mercoledì 5 dicembre 2012

Avventure /7: A Montreuil con l'orsacchiotto


[di Francesca Capellini]                         Anni fa, in un'altra vita, mi laureai con una tesi sull'animismo infantile: che i bambini potessero pensare i loro pupazzi, pelouche o straccetti, dotati di un'anima mi affascinava e leggevo questo fenomeno come una sorta di sviluppo in parallelo, tra bambini e primitivi, della loro interazione con la realtà, sulla base di pensieri puramente “magici” o superstiziosi.

Il tema non ha mai smesso di affascinarmi, sia perché la mia infanzia è stata legata a tanti pupazzi sia perché lavoro con i bambini e ne osservo i comportamenti con attenzione. È così che ho scoperto che qui in Francia i doudou hanno un ruolo fondamentale nella società dei bambini.
Doudou è: pupazzo, straccetto, bambola, stringa, scarpa, ciuccio, animale, sciarpa, copertina. Condizione necessaria e sufficiente per essere doudou: essere  oggetto  dotato di un’“anima”, un carattere, una personalità che protegge e accompagna il bambino alla scoperta della vita.

Quando Marianne del De Fil en Cafè  mi ha proposto di organizzare la seconda mostra  di illustrazione (della prima abbiamo parlato qui), in occasione del Salon du Livre et de la Presse Jeunesse di Montreuil, ho pensato quasi subito a questo tema.
L'autrice alle prese con l'allestimento.

Consigliata da Marta Iorio e Sara Gavioli, ho pensato di coinvolgere nel progetto gli illustratori conosciuti nell'estate 2011, a Fabriano, allo Swap: quattro giornate di scambio creativo, organizzate da Giulia Sagramola,  alle quali hanno partecipato 19 illustratori. L'obiettivo, oltre a creare una nuova opportunità di visibilità a molti giovani talenti dell'illustrazione e del fumetto, era dare una continuità professionale e amicale a un'esperienza positiva e importante.

Ed ecco il risultato del suo lavoro.

Hanno accettato l'invito Bianca Bagnarelli, Fabrice Beau, Ilaria Boscia, Aurora Cacciapuoti, Francesca Ferri, Giada Fiorindi, Sara Gavioli, Nicola Giorgio, Marta Iorio, Sarah Mazzetti, Umberto Mischi, Marta Muschietti, Emanuele Rosso,  Giulia Sagramola e Daniela Tieni.

Bagnarelli-Sagramola

La mia proposta è stata molto semplice: ognuno avrebbe fatto “autoritratto con doudou”; sotto il disegno avrebbe scritto una sintetica descrizione del suo compagno d'infanzia (per esempio, Sarah Mazzetti ha scritto: «un gattone Trudi bianco a chiazze arancioni, me lo portavo anche all'asilo, mi piaceva davvero un sacco, aveva la giusta grossezza e la giusta morbidezza.»)

Beau - Ferri

Io, poi, mi sarei occupata di inviare a ciascun illustratore la descrizione di un doudou, estratta a sorte, con il compito di interpretarla in una nuova immagine: un gioco incrociato di disegni dagli esiti imprevedibili.

Boscia - Tieni

A parte qualche file digitale, e le frasi che avevo distribuito, non avevo visto niente. Avevo chiesto a tutti di inviare i disegni via posta direttamente a De Fil en Cafè. Il 28 novembre, giorno dell'inaugurazione (perché si arriva sempre all'ultimo momento a fare le cose), ero emozionatissima. E all'entrata mi aspettava una pila delle caratteristiche buste da illustratore, con scritte e segni di colori diversi.

Capellini - Mischi

Le abbiamo aperte, con Marianne, con trepidazione. E la sorpresa è stata duplice: da una parte ammiravo la bellezza e l'armonia delle singole tavole, dall'altra mi stupivo delle combinazioni inaspettate e sorprendenti nate da accoppiamenti casuali nei quali alla timidezza e delicatezza del rivelarsi si associava un rispetto poetico nell'interpretazione dell'oggetto d'elezione dell'altro.

Fiorindi - Iorio

Per quanto rapidamente, la mostra è cresciuta come una pianta, per stati progressivi. Anche i clienti che passavano per il caffè rimanevano affascinati dalla luce e dall'intimità che emanava da una parete che si andava riempiendo di segni e colori. All'ora dell'aperitivo, amici e curiosi, richiamati dall'insolito progetto, sono arrivati al caffè. Il resto è cronaca. E il segno che questa mostra ha lasciato in ognuno di noi. Per esempio...

Giorgio - Mazzetti

«Io sono stato adottato quando ero piccolo, in Cambogia. Non ho tante memorie. È tutto un po' confuso e complicato, ma di sicuro so che le infermiere dell'orfanotrofio per il lungo viaggio mi hanno donato una sciarpa khmer. Mi ha commosso vedere come Francesca Ferri ha sintetizzato questa mia esperienza in un aereo-cicogna che mi portava verso i miei genitori adottivi, avvolto in quella sciarpa » (Fabrice Beau)

Iorio - Gavioli

«Piccolone era il mio gigantesco doudou, grande come me, ma inspiegabilmente figlio mio. Mi è tornato in mente che gli occhi delle bambole mi inquietano molto e Piccolone era l'unico che poteva tenere gli occhi chiusi tra tutti i miei pupazzi, questo fatto ne faceva un eletto... Mi ha fatto piacere scoprire di aver lavorato sul primo amore di Marta Iorio, Pippo (che ho poi ritrovato nel suo libro Cicale) ed essere così entrata nel suo mondo poetico.» (Sara Gavioli)

Mazzetti - Bagnarelli

«Mi sono ricordata di Pippo, di come l'ho amato tanto, osservato in ogni suo dettaglio...ma anche di come l'ho trattato malissimo, come spesso si fa con le cose che si amano... Cavia nelle sessioni di infermieristica (avevo un siringone e giocavo all'infermiera con lui inzuppandolo d'acqua), oggetto caro nella notte, e quando giocavo a fare la mamma.» (Marta Iorio)

Mischi - Giorgio

«Non ho mai pensato di avere avuto un oggetto d'infanzia vero e proprio: l'allergia alla polvere  mi ha privata in toto della presenza di pupazzi. Non mi ricordavo assolutamente della borsina del supermarket. Me l'ha ricordato mia mamma. Per me era una sorta di survival kit.» (Marta Muschietti)

Muschietti - Cacciapuoti

«I ricordi dei partecipanti comunicano e si stringono tra loro, formando un unico corpus, come un grande mobile costituito di tanti cassetti.» (Umberto Mischi)

Aggiungi didascalia

«Il fatto che il progetto sia stato fatto tra noi, che siamo tutti amici, è stato ancora più bello. Eravamo tutti curiosi di vedere i doudou degli altri e di capire come gli altri avevano immaginato i nostri.» (Giulia Sagramola)

Tieni - Boscia

A me è rimasta la gioia di aver riunito tutti i miei amici illustratori in un'occasione importante e l'orgoglio di aver contribuito a creare un percorso di memoria e di emozione che ci ha permesso di conoscerci più intimamente attraverso la nostra comune passione.

martedì 4 dicembre 2012

App e Ebook: cosa ne pensano le mamme

L'intervento che state per leggere è stato fatto in occasione dell'incontro L'editoria per l'infanzia volta pagina. Il primo intervento pubblicato, Libri cartacei e libri digitali a confronto, di Anna Pisapia, lo trovate qui. La pubblicazione degli altri interventi sul tema proseguirà nelle prossime settimane.



[di Martina Fuga]

Sono una “mamma digitale” con dei figli fin troppo “digitali” e già da troppo tempo, perché hanno cominciato davvero da piccoli a usare telefoni, tablet e computer. I miei figli, Giulia 10 anni, Emma 7, Cesare 6, come quelli di molti genitori di oggi, stanno crescendo con questi strumenti a disposizione: per loro sono oggetti quotidiani, quasi scontati, talmente scontati che non serve insegnare loro a usarli. Dai in mano uno smartphone a un bambino e saprà naturalmente usare i gesti touch più semplici, gesti che sembrano studiati per loro e per le loro risposte gestuali istintive.

In questo contesto, vivo la costante contraddizione di proporglieli come risorsa, ma anche di toglierli quando li usano per troppo tempo.



Le app, più che gli ebook, al momento riscuotono più successo con i bambini, alcune piacciono talmente tanto che non staccano gli occhi e le dita dallo schermo: come sempre c'è bisogno di una misura! 
Creano dipendenza, quindi devo controllarne l’uso, dosare il tempo, a volte devo strappare letteralmente di mano ai miei figli l'ipad di mio marito (il mio non si tocca).
Il più delle volte a loro piacciono quelle che non piacciono a me, quelle che io non considero educative. Vorrei che potessero sempre imparare qualcosa: leggere, scrivere, contare, avvicinarsi a una lingua straniera. Oppure mi piacerebbe che le app fossero capaci di attivare qualche competenza (memory), affinare il senso estetico, favorire le attitudini grafiche o motorie (coordinazione).



Sento forte il bisogno di app di qualità, con contenuti educativi e di una grafica raffinata. D'altra parte queste istanze le ho anche nei confronti dell'editoria "cartacea", ma ai bambini per lo più interessa giocare. E allora, forse, dobbiamo aspettare che vengano prodotte applicazioni di qualità che insegnino qualcosa giocando.
Quanto agli ebook, credo che siamo davvero agli albori dell'editoria digitale. C’è ancora il deserto, o quasi, in lingua italiana. Qualche punta di eccellenza si incontra all’estero, e sono questi gli ebook che faccio leggere in digitale ai miei figli: parlo del Fantastic Flying Books of Mr. Morris (Moonbot Studios) e i libri dell’editore indipendente Nosy Crow, o gli ebook/app di Hervé Tullet per i più piccini.



Come mamma sento ancora forte il bisogno della carta, sento il bisogno delle sollecitazioni di tutti i sensi. Credo che si perdano del tutto l’olfatto e il tatto. Il formato del libro diventa del tutto indifferente e tutto quel che era pop up è sostituito da altro. Ma i nostri bambini sono nati in un contesto diverso, hanno bisogno di altre sollecitazioni, saltano da un tema all’altro, approfondiscono in modo diverso da noi, le loro testoline lavorano già come mappe mentali, non esiste più la linearità della storia di un tempo.



A proposito di storie, i miei figli giocano con un’app che si chiama Storie speciali, l’ho comprata per mia figlia Emma, è un app per bambini con special needs, serve a costruire il proprio libro, la propria storia con foto, testi e voce. Tutti e tre i miei figli, sia quella con la sindrome di Down che gli altri due, la adorano. Eppure è un'app banale senza fronzoli, senza una grafica attraente (peccato!), che tuttavia risponde al loro bisogno di raccontare storie, scrivere e creare il loro libro.
Questo per dire che a volte non servono cose molto complesse, ma qualcosa che risponda a un bisogno autentico del bambino e soprattutto che lo renda protagonista, facendo fare qualcosa a lui.

Credo che la strada sia questa, non tanto libri trasferiti dalla carta al digitale, ma una via di mezzo tra libri e app che diano un ruolo ai nostri figli, che li portino nella dimensione del fare, del gioco, ma che rapiscano anche la loro attenzione. Un livre di Tullet ― che abbiamo citato in molti ― non è un libro, o almeno non è solo un libro, è già una app, anche quello cartaceo… Munari ideava libri come Nella nebbia di Milano, che non sono solo libri, ma sono opere d’arte e come tali sopravvivranno a ogni innovazione tecnologica e al tempo che passa.

Ma non dimentichiamoci che Munari è anche autore di Più e meno che a noi mamme piace tanto, e non è forse questo libro/gioco già una app?
Allora è proprio vero che i tempi non sono maturi? Gli artisti sembrano pronti, come gli autori e gli illustratori, non dimentichiamoci che Munari lo era oltre quarant’anni fa. A noi genitori le app piacciono, i bambini ne sono affascinati se non ipnotizzati... Allora perché si dice che i tempi non sono maturi?
Noi mamme e papà siamo ancora nel limbo, ma sappiamo che lì ci dobbiamo passare, forse arrivare, anche magari non rinunciando del tutto al cartaceo.

 Ma forse (e questa vuole essere più una domanda che una provocazione), siamo più pronti noi genitori di quanto non lo siano le case editrici o le aziende produttrici di app, come se il bisogno si fosse già creato, ma non ci fosse ancora un mercato, come se la domanda ci fosse già, ma non ancora un’offerta pronta a soddisfarlo.
Oltre che portare al convegno la mia riflessione di mamma su questo tema, mi è stato chiesto di tirare le fila delle voci delle mamme della Rete che ci hanno lasciato le loro riflessioni nei blog, nelle pagine facebook e nei twitter di Happiideas e Artkids. Ho raccolto le loro riflessioni qui.

lunedì 3 dicembre 2012

Compiti a casa /1 : Libri di pieghe

Dal 25 ottobre, il martedì sera, alla Scuola Superiore d'Arte Applicata del Castello Sforzesco, insieme a Giulia Sagramola tengo un corso intitolato Progettare libri.

Dopo aver annoiato gli allievi con due belle lezioni teoriche, per evitare che si addormentassero completamente o che decidessero di spendere meglio il proprio tempo, abbiamo cominciato a farli lavorare con la testa e con le mani.

Il primo compito a casa assegnato era: realizzare, secondo strutture dimostrate in classe, un libro composto di un unico foglio, piegato e tagliato, senza uso di incollature o cuciture. Questi sono alcuni dei sorprendenti progetti che sono stati presentati e discussi in  aula martedì scorso:

Elham Asadi e il libro trasparente


Vessela Nikolova e la Vita in salita





Ilaria Mozzi e un calendario a spirale



Il gatto di Fabio Facchinetti cerca cibo e riparo sotto un acquazzone





Ancora Vessela con un impiegato che scappa dall'ufficio per inseguire un uccellino





Marissa Morelli fa una Passeggia al museo (dedicato a Beatrice Alemagna e alla sua collana Ramino).



Silvia Cancelmo e una sua anamorfosi



Uno zoo munarianamente geometrico di Marta Ferina (con relativa dimostrazione d'uso)



Le foto sono di Miguel Tanco, che ha omesso di riprodurre il suo concertino/concertina.
Purtroppo non ci sono le foto di tutti i lavori.
Faremo meglio la prossima volta.

Chi fosse interessato al corso sullo stesso argomento che terrò a Sàrmede dal 17 al 21 giugno 2013 può rivolgersi direttamente alla segreteria della Fondazione "Stepan Zavrel".
A breve informazioni su un corso progredito, che si terrà in luglio dalle parti di Bologna.

venerdì 30 novembre 2012

L'intelligenza del libro

Lo scorso 10 novembre, ad Alba, alla presenza del ministro della Pubblica Istruzione, con una grande e affollatissima festa e una mostra, è stato presentato il libro 999 storie sull'amore.

Ideato e realizzato nel corso di un progetto durato due anni, il libro è stato voluto dalla Fondazione Elena e Gabriella Miroglio, e ha coinvolto noi Topipittori in qualità di consulenti, Giulia Mirandola, Hamelin Associazione Culturale, qualche decina di insegnanti e dirigenti scolastici del territorio di Alba e Bra e, soprattutto, un migliaio di bambini e ragazzi.

Se il titolo 999 storie sull'amore vi richiama Nove storie sull'amore, è perché è stato proprio da questo libro, nato su commissione della famiglia Miroglio, che si è sviluppato il progetto 999 storie sull'amore. Pensato per coinvolgere i bambini e i ragazzi delle scuole del territorio, il progetto ha avuto una fase preliminare di formazione degli insegnanti sull'uso degli albi illustrati in classe, una seconda fase di lettura e riflessione condivisa nelle classi del libro Nove storie sull'amore, e una terza fase  finalizzata alla realizzazione da parte dei bambini di progetti, individuali o collettivi, incentrati sul tema dell'amore, e tesi a sviluppare una "educazione ai sentimenti" nei giovani allievi delle scuole dell'infanzia e primarie.

I lavori delle classi in mostra nella chiesa di San Domenico ad Alba.
E un momento dell'affollata presentazione.

Gli elaborati dei ragazzi - che, significativamente, sono stati quasi esclusivamente collettivi, giusto a ricordarci che se bisogna parlare d'amore bisogna farlo almeno in due - sono stati poi selezionati da un comitato composto da Elisa Miroglio, noi Topipittori, Giulia Mirandola e Ilaria Tontardini (Hamelin). La finalità di questa selezione: pubblicare un libro che raccogliesse gli elaborati più rappresentativi del lavoro svolto dai ragazzi in classe e che, oltre a servire per finanziare le attività della Fondazione Nuovo Ospedale Alba Bra onlus, potesse anche servire da guida e ispirazione allo sviluppo di altre, e analoghe attività.




Ciò che ha guidato l'attività di selezione non è stato un criterio puramente estetico: quelli che sono stati raccolti nel libro non sono necessariamente i testi, i disegni, i lavori più belli fra quelli presentati; ma sono - o, almeno, vorrebbero essere nell'intenzione di chi li ha scelti - quelli più rappresentativi dell'originalità, della spregiudicatezza, della freschezza e della passione con la quale bambini e ragazzi hanno declinato e interpretato la parola "amore"





Nonostante questo (o, forse, proprio per questo) ne è venuto fuori un libro bellissimo. Perché quel che i bambini fanno, dicono e pensano è sorprendente di per sé, per l'angolazione del loro sguardo sulle cose. E grazie a una persona che fin qui non abbiamo nominato per non rovinarvi la sorpresa, anche se ha partecipato al progetto fin dall'inizio. Questa persona si chiama Marina Del Cinque, e affermare che sia una grafica sarebbe riduttivo.



Marina (il cui sito internet perennemente in costruzione è qui, e che con noi ha realizzato questo libro e ha contribuito a questo e questo e questo) è indubbiamente una grafica straordinaria, cresciuta alla scuola di Italo Lupi, dal quale ha appreso una impeccabile lezione di equilibrio e pulizia. Ma la sua caratteristica più peculiare è che possiede l'intelligenza del libro.





Un'intelligenza che le permette sempre - e in questo caso in particolare - di individuare il senso della narrazione e di sottolinearlo, senza diventare mai troppo presente, troppo ingombrante. Per 999 storie sull'amore ha saputo, con rara maestria, raccogliere, ordinare, disporre e organizzare voci diverse, frasi disparate, segni a volte contrastanti. E ha fatto di questi elementi non un catalogo, ma una affascinante conversazione, un discorso che trova compiutezza soprattutto grazie agli accenti (ora gravi ora acuti) che ha evidenziato e ai ritmi che ha saputo imprimergli.



Il libro, che ha avuto grandissimo successo e venduto un gran numero di copie, è nato con uno scopo benefico: il prezzo di 35 euro è interamente devoluto alla Fondazione Nuovo Ospedale Alba Bra onlus, che lo destinerà all'acquisto di apparecchiature medico scientifiche per il reparto materno infantile dell'erigendo ospedale.


Qui e qui, invece, trovate questa esperienza raccontata da alcuni ragazzi, nei blog delle rispettive scuole.




Chi volesse acquistare il libro lo può fare rivolgendosi a queste librerie:
ad Alba
- Libreria il Bandolo: piazza Savona 7
- Libreria Milton: via Pertinace 9
- Libreria l'Incontro: via Mandelli 13
- Libreria La Torre: via Pertinace 8
- Libreria Zanoletti: via Cavour 5
a Bra:
- Libreria Il Crocicchio: via Fratelli Carando,8, Bra
- Premiata Libreria Marconi: via Marconi 13, Bra
a Torino:
- Abook: via Nizza 240/103
a Milano
- Abook piccolo: via Rovello, 2 (nel cortile del Piccolo teatro)
- Libreria degli Atellani: Corso Magenta, 65
o direttamente 
- alla Fondazione Nuovo Ospedale Alba Bra onlus
- alla Fondazione Elena e Gabriella Miroglio.

giovedì 29 novembre 2012

Alcune domande a Ferruccio De Bortoli


Domenica scorsa, leggendo l'inserto culturale del Corriere, La lettura, ho scoperto che i book block sono nati in Italia. I book block (da non confondere con i block book e i black block), giusto per spiegarlo ai nostri lettori che non lo sapessero, sono quegli studenti che durante le manifestazioni utilizzano scudi colorati su cui campeggiano, a grandi caratteri, titoli di libri. Recentemente spesso è capitato di vedere foto di cortei in cui appaiono queste centurie letterarie di piazza a fronteggiare gli antagonisti plotoni di polizia, con caschi, scudi e manganelli. L'impatto visivo è molto forte: forza contro parole. Grigio contro colore. Minaccioso silenzio contro silenzio carico di energia.



Di solito le parole che accompagnano le proteste sono urlate e sono slogan. Spiazza trovare la silenziosa potenza di titoli di libri che ci sono familiari scritti su sfondi vivaci a grandi lettere. La prima volta che vidi una foto dei  book block mi fece un'impressione incredibile: mi parve un'idea geniale. E lo è, geniale, questa idea che nel 2010 hanno avuto gli studenti della Facoltà di Scienze Politiche di Roma. Il nome, book block, gli è stato attribuito da Wu Ming. Da Roma l'idea ha viaggiato per il mondo come capita spesso alle buone idee. Un'idea, dal punto di vista della comunicazione, fortissima perché capace di sovvertire le abituali categorie di giudizio.



Da ragazzi ribelli e arrabbiati non ci si aspetta che si facciamo scudo, letteralmente, dell'autorevolezza antica che hanno parole alte e importanti. E uso il termine antico anche se spesso queste parole appartengono a libri del presente. Perché l'autorevolezza del libro, il più tradizionale strumento di trasmissione della cultura, antico lo è davvero, per storia e retaggio. Anche se oggi, come sappiamo e ci viene continuamente ricordato, sarebbe al suo tramonto. Come giustamente faceva notare Ranieri Polese, il giornalista dell'articolo in questione, Che leggere? I libri-scudo di Lenin, Dante e Ballestra:

«L'importante è che il libro ci sia. E l'importante è che abbia la forma del libro. Fatto singolare per una generazione cresciuta sul web che si confessa su Facebook, comunica su Twitter, scarica (download) dischi, film, libri. Ecco, seppure nella grezza simulazione del rettangolo di plexiglass su cui è appiccicato un cartone dipinto con sopra titolo e autore, quello che colpisce di queste manifestazioni è la nostalgia del libro com'era. Quasi che non si potesse immaginare un altro oggetto-simbolo capace di rappresentare quella cultura che le spending review stanno uccidendo. Per i ragazzi della rivoluzione digitale che ha mandato in soffitta Gutenberg, è proprio il libro stampato lo strumento di lotta.» 


Fa riflettere che questo simbolo sia nato dagli studenti per protestare nel 2010 contro la morte della cultura, dopo i tagli alla scuola e alla ricerca della riforma Gelmini. E cioè proprio dai figli del ventennio berlusconiano, che si è fatto paladino della cultura monovocale delle tre i (inglese, internet, impresa): vale a dire uno dei momenti più tetri e insipienti nella storia della cultura italiana, i cui danni sconteremo ancora a lungo per i guasti enormi arrecati alla testa, alle abitudini mentali, ai modi di pensare di un'intera popolazione. Le grandi copertine colorate che sfilano nelle piazze mostrano che il corpo apparentemente cagionevolissimo della cultura italiana ha invece, a sorpresa, anticorpi robusti. I libri che vengono opposti al nulla di riforme scolastiche affaristiche e incompetenti sono La volontà di sapere di Michel Foucault, 1984 di George Orwell, L'etica di Spinoza, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, Fight Club di Chuck Palahniuk, Il dottor Zivago di Boris Pasternak, Cecità di Saramago, Lolita, Moby Dick, On the road, la Divina Commedia, Il principe di Machiavelli, In ogni caso nessun rimorso di Pino Cacucci, Etica della differenza di Luce Irigaray, Dialettica negativa di Adorno, per citarne sono alcuni. Libri, come si nota, diversissimi fra loro, che indicano scelte e gusti molto personali, filoni di pensiero distanti, percorsi di letture e di interessi per nulla scontati o facili.


Allora mi è venuto spontaneo confrontare la vitalità e la qualità imprevista di questa protesta giovanile che si mette sotto le ali del libro e sulle ali dei libri cerca la spinta per volare alto, altissimo su tempi bassi, bassissimi, ai dati riportati in un articolo apparso in prima pagina sempre su La Lettura della scorsa domenica. Sto parlando di I nuovi analfabeti. Spot, politica, articoli di giornale. Un italiano su due fatica a capire. Oggi si privilegia una conoscenza emotiva e frammentata. E la scuola non aiuta a migliorare le capacità argomentative, di Paolo Di Stefano. Dati sconfortanti, inquietanti, se è vero che, come risulta da un saggio di Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, il 70% degli italiani non possiede le competenze «“per orientarsi e risolvere, attraverso l'uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana.” Sono numeri che, in una condizione economica ordinaria (e in un Paese consapevole), farebbero scattare subito l’emergenza sociale.»
Interessante il brano in cui il tema dell'analfabetismo di ritorno viene messo in relazione al passaggio all'era digitale:

  
«Forse nessuno più di Gino Roncaglia, che insegna Informatica applicata alle discipline umanistiche, ha indagato le dinamiche della lettura nel passaggio dalla carta all’era digitale, cioè ne La quarta rivoluzione, titolo di un suo saggio. "Più che di un mondo di analfabeti parlerei di un mondo disabituato alla lettura complessa, perché i testi che circolano nel web sono per lo più brevi, frammentari, semplici e informali”. Quel che viene meno è il discorso argomentativo, costruito con sofisticate architetture di sintassi e di pensiero. “La Rete è una realtà ancora molto giovane, ha elaborato una sua complessità orizzontale e non verticale, ma questo è un aspetto che progressivamente potrà cambiare, poiché ci si sta rendendo conto della necessità di strumenti più articolati. Dai cinguettii di Twitter si vanno sviluppando strutture per concatenazioni più vaste: per esempio, Mash-up è un’applicazione che mescola contenuti diversi e Storify permette di creare delle storie complesse collegando materiali di diversa provenienza. Siamo all’inizio”. Una società di cacciatori-raccoglitori che non è ancora arrivata all’età delle cattedrali, dice Roncaglia: “Non credo che la frammentarietà del web sia strutturale, ma certo la forma paradigmatica di complessità e completezza rimane quella del libro e ritengo che si debba combattere contro la sua scomparsa. La scuola ha una enorme responsabilità e c’è molta confusione nell’adozione dei testi digitali. Va bene lavorare con materiali di rete e modulari, ma il libro di testo come filo conduttore autorevole va conservato. L’autorevolezza testuale non è autoritaria”.» 


Domenica sulla nostra pagina facebook il link all'articolo di Di Stefano ha creato una viva discussione, a riprova di quanti, molti, moltissimi fra noi, si sentano coinvolti in prima persona da queste tematiche.
Dalla lettura di questi articoli emergono segnali in parte contraddittori, in parte coincidenti. Se da una parte tutti ci rendiamo conto che l'era digitale, con le sue potenzialità e i suoi rischi, è una realtà ampiamente affermata nei confronti della quale la più stupida delle reazioni è un sordo e anacronistico rifiuto, dall'altra a sorpresa scienziati e ribelli concordano nell'evidenzare concretissime ragioni per cui oggi è un punto di vista altrettanto ottuso considerare defunto il libro tradizionale. Perché in effetti mai come oggi il libro e la pratica della lettura sembrano trarre nuova linfa, forza ed energia da un presente sconvolto da cambiamenti giganteschi che obbliga a ristabilire sulla base di emergenze gravissime nuove, serie priorità.


E, detto questo, ci fa riflettere, per tornare a un tema che ci sta a cuore come pochi altri, che il supplemento culturale del più importante quotidiano nazionale affermi in prima pagina a proposito sui dati dell'analfabetismo: «Sono numeri che, in una condizione economica ordinaria (e in un Paese consapevole), farebbero scattare subito l’emergenza sociale», ma che, pure, nello spazio delle sue 36 pagine non dedichi nemmeno una riga a un libro per bambini o ragazzi. Il sottotitolo di La lettura è Il Dibattito delle idee. Nuovi linguaggi. Arte. Inchieste. Racconti. Ci piacerebbe mostrare ai giornalisti del Corriere quali laboratori di idee, di nuovi linguaggi siano i libri per bambini.
E cogliamo allora questa occasione per chiedere al direttore del Corriere, Ferruccio De Bortoli, se si sia mai chiesto in quale momento della vita umana si costruisca un lettore forte. E se non ritenga che i media, come il quotidiano che dirige, non abbiano la responsabilità di aiutare a crescere questi lettori del futuro, informando e formando correttamente e regolarmente gli adulti che oggi si occupano di loro: genitori, educatori, insegnanti eccetera (ricordo, fra parentesi, che i più importanti premi letterari riservati ai libri per bambini e ragazzi nel mondo anglosassone portano i nomi del New York Times, del Boston Globe e di The Guardian.)
E ci chiediamo anche se non venga mai, a chi lavora nei giornali, il desiderio e l'impulso gratuiti di collaborare a creare anticorpi forti e vitali al buio dei tempi in agguato, e di farlo pensando alla salute e alla salvaguardia del pensiero dei bambini. Quanto meno per la sopravvivenza stessa dei media in cui lavorano.
Dedichiamo ai giornalisti del Corriere e al loro direttore questo magnifico spezzone dal film di François Truffaut, del 1966, Fahrenheit 451, tratto dal romanzo di Ray Bradbury.