giovedì 17 gennaio 2013

Riflessioni a margine di una crisi /2: Far funzionare la propria idea, giorno dopo giorno

La libreria di Thomas, a Livigno (SO)

Fra le tante, piacevoli conseguenze del nostro post di venerdì scorso, quella che più ci ha rallegrato e anche un po' inorgoglito è questo lungo messaggio di un libraio periferico e isolato, ma per nulla fuori dal mondo. Con un sentito ringraziamento e l'invito a continuare la nostra conversazione.

[di Thomas Ruberto]

Sono un libraio (non ho nessun attestato, solo una piccola libreria da gestire) e spero di dare un contributo a una discussione davvero intelligente che credo abbia toccato tutti i temi che riguardano il mondo dei libri. E per dare un contributo, vorrei parlare della nostra esperienza e di come intendiamo evolverci (magari anche per dare una spintarella a chi vuole aprire una nuova libreria), e naturalmente dire la mia su quello che ho letto nei vari commenti.

Cinque anni fa abbiamo deciso (io e mia madre) di provare a destinare ai libri uno spazio di 20 mq nel negozio di famiglia (con mille dubbi di mia madre, commerciante da trent'anni).
Passo indietro: vivo in un piccolo paese di montagna a fortissima vocazione turistica, estremo nord Italia, 6mila abitanti. Prima della nostra non esistevano librerie in paese, tanto che quando si è sparsa la voce della (minuscola) imminente apertura, la sorpresa sui volti dei compaesani è durata almeno un anno, più o meno il periodo di vita che ci davano. Non esistevano librerie prima della nostra, dicevo, così a chi ancora oggi mi chiede come vanno gli affari (sempre con annessa sorpresa sul volto), io rispondo che la sorpresa non deve stare nel fatto che la nostra libreria funzioni, ma che prima non ce ne fossero in paese. Io stesso, dopo aver finito l'università ed essere tornato all'ovile, potevo acquistare libri solo sul web (in formato cartaceo, parlo di 6 anni fa).
Avevamo deciso di provare a dare un'opportunità ai libri, vista la nostra passione per la lettura e la scrittura, ma per farlo non potevamo buttare tutto il lavoro precedente e stravolgere un negozio per quello che in fondo poteva rivelarsi un azzardo: così 20 mq e un investimento iniziale minimo ci erano sembrati ideali per la nostra prova. Io ero convinto delle potenzialità dei libri nel mio paese, dovevo solo toccare con mano le risposte dei lettori-clienti.



Tre anni dopo, nell'estate 2011, abbiamo ristrutturato l'intero negozio: la libreria è triplicata fino a occupare 60 mq al piano terra, gli altri articoli (borse e accessori) li abbiamo trasferiti al piano interrato in circa 30 mq. La libreria ha continuato ad avere successo, a conquistare lettori e credibilità, a incrementare le vendite. L'opportunità che avevamo dato ai libri si è rivelata un'opportunità per noi, e oggi possiamo dire di esserci consolidati. Per questo abbiamo deciso che, entro fine anno, la libreria si estenderà al piano interrato. Elimineremo il reparto borse e accessori (qui sì che la crisi di vendite è forte) e punteremo ancora sui libri (dove la crisi c'è ma è meno marcata).



Siamo però convinti che i libri da soli non bastino. Noi proporremo ancora di più una scelta di non-book di qualità (non scopriamo nulla di nuovo, e qui forse Diletta non sarà d'accordo con noi) e, vicino alla scelta di libri di cucina che vogliamo incrementare introdurremo i migliori prodotti del territorio (anche qui non scopriamo nulla di nuovo, e qui forse Diletta ci darà dei banalotti). Un'offerta che, crediamo, possa rendere ancora più piacevole la scelta di un libro, in un ambiente accogliente e originale (per ciò che riguarda la nostra provincia). Credo sia lo stesso concetto seguito da Spazio B**K, solo che ogni persona mette se stessa nel proprio progetto, la propria sensibilità, le proprie intuizioni, sempre con la consapevolezza che il tutto deve essere funzionale al luogo in cui si vive, al tipo di lettore che frequenta la libreria e all'evoluzione del mercato (prima locale, poi nazionale, poi mondiale).



Sono rimasto affascinato dalla libreria ideale di Anna, descritta nel suo primo commento : potrebbe essere anche la mia libreria ideale e di molti altri, sono convinto. Ma non sono convinto possa funzionare davvero, almeno in Italia (con l'eccezione di poche grosse città). Perché se è vero che l'Italia è fatta di province e cittadine (ed è vero), anche le librerie devono essere fatte a loro misura. Oggi i tempi per una libreria del genere in provincia (almeno nella mia) non sono maturi. Spero lo saranno in un futuro non troppo lontano.
Però la differenza tra libreria “da sogno” e libreria “da realtà” sta soprattutto nel fatto che la seconda è un'attività commerciale, e come per qualsiasi attività anche la libreria è prima di tutto un negozio con un bilancio da far quadrare e con, oltre al lavoro giornaliero di libraio, spese di corrieri e di resi, bollette luce, riscaldamento, telefono e adsl, costi della gestione finanziaria e del conto corrente, pulizie e ordine dell'ambiente eccetera. Tutte cose ovvie, ma a volte è meglio ricordarle, sennò pare che il libraio debba solo pensare ai libri sugli scaffali (o un negoziante alla merce da esporre). Inoltre, la libreria “da sogno” credo non possa essere una piccola libreria, perché a uno o due librai non basterebbero 24 ore per gestire tutto quello di cui parla Anna. E se in Italia si assumono uno o due dipendenti, si aggiungono altri costi (sostenibili?).

Per farla breve (e non ce l'ho con Anna, sia chiaro, perché la sua libreria “da sogno” potrebbe essere un modello da seguire a Milano, Roma, Torino o Parigi), sono convinto che le belle idee, intriganti, stupefacenti e rivoluzionarie siano piuttosto facili da avere. La difficoltà più grande sta nel metterle in pratica e soprattutto nel farle funzionare nel tempo. E, oggi, un libraio, con tutto quello che succede là fuori, deve prima di tutto essere concentrato nel far funzionare la propria idea, giorno dopo giorno, e poter ribaltare piano piano ciò che di sbagliato c'è nel mondo dei libri.

Poi, sulla qualità della produzione che ogni giorno troviamo tra le novità, credo sia già stato detto tutto. Non faccio però parte di quei librai schizzinosi che decidono di non vendere la D'Urso, oppure Brosio, oppure Vespa (una volta ho visto un cartello nella vetrina di una libreria con scritto “Noi non vendiamo i libri di Bruno Vespa”). Come credo sia giusto fare, cerco di dare equilibrio alle proposte, esponendo libri di qualità per i lettori forti e per chi vorrebbe diventarlo, e libri ad alta “vendibilità” per chi non cerca altro. Per fare un esempio, è anche grazie alle centinaia di copie vendute in estate della trilogia delle Sfumature, che dall'autunno all'Epifania abbiamo potuto proporre un bancone al centro della libreria con circa 30/40 romanzi di piccoli editori di qualità.

E poi avete ragione: il pessimismo regna sovrano, ovunque, anche se è chiaro che è difficile stare allegri nella situazione economica attuale e, direi, in quella istituzionale (italiana) degli ultimi decenni. Ma proprio l'aprire e gestire una piccola libreria mi ha insegnato a puntare l'attenzione sugli aspetti positivi e sui punti di forza di un progetto, sul tentare nuove strade calcolando bene i rischi, senza mai restare fermi nella posizione di partenza. Come dice Diletta, provare “a crescere investendo nelle idee, nei progetti di qualità, nelle tecnologie, in un'immagine attraente-seria”. Evolversi, appunto, anche solo nei limiti della piccola libreria, di un budget limitato e delle possibilità dell'intelletto della singola persona che gestisce il tutto.



La mia conclusione potrebbe farmi passare per individualista, ma in realtà non è così: credo nel confronto fra librai ed editori come sta succedendo in questo blog, non credo nell'iscrizione fine a se stessa in qualche associazione di categoria; credo che per evolversi ogni libraio debba prendere spunto da realtà diverse da quelle in cui ha la libreria, non credo nell'omologazione delle librerie e del loro catalogo; credo che il conflitto di interessi nel mondo italiano dei libri sia palese, dove i maggiori editori, distributori, librai lavorano per un'unica società, non credo che la situazione cambierà a breve finché le persone come voi, noi, resteranno in minoranza (ma si lavora per diventare maggioranza); credo nella carta e negli ebook e nella loro convivenza pacifica in libreria, non credo che Amazon e compagnia siano la sola risposta; credo che sia bello uscire di casa ed entrare in una libreria, dove ci sono cose chiamate “scaffali” e sopra ci sono cose chiamate “libri” che si possono addirittura toccare, non credo sia bello se il futuro ci vedrà accendere un computer e fare tutto restando in poltrona; credo a una politica dei prezzi più razionale e a un miglioramento della legge Levi, non credo agli sconti selvaggi di librerie di catena e librerie on-line; credo che un indirizzo web e un social network non saranno mai accoglienti e piacevoli quanto una piccola libreria ben tenuta; credo nei Topipittori e nei piccoli editori seri e capaci (fin dalla nostra apertura abbiamo avuto qualche vostro titolo tra gli scaffali), ma non credo che il settore ragazzi e illustrati sia il punto forte della nostra libreria; credo che il confronto con persone come voi sia fondamentale per un piccolo e ancora poco esperto libraio come me.

La puntata precedente di Riflessioni a margine di una crisi potete leggerla qui. E non mancate di leggere i molti, interessantissimi commenti.

mercoledì 16 gennaio 2013

Piccola radio

Children listening to radio at Sheltering Arms,
Norton and Peel MHS, Photograph Collection, 1926.
[di Luisa Mattia]
 
Il “c’era una volta” è d’obbligo, se si parla di questa bella iniziativa di RadioTre Rai che si chiama Piccola Radio. È sul web e, di settimana in settimana, propone una originale e inaspettata riscoperta di perle radiofoniche. Fiabe, filastrocche, letture e conversazioni raccontano molte storie, grazie alle scelte calibrate e intelligenti di Benedetta Annibali, Costanza Confessore, Daniela Pirastu che curano le proposte. Ma, soprattutto, attraverso una elegante esplorazione delle teche Rai, si scopre che il “C’era una volta” del servizio pubblico dedicava idee, progetti (e denaro) ai bambini e ai ragazzi, mettendo in onda programmi di grande levatura, di cui erano autori e interpreti i migliori protagonisti della vita culturale italiana.

In queste prime settimane di messa in onda sul web, Piccola Radio ha consentito di ascoltare Milena Vukotic che legge fiabe di Capuana, Vittorio De Sica che racconta Il soldatino di piombo. E ancora Elio Pandolfi, Paolo Poli, Marco Baliani... A cui si aggiungono le filastrocche curate da Nico Orengo. Grandi interpreti e grandi autori. Per i bambini. Il palinsesto di Piccola radio, che andrà sul web con questa impostazione fino al giugno 2013, prevede anche il recupero di radiocommedie e gialli per l’infanzia, realizzati dalla Rai.

Photo, Getty. Herald Tribunes.

Il lavoro di tessitura delle riproposte radiofoniche “per i bambini , le bambine e i loro adulti” – come recita lo slogan promozionale della Piccola radio voluta dal direttore Sinibaldi  – rivela che il servizio pubblico Rai ha prodotto eccellenze per l’infanzia e che abbiamo un passato di cui è importante recuperare la memoria, per esserne orgogliosi e…per tornare a investire – economicamente e creativamente – sui programmi per bambini e ragazzi.
Piccola radio è un bel viaggio nel passato che fa venire voglia di futuro.

Children listening to radio, Calgary, Alberta, circa 1920. Glenbow Museum Archives.

martedì 15 gennaio 2013

I regni dell'immagine/9. E il cielo si ritrasse

Angelo che regge la pergamena del cielo, Chora Museum.

Qualche giorno fa Emanuela Bussolati ci ha scritto, rigraziandoci per il post sulla chiesa bizantina di San Salvatore in Chora. Nel suo messaggio in particolare diceva: “Questa splendida chiocciola del tempo, portata da un angelo, la ricordi? È davvero splendida!”
Nel post precedente non ho potuto parlare di questa immagine: il tema trattato era la rappresentazione dell'anima. Ma le parole di Emanuela mi offrono il destro per farlo ora, perché l'angelo che sorregge la chiocciola del tempo è l'altro elemento per me straordinario dell'iconografia di questa chiesa, che non avevo mai visto altrove. E mi sono subito chiesta che significato potesse avere la grande conchiglia bianca retta dall'angelo. La spiegazione l'ho poi trovata nel volume Chora Museum acquistato sul luogo. L'immagine illustra un passo del Libro della Rivelazione o Apocalisse di San Giovanni (scritta nell'isola di Patmos, non lontano dalle coste della Turchia), che racconta gli eventi che caratterizzeranno, nell'ottica escatologica cristiana, la fine del mondo. Nello specifico, corrisponde al passo 6: 14: E il cielo si ritrasse come una pergamena che si arrotola. Il particolare fa parte, infatti, dell'affresco che raffigura il Giudizio Universale, situato nella volta centrale del Parekklesion (cappella laterale della chiesa): una composizione circolare che ha al centro il cielo che si avvolge su se stesso e, intorno, disposti in  circolo, i cori degli eletti al centro dei quali siede Cristo, con a sinistra la Vergine e a destra Giovanni Battista.

Giudizio Universale, Chora Museum.

Il rotolo del cielo, sorretto da un angelo, è di un bianco smagliante, sopra vi risaltano figure d'oro: il sole, la luna e gli astri. L'angelo regge in volo sopra la testa il cielo che, arrotolandosi su se stesso, finisce il tempo aprendo all'eternità: a questo evento il pittore ha dato figura di chiocciola, di spirale: che se da una parte è un motivo simbolico archetipico fra i più ricchi di significati, religiosi e non, dall'altra è una delle strutture che ricorre con maggiore frequenza negli ambiti più diversi del cosmo e della natura, e quindi nei campi più diversi di indagine scientifica: fisica, astronomia, biologia, botanica eccetera.

Minareto, Samarra, IX secolo, Iraq.
Karl Blossfeldt, Urformen der Kunst, 1928.





















Quando il messaggio di Emanuela è arrivato, ho mostrato a Paolo l'immagine e ho cercato di spiegargli cosa significasse e il suo commento è stato: sembra la rappresentazione di un concetto di fisica quantistica. A ragione. Quando Albert Einstein rivoluzionò la nostra visione dell'universo annunciando che spazio e materia senza tempo non esisterebbero, lo fece con il linguaggio della scienza, della nuova fisica. Non so se fosse al corrente che un pittore bizantino alle prese con la narrazione della fine del tempo, cioè del cielo, e dello spazio, cioè del mare e della terra, avesse avuto una intuizione simile alla sua. E che la conchiglia-tempo che risucchia nel suo vortice ogni cosa, è quanto di più simile al racconto della formazione di un buco nero sia stato fatto per immagini prima che la fisica quantistica ce lo raccontasse in termini matematici.

Buco nero rilevato nei pressi della galassia nana IC 10, a 1,8 milioni di anni luce
dalla Terra, nella costellazione di Cassiopea. Immagine NASA.

Del resto, il fisico Fritjof Capra nel bellissimo e impervio libro Il Tao della fisica illumina le straordinarie analogie fra le nuove visioni aperte all'uomo contemporaneo dalla fisica quantistica e quelle dei mistici orientali buddisti, induisti e taoisti. Il che sembra suggerirci che religione e scienza hanno modi diversi di arrivare a intuire e a spiegare medesimi fenomeni.
Qualche giorno fa Laura Ottina nel suo Animalarium in un bel post sullo scienziato tedesco Ernst Haeckel, scrittore illustratore di prodigiosi volumi di scienze naturali dedicati a invertebrati come spugne, meduse, anellidi, e a organismi unicellulari marini come i radiolari, scrive: “Come artista e scienziato compiuto, Haeckel era affascinato dai modelli e dalla simmetria, e trovò ispirazione nella convinzione di Goethe che arte e scienza possono portarci a comprendere le verità fondamentali della natura.”

Hernst Haeckel, Ammoniti, Kunstformen der Natur, 1904.
Quando gliene ho parlato,  Paolo mi ha fatto notare che per i greci arte e scienza coincidevano e infatti per esprimerle ricorrevano allo stesso termine: téchne.
Viene da riflettere su quanto siamo limitati, oggi, a oltre cento anni dalla scoperta della relatività, nel nostro modo di vedere le cose, legati come ancora rimaniamo a un'idea di scienza spesso incapace di pensare ai fenomeni fisici e biologici e agli strumenti adatti a sondarne la profondità, in modo complesso, come parti inscindibili di una fondamentale unità.
Un'ultima riflessione. Che la fine del tempo sia nell'Apocalisse descritta come una pergamena che si arrotola, merita una riflessione.





Giudizio Universale, pannello di tetrastico, Monte Sinai
monastero di Santa Caterina, XII secolo.
La pergamena fu inventata nella città di Pergamo, in Asia minore, non lontana da Bisanzio, quando gli Egizi, sentendo minacciato lo splendore della biblioteca di Alessandria da quello sempre crescente della biblioteca di Pergamo (secondo il racconto di Plinio il Vecchio), smisero di fornire papiri alla città. Le pelli di agnello trattate con calce si rivelarono allora un supporto elastico e resistente, ideale per la scrittura e quindi un valido sostituto del papiro, di cui a quel punto si poté fare a meno. Da questo, infatti, poi nacque la forma del volume e, quindi, del libro come fino a oggi è stato inteso. Attraverso l'analogia fra il cielo e la pergamena, San Giovanni instaura un nesso fra l'avvolgersi del tempo e lo svolgersi del suo racconto. Una sorta di metanarrazione capace, con il medesimo simbolo, di significare due fenomeni contrari. E di suggerire che cose che alla percezione comune appaiono inconciliabili, forse lo sono, come ci dicono la fisica quantistica, l'arte e le religioni, solo apparentemente.

lunedì 14 gennaio 2013

Da un seme di carta, una grande famiglia di alberi


[di Monica Monachesi]

“Da un libro nasce sempre qualcosa, quando e come nessuno lo sa con precisione, lascia di certo un segno che prima o poi ...” lo avevo scritto qui e ne parlerò il 20 gennaio, durante il corso Universi inattesi, dedicato al libro illustrato come fonte di idee e progetti.
E grazie a Quando sono nato, silenziosa, a poco a poco, questo Natale è cresciuta una foresta di cartone, germogliata da semi di carta, abitata da famiglie di coloratissimi uccelli.


Quando sono nato è un libro di quelli molto nutrienti, fatto per accorgersi di come è bello il mondo e come sia bello chi lo abita e lo guarda (l’ho recensito così su UPPA – Un pediatra per amico, una rivista bimestrale che consiglio caldamente a tutti i genitori). Le parole di Isabel Minhos Martin e le illustrazioni di Madalena Matoso mettono voglia di fare, conoscere, scoprire.
La forza grafica della copertina mi ha colpito immediatamente. Poi è arrivata la scintilla, così mi sono messa al lavoro a casa, con i miei bambini. Che bello vedere piccoli ritagli di cartoncino prendere vita, ognuno con la sua personalità.



Stavo scoprendo qualcosa che doveva dare altri frutti e me ne sono resa conto osservando ciò che mio figlio Pietro stava facendo a scuola.

Questa pagina del quaderno e il lavoro sulla famiglia  in corso a scuola, mi hanno fatto pensare e decidere  di offrire un laboratorio alla sua classe.

Il Natale è vicino, e mi fa piacere anche dire che mi trovo molto bene con le insegnanti di questa scuola,  la primaria Pilo Albertelli di Parma, che ha una radicata tradizione di impegno e accoglienza, e dove ho trovato un bellissimo clima umano (quanto a quello economico, sorvoliamo: la scuola pubblica sopravvive tra mille difficoltà).

Per preparare l’attività decidiamo di aggiungere ulteriori letture e riflessioni, ad arricchire il percorso che la classe sta già facendo.

Questo libro, Storia di un albero di Émilie Vast, in particolare contiene pensieri che finiscono anche nei quaderni dei bambini.


Ora si può cominciare!


A ciascuno dei bambini do un albero in cartoncino, e tanti ritagli a cui dar vita, oltre ad alcune parole: “cura” e “delicatezza” da ricordare molto bene; infine, una cartellina in cartoncino rosso autoprodotta da assemblare, per portare il lavoro a casa.


Ritagliare il cartoncino non è facile.


Ma gli sforzi pian piano conducono a risultati che ci fanno contenti, e poi, osservando bene i ritagli, si scorgono creaturine che aspettano solo il nostro sguardo per venire fuori.


Ecco ventisei bambini che sanno molto bene cosa fare:


Ed ecco i popoli dei ventisei alberi, con tanto di parentele, tutte ben indicate.



Ogni albero ospita una famiglia, ogni famiglia è differente. E ogni ritaglio, ora, ha qualcosa da raccontare.




 Ed ecco la cartellina per portare il dono a casa.
















Racconta il senso di questo lavoro Stefania Mascali, insegnante della II B della Scuola Primaria Pilo Albertelli di Parma:

In questo anno scolastico stiamo studiando la storia attraverso la scoperta di un passato a noi relativamente vicino. Per capire meglio non si può prescindere dall’utilizzo di documenti e testimonianze; le piccole cose di tutti i giorni, raccontate dalla viva voce di chi le ha vissute, ci aiutano a comprendere il corso della Storia. Interrogare i genitori o i nonni per ascoltare, confrontare e riflettere è stato utilissimo. Gli anziani sono i naturali depositari dello scorrere del tempo, di quella storia orale che ha segnato fin dall’inizio lo sviluppo dell’Uomo. 


Abbiamo preparato delle interviste che sono state fatte dai bambini a casa e a scuola. Abbiamo lavorato assieme alle nonne facendo il pane, abbiamo osservato con alcuni genitori oggetti di uso comune in un passato recente, ma che già sembra lontano. Abbiamo usato fonti orali, scritte, iconografiche e materiali.
Siamo giunti al cuore della storia di ognuno di noi: la famiglia. Dopo varie conversazioni e considerazioni suscitate da numerose letture, abbiamo rappresentato la nostra famiglia attraverso il disegno e anche attraverso la rappresentazione dell’albero genealogico.



Come osserva la studiosa Christiane Klapisch-Zuber “L’albero è servito durante i secoli a rappresentare quel grande corpo che è un lignaggio, una discendenza. Come l’albero, una famiglia nasce, si sviluppa, si ramifica, si secca.” Noi, come l’albero, nasciamo da un seme che germoglia, mette radici e continua ad irrobustirsi.
Per Natale abbiamo così deciso di fare l’albero, il nostro albero.
Ci siamo paragonati agli uccellini perché nell’albero fanno il nido, trovano il loro habitat, crescono i loro figli e lì vivono gran parte della loro vita. Noi troviamo nella nostra famiglia-albero un riparo, una casa, nutrimento, accoglienza, sicurezza, amore.


I bambini erano entusiasti, partecipi e consapevoli, Per me è stato bellissimo e ho dimenticato subito la fatica fatta a intagliare gli alberi. Grazie a tutti i bambini della II B!

Come degna conclusione di quella bella giornata trascorsa con i bambini, ho ricevuto un regalo: Valeria, in quattro e quattr'otto, mi ha fatto un disegno, nella confusione generale di una classe che si prepara ad uscire. Di getto, con la penna mi ha fatto questo, che è la prova di come le cose belle entrino nell'anima di chi ha la possibilità di vederle.
Se avesse avuto più tempo, chissà...

venerdì 11 gennaio 2013

Riflessioni a margine di una crisi /1: invito a una conversazione

Boekhandel Selexyz Dominicanen - Maastricht
La nostra amica Diletta Colombo è una donna coraggiosa. Il 7 dicembre scorso, insieme a una socia, nel bel mezzo di una recessione durissima e dagli esiti ancora incerti, ha aperto a Milano, nel quartiere Isola, una libreria nuova di zecca. Con Diletta, da parecchi anni, ci scambiamo idee e opinioni, ci confrontiamo su una realtà che vediamo da punti di vista diversi, ma prossimi. Qualche giorno fa, abbiamo ricevuto un suo messaggio. Ci sembra sia di interesse generale e lo proponiamo in lettura, insieme alla nostra risposta. Se qualcuno desidera partecipare a questa conversazione, che vorremmo si aprisse anche ad altri librai, editori, distributori, bibliotecari e lettori, può commentare qui. O contattarci e inviare un pezzo con le proprie considerazioni all'indirizzo info[at]topipittori[dot]com.

Le immagini a corredo di questo post sono alcune delle venti più belle librerie del mondo (via Il Post.it)

Diletta Colombo - L'editoria italiana e il mercato librario sono in crisi. Da tempo il digitale mette in crisi la carta. La crisi economica crea una situazione di allarme.  Praticamente non si legge altro.

Atlantis Bookstore - Santorini
Proprio in questi giorni la storica libreria Hoepli mette in cassa integrazione a rotazione 60 dipendenti, la Libreria dei ragazzi è quasi in pensione, Utopia lascia largo La Foppa per trasferirsi in via Vallazze e anche la Libreria del Mondo Offeso trasloca in una zona meno commerciale, chiude la libreria antiquaria Rovello, il futuro di Milano Libri è incerto, i dipendenti Fnac sono in lotta e sul Manifesto del 5 gennaio l'ODEI (Osservatorio degli Editori Indipendenti) mette in guardia dai grandi colossi editoriali che controllano la catena distributiva, rovinando il mercato del libro e costringendo i piccoli a una vita di stenti. I Topi fanno parte di ODEI?

Bookàbar Arion Palazzo delle Esposizioni - Roma
Da giovane donna e neo-imprenditrice, mi dico che non ne posso veramente più di analisi povere, stereotipate e vecchie sull'editoria e sul mercato librario.
La realtà è molto più complessa della dicotomia imperante buono/cattivo, alla quale si tende a far corrispondere grande/piccolo (anzi, grande/indipendente).
La crisi non viene solo dalla riduzione del potere d'acquisto e dal disinvestimento statale nella cultura e nell’istruzione. E non tutto va a rotoli. Ci sono imprese che stanno provando a trasformarsi, a cambiare e a crescere investendo nelle idee, nei progetti di qualità, nelle tecnologie, in un'immagine attraente-seria e all'avanguardia e soprattutto nelle relazioni.

A livraria Lello e Irmao - Oporto
Perché le librerie, piccole o grandi, e gli editori, piccoli o grandi, hanno smesso di fare progetti?  Di porsi domande sulle trasformazioni in atto? Di curare e investire nella propria immagine e nella comunicazione come moltissime aziende avevano già fatto negli anni cinquanta e sessanta? Di selezionare prodotti di qualità? Di incentivare la formazione dei propri dipendenti? Di lavorare sullo spazio in relazione col proprio pubblico? Di risparmiare nei settori giusti e di destinare risorse in ciò che nel lungo periodo può generare reddito? Di fare analisi di mercato per differenziare l'offerta senza arrendersi ai soliti gadget e ai mini-vasetti di marmellata bio?

Capire non è facile, avere la sensibilità e l'intelligenza di cambiare ancora meno.
E la crisi c'è davvero e pesa sugli scontrini.
Ma perché chi fa accordi con Amazon per vendere i Kindle e realizza una nuova applicazione per comprare libri da iPhone, si tiene un sito antidiluviano, esteticamente improponibile, e uno spazio vecchio, poco confortevole e attraente? Non è la globalità di un progetto che fa la differenza sui risultati?
Perché i grandi editori e le grandi catene di librerie investono più energie a piangere miseria che a interrogarsi su come stiano cambiando i modelli culturali di riferimento e su che cosa chiedono "i clienti" oggi?
Forse noi tutti – editori, librai, amministratori, analisti di settore, sociologi - non ci interroghiamo abbastanza sulle ragioni per le quali il modello della grande libreria di catena in voga negli anni ottanta e novanta non è più efficiente, né efficace.

Bart's Books - Ojai, California
Forse ci dimentichiamo che in Italia sono i lettori forti a trainare l'economia del libro, non una vasta massa di lettori deboli. E da noi i lettori forti sono molto più numerosi che in Germania, dove pure una cultura penetra anche in strati più vasti della popolazione. E che questi lettori forti sono stanchi della mediocrità di molta produzione editoriale e della maggior parte dei modi in cui viene commercializzata. Forse ci dimentichiamo che le persone (e i giovani soprattutto) guardano all'estero per comprare molti libri al passo con la ricerca scientifica, economica e artistico-grafica.
Forse ci dimentichiamo del ruolo che le biblioteche potrebbero avere nel rianimare l’economia del libro.
Di questo si tende a non parlare. Si parla della crisi come di un fenomeno esogeno, un maligno deus ex machina entrato di nascosto nel regno della felicità e del benessere, contro il quale l'unica possibile difesa è il sussidio pubblico, la prebenda, il privilegio, l'affitto agevolato.
E la risposta della politica sembra essere l'offerta del privilegio, dell'affitto agevolato e non di un progetto serio e ponderato. (Per quanto già costituisca una novità che dalla politica, almeno da quella locale, venga una risposta così tempestiva).

Ler Devagar - Lisboa
Regna il silenzio sui giornali e sui blog, che sembrano essere capaci solo di sottolineare la crisi e i suoi effetti, senza sondarne approfonditamente le cause, senza cercare, studiare e far conoscere le realtà produttive e distributive  (forzatamente piccole e, perciò, forse scarsamente appetibili dal punto di vista della “notizia”) che contro questa crisi stanno tentando strade nuove.
E ancora più rimangono in silenzio quegli esempi vitali imprenditoriali che trasformano progetti in economia che potrebbero aiutare a dare nuove idee e nuovo coraggio.
Mi piacerebbe tanto che di tutto questo si iniziasse a parlare, perché di questa crisi dei libri, così come ce la raccontano, noi giovani non ne possiamo più.

Barter Books - Alnwich, UK
Paolo Canton - No, cara Diletta, non facciamo parte di ODEI. Anzi, fino a poco fa non ne sapevamo nulla. Come spesso accade, queste iniziative collettive tendono a fare un proselitismo di prossimità. Un po' come l'Associazione Italiana Editori: siamo editori da quasi dieci anni, ormai, ma non siamo mai stati contattati da qualcuno che si sia premurato di spiegarci anche solo quali vantaggi avremmo potuto ottenere dall'associarci. E così non siamo associati.
E siamo d'accordo con te. Le soluzioni alla crisi che vengono proposte e ventilate da più parti (per il comparto librario dell'editoria e la relativa catena distributiva, intendo) sono vecchie, stantie, e soffrono degli stessi mali che questa crisi hanno generato: immobilismo, conservatorismo, sospetto nei confronti del nuovo, disattenzione alla qualità della proposta (sia produttiva sia distributiva), scarsa considerazione, se non totale disistima del “cliente”, desiderio di nicchie protette e privilegi (ricordo qui che “privilegio” deriva da “privata lex”, una legge fatta ad hoc, non molto diversa dalle tanto criticate leggi ad personam).

El Ateneo - Buenos Aires
La ragione del silenzio di quelli che definisci “esempi vitali imprenditoriali” è che, come ben sai, questi sono impegnati anima e corpo, tutto il giorno di tutti i giorni, a lavorare al proprio progetto. Come te e come noi. E trovare lo spazio e il tempo per una riflessione a margine è sempre molto difficile. Serve uno stimolo forte, come il tuo, per farlo. Grazie di avercelo dato.
Ci consideriamo, orgogliosamente una di queste realtà. Nei nostri quasi nove anni di vita, con il nostro piccolo catalogo, siamo diventati voce attiva della bilancia dei pagamenti, esportatori di cultura e creatività italiana (anche se in formato tascabile), insigniti di onorificenze in Francia, beneficiari di sostegni governativi in Portogallo, invitati a rappresentare l'editoria più innovativa in Brasile, in Belgio, in Corea.

El Pendulo - Città del Messico
Il 2012 è stato il primo anno difficile della nostra breve storia. Quest'anno la voce del fatturato domestico non avrà un segno positivo. Ci salva dalla decrescita il lavoro di tessitura di relazioni all'estero (un lavoro che conduciamo da soli, senza alcun supporto istituzionale). E ci salva da un grave segno negativo il prestigio che abbiamo conquistato presso insegnanti, bibliotecari, promotori della lettura, genitori più o meno organizzati: negli ultimi tre mesi dell'anno, le nostre vendite dirette (cioè quelle effettuate fuori dal circuito delle librerie, quindi a scuole, associazioni culturali, gruppi di acquisto, biblioteche e privati) sono aumentate del 60 per cento.

P L U R A L - Bratislava
Il cavallo beve. Sono gli intermediari che non riescono a fargli arrivare l'acqua. Il nostro distributore (ALI) fa un lavoro egregio, ma si scontra con logiche e sistemi di incentivazione tanto perversi quanto consolidati. Uno fra tutti, l'incapacità di pensare a ogni editore come a un'entità separata, invece che a un frammento di un immenso catalogo indistinto da collocare in libreria, possibilmente attraverso un unico buyer che serva più librerie, per minimizzare l'impegno e ottimizzare il costo del venduto. Invece, le librerie di catena sono in fortissimo calo (compensato in parte da Amazon e da IBS, che crescono vertiginosamente). Alcune piccole realtà specializzate e non, hanno un successo incredibile in contesti difficili e ristretti, ma spesso incontrano molta difficoltà a essere riconosciute come interessanti e alimentate, sostenute dalla distribuzione.

The American Book Center - Amsterdam
Sono anche convinto che alla professionalizzazione del libraio e alla riduzione del costo del venduto possa contribuire anche la formulazione concertata di un diverso regime per le rese. Sono infatti convinto che le rese, così come sono gestite oggi, siano un'ottima scusa per perpetuare la prassi ignobile degli invii d'ufficio, un fertile terreno per piccoli ricatti (se non prendi anche A e B, non ti do le quantità che mi chiedi di C), ma anche – se non soprattutto – un fortissimo incentivo per il libraio a non selezionare l'offerta e a delegare in toto al pubblico la scelta. È, quest'ultima, una strategia suicida. Basti ricordare chi, fra i piccoli commercianti di quartiere, è sopravvissuto alla devastante orda dei supermercati, negli anni Settanta e Ottanta: solo chi ha saputo trasformarsi da vinaio a enoteca, da pizzicagnolo a salumiere (se non salumaio), da lattaio in bottega specializzata in formaggi selezionati. Anzi, sono stati proprio questi commercianti, e il loro successo di nicchia, a imporre alla grande distribuzione vere e proprie rivoluzioni di approccio, e a sostenere la crescita di tanti piccoli produttori di qualità. Perché non si dovrebbe riuscire a fare altrettanto nel mondo del libro?

The Last Bookstore - Los Angeles
Sul fronte della politica, credo che spesso si guardi dalla parte sbagliata. Non è pensabile immaginare che vengano messe a disposizione più risorse pubbliche di quelle attuali. Anzi, temo che dovremo accontentarci di qualcosa di meno. Non ho i dati sotto mano, ma credo che più del 90 per cento delle provvidenze pubbliche per l'editoria finiscano nella tasche dei quotidiani di partito e di gruppo parlamentare (che nessuno compra, neppure i pochi che li leggono) a garanzia di un pluralismo fittizio e parassita. Il resto finisce nelle tasche dei grandi editori. Un esempio per tutti è quello di Bookcity Milano, dove mi è stato riferito che le poche risorse pubbliche disponibili sono state assegnate alle grandi fondazioni che portano il nome dei marchi editoriali più importanti del paese (e spero di essere stato informato male) e tutti gli altri si sono dati da fare, autotassandosi (e qualcuno facendo pagare 12 euro per l'ingresso a una festa in una struttura museale di proprietà dei Comune di Milano ottenuta gratuitamente).

Cook&book - Bruxelles
A me sembrerebbe più utile, per salvare l'editoria libraria (tutta: quella di qualità come quella nazional-popolare) cancellare tutte le provvidenze pubbliche all'editoria e trasferire i fondi così risparmiati alle biblioteche (nazionali, comunali, scolastiche) affinché comprino libri. Magari imponendo loro per legge di acquistarli nelle librerie locali (con apposita asta, a tutela della trasparenza e della concorrenza).Questo penso varrebbe assai di più degli affitti agevolati e dei contribuiti a sostegno della bibliodiversità.
Ma è un discorso molto più complesso e articolato di questo, cara Diletta.
E le nostre sono solo due voci.

Mi piacerebbe che se ne aggiungessero altre, magari sulle pagine di questo blog.