martedì 27 novembre 2012

Libri cartacei e libri digitali a confronto


Domenica, 18 novembre 2012, in occasione di Bookcity, a Milano, al centro documentazione 0-6 in via Forze Armate, si è tenuto l'incontro L'editoria per l'infanzia volta pagina. Riflessioni e domande sul futuro del libro per l'infanzia. Ideato da Anna Pisapia e Francesca Archinto, il confronto ha coinvolto, oltre alle organizzatrici, Giulia Orecchia, Giuseppe Bartorilla, Giovanna Zoboli, Martina Fuga, Massimo Canuti. Poiché durante la discussione, abbiamo ascoltato cose interessanti, abbiamo pensato di condividere con voi gli interventi dei relatori, a partire da oggi, e per le prossime settimane.

Libri cartacei e libri digitali a confronto: spunti e riflessioni dai primi studi

[di Anna Pisapia di Happi ideas]

Il convegno L'editoria per l'infanzia volta pagina vuole essere un primo momento di incontro e riflessione, e vorremmo che il dibattito continuasse in rete ( #futurolibroinfanzia ). A breve progettiamo di lanciare un questionario online per fare il punto su cosa ne pensano i genitori di ebook e app libri. Non ci risulta che esista ancora nulla al riguardo in Italia.
È importante considerare che tutti (editori, illustratori, bibliotecari, esperti di nuove tecnologie, autori, genitori, educatori), nessuno escluso, possono contribuire ad animare il dibattito e la riflessione. Il comune denominatore è la passione per il libro per l’infanzia, il filo conduttore è il prodotto di qualità.



Vorrei partire dalle indicazioni che ci propongono alcuni studi.
Secondo Pew Internet Project, igenitori sono entusiasti downloader di tutti i tipi di applicazioni, in particolare per i bambini. Come riporta iLearnII, la maggioranza delle applicazioni (80%) della sezione Educazione dell'Apple Store è per bambini in età prescolare o elementare. Inoltre, se si guardano i prodotti più venduti nella categoria Libri dell’Apple Store, si nota che in genere i prodotti per bambini dominano la lista.
Il settore è in crescita e in espansione.


Inoltre, secondo il New York Times, l’iPad è il tablet più venduto ed è quello più adatto ai bambini, secondo alcuni potrebbe addirittura essere il punto di svolta in materia di istruzione.
E, tuttavia, a questo punto, la sorpresa è che i genitori preferiscono ancora leggere ai loro bambini i libri di carta.

Secondo un’indagine New York Times, i genitori accaniti downloader di libri vogliono che i loro figli siano circondati da libri stampati, perché possano sperimentare l’esperienza fisica della lettura. E molto conta anche il momento di intimità che la lettura comporta. Infine, per i genitori è importante poter sfogliare il libro per intero, prima di acquistarlo. E tutto ciò perché, come sostiene anche Junko Yokota, professore e direttore del Centro per la Didattica attraverso i libri per bambini e ragazzi alla National Louis University di Chicago, la forma e le dimensioni del libro fanno profondamente parte dell'esperienza di lettura, del vissuto emozionale e intellettuale.

Ci si chiede: esiste una 'giusta' quantità di interattività nei libri digitali per bambini?
Secondo uno studio del Ganz Cooney Joan Center effettuato nel 2012, troppa interazione non pertinente alla storia può distrarre il bambino dalla lettura e può incidere sulla co-lettura con l’adulto. I bambini che hanno letto versioni enhanced ebook ricordano meno dettagli narrativi rispetto a quelli  che hanno letto la versione stampata della medesima storia.
Se parliamo di apprendimento, non solo i libri digitali interattivi, ma anche i libri cartacei pop-up distraggono i bambini.

Questo tuttavia, secondo Cynthia Chong psicologa dell'età evolutiva, non vuol dire che non siano utili e che non piacciano ai bambini. Del resto i libri digitali possono indurre alla lettura bambini poco motivati.
Pensiamo ora alle parole che usiamo: si guarda un film, si gioca a un videogioco. Ma cosa si fa con un libro digitale (app/enhanced ebook)? Per questa esprienza manca ancora una terminologia.
Come stabilire limiti ragionevoli di esposizione per un bambino di 2 o 3 anni?

 
L'American Academy of Pediatrics raccomanda di non esporre allo schermo bambini sotto i due anni, sostenendo che una ricreazione non strutturata sia più vantaggiosa per sviluppare creatività, problem-solving e capacità di ragionamento.
Per i bambini di età superiore, raccomanda non più di una o due ore di “programmazione di qualità” al giorno.


Come scegliere? Michael Levine, direttore esecutivo del Joan Ganz Cooney Center suggerisce la “piramide tech”, ovvero di selezionare le proposte digitali “più salutari” e “nutrienti”, che consentano al bambino di essere propositivo senza essere intrattenuto.



In conclusione: la ricerca è solo all’inizio, gli studi sono ancora pochi.
è certo che questi mezzi hanno potenzialità enormi ancora tutte da esplorare e monitorare.
C’è forse anche una “paura del non conosciuto”. Poiché i bambini di oggi sono nativi digitali se non vogliamo precludere ai nostri figli questo mondo, dobbiamo incoraggiarli a sperimentare, a usare ogni mezzo in modo corretto e insegnando loro al tempo stesso a riconoscerne i pericoli.



lunedì 26 novembre 2012

Innamorato della luna

Copertina per Il giornalino della Domenica, 1907
Chi è stato il primo autore italiano di picture book?
Una risposta la fornisce Santo Alligo, in Pittori di carta (una raccolta di tre volumi della quale abbiamo parlato qui) quando di un meraviglioso libro di Antonio Rubino, Versi e disegni, di concezione impertinente e surreale, scrive: “Versi e disegni è forse il primo libro italiano pensato, scritto, illustrato e impaginato da una stessa persona, un libro d'artista nella moderna accezione del termine.” Definizione che fa pensare effettivamente a Rubino come al capostipite della categoria.
All'illustratore, grafico e scrittore sanremese, la Biblioteca Braidense di Milano, dedica una mostra con un titolo bellissimo: Innamorato della luna. Antonio Rubino e l’arte del racconto, ideata e curata da Martino Negri che, oggi, in Italia è forse il maggiore esperto di Rubino.
In calendario dal 30 novembre 2013 al 31 gennaio 2013 (inaugurazione giovedì 29 novembre, ore 17.00), la mostra comprende per lo più materiali a stampa (libri, riviste, manifesti, quaderni), ma anche tavole originali (chine, tempere, acquarelli), fotografie d’epoca e manoscritti dell’autore. Progettata per un ampio pubblico, e dunque non solo rivolta agli esperti di letteratura per l’infanzia o ai bibliofili, l'esposizione è davvero un'occasione felice per conoscere una delle figure più interessanti del panorama culturale italiano dei primi cinquant’anni del Novecento, eclettica, innovatrice, sperimentatrice, e per questo modernissima.


Antonio Rubino, Versi e disegni, 1909, frontespizio.
Antonio Rubino, Versi e disegni, 1909, tavola.




















I materiali esposti ripercorrono l’intero arco del lavoro di Rubino per la carta stampata, dai primi ex libris ai manifesti pubblicitari, dalle strisce a fumetti ai libri della maturità, con l’obiettivo di mostrare la versatilità della sua intelligenza artistica e la storia della sua evoluzione, di cui i libri, pensati in piena autonomia inventiva e realizzativa, costituiscono gli esiti più interessanti.

Fra questi il romanzo illustrato Viperetta (1919), è un esempio magistrale di dialogo tra linguaggio iconico e verbale.
Nel 2010, Viperetta, è stato rieditato da Scalpendi in un cofanetto che assembla l'edizione originale, fedele a quella voluta dal suo autore, e un volume critico, Viperetta. Storia di un libro a cura di Martino Negri, interamente dedicato alla sua analisi, a riprova della grande ricchezza, ai rimandi letterari e iconografici, alle culture, alle discipline che possono stratificarsi in un libro illustrato destinato ai ragazzi.
Uno studio imperdibile, approfondito e colto, che indaga temi importanti: dalla tradizione del viaggio lunare a quella del viaggio meraviglioso, dal romanzo di formazione alle peripezie dell'immagine della luna nella letteratura.
E siccome di questa Storia di un libro vale la pena di dare un saggio, ve ne riportiamo un brano che si riallaccia alla affermazione di Santo Alligo con cui apre questo post. Un modo da parte nostra,  cogliendo l'occasione di questa mostra, di rendere omaggio ad Antonio Rubino, progenitore dei picture book italiani.

Viperetta, Luna macabra.
Rubino aveva compreso che la "voce" di un libro – il suo discorso poetico, la sua capacità di invitare il lettore al viaggio senza meta di Blanchot [in Livre a venir, ndr], occupazione libera e giocosa, spogliata di ogni utilità – dipende strettamente dalla sua sintassi: una sintassi che non si limita tuttavia a porre in una relazione di natura logica e narrativa gli elementi verbali di cui si compone, ma coinvolge a pieno titolo anche l'universo del visivo, nel suo complesso, e il linguaggio delle immagini nello specifico, riconoscendogli pari dignità espressiva, se non addirittura una maggiore scatto comunicativo. 

Viperetta, Ziluna.
Il territorio misterioso che ogni pagina propone rivela, in quest'ottica, la sua natura di dispositivo di rappresentazione del mondo, o di un mondo possibile, spazio di possibilità in cui nessun segno ha a priori un significato, soprattutto per lettori giovani e giovanissimi, come quelli a cui si rivolge Rubino: lettori dall'attenzione vigile e lo sguardo non ancora offuscato dall'abitudine e dal pregiudizio che hanno la tendenza irrevocabile a consolidarsi con l'età adulta. 

Lettori ai quali soltanto, proprio in forza della loro ignoranza, che è innocenza e dunque apertura, disponibilità all'ascolto e all'incontro con quel radicale altro da sé che è il mondo del libro, è consentita una autentica esperienza di lettura, esperienza di uno spazio e di un tempo separati in cui tutto diventa immagine e niente ha ancora significato.

 Il tipo di testualità iconico-verbale proposta in opere come Viperetta o Tic Tac presuppone pertanto una sintassi – un modo cioè di entrare in relazione degli elementi verbali e iconici – analoga a quella pienamente esplorata e sviluppata soltanto alcuni decenni più tardi nei primi picture book, ovvero in quegli albi illustrati caratterizzati da una costitutiva interdipendenza tra linguaggio iconico e linguaggio verbale, che proprio in tale relazione hanno anzi la loro specificità espressiva. 

 


















Quello del picture book, infatti, va considerato come un vero e proprio genere letterario, per quanto impossibile da definire in relazione ai temi trattati, alle modalità espressive scelte o al pubblico di riferimento: un genere letterario che ha molti punti di contatto con l'universo della poesia, per la concisa memorabilità che ne caratterizza le pagine migliori, e che trova in Little Blue, Little Yellow di Leo Lionni e Where the Wild Things Are di Maurice Sendak due modelli esemplari. 

Le radici del genere sono tuttavia assai profonde e ramificate, rimandano a oggetti editoriali più antichi che, in quanto concepiti in ogni loro parte – verbale e iconica – da uno stesso autore attento alle possibili relazioni di senso in essi instaurate tra i diversi linguaggi, possono essere ragionevolmente considerati gli antenati: opere pubblicate nei primi decenni del XX secolo come Viperetta, appunto, o come i successivi e bel più celebri Le petit prince e La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Dino Buzzati.

Fra gli autori dei saggi pubblicati nel catalogo della mostra edito da Scalpendi: Antonio Faeti, Paola Pallottino, Claudio Bertieri, Santo Alligo, Paolo Rusconi, Valentina Zanchin, Michele Rapisarda, Alessandro Milani, Roberto C. Bernardi, Federico Appel, Marco Cassini. I numerosi  materiali esposti provenienti dall’Archivio Rubino Antonio sono stati generosamente prestati da Antonietta Rubino.

venerdì 23 novembre 2012

Un solo immaginario, tanti spazi creativi

[di Laura Paoletti]

Creare, generare, foggiare, plasmare: è quello che ho scelto di fare nella vita. E, nella mia quotidianità, è proprio quello che sto facendo.
Creare, al quale il sostantivo creatività rimanda, deriva dal verbo latino creo, che deriva a sua volta dal sanscrito kar-tr, cioè colui che fa (dal niente), colui che genera, il creatore.

Il mio primo lavoro importante è arrivato nel 2010. La Scuola Holden di Torino aveva visto le mie illustrazioni attraverso il master Ars in Fabula e mi chiese una prova per la realizzazione del settimo numero di Save The Story, collana di libri illustrati, edita dal Gruppo L'Espresso, che ripropone ai ragazzi i grandi classici della letteratura, reinterpretati da grandi scrittori contemporanei. Le mie prove sono piaciute e ho iniziato un nuovo progetto. Era la storia di Antigone quella che avrei illustrato, la tragedia greca di Sofocle, riscritta da Ali Smith. È stato bello e interessante riscoprire questo grande classico che conoscevo dai tempi del liceo. Mi trovavo a dover generare una serie di personaggi, con le loro caratteristiche e i loro colori, che sarebbero diventati mie creature.

 Illustrazione per il volume La storia di Antigone.

Mi sono completamente immedesimata nel personaggio di Antigone, come succede ogni volta che dalla mia matita nasce una figura femminile. E poi la creazione dello storyboard, dei luoghi, la ricerca di simboli ed elementi caratteristici dell'arte greca, vascolare e scultorea. Mi sono immersa nel mondo raccontato da Sofocle e reinterpretato dalla Smith. Ad aprile dell'anno successivo, finalmente avevo il libro tra le mani, ed è stato emozionante vederlo in libreria. Da quel momento, alcune tavole di Antigone sono state esposte in vari luoghi, tra cui lo stand de L'Espresso alla Fiera del Libro di Bologna.

Un paio di mesi fa, poi, sono stata contattata da Rosanna Sfragara, un'attrice di teatro di Verona, che mi ha invitato a partecipare a Parole e Sassi: un evento teatrale che coinvolge venti attrici professioniste, ciascuna delle quali narra la storia di Antigone ai bambini della sua regione di appartenenza. Ai bambini poi viene lasciato un copione e un sasso, con il compito di trasmettere la memoria di Antigone a familiari e amici. L'evento ospiterà alcune immagini della mia Antigone, e l'esposizione sarà aperta fino al 3 dicembre, presso la Galleria della Biblioteca Civica di Verona. In questo modo, le illustrazioni escono letteralmente dal libro, viaggiano e trovano spazi in contesti molteplici, come, appunto, quello dell'esposizione. La stessa cosa è accaduta in altre occasioni: con i compagni del master Ars In Fabula, insieme al collettivo Nie Wiem, e in modo diverso, in uno spazio virtuale, il portale Semidisegnitelodico, del progetto Semi di Sara Trofa.

Biancospino, tavola realizzata per il progetto sui Semi di Sara Trofa.

Il mio lavoro di illustratrice è approdato anche in un ambito del tutto diverso da quello dell'editoria: quello della moda. Da un anno, infatti, lavoro per il reparto comunicazione di Fornarina, azienda calzaturiera e d'abbigliamento di importanza internazionale, che ha sede nella città in cui vivo. Le immagini che qui creo sono diverse da quelle realizzate per l'editoria, nonostante la mia ricerca e il mio approccio siano gli stessi in ogni ambito artistico. La moda ha un codice proprio e richiede uno stile legato al brand e al taglio stilistico che il marchio impone.

Due banner realizzati in occasione dei saldi di fine stagione.
Partendo dai pattern di alcuni capi d'abbigliamento della stagione SS12,
per i Saldi ho ricreato un paesaggio fantastico con una sorta di teatrino,
dove la 'scena' è lo spazio aperto sull'interno del negozio.

Qui il mio compito, sotto la supervisione e la guida creativa di Caterina Aimone, mio art director, è realizzare scenografie per le vetrine dei negozi dislocati in tutta Europa. Per ogni collezione cerco di proporre un tema attinente alla campagna pubblicitaria, ai colori predominanti e al mood che traspare dai tessuti e dai capi di abbigliamento. Dopo una fase di ricerca e una di sperimentazione creativa, dove talvolta foto e inchiostro si mescolano, metto a punto un insieme di elementi utili alle vetrine dei negozi, ma anche alle grafiche del momento. Creativamente ho anche avuto occasione di misurarmi con l'ambito stilistico vero e proprio dell'azienda, realizzando tessuti o grafiche utilizzati per la produzione di alcuni capi di abbigliamento.

Particolare da Di-segni, monotipia su carta, 2012.
Infine, il mio lavoro, da molto tempo, si esplica in un ambito più personale e, di conseguenza, più libero. Fin dai primi anni di Accademia, infatti, conduco una ricerca sulla femminilità (svincolata dai codici di linguaggio dell'editoria e da quelli iconografici della moda), legata a una dimensione intimistica, privata. La mia espressività qui si manifesta senza vincoli, e le mie creature sono 'nude', disinibite, sciolte. Ritrovando una loro originale identità, le mie piccole mulieres si distinguono dalle mie illustrazioni, e questa distinzione sta nella coscienza con cui le 'forgio'. Nelle mie installazioni gli elementi dialogano tra loro, sussurrando e bisbigliando. A volte, invece, sono muti, e non vogliono farsi leggere affatto.
I luoghi che abitano sono legati all'arte: musei, gallerie, spazio espositivi.
Sabato, 24 novembre, ad esempio, la galleria ZAK Project Space di Monteriggioni ospiterà una mostra collettiva a cura di Antonello Tolve. Breack up (questo il nome della mostra) ospiterà i lavori di otto artisti italiani e sudamericani. Io partecipo con tre installazioni.
S-velata, monotipia, 18x15 cm, 2012.

Quello che accomuna tutti gli ambiti in cui opero è la mia ricerca quotidiana. Mi nutro di arte contemporanea, letteratura, fotografia, cinema, poesia: cioè di tutto quello che può alimentare la creazione di immagini, perché "per lo sviluppo della fantasia [è necessario] l'aumento della conoscenza" (a dirlo è Bruno Munari in Fantasia). Nelle mie immagini c'è sempre qualcosa che preme per essere raccontato: un vissuto che emerge, un dettaglio che fa pensare a un passato e a un futuro. Un solo immaginario per tanti spazi diversi: finalizzato nei progetti professionali, s-velato nella dimensione artistica personale.

Neri sono gli alberi della memoria, 2012, tecnica mista su carta, dimensioni variabili.
Di-segni, 2012, tecnica mista su carta, dimensioni variabili.
Exhibition viewApparizioni a Mezzogiorno, a cura di A. Tolve, Salerno 2012.

giovedì 22 novembre 2012

I ragazzi dai capelli d'oro

In un una delle sue numerose riflessioni sull'infanzia, raccolte nel volume Orbis pictus, di Emme Edizioni, curato da Giulio Schiavoni, Walter Benjamin scrisse di credere letteralmente alle fiabe (oggi il volume è fuori catalogo; ne è uscito però un altro del filosofo berlinese, altrettanto interessante: Figure dell'infanzia, curato da Francesco Cappa e Martino Negri).
Mi ha sempre fatto molta impressione questo pensiero, dato che nell'opinione corrente fiaba è sinonimo di dimensione fantastica, e tutto quel che vi accade, tutti i personaggi che la abitano pertengono al regno dell'immaginazione, dove i fatti sono regolati da leggi e princìpi altri rispetto a quelli della realtà.
Affermare di credere letteralmente alla fiaba, prestare fede ai fatti che vi accadono come ad avvenimenti reali, significa invece sgombrare il campo da equivoci in questo senso, spazzando via d'un solo colpo ogni rassicurante separazione fra immaginario e reale, per stabilire un discrimine fra le due dimensioni più fluttuante, sottile e inquietante, con scambi e flussi sfuggenti e incontrollabili.
Quando sono uscita dal cinema dopo la visione di Un'estate da giganti, per la regia del belga Bouli Lanners (vincitore di una cospicua messe di premi, fra cui miglior film belga del 2011), mi sono chiesta chi fossero i giganti nominati.



Nella versione italiana questi sembrerebbero i tre ragazzi protagonisti, ma in quella francese, Les géants potrebbe anche essere riferito alla fauna di adulti che popolano il film, con la stessa minacciosa presenza nera di orchi e giganti, appunto, di fronte a esseri le cui principali caratteristiche sono, all'opposto, fragilità e piccolezza (fisica e anagrafica).

Ossia esseri dotati di una strapotenza contro la quale non c'è difesa, e che produce sulle vittime un effetto di umiliazione, vergogna e terrore paralizzanti. Che i tre ragazzi protagonisti della storia, Zach, Seth e Dany (Zacharie Chasserriaud, Marin Nissen, Paul Bartel), siano essi stessi fiabeschi è indubbio. Sono soli come nelle fiabe lo sono i bambini abbandonati nel bosco da boscaioli ottusi, madri crudeli, re distratti e regine sanguinarie. Due di loro sono stati abbandonati da una madre, diplomatica a Bruxelles, che si materializza unicamente come voce telefonica sempre più flebile e lontana nella ripetizione di pretestuose e vaghe giustificazioni: impegni pressanti da sbrigare e vacue, generiche raccomandazioni (a fronte di un'assenza immensa e minacciosa travestita da 'normale amministrazione', «Voi però fate i bravi e comportatevi bene.»)
I due fratelli, tredici e quindici anni, in vacanza in campagna nella grande casa di un nonno che non c'è più, non hanno peraltro di che vivere: esauriti provviste e denaro, si trovano a far fronte niente meno che alla sopravvivenza. Al loro sperdimento si unisce un terzo ragazzo, anch'esso in fuga dalla solitudine: un quindicenne del luogo vessato da un fratello decerebrato e violento, scortato da molossi nevrastenici, che sembra balzato fuori dal grembo stesso del male, i lineamenti del viso stravolti da uno stato di belluina imbecillità.


Più che arrabbiati, e ne avrebbero ben donde, i tre ragazzi sembrano sgomenti e insieme rassegnati allo stato delle cose: come se, nonostante la sorpresa di essere precipitati in un abisso non solo retoricamente senza fondo, si fossero rapidamente fatti una ragione della ipocrita crudeltà della logica adulta che, sia applicata a opere di bene o di male, non prevede interazione con i soggetti su cui si esercita, riducendoli a oggetti fra i tanti che abitano la scena del mondo. Una contingenza che non ha riparazione e contro cui la speranza consiste unicamente nella fuga. In questo senso, emblematici sono l'anziano pusher cocainome e la sua gigantesca fidanzata strabica, ingolositi dall'occasione di una razzia facile, che li depredano di tutto, lasciandoli letteralmente senza casa e abiti; come pure l'anziana signora con figlia down che offre loro un riparo sicuro nella sua casa da Biancaneve dove, su un divano a rose inglesi, dopo averli rimpannucciati con magliette decorate di paillettes, li intrattiene con estenuanti sonate al pianoforte.



Per sottrarsi alle minacce distruttive di questi giganti minati da una stupidità mortifera, che ricordano tanto i gendarmi, i pescatori, le fatine e i contadini in cui si imbatte Pinocchio nella sua corsa a perdifiato attraverso il buco nero dell'infanzia, i tre si danno alla fuga per i campi e i boschi di una natura a dir poco idilliaca. Il fiume che attraversa queste lande e che offre ai tre provvidenziali barchette, anse sabbiose, legna secca e capanni di avvistamento, se da una parte evoca il regale, maestoso Mississipi di Twain, ideale scuola di avventura, riscatto e libertà per orfani vagabondi, dall'altra mi ha ricordato un fiume recentemente visto in un film italiano, L'estate di Giacomo, anch'esso scenario di metamorfosi adolescenziali e avventure estive.



In particolare, mi ha fatto pensare al momento in cui il protagonista spiega a un'amica che di natura non ce n'è una sola, ce ne sono due: una bella e una «di merda». E loro, ovviamente, essendosi persi in cerca del fiume, sono finiti in quella «di merda» (al che lo spettatore, mirando pioppete labirintiche e sterminati campi di granoturco geneticamente modificato, non può che convenire con l'osservazione di Giacomo).
L'impressione è che anche i ragazzini di Les géants siano finiti nella natura «di merda». Ma ciò che è inquietante è che, se nell'Estate di Giacomo la natura era palesemente, riconoscibilmente alterata, qui è idillicamente bella, ma percepibilmente abitata da una malattia terribile. E dunque?



Dunque qui entra in scena la fiaba, quella fiaba 'reale', più reale della realtà, che Benjamin, discorrendo di letteratura per ragazzi, ha il coraggio di opporre al desiderio di incoscienza e tranquillità degli adulti. I tre bambini dai capelli d'oro (tintura platino che i tre si fanno nel corso di una notte di follie in una casa di vacanze vuota, e che per il potere magico dell'infanzia assurge immediatamente a segno di elezione e di alterità) nel momento in cui non 'appartengono', non sono più di nessuno, escono dal rassicurante ed esiguo cono di luce cui il demente occhio adulto affida la passività della propria coscienza nel buio pesto del mistero universale. In balia di forze potentissime attraverso cui devono imparare a scivolare, contro cui devono destreggiarsi con il solo aiuto del proprio sguardo e della propria attenzione, sempre vigili, svegli e accesi, i tre sprofondano nella più fiabesca delle missioni: quella di crescere per salvarsi la pelle.


Una pelle straordinariamente preziosa perché vergine: la bellissima, miracolosamente intatta pelle dell'infanzia così viva e ricettiva nello scambio col mondo, ancora capace di sentire e rispondere alle sollecitazioni delle cose (non oggetti disertati dall'anima, e invece sempre soggetti animati da una vita avvertita pienamente).

Quella miracolosa capacità di sentire - cioè di sapere coi piedi, la pancia, la testa, il cuore, le mani -, che si è qui e ora, facoltà che gli adulti, cadaveri ambulanti, hanno smarrito, e che forse è il segreto motore di tanto odio, di tali vendette orrende perpetrate contro bambini e ragazzi. Ecco, a pensarci una delle ragioni per cui oggi forse agli adulti le fiabe, nella loro versioni più lontane e antiche, più popolari e classiche, suonano tanto improprie e minacciose è proprio la consapevolezza, nascosta sotto una tranquillizzante e vacua opinione del regno della 'fantasia', che le fiabe, come sapeva Benjamin sono letteralmente vere, verissime. Perché nessuna dimensione più della realtà è frequentata da orchi, giganti, mostri, vampiri, streghe, matrigne di ogni fatta e genere, pronti a fare il male con metodica applicazione appena gli sguardi siano meno vigili, le orecchie meno tese, l'olfatto meno aguzzo, le mani meno sensibili. Appena il buio cali a spegnere la luce dell'intelligenza, della coscienza.



mercoledì 21 novembre 2012

Arte&Orti

[di Francesca Zoboli]

Nel prossimo fine settimana sarò ai Giardini Galbiati, un bellissimo vivaio vicino al parco Lambro, nato cinquant’anni fa, nel 1963, quando Giuseppe Galbiati, noto tenore degli anni Trenta, costruì, insieme alla moglie Maria, la prima serra in legno e vetro 
in un'antica cascina lombarda.
Quando, qualche tempo fa, sono venuta a conoscenza di questa realtà, mi ha colpito, e mi è piaciuta particolarmente, l’attenzione rivolta ai bambini. A questo proposito, ho chiesto ad Anita Busatto, responsabile della comunicazione di raccontarmi come stanno organizzando l'attività loro dedicata. E questa è la sua risposta.


Cosa si può fare in un vivaio? Leggere un libro, imparare a coltivare un giuggiolo e a far rifiorire le orchidee, appassionarsi alla psicologia animale, ascoltare Chopin, portare i bambini a giocare nell’orto, con terra e pittura…
Cogliendo una tendenza tipicamente nord europea, che fa del viaggio attraverso la natura un viaggio culturale, i
Giardini Galbiati convertono i propri spazi, le ampie serre, i viali e gli ambienti di nuova creazione, in un luogo idealmente dedicato all’incontro tra arte e passione per il verde. 
 


Laboratori, workshop, conferenze e appuntamenti con esperti vivaisti e botanici si inseriscono in un nutrito calendario di eventi per quella che vogliamo diventi una vera “rivoluzione verde”. 
Ecco, allora, in sintesi, quel che proponiamo è: ascoltare, toccare, imparare. Le serre si aprono ai  bambini e diventano laboratorio artistico dedicato all’esperienza diretta della natura attraverso percorsi didattici di impronta decisamente green.



Un luogo nuovo da utilizzare come strumento di scoperta, per fare esperienza della magia della semina, della cura e della nascita di un germoglio in compagnia di un architetto paesaggista specializzato. In uno spazio interamente loro dedicato, i bambini impareranno così a fare un piccolo orto, a coltivarlo con le tecniche basilari, a seguire il calendario della semina.

 
















 


Personalizzando con collage e tempera la propria cassetta, i piccoli contadini mettono le mani nella terra, curano e innaffiano ciò che hanno seminato e, quando è ora, lo mettono a dimora per l’inverno. Durante tutto l’anno, inoltre, personaggi curiosi e di fantasia, scrittori e illustratori vengono a far visita al nostro laboratorio verde, proponendo a bambini e adulti spettacoli, mostre, letture.




















Il motivo per cui vi racconto tutto ciò è che dal 24 novembre al 17 dicembre 2012, ai Giardini Galbiati saranno eposte le tavole originali del mio libro C’era un ramo, un libro che nasce dal mio interesse per il mondo naturale, e che ha per tema la scoperta della primavera e del ciclo delle stagioni, perfettamente in tema con lo spirito di questo vivaio.

In questa occasione, terrò anche due laboratori di lettura e disegno coi bambini: dopo la lettura della storia e la proiezione delle immagini del libro, elaboreremo insieme il tema del viaggio con disegno e collage.

Ed ecco le date e gli orari dei laboratori:
sabato 24 novembre, ore 15,30;
domenica 25 novembre, ore 11.
Il vivaio Galbiati è a Milano in via Rombon 97.
Vi aspettiamo!