a stampare. Qualche minimo aggiustamento ai livelli dell'inchiostrazione, mani che indicano dettagli, si ricontrolla da vicinissimo più e più volte. Ora è perfetto. Visto, si stampi!

Anche gli stampatori hanno un linguaggio dei segni.

Prima del secondo avviamento, nel pomeriggio, il labirinto si apre su un cortile che conduce a un altro edificio: la legatoria. Qui Paolo mi spiega pazientemente le varie fasi, mi mostra le macchine che accompagnano i fogli, vedo come li legano, come li incollano e mi circondano pile di libri in attesa di una copertina o pronti per essere spediti.

Si esamina una cucitura.

 La seconda parte della giornata è dedicato a Una stella nel buio di Lucia Tumiati, illustrato da Joanna Concejo. Anche qui si stamperà l'edizione italiana e quella francese, per le Editions Notari. È un libro completamente diverso: disegni a matita e a penna, carte diverse che si sovrappongono. E poi ci sono le tavole originali, conservate nell'imballaggio che Joanna aveva preparato, riavvolte dalla loro protezione in carta velina. (Quindi, cari colleghi, imballate le vostre tavole con cura: il vostro pacchetto sarà la loro casa per tutto il periodo della produzione.)


Originali e prove a confronto.
Vedere le tavole di Joanna su un brutto tavolo, accanto al tavolo inclinato e alla macchina da stampa, in mezzo agli inchiostri, ai prodotti chimici, a gente che si muove rapidamente, con un muletto che sfreccia accanto portando un bancale di carta e tutto quel rumore mi ha fatto venire i brividi. Mi ha fatto pensare dove sono nate. Non conosco lo studio di Joanna, ma nel mio il silenzio è rotto solo dalla musica che scelgo, tutto è pacato e sommesso, fuori c'è il bosco. Come è stato possibile che precipitassero in questo inferno? E se gli stampatori hanno le mani sporche?
Sono stati i gesti a rassicurarmi. Mani che si muovono in maniera disinvolta ma sicura, come solo chi fa questo lavoro da molto tempo sa fare. (E poi erano anche pulite). Quindi state tranquilli. Più o meno.

Le bellissime immagini di Joanna  si affiancano alla prova e al foglio di macchina per confronto e valutazione. E qui rimango senza fiato per la qualità della riproduzione. Mi sorprende anche come il risultato di stampa sia migliore della prova. Come se la prova fosse un livello minimo al di sotto della quale non si può scendere, e la professionalità dello stampatore si manifestasse proprio nel superamento di questo parametro. Qualche ultimo tocco ai calamai per rendere più uniformi i toni delicatissimi delle carte che usa Joanna, a correggere certe lievi dominanti di magenta o di ciano. «Un colpetto al nero» perché gli scuri abbiano la giusta profondità. Scrupolosamente si ricontrolla con la lente. Guardo anch’io e ciò che prima era una sfumatura, diventa una nuvola  di punti di colore sovrapposti e allineati (e mi domando come faccia Renzo a capirci qualcosa).

Tutto OK: ci si può concedere un sorriso

Mai un nervosismo o una superficialità. Ogni più piccolo dettaglio è pensato, osservato. I gesti si ripetono fino a quando tutta la fatica che c’è dietro un’immagine, un progetto, non trovi un riscontro nella dignità dell'oggetto libro. Quando sei davanti al foglio con la matita o sfumi i colori e cerchi esattamente l’intensità che ti serve, non pensi al dopo. Non così tanto almeno. Io penso che continuerò a non pensarci troppo. Anche adesso so che cosa succede, dopo. E tutta la mia fatica ha più senso.

Grazie, Roberto!

giovedì 13 settembre 2012

Una misura libera

[Qualche tempo fa Maurizio Landini, curatore del blog Cartiglio d'ombra, dedicato alla poesia, mi ha invitato a scrivere un post sulla nostra collana Parola magica. Ho accettato con piacere e l'articolo è uscito alla fine di luglio. Mi sembra interessante riproporlo nel nostro blog. Anche per far conoscere il lavoro di Maurizio, attento ai rapporti fra parola immagine, come dimostra anche uno degli ultimi post usciti su Cartiglio, scritto da Francesca Moro, redattrice della rivista Illustrati edita da Logos.]

E sulle case il cielo.
Che i rapporti fra bambini e poesia siano difficili, è uno di quei luoghi comuni di cui si farebbe tranquillamente a meno. Con risparmi di tempo e di energie incommensurabili. E tuttavia l'umanità sembra non poter fare a meno dei luoghi comuni. Pertanto all'editore a cui sembra ovvio pubblicare libri di poesia destinati a bambini, con l'avvallo di un discreto successo di vendite, pubblico e critica, tocca spesso spendere parole a convincere parenti meditabondi e diffidenti che i piccoli sono naturalmente dotati per la poesia, capendola intuitivamente, amandone il linguaggio figurato, la musica, l'incisività, la profondità, l'intensità, il divertimento. Nonché quelle difficoltà che gli adulti tanto temono.


Cielo bambino.
Certo, ove qualcuno - insegnante, genitore, nonno, zio, vicino di casa eccetera... - si sia preoccupato di fargliela conoscere, dedicandole lo spazio e il tempo di pensieri e letture: passaggio che non è scontato, ma a cui spesso gli adulti non prestano la dovuta attenzione. Certo i bambini, da soli, difficilmente potranno incontrare la poesia. E quando questo non accade, la perdita è notevole, lo spreco di possibilità, triste.
Quando ero piccola fra i miei libri preferiti c'erano titoli di poesia. Uno su tutti: Cinque lire di stelle, di Federico Garcia Lorca, raccolta di ninna nanne, filastrocche, nenie, canzoni e canzoncine, con disegni di mano del poeta. Questo per dire, fra le altre cose, che i benefici della poesia sono durevoli e profondi.



Al supermercato degli animali.
E che la poesia è un genere letterario poco convenzionale quanti altri mai, simile a uno di quegli orti di montagna che alle verdure mischiano fiori, erbe aromatiche ed erbe selvatiche, alberetti da frutto, arbusti e cespugli, dando luogo a un insieme a cui ogni pianta, con la sua forma, il suo portamento, il suo temperamento e il suo colore, offre un contributo unico. Chi guarda alle poesie dei piccoli con sufficienza, chi non ha orecchie per cogliere la lingua della poesia, il suo guizzo luminoso, in una ninna nanna della tradizione, in una canzoncina popolare, in una filastrocca, si dubita abbia l'intuito, la finezza e gambe abbastanza robuste per salire al piano nobile della poesia “alta” (qualora a tutti i costi si ritenga di dover ascendere a qualche luogo superno).



Alfabeto delle fiabe.
Insieme a Lorca, molti furono i poeti che sondarono la vena limpida e segreta che scorre nella poesia povera, umile, ridente, allegrissima, malinconicissima che ha i bambini come destinatari elettivi.
Penso a Pascoli, Gozzano, Caproni, Pasolini, Apollinaire. Per non dire della poesia anglosassone che affonda le sue radici nel fertile nutrimento delle nursery rhymes folli, surreali, inquietanti di Mother Goose's Melody.
Topipittori, cioè la casa editrice che ho fondato insieme a Paolo Canton, ha cominciato a pubblicare poesia fin dal suo primo anno di vita, nel 2004 (e alla poesia dedica una sezione del suo blog. Uno dei nostri due primi libri, Filastrocca ventosa per bambini col fiato corto, ha inaugurato la collana Parola magica (sottotitolo:



C'era una voce.
Poesie da recitare insieme ai bambini come formule magiche per superare gli ostacoli lungo il cammino delle giornate). Da allora abbiamo pubblicati molti altri libri di poesia.
La collana Parola magica è un contenitore flessibile sia per caratteristiche fisiche (formato, numero di pagine, tipo di illustrazione, legatura eccetera), sia per il tipo di poesia che ospita.
In questo senso, l'immagine dell'orto è calzante: Parola magica vede crescere l'una accanto all'altra voci di poeti diverse per temi, metri e stili, oltre che mani diverse di illustratori, nella certezza che bambini e ragazzi non abbiano pregiudizi e preclusioni, ma solo gusti, interessi, predilezioni che in questa varietà possono trovare risposte alla loro altezza (ci si augura).


Ninna nanna per una pecorella.
Così accanto a nomi noti, stanno a proprio agio nomi di poeti molto discreti, ma molto bravi, che nella vita fanno tutt'altro, ma di tanto in tanto sono onorati dalla visita della Musa, o addirittura di perfetti sconosciuti che magari hanno scritto una volta per caso, spesso per un bambino molto amato, rime degne di pubblicazione, e poi si sono fermati lì, felici di quel solo risultato.
La poesia non tollera forzature, è una misura libera, ma quanto mai sfuggente, e di precisione infinitesimale: si fa un baffo di chi cerca di alterarne l'esattezza a scopi diversi da quelli di una pura, perfetta gratuità. Questo l'editore di poesia deve saperlo, e tenerlo ben presente. Sempre.




Filastrocca delle mani.

Filastrocca acqua e sapone.

mercoledì 12 settembre 2012

La versione di Chiacchio

[di Francesco Chiacchio]

Poco convinto dei toni aulici e nostalgici del report delle sue compagne di studi, il cinico Kiakkio ha voluto raccontare a modo suo le ormai celebri vicende occorse in quel di Cecchina nel luglio scorso. 





Messaggio a scopo promozionale: ricordiamo a tutti che domani, giovedì 13 settembre, dalle 19 alle 22, ci sarà un Open Day della Scuola Superiore di Arti Applicate del Castello Sforzesco: sarà l'occasione giusta per iscriversi, o per ottenere informazioni di prima mano sul mio nuovo corso, che inizierà a fine ottobre. Indirizzi e dettagli li trovate qui.

[Errata corrige: mentre sarà in corso l'open day, io sarò in Germania: un po' lontano per dare informazioni di prima mano. Chi ne volesse, mi può scrivere. L'indirizzo si trova nel sito, alla pagina contatti. Non sarò lesto a rispondere, ma farò del mio meglio]  

martedì 11 settembre 2012

Una bellezza inconfondibile

Invito e programma per i trent'anni di Le immagini della fantasia 30.
Illustrazione di Lucile Plecin.

Chi ama leggere fiabe appartiene, e sa di appartenere, a una categoria di persone difficili: sa che tutte le fiabe sono state dette, una volta per tutte, nella notte dei tempi, le conosce già tutte dalla notte della sua infanzia e delle sue prime letture. E chi ama leggere fiabe, conosce tante fiabe russe: che tra le fiabe del mondo hanno una bellezza inconfondibile.

Questa citazione, dal bellissimo risvolto di copertina di un'altrettanto bellissima raccolta di fiabe, Fiabe satiriche russe, curata da Pinuccia Ferrari, Garzanti 1972 (e quella della scrittura di risvolti e quarte di copertina, cari redattori, è un'arte vera, come insegna Roberto Calasso) è quel che ci vuole per parlare sia dei trent'anni anni che a breve compiranno Le immagini della fantasia, ovvero la Mostra Internazionale dell'illustrazione per l'infanzia di Sarmede, sia degli eventi organizzati per festeggiarli (primo fra tutti, l'apertura della nuova sede della Mostra: la Casa della fantasia).

Illustrazione di Gwénola Carrère esposta alla mostra Le immagini della fantasia 30.

Sarmede o “il paese della fiaba”, si legge nell'home page della Fondazione Mostra. Definizione che nasce dal trentennale lavoro sull'illustrazione e sulle fiabe (a partire dal seme gettato da Štĕpán Zavrel) che in questo luogo si svolge. Definizione impegnativa, da far tremare i polsi, dato che i cultori delle fiabe sono, appunto, persone difficilissime. E la fiaba, questo balocco ingannevole che porta in sé il codice genetico dell'immaginario umano, è cosa seria. Di più, serissima. Per la sfolgorante bellezza con cui, attraversando culture e tradizioni, incarna gli archetipi, materiali incandescenti che costellano i sogni e le fantasie di tutti i tempi.
Di questo le persone più difficili fra le difficili, cioè i bambini, sono istintivamente consapevoli e per questo a tale genere letterario (umilissimo e coltissimo a un tempo) tributano una coscienziosa, rigorosa ed estatica attenzione. Bene.
Scegliere, per festeggiare questo compleanno, di dedicare la mostra alle fiabe russe, che delle fiabe rappresentano l'aristocrazia di sangue e di spirito, è dunque la scelta più esatta, perché spavaldamente azzardata.

Illustrazione di Alicia Baladan esposta alla mostra Le immagini della fantasia 30

Ho l'impressione dunque che ci sarà molto da guardare e ascoltare in questi festeggiamenti del paese della fiaba, e che bisognerà farlo con la dovuta attenzione.
Almeno questo è quanto ho pensato, osservando l'invito ricevuto qualche giorno fa da parte degli organizzatori di Le immagini della fantasia 30 per partecipare all'inaugurazione della mostra che avverrà il 27 ottobre. Invito accompagnato da un programma fittissimo di eventi, confezionato in un libretto incantevole (grafica curata da Francesca Spinazzé) che ci ha incuriositi e colpiti per le poche, ma splendide immagini: un assaggio del lavoro davvero imponente svolto per questa edizione. Alcune di queste immagini sono di tre illustratrici che consideriamo un po' nostre: Alicia Baladan, Violeta Lopiz e Gwénola Carrère.

Illustrazione di Violeta Lopiz esposta alla mostra Le immagini della fantasia 30.

Ne siamo orgogliosi. E molto orgogliosi siamo anche del fatto che sia nel libro Il bosco della Baba Jaga, edito da Panini Ragazzi in occasione dell'evento, sia in mostra è significativa la presenza di illustratori che fanno parte del nostro catalogo: da Guido Scarabottolo a Chiara Carrer, da Madalena Matoso a Simone Rea, da Valerio Vidali, a Francesca Zoboli.
Essere all'altezza di uno degli immaginari più sottili e smaglianti della letteratura mondiale non è da tutti. Qualcuno, lassù ai piedi del fiabeschissimo altopiano del Cansiglio, ha osato l'impresa. E sembra esser stato ripagato dalla sorte (che ama, si sa, i coraggiosi).

Illustrazione di Francesca Zoboli esposta alla mostra Le immagini della fantasia 30.
Merito certamente del talento e delle energie prodigate con generosità da tutti coloro che, numerosissimi (organizzatori, illustratori, autori...), negli anni hanno collaborato all'impresa di far compiere trent'anni a un evento centrato sull'arte del narrare per immagini, in un Paese in cui letteratura per ragazzi e illustrazione ancora sono penalizzate da dilettantismo, pressapochismo, incultura e indifferenza. Un evento che nel tempo è diventato, cosa non scontata, di rilevanza internazionale.
E merito, molto, della determinazione di Leo Pizzol, Presidente della Fondazione Mostra. E dello straordinario lavoro critico, di approfondimento, ricerca e documentazione di Monica Monachesi, curatrice della Mostra.
Tanti auguri, sarmediani.

Illustrazione di Francesca Zoboli esposta alla mostra Le immagini della fantasia 30.

lunedì 10 settembre 2012

Quando passa l'uragano

[di Ilaria Falorsi, Gloria Pizzilli ed Elisabetta Romagnoli]

Locandina "ex post" del corso, di Ilaria Falorsi
Un workshop con Paolo Canton, breve ma intenso.
Un workshop che non inizia il 14 luglio, come il programma vorrebbe, ma prende il via molto prima, ad Aprile, quando sul blog dei Topipittori compare il post sul corso intensivo intitolato “Progettare il libro”, che si terrà in estate nello studio di Simone Rea, a Cecchina. Solo 14 i posti a disposizione, pochi, alcuni già presi in partenza da misteriosi illustratori affermati, tra cui lo stesso Simone. Non c’è tempo per pensare. Un giro di boa e i posti sono tutti assegnati, la classe è fatta.

Passa qualche settimana e gioiosa arriva la prima mail collettiva di Paolo, in cui si scopre chi sono i partecipanti. Di qui è un crescendo. Si organizzano macchinate per il viaggio verso Roma, si propongono gite, ristoranti, visite culturali, ci si consiglia per il pernottamento. Qualcuno, causa imprevisti, è costretto a rinunciare. Qualcun altro si aggiunge.

E così il 14 luglio arriva veloce e il corso, quello vero, inizia. Le facce dei presenti sono curiose, alcune sanno già di cosa si sta parlando e Paolo è preciso, calmo, e paziente. Ripete tutto due, tre, quattro volte se ne hai bisogno. Si scherza, si dice che per fare questo corso devi essere stato dalle Orsoline, visto che siamo tutti con l'ago e il filo in mano, e proprio tutti, anche i più impensabili, infilzano un foglio dietro l'altro e piccole pile di quaderni si accumulano sul tavolo.

Simone Rea non ha fatto le Orsoline.
Daniela Tieni, invece sì.

Si sta stretti nello studio di Simone, ma l'atmosfera è bella, un po' da famiglia ritrovata - condividiamo il tavolo in 14 gomito a gomito, e dove perdi il passaggio, c'è chi accanto te lo rispiega. Si parla non solo di tagli, cuciture e legature, ma si affrontano i problemi legati alle possibilità e alle limitazioni che il mercato dà per i formati di stampa, per imparare a costruire fin dalle basi un progetto che sia effettivamente fattibile. Si parla di numeri, di proposte che giungono alle case editrici, di quante sono e di quanti libri, invece, vengono veramente pubblicati durante l'anno. Ci si imbatte in numeri spaventosi e si rimarca la necessità di sapersi presentare, di dover dare corpo e serietà al proprio progetto, anche per spiccare in mezzo al gruppo – concentrandosi non solo sulla qualità delle illustrazioni, ma iniziando a proporre veri e propri prototipi che siano finiti sia dentro, che fuori.

Appunti ordinatissimi.

Tavoli un po' meno.

Nel frattempo Paolo invita a sperimentare, a interagire tra noi, a sviluppare e combinare tra di loro i progetti base appena imparati. Ci sono arditi/e che creano leporelli che scalano montagne e labirinti di coriandoli, o chi si incanta su un nido spazzato dalla tempesta che a ogni foglio un po' si distrugge e un po' rivela la sua sorpresa. I giorni corrono veloci, non si sta mai fermi e nuovi input vengono continuamente aggiunti (un po' da Paolo, un po' guardando i progetti degli altri) e fai appena in tempo ad accennare un'idea su un foglio che è l'ora di pranzo e poi di cena e temi quasi che non riuscirai a riportarti tutta questa energia a casa, che qualcosa finirà un po' persa sulla strada di ritorno.

L'invito a sperimentare accolto con entusiasmo.

I giorni si susseguono, i rapporti si stringono, si inseguono fragole e panna nella notte e si bisticcia sulla gelateria preferita. Il lunedì si decide, come una vera famiglia, di fare la scampagnata al mare. Da bravi furbacchioni convinti pensiamo che, essendo lunedì ed essendo tardi, ci arriveremo agilmente. Passiamo un'ora e mezzo in macchina, c’è traffico e il sole ci tortura ma siamo in macchina tutti  insieme e cantiamo canzoni folk russe al neonato Orlando, sperando di distrarlo. Arriviamo al mare e poco alla volta tutti si fanno coraggio ed entrano in acqua, si fanno foto, ci si stringe negli asciugamani e si fanno disegni sulla sabbia. A fine serata, stanchi morti ma con le pance piene arranchiamo ognuno verso la propria branda e un po' mogi si ripensa al fatto che domani è l'ultimo giorno.

Un progetto di Marina Marvcolin

Martedì inizia e Paolo parla di copta, filza notarile e copertina rigida, e non si fa in tempo a realizzare ognuno il proprio prototipo (la copta era particolarmente insidiosa) che la giornata finisce, e pensando che peccato, che vorresti maneggiare matite, ago e filo ancora per un po', Paolo stupisce tutti e prepara i compiti (ritagliati su misura persona per persona) e consegna quaderni e progetti da sviluppare a casa, e pensi che mai i compiti estivi ti sono piaciuti così tanto.

E uno di Anna Castagnoli

L'ultima cena, la fine del workshop e gli ultimi abbracci (per alcuni). Si brinda al prossimo incontro e si gioca e si disegna, pesticciando i piedi per non far finire la giornata. E più che mai adesso si sente la voglia di stare vicini, ché quando gli illustratori si incontrano, si ricaricano. E fa tanto, tanto bene.

Il corso visto da Gloria Pizzilli
Ma il workshop non è finito il 17 luglio, come era nei patti.  Perché Paolo è uno che non centellina le informazioni, non è avaro di sé stesso. È uno che se per qualche fortunato motivo lo incontri sulla tua linea della vita, ti investe con la sua personalità, ti fa salire a bordo e ti fa volare con sé. E lo ha fatto anche il 18, per farci approdare nel laboratorio incantato di Mook. Una veloce gita a Roma, due piccole stanze, rese ancor più piccole dalla incredibile quantità di cose, scarti, pezzi di legno, lastre, sculture, matrici, prove di stampa, chiodi, materiali usati e da usare, presenti dappertutto. Qui, con incredibile pazienza, Carlo Nannetti ci ha mostrato un po’ del suo mondo. Ci ha fatto sognare con la sua perizia tecnica, con il carisma di chi sa cosa vuole e come agire per ottenerlo. Ulteriore dimostrazione che per raggiungere la spontaneità bisogna essere dei veri maestri.

Cinque giorni che hanno lasciato il segno. Cinque giorni da cui si esce storditi, al termine dei quali non si sa più bene chi si è e dove si vuole arrivare. Cinque giorni che costringono a reinventarsi.
Ed è normale, quando passa l'uragano.

Messaggio a scopo promozionale: il prossimo corso "Progettare il libro", dedicato al rapporto fra le strutture del libro e la struttura della narrazione, si terrà alla Scuola Superiore d'arte applicata del Castello Sforzesco di Milano. Saranno otto lezioni serali, dalle 19.00 alle 22.00, in date da definire, ma sempre e comunque il martedì, fra la fine di ottobre 2012 e la fine di febbraio 2013. Sarò assistito, in alcune lezioni da Giulia Sagramola di Teiera Autoproduzioni. La partecipazione ha un costo di 240 euro. Il numero dei posti disponibili è 20. Per informazioni potete contattare la segreteria della scuola al numero telefonico 02-34932021. Il 13 settembre, dalle 19 alle 22, ci sarà un Open Day della scuola, alla quale sarò presente se qualcuno desidera chiarimenti. Indirizzi e dettagli li trovate qui.