martedì 16 ottobre 2012

L'intelligenza dei libri e quella dei bambini

«È una provocazione bella e buona, quella dei Topipittori, di ripubblicare oggi un libro che parla di libri. Sia chiaro: i Topipittori, per quanto sembrerebbero una coppia di distinti signori milanesi, sono in realtà due topi (appunto) che rosicchiano il mondo editoriale dal di dentro, continuando a immettervi, con le poche, ma caparbie forze che possono permettersi, non solo dei gran bei libri, ma un'idea di editoria decisamente controcorrente. Un'idea per cui il valore dei libri è per quello che dicono, e per come sono fatti, e per come vengono scelti dagli editori (cioè in base a cosa dicono e a come sono fatti) e non per quello che potrebbero vendere. Ecco: come dei topi, questa cosa la fanno, ma non la vanno in giro a dire troppo esplicitamente. Se ne guardano bene: visto che verrebbero, a oggi, presi per scemi.»

Comincia così un bell'articolo di Giovanni Nucci, pubblicato a pagina 20 de L'Unità di ieri e che riproduciamo sotto. E a noi verrebbe da dire «Accidenti! Ci hanno presi in castagna!» In realtà, il bell'articolo non doveva essere un peana alla nostra rivoluzionaria strategia editoriale, ma una recensione a Libri! di Murray McCain e John Alcorn (del quale abbiamo già parlato qui, ma ancora parleremo). Ma la recensione è diventata articolo (c'è qualche direttore che ancora lo permette) e l'articolo è diventato una perorazione (c'è ancora qualcuno che, pur scrivendo sui giornali, sa eseguire questa trasmutazione alchemica).

E quale sarebbe la causa che questa perorazione sostiene con tanto entusiasmo e vigore? È la causa dell'intelligenza dei libri e dell'intelligenza dei bambini e di come le due cose possano, debbano, essere messe insieme e a confronto reciproco. «Per vedere di nascosto l'effetto che fa,» cantava Iannacci. Se poi questo splendido esercizio si potesse davvero fare con Libri! Noi non potremmo che esserne felici.

«Non saprei: ma chissà perché, da questa lettura se ne esce con l'idea che non sia il mercato a fare i libri, ma sono i libri a fare il mercato; e che quindi gli editori dovrebbero are dei libri per il mercato e non cercando di inseguire ciò che, nelle sue instabili ed incomprensibili schizofrenie, vuole il pubblico (soprattutto perché, nel caso dei libri, la gente sa difficilmente che cosa vuole, dato che un libro ti piace, e ti cambia, solo dopo che lo hai letto, e non prima di averlo acquistato […]. Ma Libri! È un libro per bambini e , come al solito, in questi casi occorre un'intelligenza superiore (quella dei bambini, appunto) per capirlo fino in fondo: cioè per capire dove va nel suo andare oltre (non è detto che, avendo l'attenzione rivolta al mercato, ci si riesca). L'espediente è anche facile: dare in mano ad un bambino questo libro, poi farsi spiegare da lui che cos'è un libro, come si fa, come si sceglie e, quindi, come si cerca di venderlo.»

Caro Giovanni, sul mercato e sulle sue regole dovremmo fare una lunga chiacchierata. Finiremmo per parlare, alla fine, anche di politica per l'editoria, strategie editoriali nostre e altrui, e di come e dove si trovano l'intelligenza, il coraggio, la professionalità e la grande umanità di chi lavora a fabbricare e vendere e diffondere libri. E forse anche tu ci prenderesti davvero per scemi. Ma possiamo correre il rischio, questa volta. Ci vediamo una sera a Roma?

Per il momento, grazie. Anche se da oggi due distinti signori milanesi (e non dimentichiamoci della signorina che da ormai due anni condivide il loro destino) saranno costretti a fare molta attenzione a nascondere la loro bella coda dentro al cappotto e le vellutate orecchie sotto il cappello.



lunedì 15 ottobre 2012

Con una stella fra le mani

Di questo libro, Una stella nel buio, penultima novità del 2012, diremo il meno possibile. Primo, perché il mistero intessuto nella trama del racconto è un elemento fondamentale nella lettura, poiché il senso della storia matura nel fitto intreccio di ipotesi che ci si trova a formulare, leggendo. Secondo, perché ci sembra opportuno affidare alla voce stessa dell'autrice, Lucia Tumiati, scegliendo un brano dal libro, il compito di arrivare a voi, e toccarvi. Nessuno meglio di lei lo può fare. Diremo solo che questo racconto ci è piovuto dal cielo inaspettatamente: avevamo contattato l'autrice per tutt'altro. Il risultato è stato l'arrivo di questa stella nel buio. Singolare è che da tempo stessimo pensando a un libro su questo tema. Lucia ce lo mandò, dicendosi sicura che non fosse la cosa giusta per noi.


Sulle illustrazioni di Joanna Concejo, due parole. Proponendole questo testo, le abbiamo spiegato che a dare corpo alle immagini presenti nel racconto, avevamo in mente un segno rapido che annotasse a margine della pagine appunti visivi: paesaggi, dettagli, personaggi, animali. L'idea, peraltro, ci era venuta anche guardando i quaderni preparatori che lei stessa ha realizzato per alcuni nostri libri. Joanna ha lavorato su questa indicazione con la consueta acutezza e concentrazione, sviluppando lo spunto in una tessitura di brevi, intense visioni: una sorta di sommesso colloquio interiore, di sguardo di un terzo personaggio invisibile che, accanto ai protagonisti, ascolti, rifletta, osservi.
Buona lettura.


Il cielo è pieno di stelle, grandi stelle luminose che sembrano voler scendere sulla terra, a toccarci, a prenderci per mano. Credo che non esista al mondo un cielo stellato più splendente di questo nostro. Mi piacerebbe camminare nei sentieri, con una stella fra le mani, al posto della lanterna. I cammellieri certo sono guidati bene, nel deserto, da questo mare di stelle. 
Quando devo andare a controllare le bestie, per vedere se sono rientrate tutte nei recinti, per vedere che nessun animale da preda sia entrato fra di loro, mi piacerebbe che sui pali del mio piccolo regno ci fossero le stelle. Forse avrei meno paura. Anche perché spesso il vento mi spegne la lanterna e io devo camminare al buio, battendo con il bastone sui sassi, per riconoscere i passaggi, orientarmi, non battere contro gli alberi che mi si parano davanti.

Qualche volta ho visto muoversi delle persone, nel buio della notte. So che i lebbrosi preferiscono girare al buio, perché nessuno li veda, e nessuno giri la testa da una parte per lo schifo e la paura dei loro volti devastati. So che se incontro qualcuno posso bisbigliare uno “scialom” quasi a scongiurare un agguato. 
Per solito nessuno mi risponde, e le ombre scivolano via, misteriose. C'è tutto un mondo di persone che vivono di notte. Ci sono i viandanti, coloro che non chiedono l'elemosina ma si spostano di villaggio in villaggio, rubacchiando nei campi, chiedendo asilo a qualche pastore. Ci sono certi mercanti, che per paura di farsi vedere, di giorno, e di essere derubati, girano la notte, portano sacchi, spingono bestiame, ma foderano anche il bastone di stracci, perché battendo sui gropponi delle bestie non faccia rumore. Poi ci sono i ladri, e i loro occhi scintillano, nel buio, come lampi. Io dico scialom e stringo il bastone. Forse dalla voce essi si accorgono che sono un bambino e mi lasciano in pace. Una sola volta ho trovato un tale che mi ha preso a pedate nel sedere.
«Va a casa, moccioso spione. Altro che
scialom. Te lo do io uno scialom che te lo ricordi per un pezzo» e giù un calcio tremendo.

Ho perso la lanterna. È caduta per terra e si è rotta. Ho mollato il bastone e sono corso a casa, ficcandomi a letto senza dire niente a nessuno.
Se le stelle fossero state sul mio sentiero, non si sarebbero rotte e forse mi avrebbero difeso. Ma un ragazzo non può avere una stella tutta per sé. O almeno così credevo.
Ieri notte sono dovuto uscire per il solito giro di controllo. Arrivato alla curva, dove per solito incontro il mio amico triste, ho visto del chiarore, verso le rocce. Mi sono detto «vado o non vado a vedere cos'è? E se fosse un fuoco? Potrei avvertire i pastori, la gente. Potremmo fare in tempo a spegnerlo prima che devasti le messi che sono ancora nei campi».
Sono avanzato piano, alzando la lanterna per allargare il giro della luce e vedere più lontano. Lui, il mio amico, era seduto in una grotta. Aveva acceso un piccolo fuoco, ed erano le scintille, i barbagli di quel fuocherello che si diffondevano nell'oscurità, facendo come tremare le ombre, tutto intorno.
Lui era lì seduto, e si teneva le ginocchia abbracciate, il mento su di esse. Aveva un rotolo di pergamena, accanto, ma lui guardava il fuoco.
Mi ha sentito arrivare e - sempre tenendo la testa sulle ginocchia - si è girato verso di me, guardandomi senza sorridere, attraverso le scintille.


«Ciao, ho avuto paura - gli ho detto ridendo - meno male che sei tu».
«Paura? - mi ha chiesto - che cos'è la paura?»
«Sembra che tu viva sulla luna e non sappia le cose più semplici. Paura è quando incontri qualcuno, di notte, e non sai se ti prenderà per il collo o ti lascerà tornare a casa sano e salvo».
«Solo questo è paura?»
«Ma no. Paura è tante cose. Non mi dirai che non sai cos'è la paura di buscarne da tuo padre, per esempio. O di non ritrovare la strada che ti riporta a casa o di fare brutta figura, quando il Rabbi ti chiede “la legge”».
Lui mi guarda e sorride. Sembra che mi legga dentro, sembra che, mentre parlo, lui sappia già quello che sto per dirgli.
Mette degli sterpi sul fuoco, che sfrigolano. È bello stare in due amici, davanti alla luce della fiamma. È bello avere degli incontri così, di notte. In realtà non occorrerebbe neppure parlare perché si forma una solidarietà, fra noi due, che sembra nascere dalla terra e dal fuoco, dal silenzio e dalla paura.
«Io non ho mai paura» mi dice, dopo molto tempo, e mi pare che stia confidandomi uno dei tanti, troppi suoi segreti.


venerdì 12 ottobre 2012

Perrine & Lotte


Capita che un'autrice e un'illustratrice lavorino insieme senza conoscersi. Che insieme facciano ben due libri nell'arco di quattro anni senza sapere come sia fatta la persona con cui stanno collaborando. Capita: soprattutto se queste due persone abitano lontano, una a Bruxelles e una ad Amburgo. E magari lavorano per un editore italiano, che poi siamo noi. E si aggiunge che quella che abita a Bruxelles in realtà è francese, e quella che sta ad Amburgo è nata a Stoccarda... Insomma, un pasticcio geografico vero. La cosa più curiosa di tutte è che poi il loro incontro avviene a Cagliari, che in effetti non sembra proprio il luogo più scontato dove incrociarsi: loro due e il loro editore.

Merito del Festival Tuttestorie che quest'anno ha voluto ospitare Perrine (Ledan) e Lotte (Braüning) e i loro due libri, per farli conoscere ai bambini attraverso un fitto calendario di laboratori e letture. Trovo che questa idea di invitare autori stranieri a incontrare i bambini italiani sia molto bella.



Un modo diretto e concreto di avvicinare persone con sguardi e voci e linguaggi diversi, per comunicare che le distanze sono superabili, quelle fisiche, quelle geografiche e quelle culturali.

Per quel che ci riguarda, siamo stati molto contenti che l'attenzione si sia fissata su queste due autrici e sui loro libri: Lison ha paura e Il viaggio di Adele. Siamo contenti perché nel nostro catalogo si tratta di due libri discreti, che magari si fanno notare meno di altri, forse più innovativi, sperimentali, d'impatto... Ma, come le cose che amano stare un po' nell'ombra, questi due libri hanno una loro particolare eleganza e sono deliziosamente, spiritosamente intelligenti.
Il segno di Lotte è sicuro e preciso, connotato da un uso sciolto della matita e da un gusto cromatico sopraffino. E da una decisa attitudine all'umorismo nel tratteggio dei personaggi: bambini e animali. Caratteristiche che si sposano con quelle dei testi di Perrine, che mi hanno conquistata per il ritmo scintillante, l'ironia, la padronanza del lessico e della frase, la finezza delle trovate narrative. Insomma, davvero Lotte e Perrine sembrano fatte l'una per l'altra. Quello che le accomuna penso sia il loro amore per il disegno e la trama, che ha riferimenti classici, e si esprime in una compiutezza di stile: la capacità di organizzare narrativamente e organicamente i dettagli e l'insieme. 



Credo sia questo che le ha fa funzionare così bene dal punto di vista creativo.
Perciò, un grazie a Tuttestorie che ha saputo vedere e amare questi libri, e che con energia ha promosso l'incontro di Lotte e Perrine che finora non avevano ancora avuto modo di conoscersi di persona, e sono state contentissime di farlo in un'occasione unica come questa: cioè leggendo, parlando, disegnando, giocando insieme ai bambini di Cagliari.















































Le immagini sono state scattate durante uno dei laboratori tenuti da Lotte Braüning e Perrine Ledan sul libro Lison ha paura, nel corso del festival Tuttestorie 2012 (cogliamo qui l'occasione per ringraziare altre due colonne portanti dell'organizzazione del Festival, Vittoria Negro e Ines Richter).

giovedì 11 ottobre 2012

Segnali di umanità

[di Francesca Zoboli]

Consiglio a tutti di prendere una bicicletta, caricare le borse del necessario, scegliere una pista ciclabile e partire. Io questa estate ho fatto così, pedalando da Dobbiaco a Maribor, lungo la pista ciclabile della Drava, in mezzo a bellissime valli piene di mucche.

Maribor è una graziosa cittadina slovena che nel 2012 è stata insignita del titolo di capitale europea della cultura.

Camminando nel grande parco della città sono rimasta colpita dalla presenza di alcuni cartelli segnaletici, sparsi qui e là, che offrivano immagini del tutto inconsuete: ragazzi che si baciano, cani, anziani che si tengono per mano, bambini in corsa.

Inizialmente, ho pensato che l’amministrazione di Maribor avesse un dipartimento di arredo urbano all’avanguardia e molto spiritoso, poi ho capito che doveva esserci lo zampino di un artista.




















Infatti, così era: quei cartelli erano il risultato di un'installazione realizzata dall'artista Petra Varl nell’ambito delle numerose manifestazioni e degli eventi che si sono tenuti nel corso dell'anno in cui la città è stata capitale della cultura.



















Subito  il modo di disegnare di Petra mi ha conquistato: così spontaneo, fluido, quasi orientale, una sorta di stenografia degli accadimenti quotidiani: un passante, una coppia che mangia il gelato, due amiche, una mamma con la carrozzina, una signora con gli occhiali da sole, due amanti abbracciati e così via. Un’ umanità varia colta in modo affettuoso e ironico nei momenti del gioco, dello svago, dell’amore.





















Tornata a Milano sono andata a vedere il sito di Petra e ho scoperto la sua prolifica attività di artista e illustratrice. E mi sono resa conto che quei disegni tracciati con un segno nero piuttosto spesso, sopportano le dimensioni di una piccola cartolina fino a ingigantirsi su muri e pareti, dove mi pare che tutta questa gente disegnata ritorni a mescolarsi nel mondo da dove è venuta.

Granddad in a Topolino and the rest of the Family
exhibition Heimat/Domovina, MMMK, Klagenfurt, 2010.

Nose to Nose, Metelkova parking lot, Ljubljana, 1994.

I Always Get What I Wish For. Gallery MC, New York, 2012.

mercoledì 10 ottobre 2012

Solo i bambini si affacciano ai balconi

Qualche mese fa mi sono imbattuta in un elegante libro di poesie dal misterioso titolo Kona, edito da Tapirulan, marchio editoriale dell'omonima associazione culturale cremonese, conosciuta nel nostro ambiente sia per il concorso annuale per illustratori che culmina nella pubblicazione di un calendario a tema (quest'anno l'argomento è Buffet, e i materiali vanno spediti entro il 12 ottobre: affrettatevi!) sia per le numerose iniziative fra mostre ed eventi che organizza. Tapirulan si occupa, però, oltre che di illustrazione, di un sacco di altre cose, fra cui musica, fumetto, prosa, poesia e fotografia. Ogni anno per esempio organizza un concorso per poesia inedita (a luglio si è chiusa la partecipazione a quello del 2012).  
Kona che, come spiega Paolo Briganti nella prefazione al libro, in giapponese significa polvere, è la silloge che è stata pubblicata all'inizio del 2102, relativa al concorso indetto nel 2011. Questo libro ha colpito la mia attenzione per una ragione semplice, ma non scontata: la qualità dei testi pubblicati. Potrei dire, praticamente di tutti. La poesia è un campo minato. Ed è facilissimo che i concorsi che le sono dedicati finiscano per proporre testi imbarazzanti: non per nulla è noto che l'Italia è il paese dove tutti scrivono poesia, ma nessuno, o almeno pochissimi la leggono. E si vede.
I partecipanti al concorso di Tapirulan hanno invece evidentemente letto molto: traspare dalla misura e dalla cura, dalla compostezza e dalla lucidità, dalla acutezza e dall'ironia dei versi, dalle scelte lessicali e metriche. Insomma, detto come va detto, io non mi aspetterei da degli esordienti un simile risultato.

Foto di Gianmarco Stocchi.
Invece, eccolo. Questo mi fa ripensare a una cosa di cui da alcuni mesi mi capita di accorgermi: che il livello dei testi letterari di persone che esordiscono nella scrittura si sta alzando. Naturalmente mi accorgo di questo nel mio campo, che è la letteratura per ragazzi. Mai come in questo ultimo anno, mi sono arrivati sotto gli occhi bei testi, sia in prosa sia in poesia, che presuppongono cultura e capacità. Quando, decisamente, nel libro illustrato, la qualità dei testi è sempre stata inferiore a quella delle immagini (in sostanza, è più facile trovare buoni illustratori che buoni autori). A mio avviso questa crescita dipende dall'evoluzione che si è avuta nell'ultimo decennio nel settore, nel nostro paese, crescita che ha nutrito e allevato una generazione di scrittori più competenti. Che anche nella poesia le cose stiano mutando? Non sono in grado di dirlo su basi più fondate, ma a giudicare da Kona l'impressione è questa.
Vi riportiamo due poesie del vincitore del concorso del 2012, Raffaele Sabatino, che mi sono piaciute particolarmente come porte schiuse su visioni d'infanzia (tema più che mai spinoso e ingannevole). E una poesia brevissima di Emma De Zuani.
Nel volume a ogni testo è associata una immagine fotografica (e sì, anche le foto sono belle)
Ringraziamo gli organizzatori di Tapirulan per averci permesso di pubblicare gli uni uni e le altre.




Raffaele Sabatino
850       

Solo il nipote capisce lo zio 
Paolo Conte

C’è stato un tempo in cui di tanto in tanto
lavavo l’automobile a mio zio.
Era celeste. Leggevo nell’aria
segnali propedeutici alla richiesta,
l’armamentario esposto nel cortile:
una pompa arancione, spugna, shampoo. La 850 attendeva.
La lavavo dentro e fuori, e i vetri,
poi lui mi dava due o tremila lire
e se ne andava via, con la sua vita
da ragazzo di paese (e già “dottore”)
mettendo in folle giù per la discesa,
per la città, per qualche appuntamento. La 850 ancora gocciolava.
Un giorno ci facemmo un incidente,
ma preannunciato: a causa della pioggia
iniziò lentamente a scivolare
e mio zio gridò forte: «Reggiamoci!»
mentre non seguivamo più la curva
andando allegramente alla deriva. La 850 deragliava.
A me sembrava di avere un padre, e
benedicevo tutti gli zii, i nonni,
le famiglie un po’ arrangiate del mondo,
le occasioni riservate ai secondi,
il dio degli studenti in medicina
che fanno i camerieri nei week-end.


Correzioni   

My second great discovery was death.
Children don’t think they’re ever going to die.
I was like that too, until I was four.
I was in a shop with my mother and suddenly
I realized I was wrong. I started to cry. I knew I would die

Paul Erdös


Foto di Linda Vukaj.
Fallite ginnastiche correttive
mia madre mi portava in corriera
alla “Athlon”, piscina cittadina,
sperando di guarirmi la schiena.
Scongiuravamo incombenti scoliosi
tra svestizioni tacite, intese
che officiavamo come due novizi
di sacrestia, poi l’uso esercizio:
annaspare tra righe di boe,
vederle sfilare a due a due,
aggrapparsi a tavole colorate
mai completamente abbandonato;
accessorio galleggiante, serio,
consideravo tra spruzzi di cloro
regolare l’incedere adagio
alta alla parete di un orologio.





Foto di Nicola Boccaccini.
Emma De Zuani

Solo

Solo i bambini
si affacciano ai balconi
e i vecchi, e i fiori.

martedì 9 ottobre 2012

Come mai tutto pesa?


Domenica sera sono tornata dal Festival Tuttestorie, che si è tenuto a Cagliari nei giorni scorsi. Era la prima volta che partecipavo, ne avevo molto sentito parlare, ma l'esperienza diretta è un'altra cosa. Sono molte le cose che si potrebbero raccontare. Oggi però voglio ringraziare le organizzatrici: Cristina Fiori, Manuela Fiori e Claudia Urgu (con il supporto di un plotone di volontari, bravissimi e devoti). Non so come ci siano riuscite, ma il festival è preso d'assalto da orde di bambini, ragazzini, insegnanti, genitori, autori, illustratori, e tutto, ma proprio tutto, funziona. E già questo è un risultato non da poco. Capita, lo sappiamo tutti, che di ritorno da festival e saloni vari ci si chieda se davvero questi scambi abbiano un senso, se davvero rimane qualcosa a chi si incontra, se la lettura, i libri riescano a passare attraverso eventi di questo tipo.


A Cagliari questo succede. Succede perché si vendono montagne di libri. E questo sarà un risultato meramente commerciale, ma è la prova che le persone, i libri di cui hanno sentito parlare, li vogliono avere, presumibilmente per leggerli. E questo è un primo dato. Il secondo, è che i bambini che si incontrano conoscono i libri di cui si parla.
E non approssimativamente. Li conoscono benissimo per averli letti con attenzione e questo è un merito di chi li ha offerti loro in modo adeguato: gli insegnanti. Terzo, anche gli incontri non legati alle scuole funzionano a meraviglia. I bambini non conoscono da prima i libri, ma ascoltano e guardano con grande attenzione, sono educati e partecipano con grande entusiasmo.
Sono stata tre giorni all'Exmà, dove si è tenuto il festival e sono stati tre giorni intensi e vivissimi, di incontri, scambi di idee, parole e visioni. In uno dei miei incontri, sul libro Cose che non vedo dalla mia finestra, giudicato difficile per bambini, libro più da adulti, ho avuto la riprova che non è così e che i bambini sono filosofi nati, amano ragionare, pensare, osservare, riflettere, immaginare, e dei pensieri che hanno amano parlare con gli adulti disposti ad ascoltarli. E l'impressione è che non vorrebbero smettere più.

Noi, che lavoriamo con loro e per loro - editori, autori, illustratori, insegnanti, bibliotecari, librai eccetera – perdiamo la voce a spiegare che i bambini sono sempre all'altezza dei libri che si danno loro, anche di quelli che sembrano più “difficili” magari solo perché non hanno quei connotati di libro per bambini a cui la produzione destinata al largo consumo ci ha abituati. Eppure, ogni volta, davanti alla straordinaria e profonda capacità di pensiero dei bambini rimaniamo, per primi, di sale.
Che cosa intendo è facile dimostrarlo con ciò che è accaduto in questa occasione. Il Festival Tuttestorie quest'anno era dedicato al tema: L'Incomprensibile (nel sito di Tuttestorie, sezione festival, leggete la spiegazione, che merita) Un tema bellissimo e adattissimo ai bambini. Nei mesi precedenti e nei giorni del Festival, i bambini sono stati invitati a esprimere le cose che non capiscono del mondo. Una miniera di incredibili pensieri che, sono confluiti sui tavoli dell'Ufficio Poetico Comprensivo tenuto da Bruno Tognolini, Francesca Amat e Andrea Serra. E lì sono stati scelti, trascritti, stampati ed esposti “come veridici responsi oracolari”. E non prendetela come una battuta. Quelli che vi propongo, li ho fotografati nella sala dove ho tenuto gli incontri. Leggeteli. Alcuni vi faranno pensare: come mai io non penso più cose così importanti? Così belle? Così vere?



Altri vi faranno sorridere: ma poi vi accorgerete che non si tratta affatto di spiritosaggini. Perché le domande apparentemente più buffe o facili sottendono sensatezza, serietà e lucidità di ragionamento. E, infine, forse penserete quello che ho pensato io: che questi sono bei pensieri. Cioè pensieri belli: esteticamente belli. Perché la bellezza è la forma assunta da profondità, verità e compiutezza.
Per me sapete cosa è incomprensibile? Che i bambini continuino ad avere tanto poco credito presso noi adulti.
Il maggior merito del Festival Tuttestorie, fra tutti i meriti che ha, è di dircelo.
A voce alta, forte e chiara.