martedì 26 febbraio 2013

Il pigiama dei vostri sogni

Fino a oggi siete stati convinti che dormire fosse la più semplice e naturale delle attività umane?
Beh, niente di più sbagliato. Pisolare è un'arte. Un'arte da raffinati intenditori, alla quale introdurre i bambini fin dalla culla per non far perdere loro un solo minuto di gioia pisolona.

Chi lo dice? Noi, naturalmente, forti della nostra autorità di Topi.

Per facilitare al nostro pubblico di piccoli e grandi lettori il severo apprendimento di questa ardua e sofisticatissima disciplina - l'arte della nanna -, è con fierezza, non disgiunta da un lieve senso di sonnolenza, che vi annunciamo l'uscita de Il grande libro dei pisolini: il vademecum in rima della nanna nelle sue mille sfumature, la bibbia del letargo, il baedeker della notte.


Una ninna nanna scritta da Giovanna Zoboli e illustrata superbamente da Simona Mulazzani, per imparare a:
sognare,
russare,
riposarsi,
rilassarsi,
pisolare,
parlare nel sonno,
addormentarsi,
farsi cullare,
andare in sonnambula.


Una irresistibile galleria di
piccoli pigroni del regno animale,
cultori di pigiami,
collezionisti di plaid,
amanti del cuscino,
devoti della ciabatta,
stilisti della pantofola,
esperti di materassi,
artisti del lenzuolo.



Un libro indispensabile per incamminarsi con fiducia nel paese dei sonni leggeri e di quelli pesanti. Ideale per dormiglioni, insonni, sognatori, esploratori del silenzio, timorosi del buio, viaggiatori delle stelle.


Questo imperdibile supporto alla felicità domestica vostra e dei vostri bambini, è stato pubblicato anche in francese da Albin Michel Jeunesse (nella bellissima traduzione di Bernard Friot), in greco da Ekdoseis Kokkino. E sarà di prossima pubblicazione in inglese per Eerdmans Books for Young Readers.


Per festeggiare insieme al nostro pubblico di appassionati lettori l'uscita de Il grande libro dei pisolini, siamo lieti di lanciare un grande concorso per costumisti della notte:

IL PIGIAMA DEI VOSTRI SOGNI
il primo gioco dei Topipittori per illustratori.


Cose che bisogna sapere sul gioco per illustratori:
1) Non si vince niente.
2) Non si cedono diritti di nessun tipo sull'immagine inviata al gioco, se non quello di pubblicazione nel blog e sulla pagina Facebook dei Topipittori. L'immagine e i relativi diritti restano di proprietà dell'autore.

Cosa dovete fare:
a) Realizzare un'illustrazione, con qualsiasi tecnica che raffiguri il pigiama che avete sempre sognato di indossare. Ricordatevi che deve essere il pigiama dei vostri sogni. E quindi potete farlo indossare a chiunque. O a nessuno. O a due o tre persone simultaneamente. 
b) Riprodurre l'illustrazione in formato jpg, facendo in modo che il file non superi i 200 kb.
c) Inviare il file all'indirizzo email pigiamitopi@gmail.com entro le ore 23.59 del 6 marzo 2013 (farà fede l'ora di ricezione indicata da gmail).
d) Aspettare pieni di speranza.

Che cosa accade dopo il 6 marzo:
i) Una giuria composta da Topi (Giovanna, Valentina, Marco e Paolo) selezionerà venti illustrazioni fra quelle pervenute. Il giudizio della giuria è insindacabile.
ii) Le illustrazioni selezionate saranno pubblicate in forma anonima nel blog dei Topipittori il giorno 13 marzo 2013 e sottoposte al giudizio dei lettori del blog, che potranno votare indicando il numero dell'immagine prescelta.
iii) I lettori del blog avranno tempo per votare fino alle ore 23.59 del 17 marzo 2013.
iii) Le tre immagini più votate saranno dichiarate vincitrici. Non vinceranno niente, ma saranno pubblicate in gran pompa, con accompagnamento di fanfare, in un post sul blog dei Topipittori il giorno 20 marzo 2013, con commosse dichiarazioni degli autori, motivazione della giuria e qualcos'altro che ci faremo venire in mente.

Diffondete e partecipate numerosi!

lunedì 25 febbraio 2013

Non preoccuparti, occupati!

[di Tiziana Cherubin]

Sono di ritorno da Universi inattesi, giornata-laboratorio con Monica Monachesi organizzata nell'ambito della Mostra di Sarmede. Mentre guido, rifletto sulle ore appena trascorse. Oltre a una gran quantità di spunti, stimoli e riferimenti, mi chiedo, cosa mi rimane a livello più profondo e personale?

Il seme che sembra mettere subito radici, è una piccola frase: "Io non mi preoccuperei...". Cerco di fissarla in mente, immaginandola pronunciata da una sorta di angelo custode che mi esorta: "Non preoccuparti, occupati!", per evocarla tutte le volte che mi ritroverò in panne.

La differenza tra preoccuparsi e occuparsi è stata sottolineata da Monica a inizio mattina, nell'accenno fatto a UPPA, la rivista per genitori su cui scriviamo entrambe. Ci sono genitori che si preoccupano per i figli e quelli che se ne occupano: una differenza di atteggiamento apparentemente sottile che nel pomeriggio tornerà a pungolarmi, anche se non per questioni di bambini.

Infatti, anche di fronte al disegno o alla pittura, e forse in generale alle proprie passioni, quando da hobby diventano qualcosa di più, si può inciampare in alcune preoccupazioni: "Oddìo, sarò abbastanza brava?"; "Riuscirò a tradurre su carta quello che ho in mente?"; "Mi verrà l'idea giusta?"; "Non sarò un po' troppo vecchia/un po' troppo giovane?"... Un miscuglio di dubbi e ansie il cui unico risultato è paralizzarci di fronte ai nostri progetti.
Anziché chiedersi se si è all'altezza, meglio provare, agire, vedere quel che succede, senza ansie da prestazione, cercando di lasciare spazio al divertimento del fare, dello sperimentare. Occuparsi, certo anche in modo serio, anziché preoccuparsi. Ecco alcune riflessioni nate da questa esperienza.


Ma torniamo all'inizio. La giornata è divisa in due parti: mattino teoria, pomeriggio pratica.
A volte prendo appunti fotografici, ma questa volta, temendo di potermi distrarre, metto subito da parte il telefono e mi concentro su parole e immagini, annotando con penna su quadernino.
Gli spunti sono davvero tanti. La mattinata passa veloce, densa, intensa tra illustrazioni, video, citazioni illustri.


Monica ci fa viaggiare attraverso libri meravigliosi dove davvero a ogni pagina si aprono universi di possibilità. Ci si incanta di fronte alla bravura di tanti maestri, ma la cosa più interessante è come la nostra insegnante riesca sempre a trovare la chiave per farci appropriare di questi immaginari, smontando strutture narrative, svelando tecniche, suggerendo un caleidoscopio di possibilità da cui prendere spunto.
Il corso, rivolto, infatti, a educatori, animatori, insegnanti, esorta a puntare alla massima qualità estetica (vietato accontentarsi di clip art e disegni stereotipati) e, partendo da questa, trovare collegamenti, immaginare personaggi, sperimentare mille modi di utilizzare i "buoni libri".
È davvero stupefacente come ogni libro possa essere una miniera, a saperlo osservare, che sia per ispirare un semplice biglietto d'auguri o un laboratorio, inteso non solo come momento d'intrattenimento e manualità. Un laboratorio ben concepito, infatti, è un'esperienza completa e di grande ricchezza: un'occasione in cui mani, occhi, mente, emozioni trovano lo spazio per esprimersi, fra gioco e divertimento (come ben testimoniato qui).


La mattinata si conclude con una visita alla mostra, breve, ma coinvolgente. Veniamo a contatto con storie importanti, tratteggiate con poesia e delicatezza. Le immagini ci fanno guardare oltre le parole, ne ampliano il significato e i temi sono quelli che parlano a grandi e piccoli: l'amore, la morte, la guerra, la felicità. Si percepisce come siano preziosi questi libri, fatti e pensati con cura, e come sia fondamentale offrire anche ai più piccoli libri di qualità. Illuminante l'appello all'importanza di coltivare una cultura dove etica ed estetica vadano insieme (in mostra è citato Josif Aleksandrovič Brodskij). E camminando fra queste sale è chiaro come l'editoria di qualità sia un alleato importante che offre la possibilità di far questo a partire dai più giovani.

La giornata deve avere qualcosa di miracoloso, se riesco a finire la pizza in tempi normali (cosa che non accade mai). La testa è talmente affollata di pensieri, da non trovare lo spazio per una conversazione decente con le mie compagne. In realtà, mangio meccanicamente per far arrivare prima il momento di riprendere il lavoro, questa volta manuale. Non vedo l'ora.


E così si parte: poche, chiare indicazioni e mano ad acrilici e pennelli. Il bello è che bisogna buttarsi, liberarsi dai timori.
Dobbiamo creare delle carte dipinte da ritagliare, ma senza pensare a cosa ne verrà fuori o a cosa ne faremo. Questo esercizio d'improvvisazione mi diverte, ma in pratica mi sembra difficilissimo. Il tempo però non è molto e costringe a mettersi in moto.


Provo e riprovo, e non so se quel che sto facendo può avere un senso. Diventeranno fiori? O piume? Non pensare, non pensare: concentrati sui colori, la bellezza dell'impasto che si mischia senza troppi calcoli. Non mi lascio neppure il tempo di dare un'occhiata a cosa stanno facendo le mie compagne. Provo e riprovo: non so se funziona, ma ci prendo gusto. Lo scopo è divertirsi, no?
Su due piedi, imposto il soggetto da comporre con le mie carte. Appena mi fermo, i dubbi si riaffacciano. Chiedo consiglio ed ecco quel "io non mi preoccuperei" che mi fa procedere serenamente e che terrò caro in futuro.

La piccola soddisfazione del pomeriggio arriva come per gioco, dal mini autoritratto che farà parte della "foto di gruppo" ispirata a Che cos'è un bambino. Metto insieme, a penna, una faccetta tonda, occhi-naso-bocca, capelli di lato, due tondini rosa per le guance che mi sento ardere e il vestitino-cappuccetto da una carta che ho iniziato a usare per il mio collage. Una cosa semplicissima. eppure il risultato è delizioso e mi rende molto felice, probabilmente proprio perché fatto col sorriso e il gusto di provare. Quando lo consegno, Monica sentenzia: "Sei proprio tu" e la felicità raddoppia.

Alla fine, Monica ha chiesto le nostre impressioni su questo "corso trasversale" (fra le iscritte, insegnanti, bibliotecarie, designer, aspiranti illustratrici: tutte donne, chissà come mai...): non tanto rivolto a illustratori, ma piuttosto a chi nel suo lavoro utilizza libri e illustrazioni. Come avrete capito, io sono stata molto soddisfatta. Ripensandoci, poi, mi è sembrato un momento talmente ricco e prezioso che andrebbe proposto anche a genitori, nonni... e forse a qualsiasi persona sia interessata alla vita, o abbia occasione di prendere in mano un libro, fosse anche per sceglierlo come  regalo e voglia farlo con occhi nuovi.
Moltissimi, poi, gli spunti per chi desideri trovare modi e tempi significativi da passare con i bimbi, per crescerli forti di un confronto e di un dialogo, forti del sapersi esprimere, perché solo così potranno essere liberi. Tanto per farvi capire che a Sarmede si vola, giustamente, alto.

Se vi capitano occasioni di questo tipo non siate titubanti, non temete di non essere all'altezza, buttatevi con spirito d'avventura. Come dice un mio amico, per "aggiungere sugo" alle nostre giornate, alla nostra esistenza. Per fare con cuore e passione, come insegna la vecchina dei pani d'oro, non solo per ingannare la morte, ma perché sia valsa la pena vivere.

La sera, sul divano di casa, ho mostrato a mio figlio di tre anni la foto del mio autoritratto e gli ho chiesto: "Chi è secondo te?" Lui senza esitazione ha indicato me. Felicità tripla in un giorno solo!

venerdì 22 febbraio 2013

Menzione d'onore per la PiPPo al BRAW!


Con gran gioia vi informiamo che la Giuria del Bologna Ragazzi Award, il più importante premio internazionale dedicato ai libri per ragazzi, ha assegnato alla collana PIPPO ovvero PIccola Pinacoteca POrtatile, la Menzione d'onore nella categoria Non-fiction.

Festeggiamo questa bellissima notizia insieme ai lettori dei nostro blog, e agli autori dei primi due volumi usciti in autunno: Guido Scarabottolo, autore di Quadri quadretti e animali (e da un'idea del quale la collana è nata); Francesca Zoboli, autrice di Dame e cavalieri; Marta Sironi, curatrice dei testi dei volumi della PIPPO. Sono stati bravissimi. Altri illustratori, naturalmente, sono già al lavoro sui nuovi volumi della collana.



I membri della Giuria che ci ha assegnato il riconoscimento sono: Antonio Faeti, Presidente (Bologna, Italia); Paola Vassalli (Roma, Italia); Carla Poesio (Firenze, Italia); Beppe Chia (Bologna, Italia). Questa la loro motivazione:

Nella collana PIccola Pinacoteca POrtatile si condensa l’autentica tradizione tutta italiana, da Corrado Ricci fino a noi, della ricerca attiva, sperimentale, fortemente conoscitiva in cui l’infanzia è posta in contatto con l’arte. Qui è delineato, con tante splendide occasioni, l’unico rapporto con l’arte che l’infanzia ama davvero: quello fortemente attivo che fonda il conoscere con il fare. Infiniti sono i suggerimenti che si offrono per creare un clima complessivo di “confidenza”: il rifacimento, l’indagine, la contaminazione, gli accostamenti non giudiziosi, le correlazioni ludiche, i giocosi contatti con le mille suggestioni. Nell’atelier qui delineato c’è l’arte, c’è la nostra memoria, c’è il nostro patrimonio. Ma ci sono soprattutto i giovanissimi cittadini di un paese in cui si deve conoscere per difendere, interpretare, per conservare. Cittadini molto attivi di questa non piccola pinacoteca che vive della loro stessa vita.



Alcune pagine da Quadri quadretti animali di Guido Scarabottolo.

La premiazione avverrà a Bologna, martedì 26 marzo 2013, al Teatro Comunale, alle 20.30.

Di PIccola Pinacoteca POrtatile su questo blog abbiamo già scritto parecchio: trovate tutto qui.
Sulla collana è stata anche realizzata una intervista dalla rivista "Vita scolastica" che trovate qui.



Alcune pagine da Dame e cavalieri di Francesca Zoboli.

giovedì 21 febbraio 2013

Con grande stupore

Né per te né per me è una breve storia che Antonella Toffolo ha scritto e disegnato nel 2008, per il volume antologico a tema, Zero tolleranza, edito da Becco Giallo e curato da Claudio Calia ed Emiliano Rabuiti. Su questa antologia, la quinta di un progetto editoriale nato nel 2004, in collaborazione con Sherwood Comix Festival di Radio Sherwood, trovate qui dettagliate informazioni. In questo caso, l'argomento, tratto dall’attualità sociopolitica, era quello della “tolleranza zero”. Spiegano i due curatori nell'intervista:

È una risposta al concetto e alla pratica della “tolleranza zero”, inaugurata dall’ex sindaco sceriffo di New York Rudolph Giuliani, e naturalmente subito sbarcata in Italia e adottata dai politici nostrani di entrambi gli schieramenti. ZeroTolleranza cerca di mettere “allo specchio” – a fumetti – questa malaugurata tendenza, dando voce a chi non condivide la pratica di zittire, mortificare e reprimere ogni pensiero e azione che non si identifica nelle politiche neoliberiste e conservatrici oggi dominanti.
Le storie sono firmate da una nutrita schiera di autori della scena indipendente italiana che, con forme, stili, poetiche e linguaggi differenti, esprimono la nostra intolleranza verso razzismo, rigurgiti neofascisti, proibizionismo, guerra globale e permanente, precariato lavorativo e sociale.
 Gli autori sono più di 40 e rappresentano una selezione significativa di gruppi e collettivi di autoproduzione tra i più interessanti a livello nazionale, con questo rivendicando rgogliosamente le radici del progetto nell’autoproduzione.

Antonella fu tra questi 40 autori.
Antonella aveva un modo suo di interpretare e raccontare il presente. Lo faceva allontanandone la prospettiva, filtrandola attraverso la visione mitica del suo vissuto infantile e dei suoi luoghi di origine, gli appennini fra Emilia e Toscana, da cui venivano i suoi genitori, emigrati a Milano.
Anche questa storia è ambientata lì, e in essa ritroviamo, come in Gina cammina, la cantilenante parlata dialettale di Olina, i paesaggi e i personaggi balzati alla luce dal nero del foglio, quel suo punto di vista inconfondibile, un espressionismo sospeso fra dramma e fiaba, fra dolcezza, durezza, paura.
Ogni volta che ci capita di riguardare le cose di questa nostra grande e amatissima amica, ci stupiamo di come fosse brava. Sì, certo, l'avevamo capito fin da subito, quando ci mostrò Gina cammina e da lì, infatti, decidemmo di fare dei libri insieme.
Però non del tutto, non abbastanza: era molto più brava di quanto ci rendessimo conto. Uno di quegli autori così alieni rispetto a tutto il resto, che solo col tempo ne capisci le misure. E lo diciamo non perché oggi la vogliamo ricordare, a tre anni dalla sua scomparsa, e in queste situazioni è d'obbligo dire frasi di circostanza. Ma perché è davvero quello che ci capita di pensare, ogni volta. E con grande stupore, osservando questa capacità di creare bellezza.
Questi tre ragazzi randagi che alla fine della storia, con tenerezza e sgomento, si scoprono “meno peggio di tanti altri”, sopraffatti dall'egoismo cieco di vecchi disposti a distruggere piuttosto che qualcuno abbia "il loro", fanno pensare, più di tante cronache in presa diretta, a questo paese che i giovani li ama poco. Pochissimo.

Ringraziamo Elena e Antonio Bertolami, Guido Ostanel di Becco Giallo Editore, Claudio Calia ed Emiliano Rabuiti per averci permesso di pubblicare queste immagini. E Lorenzo Sartori per avercele fornite.






mercoledì 20 febbraio 2013

Un diluvio di bambini

Qualche tempo fa ho scritto un post su Moonrise Kingdom di Wes Anderson, un film in cui molta importanza ha l'opera Noye's Fludde, del celebre compositore inglese Benjamin Britten. Mentre mi stavo documentando per scrivere la recensione, mi sono imbattuta in un filmato realizzato dalla fondazione Britten per presentare questa famosa composizione. Mi è sembrato un documento interessantissimo e per questo oggi ve lo propongo. Non ci capita spesso di parlare di musica e di opere dedicate ai bambini e ai ragazzi, un po' certamente a causa della nostra incompetenza in merito, un po' perché in effetti in campo musicale non sono frequentissime le occasioni in cui i bambini sono coinvolti, sia come spettatori sia come interpreti.



Perciò, oggi, potervi offrire questa testimonianza ci sembra importante, anche perché in questi pochi minuti di filmato una cosa si coglie in pieno: l'intensità che un'esperienza del genere può avere per un bambino o un ragazzino che vi sia coinvolto.

Benjamin Britten amava scrivere musica per i bambini, famosissime sono le sue composizioni per cori di voci bianche. Considerava i bambini un pubblico magari un po' selettivo, ma ricettivo e con reazioni spontanee e immediate. Spesso fece dei bambini i protagonisti delle sue opere o scrisse opere loro dedicate (come The Young Person's Guide to the Orchestra) o partiture pensate per le loro voci.  Noye's Fludd, ispirata a un'opera medievale, non è un'opera per bambini, ma è costruita in gran parte sulle loro voci. La rappresentazione racconta in chiave comica la vicenda di Noè che, aiutato da una squadra di animali e di ragazzi, i figli e le nuore, in vista dell'annunciato diluvio, costruisce l'arca, sbeffeggiato da un coro di pettegole capitanato dalla moglie, incredula della profezia.  


Noye's Fludde da sempre incontra il favore del pubblico dei bambini e fu eseguita per la prima volta in una chiesa del Suffolk, nel 1958. Cinque anni prima, quella zona dell'Inghilterra era stata colpita da una violenta inondazione che aveva provocato trecento morti e aveva quasi distrutto la casa di Britten.





















Britten scrisse quest'opera immaginandola interpretata da un gran numero di bambini, supportati da  musicisti professionisti. I bambini suonavano le percussioni, i campanelli, cantavano e prendevano parte al grande corteo degli animali.

Alla prima, parteciparono gli allievi di numerose scuole del Suffolk. Per aiutare gli insegnanti delle scuole a istruire i bambini, Britten preparò una registrazione preliminare dell'opera completa, in cui lui stesso suonava il piano e fischiettava le parti orchestrali. Le prove, affollate da un numero impressionante di bambini, furono un problema. Secondo la testimonianza di uno degli assistenti, la situazione oscillava fra disperazione e divertimento puro. Britten desiderava che l'opera venisse eseguita in una chiesa e con un allestimento molto semplice: una vera sfida per i produttori.

Come si poteva riuscire a costruire un'arca che ospitasse un centinaio di animali, su un palcoscenico minuscolo? La soluzione fu una specie di galeone che veniva rapidamente costruito a scena aperta dai bambini stessi. Per la prima esecuzione, i costumi furono disegnati da Ceri Richards.


Uno dei momenti salienti dell'opera è il grande corteo durante cui i bambini, vestiti da uccelli e animali, procedono a coppie, intonando il kyrie eleison, e dopo il quale, quando anche la moglie di Noè si convince a salire sull'arca, comincia a cadere la pioggia. Per creare gli effetti sonori relativi al diluvio, Britten realizzò strumenti musicali specifici; e per descrivere ogni fase della tempesta scrisse appunti molto precisi che fece circolare in tutte le scuole coinvolte nella produzione.


Benché molte partiture possano essere eseguite da giovani esordienti, Noye's Fludde è un'opera complessa. In essa sono previsti tre inni religiosi molto noti nella cui esecuzione è coinvolto anche il pubblico. A proposito della prima esecuzione assoluta di Noye's Fludde, il suo autore dichiarò: “Sono molto orgoglioso del fatto che sia stata eseguita dai bambini e dalle bambine del Suffolk. Circa due settimane fa ero ad Amburgo, una grande città tedesca con un grande teatro, in cui stavano eseguendo un'opera intitolata The Flood.



Stesse arie, ma musica diversa. La musica era di uno dei più grandi compositori contemporanei: Igor Stravinsky. La sua musica era terribilmente difficile e richiedeva l'esecuzione da parte dei migliori cantanti e strumentisti al mondo. Non mi sono sentito geloso di Stravinsky. Per niente. Ero molto più contento dei miei esecutori, in quella piccola chiesa, che dei grandi concertisti che hanno eseguito Stravinsky in quel grande teatro d'opera.”

Le immagini di questo post provengono dal sito della Britten-Pears Foundation e si riferiscono ai disegni dei costumi di Ceri Richards e alla prima esecuzione dell'opera, nel 1958.



martedì 19 febbraio 2013

Il significato profondo di ogni cosa

Nel 2012, si sono festeggiati i duecento anni dall'uscita della prima edizione delle Fiabe dei favolosi Fratelli Grimm, apparsa nel 1812. Nel 1973, è uscita, invece, The Juniper Tree and Other Tales from Grimm, presso Farrar, Straus and Giroux, illustrata da Maurice Sendak. E noi, qui, oggi ne festeggiamo i quarant'anni. Perché questo libro ci sembra importante? Perché, forse, mai come in questo caso, un illustratore ha  saputo affondare nelle fiabe la lama del proprio sguardo. Nel 2011, ho scritto un breve post su una fiaba di questa raccolta, dicendo che in seguito me ne sarei occupata più diffusamente. Lo faccio oggi, benché sia passato parecchio tempo. Le informazioni in mio possesso provengono dal primo volume di Selma G. Lanes, The Art of Maurice Sendak (Abradale Abrams, 1993), che non può mancare nella biblioteca degli amanti di Sendak.

M. Sendak, Hansel and Gretel, 1973
Sendak ricevette la commissione per illustrare i racconti dei Grimm nel 1962 dall'editor Michael Di Capua, allora da Macmillan. Il progetto si realizzò però, per ragioni diverse, solo dieci anni dopo, di nuovo per volere Di Capua che intanto si era spostato da Farrar, Straus and Giroux. Sendak aveva avuto alcune precedenti esperienze con i classici della letteratura infantile: Seven tales di Andersen nel 1959 e Nikolenka's Childhood di Tolstoj nel 1953. In entrambi i casi, ne era uscito insoddisfatto. Rispetto all'esperienza, si rimproverava di aver avuto un approccio troppo “letterale” ai testi (così grandi da intimidirlo).
Quando nel 1970, a 42 anni, riprende in mano il progetto dei Grimm, nella traduzione di Lore Segal, autrice austriaca di libri per ragazzi, fin da subito, si entusiasma: i racconti gli appaiono meravigliosamente comici, crudeli, paurosi, enigmatici. Un terreno ideale su cui lavorare. In quegli anni, inoltre, ha acquisito esperienza e maturità. Il suo punto di vista poco convenzionale di affrontare l'illustrazione e i libri per ragazzi si è nutrito di forza e fiducia.

M. Sendak, The Three Feathers, 1973
Sendak, ora, maneggia con disinvoltura le fonti a cui attinge per il suo lavoro, i maestri della pittura antica e moderna a cui si ispira: presenze integrate e digerite, che si dispongono senza incertezze a essere utilizzate sulla base di idee e  intenzioni.
Illustratore e traduttrice, dunque, si mettono al lavoro sui testi e decidono subito di rinunciare all'intera raccolta, optando, invece, per una selezione: 27 racconti che, è stabilito, saranno distribuiti su 2 volumi per poter  stampare i testi in un corpo maggiore.
I criteri di scelta sono radicali e non soggiaciono alla tentazione di addomesticare la raccolta al pubblico infantile: l'attenzione cade sui racconti valutati come più affascinanti, così che, accanto ai più noti, ne vanno a convivere di sconosciuti. A Sendak a questo punto della carriera, non interessa più “rappresentare” la storia. Punta, invece, al suo lato oscuro, sotterraneo: a quello, cioè, che la storia non dice, o meglio, dice nascostamente. Di queste fiabe gli interessa “cogliere il momento in cui la tensione fra storia ed emozione è perfetta, così che il lettore leggendo, possa sorprendersi, pensando che si tratta  'semplicemente' di una favola.”

M. Sendak, Rabbit's Bride, 1973
Per penetrare più profondamente nello spirito di queste storie, la preparazione è meticolosa. Sendak non si accontenta di una semplice lettura dei testi: acquista la prima edizione dei racconti dei Grimm (1812) per rendersi conto di come fossero le fiabe lette per la prima volta (Le figure dei libri ha parlato della prima edizione, qui), con le illustrazioni di Ludwig Grimm, il minore dei fratelli. L'edizione si apre con il ritratto e la dedica a Frau Katherina, la narratrice che ha iniziato i Grimm, da bambini, all'arte delle fiabe. L'omaggio a Katherina tornerà in una immagine di Sendak per il racconto Il diavolo e i tre capelli d'oro, che riprende la fisionomia della donna. A questo si aggiunge un'attenta ricerca sui maggiori illustratori dei Grimm, fra cui Walter Krane e George Cruikshank.
Nel 1971, Sendak parte per l'Europa, e dopo un breve soggiorno in Italia, approda in Germania per visitare le regioni in cui i Grimm raccolsero i loro materiali fiabeschi. Vuole che le sue illustrazioni riflettano la lunga tradizione tedesca da cui nascono. “Non voglio solo riflettere un punto di vista americano del 1970”, sottolinea, spiegando perché vuole evitare che il libro abbia senso unicamente per i suoi contemporanei. Nel corso del viaggio, tiene un taccuino, Grimm Reise, su cui annota visioni e impressioni, il percorso fisico e mentale, emotivo che questa ricerca alle radici comporta.

M. Sendak, The Poor Miller's Boy and the Little Cat, 1973.
È un viaggio attraverso il paesaggio, la natura e la pittura tedesca. Dürer e Altdorfer, Grünewald sono i tre artisti che più lo influenzano. Quando Sendak comincia a lavorare alle immagini, ponendosi il problema della composizione, del progetto globale, nota: “Cerco un combinazione di terrore e bellezza”, e con questa osservazione si riferisce ai pittori del Rinascimento, che combinavano paesaggi idillici a terribili e sanguinari soggetti in primo piano. Prima di tornare negli Stati Uniti, fa tappa in Galles, dove è colpito dalla bellezza degli scenari naturali. Annota: “Traggo ispirazione dalla Germania per il buio, dal Galles per la gioia”. Nelle illustrazioni dei Grimm, convergerà anche lo stato d’animo sperimentato nella nuova casa di campagna dove si è appena trasferito, a cui, da bravo newyorkese, non è abituato. Il silenzio e la solitudine lo inquietano, lo mettono a disagio.
Le fiabe dei Grimm vengono lette e rilette, finché la frase cruciale di ogni racconto, quella da cui germoglierà ogni illustrazione, si manifesta con chiarezza: e questa frase sarà il fuoco, la matrice dell'immaginario, una sorta di centro che irradia energia, significati, forme.

M. Sendak, The Town Musicians of Bremen, 1973.
A inizio lavoro, Sendak ha già compreso che le sue tavole saranno forti, d’impatto, non facili da dimenticare, legate ai racconti da un’interpretazione profonda e primitiva.
Influenza determinante, nel corso del lavoro, hanno le 36 incisioni di Dürer della Piccola Passione, una raccolta di incisioni dedicate alle storie della vita di Cristo. Sulla base di questo modello, Sendak elimina ogni intervento decorativo, decide per una sola tavola a fiaba, e punta a uno stile di sobrietà monacale. Il formato è quello di Dürer; il segno prescelto ricorda quello di un’incisione. Sendak riflette nelle sue illustrazioni le caratteristiche ammirate in Dürer: in particolare, la relazione fra i personaggi e i margini dello spazio che li contiene.

M. Sendak, Snow White, 1973
Le figure sembrano premere per uscire dai bordi; la forza dell’immagine aggredisce l’osservatore, imponendogli la propria verità aliena.
In Biancaneve, per un'ingannevole senso di familiarità, la messa a fuoco del centro emotivo, tensionale, della fiaba, che si rivela essere il conflitto generazionale, l’invidia della vecchiaia per la giovinezza, è più faticosa. La regina è raffigurata mentre fissa lo specchio. Ma lo specchio non c'è nell'immagine: la regina fissa il lettore e ciò che il lettore vede alle sue spalle è cio che lei sta guardando nello specchio, dunque una sua visione. Il lettore, dunque, è costretto a fissare la regina come se fosse l'immagine che di sé vede nello specchio, assumendo il suo carico di sentimenti negativi.

M. Sendak, The Goblins, 1973
Negli Gli gnomi, il centro pulsante del testo è costituito dall'ambiguità fra bambino vero e falso. Tema che la figura porta a galla e fa esplodere, rivelando la natura aliena di ogni neonato, percepita angosciosamente dalle madri.
Le illustrazioni di Sendak per i Grimm, furono giudicate spesso, oltre che non adatte ai bambini, anche, fra le altre cose, “claustrofobiche”. Che cosa Sendak rispose alle numerose critiche ricevute, lo abbiamo scritto un anno fa, nel ricordare questo grande autore il giorno della sua scomparsa. Oggi, di queste, riporto solo alcune righe, che non riguardano solo questo libro, ma la sua intera poetica.

M. Sendak, Rapunzel, 1973



«Credo che i bambini intuiscano il significato profondo di ogni cosa. Sono solo gli adulti che per la maggior parte del tempo leggono la superficie. Sto generalizzando, naturalmente, ma le mie illustrazioni non sorprendono i bambini. Loro sanno cosa c’è in queste storie. Sanno che matrigna significa madre, e che il suffisso -igna è lì per evitare che gli adulti si spaventino. I bambini sanno che ci sono madri che abbandonano i loro bambini, emotivamente, non letteralmente. Talvolta vivono con questa realtà. Non mentono a se stessi. E vorrebbero sopravvivere, se questo accade. Il mio obiettivo è non mentire loro.»

Le fiabe dei Grimm rappresentarono un momento fondamentale nella carriera artistica di Sendak: furono un libro di passaggio che ebbe l'effetto di liberarlo psicologicamente, artisticamente e tecnicamente, dandogli la certezza di poter mettere a frutto il suo potente immaginario nell'elaborazione di immagini per grandi classici.