martedì 18 dicembre 2012

La lettura sfuggente

Ovvero, cronache bibliotecarie ai tempi del web 2.0

[di Giuseppe Bartorilla, Biblioteca dei Ragazzi di Rozzano]

Faccio il bibliotecario per ragazzi.
In tempi di scenari 2.0 che cambieranno, forse per la prima vera volta da Gutenberg, modi e tempi della lettura, le biblioteche per ragioni economiche e qualche volta per scelte culturali di chi le “amministra” non si trovano in una posizione significativamente centrale nell’onda lunga dialettico-progettuale.
A fronte di questa marginalità però i servizi bibliotecari destinati ai giovani nativi digitali hanno il vantaggio di essere ottimi osservatòri per capire dove fuggirà la lettura.
Non potrebbe essere altrimenti: da noi passano tutti gli attori della filiera della lettura under 18 attraverso i loro prodotti. E passa chi questi prodotti li consuma.

La bellissima e vitalissima biblioteca dei ragazzi di Rozzano.

E, partendo da questi “consumatori” particolarmente giovani, a Rozzano da ormai tre stagioni  proponiamo un convegno, dall’emblematico titolo Digital Readers, per provare a leggere il futuro di letture, libri  e biblioteche e comprendere come le professioni che gravitano attorno a letture e under 18 si riposizionano nei nuovi scenari.
Un momento che serve anche per delineare strategie partendo dalle poche certezze che abbiamo.

Bucsity a Radio Popolare, 2012.
Per esempio so che ogni progetto destinato a nativi digitali deve mettere al centro “loro” e non altro: loro sono, ad esempio, Beatrice, tre anni, che dopo aver scoperto l’esistenza della “posta elettronica” chiede alla mamma di mandare una e-mail per chiedere a Babbo Natale di farle dono di un bellissimo Cicciobello.

So che la net-generazione legge e scrive come nessuna mai prima, con modalità di apprendimento diversi dai nostri, e per questo qualche volta gli adulti dovrebbero togliere le sovrastrutture mentali da adulti e guardare con occhi under 18 il mondo per provare a far combaciare sviluppo cognitivo, emozionale, scenari tecnologici ed educazione.

I net-geners sono partecipativi multitasking e per il networking, per la fruizione attiva dei social media, sviluppano i processi cognitivi attraverso il videogioco e apprendono in modalità learning by doing (trial and error), sono visivi (Valeria Baudo, Come cambiano i servizi bibliotecari per ragazzi, Editrice Bibliografica).  Insomma, dei piccoli mostri. Ma in fondo eravamo piccoli mostri pure noi con la televisione, i nostri nonni con la radio, i nostri bisnonni con il cinema eccetera.

So che di fronte a un pargoletto che usa un tablet i genitori spesso reagiscono in due modi opposti: come gli spettatori del film dei Lumière, L'arrivo del treno nella città, alzandosi spaventati dall’arrivo dalla locomotiva, oppure come colpiti da sindrome di Stendhal davanti all'estasi di Santa Teresa del Bernini.

Terza edizione del convegno, Digital Readers, 2012, Rozzano.

Situazioni queste che innescano crociate improbabili pro e contro device: libro vs fumetto vs dvd vs internet vs e-reader vs tablet.
E a proposito di singolar tenzoni ecco che sullo sfondo di questo scenario appaiono due fazioni  pronte a contendersi il cuore di “madamoiselle lettura” a colpi di utopie e distopie: gli analogici e i digitali.
Ma mentre queste guerre devastano ragione e sentimento, le biblioteche per ragazzi si sono ritagliate un piccolo spazio non più come teche di media, bensì come “contenitori di storie”. Storie che in uno spazio dove passano bambini e ragazzi diventano specchi in cui si riflettono i continui cambiamenti che contraddistinguono i passaggi dall’infanzia all’età adulta.

I bloggers di Bucsity al lavoro.
I bibliotecari hanno dovuto metabolizzare le tecnologie che nel corso degli anni hanno invaso gli scaffali (microfiches, vinile, cd, cd-rom, dvd, bluray, audiolibri, tablet, e-reader, consolle ecc.) e ridefinire le nuove frontiere della narrazione.
L'ultima tendenza in ordine di tempo è la crossmedialità: le storie non si esauriscono dentro un supporto (multimedialità), ma ne attraversano molteplici, ibridandosi e trasformandosi: device e consolle non solo supportano, ma diventano elementi di continuità della narrazione in un gioco di rimandi mediatici (a tal proposito si veda il bel saggio di Anna Antoniazzi, Contaminazioni. Letteratura per ragazzi e crossmedialità, edito da Apogeo).

Contaminazioni che trasfigurano anche le politiche di promozione della lettura, come nel caso del bucsity.wordpress.com, blog dedicato a libri e letture gestito da un gruppo di giovanissimi (11-13 anni) bibliobloggers rozzanesi, trasformatosi col tempo in contenitore di buone e ibride pratiche del leggere.
Quindi poche certezze, ma forse sufficienti per immaginare il futuro di libri e letture (e per la proprietà transitiva, di biblioteche e bibliotecari).
Forse mi aggirerò tra scaffali contenenti ancora libri: quelli di Munari o della Coccinella, che offrono esperienze sensoriali, emozionali  e perché no cognitive forse improponibili in chiave digitale.

Ma anche altre cose, e non è detto che siano  necessariamente e-reader o tablet: forse avremo che fare con  con pazzeschi aggeggi olografici a comandi vocali e altre amene diavolerie. Certamente non troverò più lo scaffale con la saggistica (almeno così come è stato concepito fino a oggi ) sostituito da più wikipedici strumenti.

Home page del blog Buksity. Lettori in azione.

Un futuro dover saranno possibili anche “ritorni al passato” con ricchi lettori e non-lettori poveri: i primi con meravigliosi e costosissimi device i secondi, invece, impossibilitati per ragioni economiche o culturali a maneggiare contenitori di letture.

I ragazzi di Bucsity ospiti a Radio Popolare, 2012.
Insomma, le biblioteche sono e saranno molte cose, ma non potranno diventare luoghi dove progettare e programmare per sottrazione: analogico o digitale, virtuale o materiale, bit o carta.

L’attenzione, come sempre è stata in questi ultimi tecnologici anni, sarà certamente focalizzata sulle  modalità operative per declinare sostantivi (lettura) e verbi (integrare).

Dovremo solo avere l'accortezza di ricordare all’ultimo che uscirà dalla biblioteca di … spegnere il libro!

L'intervento di Giuseppe Bartorilla che avete letto, è stato pronunciato durante l'incontro L'editoria per l'infanzia volta pagina. Il primo intervento, Libri cartacei e libri digitali a confronto, di Anna Pisapia, lo trovate qui. Il secondo, App e Ebook: cosa ne pensano le mamme, di Martina Fuga, qui. Il terzo, Il comune denominatore fra carta e pixel, di Massimo Canuti, qui. La pubblicazione degli altri interventi sul tema proseguirà nelle prossime settimane.


lunedì 17 dicembre 2012

Ritratto di cane con lacrima

La Ninamasina è uno dei miei grandi errori di valutazione. Quando l'ho conosciuta, circa tre anni fa, le avevo dato pochissima considerazione. Invece, col tempo, ho scoperto che è una persona poliedrica e intelligente, dotata di una cultura solida, di un gusto ben formato, di una creatività prorompente, ma ben controllata e della rara capacità di valutare con distacco il proprio lavoro, senza sottovalutarsi né sovrastimarsi.

La Ninamasina (al secolo Anna Masini) illustra, crea pupazzi, suona, realizza filmati (come questo) e booktrailer (anche per i Topi, come qui e qui), fotografa, realizza scenografie teatrali. E le resta anche il tempo per fare la bibliotecaria alla facoltà di Filosofia della Statale.


Adesso la Ninamasina ha anche fatto un albo illustrato. È un bell'oggetto oblungo, con copertina cartonata, pubblicato da Bruaà Editora in portoghese e inglese, con testo di Davide Calì e, invece delle solite illustrazioni, fotografie di un pupazzo di feltro: il bassotto Arturo. Il libro comincia così:





Questo è un libro che ho sbirciato spesso. E ho visto Anna crescere con lui, conquistare sicurezza e fiducia nelle proprie scelte, impegnarsi per difenderle, partecipare attivamente e positivamente al processo editoriale. Trovare il coraggio di chiedere consigli e avere l'umiltà di ascoltarli.



Il risultato è un libro inusuale, affascinante, con una cifra stilistica precisa. Un libro da comprare e da regalare nonostante un testo forse un po' troppo forzatamente poetico e una traduzione inglese con qualche pecca. Basterà Arturo a conquistarvi il cuore. E a farvi amare dal bambino a cui lo regalerete.



Se lo volete comprare, rivolgetevi allo Spazio b**k: ne ha qualche copia, fresh from Portugal.



Ma non è finita qui: la Ninamasina sta già lavorando a un libro per noi Topi. Chi ben comincia...

[Naturalmente, le immagini sono © Ninamasina e © Bruaà Editora, riprodotte con il permesso dell'autore.]

venerdì 14 dicembre 2012

Un bambino solo e una principessa sperduta


Un bambino vive tutto solo nella foresta, senza genitori, senza amici, finché un giorno incontra una principessa sperduta: raccontata così, è solo una trama abbastanza banale. Ma non bisogna fidarsi delle schede bibliografiche. Infatti, stiamo parlando di un piccolo capolavoro.

Piccolo perché il libro di cui parliamo misura solo 14 x 21 centimetri e ha 40 piccole illustrazioni (otto centimetri di base al massimo) realizzate con mezzi minimi e una esemplare sintesi di tratto e di stile: penna e inchiostro; blu, rosso e seppia. Una o due righe di testo per ogni illustrazione: garamond corsivo; inchiostro seppia.

Un piccolo libro, a misura di mani di bambino, con un testo semplice, lineare, fortemente scandito, e abbastanza spazio bianco per scrivere, disegnare, pasticciare, raccontare o, semplicemente, sognare.
Il libro comincia così:







Come va a finire non ve lo raccontiamo, ma in questo libro succedono cose poetiche, sconvolgenti e straordinarie. Possiamo solo rivelarvi che alla fine...


Il libro si intitola Il bambino solo. Il suo autore è Roland Topor (si veda anche questo vecchio articolo di Andrea Rauch su SDZ) Venne pubblicato nel 1969 dalla Milano Libri di Lella e Giovanni Gandini (del quale abbiamo già parlato qui). A noi ha molto ricordato questo.



Per quante ricerche abbiamo fatto, non abbiamo trovato traccia dell'edizione originale, né in Opac né in Gallica, né sui cataloghi delle librerie antiquarie.
Recentemente ne sono comparse alcune copie dell'edizione italiana su Ebay, intorno ai 50 euro.


giovedì 13 dicembre 2012

20 buone ragioni per regalare un libro a un bambino

Perché se è  piccolo, diventi grande e, se è grande, torni piccolo.

Perché un libro è leggero, anche se pesa.

Perché un libro è la prova dell'esistenza dell'invisibile.

Perché degli ignoranti non se ne può più.

Per divertirlo, come ti sei divertito tu.

Perché se hai azzeccato la scelta, ti ricorderà per tutta la vita, te e il libro.

Per spiazzarlo!

Perché poi te ne regalerà uno lui, bellissimo.

Per fare un dispetto a chi sogna un paese di analfabeti.

Per dirgli che con le parole può fare un sacco di cose interessanti.

Perché in una pagina non c'è tutto quello che c'è fra la terra e il cielo, ma abbastanza da non perdere  la speranza. 

Perché se non sai fare i pacchetti, è la cosa più facile da incartare.

Perché i libri si regalano solo a quelli in cui si ha fiducia.

Perché se legge un libro, poi può leggere una nuvola, un gatto, un albero, una persona.

Per regalargli un momento di silenzio, dentro e fuori di lui.

Per fargli frequentare esseri e cose che non avrà mai la possibilità di incontrare di persona.

Perché cos'altro regalare a chi capisce e vede tutto?

Perché ha la capacità di trasformare il piombo in oro.

Perché gli vuoi troppo bene per regalargli qualsiasi altra cosa.

Perché hai pochi soldi , e vuoi fargli un regalo bellissimo.


Per leggere, clicca sull'immagine.

mercoledì 12 dicembre 2012

Il comune denominatore fra carta e pixel

Interazioni con Squiggles!
[di Massimo Canuti di Happi ideas]

Che cos’è un libro? Un libro può essere tante cose. Può essere un gioco. Uno strumento didattico. O semplicemente una storia. La stessa cosa si può dire di una app.

Una delle più belle definizioni di libro l’ha data uno scrittore che poco ha a che vedere con la letteratura per l’infanzia: Stephen King. 

 “Un libro è come una pompa. Non dà niente se non sei tu a dargli qualcosa per primo. Una pompa si innesca con acqua propria, si aziona con le proprie forze. Questo uno lo fa perché si aspetta di ricevere in cambio più di quanto ha dato”.

Interazioni con Squiggles!
Ecco, forse ricevere più di quanto hai dato (non tanto in termini di denaro, quanto di tempo) potrebbe essere già di per sé un buon punto di partenza per capire se un libro – o una app – può definirsi di qualità oppure no.
Di sicuro stabilire la qualità di qualcosa non è semplice. Ognuno di noi, infatti, possiede un proprio concetto di qualità che è la diretta conseguenza dei propri gusti, delle proprie esperienze e del proprio bagaglio culturale; il che rende il compito ancora più arduo. Credo pertanto che il modo migliore di prestare fede a questo intento sia limitarmi a esporre qual è il nostro concetto di qualità: e per “nostro” intendo quello di chi le applicazioni per bambini si propone di realizzarle. Compito tutt’altro che semplice.

Interazioni con Squiggles!
Diversamente dall’editoria cartacea, infatti, in cui dai tempi di Gutenberg un po’ di esperienza la si è fatta, il mondo della cosiddetta editoria digitale è assai più giovane e acerbo. La storia delle app per bambini è ancora tutta da scrivere, e da narrare, animare, sonorizzare... Una cosa, però, pur nella nostra breve esperienza, ci è parsa subito evidente: pensare di trasformare un libro nato per la carta in una applicazione, limitandoci a effettuare un mero lavoro di clonazione, è uno degli errori peggiori che potremmo compiere. Sembrerà scontato dirlo, eppure molti editori, forti del loro prestigio, sono caduti in questo errore. Che poi non è un errore, quanto piuttosto un’opportunità perduta.

Interazioni con Squiggles!
Quando compriamo un libro ci aspettiamo di ricevere qualcosa in cambio. Qualcosa che possiamo trovare solo lì, e che nessun altro libro può darci. Nel momento in cui facciamo il gesto di aprirlo, e la prima pagina ci appare davanti agli occhi, il libro ci parla con i suoi disegni, i suoi personaggi, la sua storia. Naturalmente in un’app l’aspetto interattivo è elevato all’ennesima potenza. La carta infatti non è “sonora” (anche se esistono libri che emettono suoni che hanno però notevoli limiti). Le figure non si muovono. Non puoi registrare la tua voce e risentirla. Non puoi cambiare la lingua. Un libro non lo si può pasticciare, a meno che non sia nato con questo scopo. E comunque, una volta pasticciato, non si può tornare com'era all'inizio. Con un’app, invece, tutto è possibile.
Eppure, esempi notevoli di interazione ci sono anche in ambito cartaceo: come il libro di Munari Più e meno, composto da 72 immagini, interscambiabili e sovrapponibili le una con le altre, che consentono al bambino esperienze sempre nuove e rinnovabili.



L’esempio di Munari è un caso limite. In generale, una volta che un libro è pubblicato non si possono aggiungere delle pagine in più, a meno di non fare un’altra ristampa. In un’app, invece, le pagine possono – o meglio dovrebbero – arricchirsi periodicamente di nuovi contenuti multimediali, di nuove storie, di nuovi personaggi, diventando un’esperienza che non si esaurisce mai.
Il medium non è il mezzo, è il messaggio diceva il grande sociologo canandese Marshall McLuhan. Nel caso di un’app il medium è il mezzo, e il messaggio dovrebbe funzionare come un perfetto ingranaggio in cui nessun pezzo è superfluo e tutti sono necessari, il cui scopo è far funzionare al meglio la storia. Perché alla fine arriviamo davvero al nucleo del discorso. Non possono esserci buoni libri senza buone storie.

L’ormai nota app Three little pigs and the secrets of a pop up book racconta la classica storia dei Tre porcellini. Ma lo fa utilizzando al meglio tutti gli elementi di cui abbiamo parlato. Consente al bambino esperienze simili a quelli di un libro pop-up e di un libro sonoro. Coinvolge l’udito e il tatto, in modo intelligente. Un altro buon esempio, che però non utilizza elementi narrativi – e che va nella categoria di libro/app/gioco, è Squiggles! Qui il bambino è invitato a fare degli scarabocchi. Ma mentre sulla carta rimarebbero soltanto dei semplici segni, qui diventano qualcosa di più: fanno accadere delle cose, innescano dei meccanismi. Più precisamente, sono i bambini a innescarli.

Tirando un po’ le fila del discorso, un bel libro sarà sempre un bel libro e niente potrà sostituire il piacere di sfogliarne le pagine, di leggerlo, di conservarlo, di toccarlo. La stessa cose vorremmo che accadesse con un’app. Entrambe, se ben fatte, sono esperienze immersive: in un bel libro, come in una bella app, ti ci butti dentro, sei parte di esso. E in una app, questa immersione si traduce in una sorta di progettualità. Una progettualità che è anche dei libri.
Credo che il segreto – ammesso che ce ne sia uno – per fare delle buone app sia proprio quello di guardare e imparare dai buoni libri, in particolare dalle opere di Rodari, Munari, Leo Lionni, Iela Mari. Autori che a nostro avviso, più di altri hanno cercato di trasformare una pagina in qualcosa di vivo, di sonoro, di tattile. Autori che, oggi, saprebbero fare delle bellissime app.



L'intervento di Massimo Canuti che avete letto è stato pronunciato durante l'incontro L'editoria per l'infanzia volta pagina. Il primo intervento, Libri cartacei e libri digitali a confronto, di Anna Pisapia, lo trovate qui. Il secondo, App e Ebook: cosa ne pensano le mamme, di Martina Fuga, è qui. La pubblicazione degli altri interventi sul tema proseguirà nelle prossime settimane.

martedì 11 dicembre 2012

La Kriptonite nella borsa

[di Valentina Colombo]

In un sabato piovosissimo ho scoperto un film delizioso, diretto da Ivan Cotroneo, al suo esordio in regia: La Kryptonite nella borsa, tratto dall'omonimo romanzo dello stesso regista, pubblicato da Bompiani nel 2007.



Il protagonista è un bambino di nove anni, Peppino. Ha occhi grandi e blu, nascosti dietro a occhialoni spessi e viso incornciato da una foresta di capelli ricci e corvini, magrolino e con le gambe da gazzella. Siamo a Napoli, negli anni '70. La mamma di Peppino, Rosaria, (una intensa Valeria Golino) e il papà (un sempre bravo Luca Zingaretti) lavorano come dattilografa e come commerciante di macchine da cucire. Ci sono poi i nonni, gli zii Tinetta e Salvatore, figli dei fiori irresponsabili e incoscienti, lo zio Federico, che sta preparando un esame e non fa altro che studiare; Assunta, povera in canna e con una famiglia che le vampirizza lo stipendio, mentre lei sogna il principe azzurro. Ma soprattutto c'è il cugino Gennaro, che si crede Superman. Tutina azzurra e mantellina rossa, teme più di tutto, neanche a dirlo, la kryptonite. Il titolo del film è una delle prime frasi pronunciate proprio da Gennaro, che ispeziona la borsa di Rosaria in cerca della letale pietra.
Ma la kryptonite, ovviamente, è una metafora. Rappresenta i segreti, grandi o piccoli, di ogni famiglia. Quelli che si tenta di nascondere in fondo alle borse e ai cassetti, che si hanno consapevolmente o dei quali si è vittime; i segreti che possono far del male anche se non vengono a galla e non sappiamo che ci sono, i segreti degli altri.

Il segreto di Rosaria è che il marito la tradisce. Rosaria si chiude in un silenzio malato. Non si alza più dal letto, non parla, non mangia quasi. Intorno a lei la famiglia si riorganizza per far fronte a questo misterioso "mal di testa" che non se ne vuole andare.
Peppino naturalmente sente il dolore della mamma. Ne sente una mancanza profonda. Il padre, troppo occupato a incastrare la sua tresca con il lavoro, e con la presenza di Peppino, è presente a tratti e sempre nel modo sbagliato. La famiglia, così occupata a spettegolare, si trova spiazzata quando si tratta di occuparsi di Peppino: "Ma noi, questo bambino, a chi lo diamo?", si chiedono tutti seduti intorno a un tavolo. Peppino è in un angolo, spettatore passivo, e gli adulti ne parlano quasi come se non ci fosse, come di una noia di cui qualcuno si dovrà pur far carico. Non i nonni, e nemmeno Federico, che sta studiando per il primo esame da dare all'università (in preparazione da cinque anni). Titina e Salvatore invece, hippies, giovani e scapestrati, in cambio di una "mancetta" accettano di portarsi dietro Peppino: feste, lsd (ebbene sì), raduni femministi certo non adatti a un bambino. Il papà, poi, cerca di reinventarsi "maestro di vita", tentando di consolare Peppino dopo la morte di Gennaro: le scene con i pulcini si spiegano da sole (e io non ve le racconto).

Il film scorre divertente e amaro. Peppino e le sue domande, il suo essere bambino, vengono totalmente ignorati dal mondo adulto che dovrebbe proteggerlo e crescerlo. In qualche modo tutti cercano di tenerlo occupato, per poter sbrigare le proprie faccende. Ma nessuno gli sta veramente vicino. Peppino osserva, cerca di capire, chiede e vuole inserirsi in questi ritmi di vita adulta che gli vengono imposti, ma che ovviamente non gli appartengono. Non c'è però cattiveria in nessuno, sia ben chiaro. C'è ignoranza, superficialità, noncuranza ed egoismo.

Come ogni bambino, Peppino ha delle risorse segrete, speciali, magiche. A Peppino basta chiamare Superman (non più Gennaro, ma il suo alter ego) e chiedergli aiuto. Lui accorre, non lo lascia mai solo, lo protegge. Non fa nulla, in realtà: si tratta più che altro di una presenza che riempie un vuoto, un'illusione che consola e che fa riflettere, una sorta di educatore con il mantello che ricorda a Peppino ciò che è giusto. Superman ha lo stesso candore e semplicità di un compagno di giochi e di un amico con cui crescere insieme, e alla fine, volare, al di sopra di tutto.

In questo brulicare di episodi surreali, sullo sfondo la figura della prima mamma, quella sul podio, Rosaria, è fondamentale. Sì perché Peppino ha tre mamme: la sua mamma, la Madonna e la maestra, ognuna con il suo posto sul podio. Anche qui, non vi racconto altro.
Rosaria è assente, ma costantemente in primo piano, perché tutti sperano che si riprenda. Mantiene la sua kryptonite nella borsa, e ci fa i conti da sola, abbandonando la realtà e, in modo anche egoista, cucendo le ferite e ritrovando se stessa attraverso la terapia. Forse, trovando anche la forza nella bellezza ingenua di suo figlio, che però da sola non basta a farla rialzare.


Il film inizia affermando che la storia che si racconterà riguarda l'amore. Può l'amore renderci così tanto egoisti ed egocentrici da dimenticarci di prenderci cura di chi ha bisogno di noi? La risposta, qui sembra essere sì e anche no. Il film non risponde e non ha nemmeno la pretesa di farlo. Ma lascia una sensazione agrodolce quando finisce, è leggero, ma non superficiale (come alcuni critici hanno scritto) e nel suo prendere atto di certe dinamiche umane risulta sincero e anche ingenuo. Un po' come Superman.

lunedì 10 dicembre 2012

Universi inattesi

[di Monica Monachesi]

Quando apro un libro illustrato, c’è una cosa che mi capita immediatamente: mi immagino mille cose da fare con i bambini. Prima di tutto, con i miei che ora hanno 7 e 5 anni: a casa, appena c’è tempo, facciamo esperimenti, ci divertiamo, e così, a volte, a poco a poco nascono veri e propri percorsi laboratoriali.


Ma devo dire che mi capitava la stessa cosa anche quando bambini per casa non ne avevo... Universi inattesi, sistemi di pensiero, cataloghi di gesti e azioni, vocabolari di creatività a disposizione di tutti: ecco che cosa sono, tra l’altro, i bei libri illustrati.



Da un libro si può trarre ispirazione per far lavorare in modo stimolante i bambini: ci sono ricette squisite che stimolano l’appetito.
Da un libro si può estrarre nutrimento per disegnare, dipingere, raccontare come prima non t’immaginavi nemmeno.
Da un libro nasce sempre qualcosa, quando e come nessuno lo sa con precisione, lascia di certo un segno che prima o poi diventerà leggibile.
E se gli adulti ci possono trovare spunti e esempi di forza eccezionale, i piccoli devono essere messi nella condizione di sfogliarli continuamente perché l'azione dei libri è misteriosa, ma profonda e affiora quando meno te lo aspetti.
Ci vuole costanza nell’offerta e fiducia nei risultati che arriveranno.


Queste considerazioni sono, assieme ad altre, al centro del corso per insegnanti genitori e appassionati tutti, che propongo ultimamente – e che si chiama appunto Universi Inattesi (l’ho tenuto lo scorso anno a Vicenza, a Trento e lo riproporrò il 20 gennaio a Sàrmede e in primavera di nuovo a Vicenza). L’obiettivo è scoprire insieme bei libri, escogitare mille modi per approfittare della bellezza delle pagine illustrate e farsi trascinare a inventarne di tutti i colori.
Per raccontarvi più chiaramente di cosa si tratta, ecco uno degli argomenti del corso che lo scorso anno ho trasformato in un laboratorio per adulti e bambini a Vicenza, nell’ambito del Festival Biblico che ospitava un'antologia della 28ma edizione di Le immagini della fantasia.


Il tema del 2011 era ispirato alle parole del Vangelo di Marco: “Perché avete paura?”.
La mostra di illustrazione rivolta ai bambini e alle scolaresche avrebbe trattato soprattutto il tema della paura, dunque anche mostri e creature fantastiche.
Così, dipingendo e ritagliando, siamo passati, senza paura, “Dal caos indistinto alla forma che racconta” e abbiamo allestito il corridoio d’ingresso alla mostra: tre ore con una trentina di partecipanti. Il risultato non è male, ma è il percorso che è stato emozionante.


Il lavoro di Eric Carle di cui si è parlato più volte in questo blog, è stato trainante per la scelta della tecnica (dalla pittura libera e astratta su grandi fogli, sperimentando varie gestualità, al ritaglio delle forme da assemblare per creare tantissime creature).
Abbiamo cominciato dipingendo a più non posso; tutto è cominciato ‘dal caos indistinto’, era bello osservare colori che si mescolano, gesti che si liberano.





Poi dovevamo fare un progetto per inventare le nostre creature fantastiche.
Per nutrire l’immaginario ho mostrato anche le meravigliose miniature dei codici spagnoli dell’VIII sec. del Beato di Liébana sull'Apocalisse.



Non mi sono fatta mancare Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak per rompere il ghiaccio con i bambini, né potevo fare a meno di mostrare il lavoro di André Letria creatore di Animali fantastici, Kalandraka o quello di Joelle Jolivet in Zoo logico, Rizzoli, dato che gli animali fantastici l’uomo li ha sempre immaginati a partire da quelli reali...



Poi, via con le carte colorate da ritagliare come piume, zampe, antenne, tutte coloratissime. Era bello lavorare assieme ai più grandi!




Eccoci arrivati a conquistare la forma che racconta! C’era chi non riusciva più a fermarsi e in ogni ritaglio vedeva una piuma, una coda, un serpente...