venerdì 15 marzo 2013

La cultura a dorso di mulo

Il post Dare i numeri, di qualche giorno fa, ha creato un certo dibattito. Insieme agli altri commenti, ne sono arrivati  due di Elisabetta Cremaschi, che però, per ragioni tecniche non sono stati pubblicati. Così Elisabetta ce li ha inviati per mail. Quando li abbiamo letti ci siamo detti però che non si trattava propriamente di commenti, piuttosto di una lettera vera e propria, contenente una articolata riflessione. Così abbiamo deciso di unirli in un post e di pubblicarli con il beneplacito dell'autrice, che ringraziamo.
[di Elisabetta Cremaschi]

Per prima cosa, grazie Topi del post e della rara e preziosa opportunità di confronto.

Eccomi a scrivere della mia esperienza, qui tra le più giovani, perché Gavroche è nato nel 2011. Se è vero che il mio blog nelle parole dei Topi ha "sconfitto perfino un terremoto" (ci ha provato e lo ha fatto grazie e insieme alla comunità di lettori e professionisti del settore che gli si è stretta intorno,  i Topi ne sanno qualcosa), è anche vero che la sua continuità nell'ultimo anno ha risentito di questo e altri accadimenti che mi hanno profondamente coinvolto. Certo non è un bene, perché la continuità è uno dei segni della serietà dell'impegno di chi scrive e uno degli elementi che portano a quei numeri che danno il senso e la misura di ciò che si sta facendo e che aiutano a sostenere quella motivazione nel continuare a proporre, con entusiasmo e trovando per primi piacere, quel lavoro di qualità di cui parla in modo perfetto Anna.


Semplice, io quella qualità, date le condizioni, sentivo di non poterla sempre garantire, cosi ho preferito non scrivere. Ho imparato qualcosa però anche dalla discontinuità: che i lettori possono decidere di concederti tempo, di aspettarti e spronarti ad andare avanti con le loro manifeste attese.
Vi scrivo qui una cosa, che non sanno ancora i lettori di Gavroche, sui suoi inizi (e della decisione, presa ormai diversi anni fa, di dedicarmi alla cultura partendo dall'infanzia) cosa che, anche se non sembra ha a che fare con la convinzione dell'editor che ha avuto il pregio di stimolare questa discussione.

María Zambrano e Luis Cernuda durante una Misione Pedagógica.
Molti anni fa, mentre preparavo la tesi su Maria Zambrano e sulla filosofia, letteratura e arte spagnola, lessi che Maria durante la seconda Repubblica, poi stroncata dalla dittatura di Franco, aveva dato vita insieme ad altri intellettuali alle “missioni pedagogiche” nella convinzione che una nuova nazione dovesse fondarsi sul diritto di ogni cittadino alla cultura fin dalla più tenera età e per fare questo era necessario dare vita alla condivisione di una cultura comune che non creasse distinzioni sociali tra i fruitori e che potesse fare affidamento su una presa di responsabilità degli artisti e degli intellettuali, chiamati a mettersi in gioco in prima persona.

Partirono così, a dorso di mulo come cittadini comuni, Maria e gli altri, alla conquista di paesini dove non vi era altro libro che la Bibbia e dove le uniche immagini presenti erano icone e qualche sparuta fotografia. I gruppi erano due: uno promuoveva l'arte, l'altro la letteratura.
Sul mulo era caricato, a seconda, un solo quadro o un solo libro. Il viaggio poteva durare settimane.
Nel giro di poco tempo, la richiesta da parte dei piccoli paesi di avere altri quadri e altri libri raggiunse livelli impressionanti.

Dopo anni in cui, viaggiando per il nostro Paese, ho incontrato insegnanti, bibliotecari, genitori, lettori, bambini, ragazzi e non vi dico che cosa succede con gli anziani, trovando costantemente riscontro di quanto siano ancora tristemente e meravigliosamente attuali le “missioni pedagogiche” di cui vi ho scritto (naturalmente collocandole nel nostro tempo), ho pensato di aprire un blog, e di farlo diventare quel mulo che potesse arrivare dove io da sola non sarei mai riuscita.

Gavroche, il nome inizierà a tornarvi, è nato semplicemente così.
L'idea originaria era di lasciarlo viaggiare, almeno per il primo anno, con un peso leggero per vedere come veniva accolto dai lettori: niente mio profilo, facebook e twitter. Poi, in base alla risposta dei lettori, il secondo anno avrebbe dovuto ampliare il suoi cammino inserendo tutto ciò che era stato escluso al tempo (arriverò...).
Nonostante questa “essenzialità”, e grazie al sostegno della rete, tra cui i Topi, Anna, ZazienewsPrìncipi e Princípi e molti altri scrittori, illustratori, editori e lettori, il blog è cresciuto ogni giorno e, a fronte di un numero ancora esiguo di commenti, ricevo un numero straordinario di mail che mi regalano una possibilità di confronto fondamentale per non cadere in quell'autoreferenzialità così rischiosa per ogni professionalità di settore.

Ed ecco che arrivo all'editor dubbioso.
A costo di essere impopolare, perdonatemi, ma quando qualcosa non funziona, parto sempre da me, credo che il nostro settore soffra di una dannosa autoreferenzialità: la cronica incapacità di condividere, di aprire i cancelli di illusori “orti segreti” e di saper vedere quando arrivano figure nuove interessanti non solo da citare, ma da coinvolgere (il perché Anna non abbia una rubrica dedicata all'illustrazione, per esempio, su una delle riviste specializzate o che non vediamo il suo nome nella curatela di mostre ed eventi (uso questo triste termine per semplificare) importanti dedicati all'illustrazione è anacronistico e incomprensibile non credo solo per me).


Sull'altro versante, è ancora lontana l'abitudine del nostro settore di incontrare e ascoltare i propri interlocutori, le persone che amano o potrebbero amare i nostri libri, e ancor più i molti bambini e i ragazzi che rischiano di non avere alcuna possibilità di conoscere i libri che gli spetterebbero. Questo richiede sicuro sforzo, movimento, e una capacità forte e sostenuta di andare oltre se stessi, di compiere quel passo che trasforma la conoscenza in etica, pur sostenendo con forza la differenza e il rigore della professionalità e di essere profondamente convinti che il promuovere il lavoro di qualità di altri è, se purtroppo non per tutti un piacere, prima un dovere che nasce dal ritenersi solo un “anello” di una lunga catena culturale e poi una ricchezza che può ricadere su tutti.


 In questo senso, i blog sono l'unica vera aria nuova che tira da tempo nella letteratura per ragazzi del nostro paese.
La loro funzione non solo è quella di coprire una disinformazione colpevole, quel “servizio” come sostiene Giovanna e come ben dimostrano i commenti a questo post (così bene esplicitati da Anto/Ciorven), ma anche quella di comprendere il proprio tempo a partire dal proprio Paese che, con buona pace di alcuni editori e uffici stampa, non è fatto solo di città, di presenze di librerie e di biblioteche (e se queste ci sono non è detto che abbiano una sezione dedicata alla letteratura per ragazzi e se anche ce l'hanno non è detto che sia fornita e di qualità), ma di piccole realtà (io arrivo da lì e capisco Cristina come pochi) dove, anche se è vero che puoi comprare un libro con un clic da casa (sia ringraziato il cielo!), non lo puoi vedere, non puoi capire se fa per te o per chi hai pensato di comprarlo o di farlo conoscere.


E sì, i libri di cui parliamo noi sono diversi dagli altri: molti sono fatti da editori, autori, illustratori, grafici, tipografi che dedicano competenza e un'infinità di tempo a pensare ogni più piccolo dettaglio perché il libro sia “ad altezza di bambino”, come amiamo dire. Al contempo dietro a questa differenza c'è un sforzo di mezzi ed economico di tutto rispetto che ha diversi obiettivi, personali e non, ma sicuramente uno di questi è la volontà di continuare a garantire un'alta qualità ai propri libri.


Se le persone non conoscono i libri, non li comprano e non possono farli conoscere e non si diffonde cultura. Se non si diffonde cultura, un editore rischia di chiudere, se lo fa, noi perdiamo i suoi libri per sempre.

L'attrice Josefina Aldecoa durante una Misione Pedagógica.
Dopo anni di lavoro sul campo, posizionata sul pallino del crocevia dove si incontrano o non si incontrano le persone che a vario titolo abitano il mondo della letteratura dell'infanzia, come Ismaele in “testa d'albero”, sento di poter dire, tra molte altre cose, che è questo che si è sempre rischiato e che si continua con cocciutaggine a rischiare, e cioè che alla fine questi libri “ce li leggiamo solo tra di noi” e allora davvero ci ritroveremo a dire: “A cosa serviranno mai?”.
I blogger, questi citati e insieme a molti altri, in fondo che cosa fanno? Niente, cercano di arrivare prima di questa paurosa domanda.

Grazie a tutti, e perdonate se questi pensieri sono entrati in due lunghi commenti.


Le bellissime immagini di questo post si riferiscono alle Misiones Pedagógicas, citate da Elisabetta. Le missioni pedagogiche, realizzate in Spagna fra il 1931 e il 1936, prima dell'avvento del franchismo, furono una esperienza culturale e innovativa senza parangoni nell'Europa del Ventesimo secolo. A capo di questo progetto repubblicano che considerava indissolubile il legame fra cultura e giustizia sociale fu l'intellettuale Manuel Bartolomé Cossío.


giovedì 14 marzo 2013

La capacità di vedere


Abbiamo conosciuto il lavoro e la figura di Giulio Gianini in occasione della mostra torinese dedicata a lui e a Emanuele Luzzati. In quell'occasione Antonella Abbatiello, che conosceva Gianini molto bene per aver a lungo collaborato con lui e Luzzati, ci inviò il link a un documentario su Picasso girato da Gianini che ci sembrò bellissimo (il link oggi però non è più attivo). Per questo abbiamo chiesto a Carla Rezza Gianini di far conoscere meglio a noi e ai nostri lettori il lavoro di questa straordinaria persona. La ringraziamo di cuore per questo articolo che ci ha regalato.

[di Carla Rezza Gianini]

Mio marito Giulio Gianini era grande appassionato di cinema fin da ragazzo. Nel primo dopoguerra, non ancora ventenne, si era costruito da solo un perfetto proiettore 35 mm e organizzava proiezioni di film mai visti prima per i suoi amici, giovani quanto lui, nel garage di casa a via Monti Parioli. Garage che era diventato negli anni successivi, per molti affermati professionisti e cineasti, una sorta di luogo mitico nel quale ricreare il ricordo della giovinezza e di quegli anni straordinari. In quella Roma, “stupenda e misera” come cantava Pasolini, che cercava ancora di chiudere le ferite della guerra, ma percorsa da straordinari fermenti ed energie, si caricava le pizze 35 mm a bordo di una bicicletta sgangherata e le trasportava dai depositi dei distributori su per la collina dei Parioli, per poi proiettarli a una platea quanto mai variegata, che andava dai semplici coetanei alle figlie del Re dell’Afghanistan, da Alida Valli a Luchino Visconti. Molte pellicole americane, ma anche tanto cinema francese, come tutto René Clair e l’amatissimo Les Enfants du Paradis.

Al banco d'animazione.

Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti come scenografo, si specializzò invece sin da subito e praticamene da autodidatta nella pellicola a colori, della quale fu pioniere in Italia, tanto da vincere per questo il Nastro d’Argento nel 1952, a soli 25 anni. Il prestigioso riconoscimento gli valse una serie di incarichi come direttore della fotografia, prevalentemente nel campo del documentario d’arte, realizzati assieme ad alcuni importanti registi italiani. In quegli anni, Giulio era uno dei pochi direttori della fotografia italiani a saper valorizzare le pellicole reperibili in Italia a prezzi contenuti, cioè la Ferrania e la Gaevert, ottenendo colori straordinari e luci bellissime. Pur essendo una persona che non si vantava facilmente, raccontava con un po’ di civetteria che era stato lui ad aver insegnato in quegli anni l’uso del colore a molti colleghi che sarebbero poi diventati famosi.

Al banco d'animazione.

Parallelamente aveva però sperimentato per divertimento dei filmati di animazione sia con il suo amico pittore Gian Berto Vanni, sia con l’altro amico regista, Citto Maselli, anche loro entrambi giovanissimi. Il pallino dell’animazione veniva dritto dritto dalla sua passione per il teatro dei burattini per il quale allestiva spettacolini casalinghi, obbligando parenti, amici e le adoranti domestiche a fare da pubblico: ho ancora in casa meravigliosi burattini realizzati con grande maestria da suo padre Carlo, geniale ingegnere meccanico, con un evidente coté ludico che condivideva con il suo figlio più piccolo. La passione per la musica, invece,  gli veniva dalla madre Marcella, appassionata melomane e discreta pianista.

 Tavola originale di Luzzati per Pulcinella

Cinema, burattini, musica: ecco qui gli ingredienti che ne faranno uno dei maestri dell’animazione mondiale. Ma restiamo ancora ai documentari, ai quali Giulio – tranne sporadiche eccezioni nel mondo del lungometraggio – rimarrà fedele per tutta la sua carriera di cineasta dal vero. In quegli anni, perciò, gira una quantità di documentari di tutti i tipi, a sfondo sociale, industriale, paesaggistico e artistico. In questo contesto, si pone il documentario del 1954 su Picasso per il quale il regista Luciano Emmer lo chiamò come direttore della fotografia: uno dei primi girati a colori sull’opera del grande maestro.

Con Picasso.

Un’esperienza ovviamente indimenticabile: erano decine gli episodi grandi e piccoli che raccontava, dalla meraviglia di vedere l’artista al lavoro, non soltanto per creare come per magia le sue ceramiche o i suoi dipinti, ma anche per fabbricare con gli oggetti più disparati i giocattoli per i figli piccoli Claude e Paloma; oppure le visite di cortesia agli altri “mostri sacri” che abitavano nei dintorni; e ancora, Picasso che affrescava davanti alla macchina da presa un’intera parete con “La Guerra e la Pace”, uno dei momenti più emozionanti del lungo documentario. Ma certo il rimpianto della sua vita fu quello di non aver creduto fino in fondo alla proposta che Picasso stesso gli aveva fatto: di realizzare un’animazione assieme, quando aveva saputo della sua passione per questa arte. Finite le riprese e rientrato in Italia, la sua timidezza gli impedì di tornare alla carica e di riparlarne con l’artista.

Gianini e Luzzati nel boccascena di un teatrino disegnato per il Flauto Magico.

È in quegli stessi anni che Gianini conosce Luzzati: incontrando lo scenografo, gli chiese subito di dipingergli il boccascena del suo famoso teatro dei burattini. Luzzati, che condivideva la stessa passione, non se lo fece ripetere due volte e fu così che nacque la loro collaborazione. Perciò, non stupirà nessuno sapere che i loro primi tentativi d’animazione avevano per protagonisti proprio i personaggi della Commedia dell’Arte, come Arlecchino e Colombina, ma soprattutto Pulcinella, quel piccolo eroe scapestrato che è stato il compagno-totem di tutta la loro carriera.



Giugi e Lele, come tutti li chiamavano, avevano due personalità molto diverse e perciò complementari, unite da una grande sintonia, che passava attraverso canali misteriosi, noti solo a loro due. Li accomunava la straordinaria abilità artistica e professionale, oltre a una componente di entusiasmo candido e disarmante, una profonda amicizia, un grande senso dell’humour e quella incapacità di prendersi troppo sul serio, anche quando erano ormai diventati famosi. Il loro lavoro aveva una forte componente giocosa e il grande divertimento era trovare assieme le soluzioni per procedere con le sequenze da girare. Soggetto, sceneggiatura e regia erano opera comune; dopo di che, l’uno realizzava con semplicità e freschezza una stupenda e coloratissima tavolozza a cui l’altro dava vita, lasciando inalterato il messaggio dell’artista, sia in termini cromatici che poetici.



Ma va anche aggiunto che Giulio era un grande tecnico del mezzo cinematografico: non si limitava ad animare, ma partiva proprio dalle basi, nel senso che la sua verticale con il banco d’animazione li aveva costruiti personalmente, anche con l’aiuto di una serie di improbabili ma indimenticabili fornitori di materiali tecnici, con rivendite al mercato di Porta Portese. Inoltre, comprava la pellicola adatta, la girava e poi la sviluppava a Cinecittà, rompendo le scatole a tutto lo stabilimento finché non otteneva esattamente i colori che diceva lui. Dopo, montava tutto il materiale, sincronizzando le colonne. Insomma, faceva da solo il lavoro di cinque o sei persone diverse. Anche se il suo più grande talento era la capacità di “vedere” in anteprima la sequenza che poi avrebbe girato: la tecnica del decoupage va fatta principalmente sotto la macchina da presa e non con un “foglio macchina” prestabilito, come nella tecnica tradizionale a fasi, dove un operatore può filmare le sequenze sui fogli numerati. Competenze che ha trasmesso nel corso di una lunga carriera al Centro Sperimentale di Cinematografia, a numerosi giovani animatori italiani, per i quali non era solo un maestro, ma una sorta di fratello maggiore, con il quale si stabiliva un rapporto paritario e a volte di duratura amicizia.

Con Leo Lionni, negli anni Settanta.

Giulio ha realizzato anche cinque piccoli film con Leo Lionni, straordinario grafico e illustratore. Collaborazione connotata da una bella amicizia e dalla reciproca ammirazione di due tecnici-creativi. Se infatti Lionni era in grado di raccontare poeticamente e illustrare magistralmente le sue moderne fiabe, la grande esperienza di Giulio come direttore della fotografia a colori e il suo innegabile talento di animatore – cioè inventore di movimenti – riuscivano a convertire quelle immagini in puro linguaggio cinematografico.
Il loro rapporto professionale, o meglio l’incontro tra due perfezionisti maniacali, era estremamente diverso da quello tra Giulio e Lele Luzzati. Qui esisteva una sorta di teatro nel cinema, dove molto era lasciato all’improvvisazione di entrambi e che sinteticamente si può riassumere con la frase “elogio dell’imperfezione”.

 Durante la lavorazione del film È mio di Lionni.

Con Leo, che invece metteva a disposizione le impeccabili immagini dei suoi libri, il lavoro era contemporaneamente più semplice dal punto di vista grafico ma molto più impegnativo sotto l’aspetto tecnico.  Provate voi a disegnare, ritagliare e animare decine, centinaia di zampette di rana, codine di topo e pesciolini rossi… È quello che ci trovammo davanti io e Antonella Abbatiello, loro amica e preziosa collaboratrice, a sua volta raffinatissima disegnatrice, quando mi accinsi a disfare, assieme a lei, quanto rimaneva dello studio di Gianini e Luzzati. Fu lei che, con infinito amore e una precisione maniacale degna dei suoi maestri,  ricompose molte delle tavole d’animazione da cui sono stati tratti i cinque film di Lionni.

 Immagine di Lionni per il film Guizzino.

Raccogliendo questi pochi ricordi di vite altrimenti intensissime, mi viene in mente come tutti questi vari mondi interagissero fra loro, apportando ognuno tesori inestimabili all’altro: così, dal mondo del cinema romano nacquero i titoli di testa dei film su Brancaleone di Monicelli, o l’attenzione che Fellini dedicò sempre al duo Gianini-Luzzati; e viceversa, tutto il mondo teatrale, musicale e culturale che ruotava intorno a Luzzati (qui i nomi sono troppi per elencarli) ha sempre svolto un ruolo di primo piano nei loro film; mentre Lionni, che nella sua vita straordinaria aveva incrociato le strade artistiche di quasi tutto il secolo scorso, venendo a contatto con molti autori di grande fama (come Alexander Calder, per il quale Giulio girò uno dei suoi ultimi documentari, mai montato e inedito, nel 1970), apportò la sua insuperabile esperienza di cittadino del mondo.


Brancaleone di dottor_h

mercoledì 13 marzo 2013

Votate! Votate! Votate!

Cari illustratori, eccoci finalmente giunti al redde rationem: la seconda fase de Il pigiama dei vostri sogni. Il primo gioco dei Topipittori per illustratori. A seguito di un'attenta analisi e di una discussione quasi degenerata in rissa, la giuria, composta da Valentina Colombo, Giovanna Zoboli, Marco Piunti e Paolo Canton, riunitasi lunedì 11 marzo alle ore 15:00 ha insindacabilmente selezionate le venti immagini da sottoporre al giudizio dell'inclito pubblico.  Ci saranno giubilo per il sorprendente successo, lacrime per esclusioni inaspettate, polemiche per le scelte della giuria. Ma ricordatevi che è un gioco. Un bel gioco al quale hanno partecipato settantotto illustratori, provenienti da cinque nazioni in tre continenti, nonostante fosse stato esplicitamente dichiarato che non si vince niente, neanche la visibilità. 
A tutti gli illustratori, grandi e piccoli, celebri e ignoti, selezionati e non, che hanno dedicato il loro tempo a giocare, il più vivo ringraziamento topesco. A chi guarderà le immagini, sceglierà la preferita e voterà, un grazie altrettanto sentito.

VOTARE È SEMPLICE
1) guardate con attenzione tutte le immagini:
2) decidete quale preferite
3) inviate una email indicando in oggetto la vostra immagine preferita all'indirizzo email pigiamitopi@gmail.com entro le 23:59 del 17 marzo 2013
4) NON saranno conteggiati i voti espressi come commento a questo post, o al tamburino sulla nostra pagina Facebook o inviati ad altri indirizzi della casa editrice.

Le tre immagini più votate saranno dichiarate vincitrici. Non vinceranno niente, ma saranno pubblicate in gran pompa, con accompagnamento di fanfare, in un post sul blog dei Topipittori il giorno 20 marzo 2013, con commosse dichiarazioni degli autori, motivazione della giuria e qualcos'altro che ci faremo venire in mente.

E, adesso, la parola alle immagini. L'ordine nel quale sono presentate è casuale e non indicativo di preferenze della giuria (che le sue preferenze le ha, ma ci tiene a non manifestarle).

Immagine A - Simone Rea

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Immagine B - Cristina Berardi

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Immagine C - Ignazio Fulghesu

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Immagine D - Anna Castagnoli

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Immagine E - Alicja Jagoda Paluch

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Immagine F - Livia Ghiglia

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Immagine G - Gioia Marchegiani

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Immagine H - Francesca Zoboli

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Immagine I - Donatella Crippa

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Immagine L - Marina Marcolin


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Immagine M - Sara Tassan Mazzocco

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Immagine N - Luisa Nascosto
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Immagine O - Barbara Baldi


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Immagine P - Laura Campadelli

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Immagine Q - Rossana Bossù

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Immagine R - Oran Going

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Immagine S - Silvia Baroncelli

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Immagine T - Marco Viale

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Immagine U - Antonina Pulvirenti

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Immagine V - Giulia Bacchini

martedì 12 marzo 2013

Dare i numeri

Il record di visualizzazioni di pagina:
2271 contatti il 27 febbraio 2013
Qualche sera fa, ci siamo incontrati con un gruppo di amici, moltissimi dei quali del mestiere e, come accade spesso, ci siamo mesi a parlare di lavoro. Quella sera, l'argomento era: come mai non ci sono media di rilievo che si occupino seriamente di letteratura per ragazzi e che cosa possiamo fare per risolvere il problema. Perché per chi fa questo mestiere è davvero un problema.

La nostra ricetta è alimentare la rete. Se i grandi media non si occupano di noi, facciamo in modo che sia un media universale, Internet e il World Wide Web, a occuparsi di diffondere la conoscenza dei libri per ragazzi fra un pubblico sicuramente vasto, potenzialmente immenso, e certamente interessato (se qualcuno cerca informazioni in rete sui libri per ragazzi è per definizione interessato all'argomento, per le ragioni più diverse).
Il primo post con interventi di Ettorino:
il massimo esperto canino di illustrazione.

Noi abbiamo espresso la nostra profonda convinzione che blog come Le Figure dei Libri, ZazieNews, Lettura candita, Gavroche, Principi e principi e i mille altri, alimentati da bibliotecari, librai, promotori della lettura, case editrici, appassionati, mamme on line, abbiano oggi una funzione insostituibile per la diffusione della conoscenza e la promozione delle vendite.

Le figure dei libri: qui è cominciato il movimento!
E Anna non potremo mai ringraziarla abbastanza.

Ma una delle persone che partecipava alla discussione, editor di una grande casa editrice, a quel punto ci ha interrotto, affermando con un certo piglio: «Ma lo sappiamo tutti che tanto i blog ce li leggiamo solo fra noi. A cosa serviranno mai?»
Le abbiamo allora raccontato un po' di numeri del nostro blog e quelli che, in via confidenziale ci ha rivelato qualche amico affetto dalla stessa patologia, lasciandola abbastanza incredula. Ma, in questo modo ci siamo resi conto di non aver mai dato, proprio sulle pagine del blog, alcuna informazione sul pubblico dei suoi lettori.

18 settembre 2010:
la nostra avventura comincia con questo brevissimo post.

Quanto è vasta questa comunità? Da chi è composta? Quali sono le sue abitudini di lettura? Magari non importa a nessuno. Ma per noi è ragione di soddisfazione poter affermare che dal 18 settembre 2010, data del primo post pubblicato, alla mezzanotte di ieri - cioè in 905 giorni - il blog dei Topipittori ha:
- pubblicato 563 post
- coinvolto 103 autori diversi (grazie a tutti, dalla A di Antonella Abbatiello alla Z Francesca Zoboli), fra i quali anche un cane: Ettorino
- ricevuto 1884 commenti (in media, più di tre commenti per ogni post)
- avuto 421.247 pagine visitate (in media, 465 al giorno, o 748 a post), 258.1347 visite (della durata media di 2:02 minuti) e 86.491 visitatori unici.

Il post che ha ricevuto più commenti: ben 49.

Ma questo è un dato medio su un periodo relativamente lungo di tempo. Quindi non è così significativo. Proviamo a fare qualche confronto. Prendiamo il mese di febbraio di quest'anno e confrontiamolo con lo stesso mese dell'anno scorso. Abbiamo avuto:
- 26.846 visualizzazioni di pagina (19.510 nel 2012)
- 17.589 visite (14.812 nel 2012) della durata media di 2:10 minuti (1:53 nel 2012) e con una media di 1,53 pagine per visita.
- 8.206 visitatori unici (7.253 nel 2012), che sono tornati 2,14 volte nel blog, in media, nel mese.
- 2.271 visualizzazioni di pagina (il record) il 27 febbraio.

Lettura Candita, di Carla Ghisalberti: uno dei nostri preferiti.

Il post più popolare nella storia del blog dei Topi è stato letto 3472 volte e ha avuti 21 commenti. Il secondo è stato letto 3028 volte e ha avuto 24 commenti. Il terzo 2962 volte, con 20 commenti. Per entrare nella classifica dei primi dieci, un post oggi deve essere letto più di 1000 volte. Il post più letto nel mese di febbraio è stato letto 1312 volte. Il post più commentato ha avuto 49 commenti.

Gavroche: il blog di letteratura per ragazzi
che ha sconfitto perfino un terremoto.

Ma voi che ci leggete, chi siete? Per l'80 per cento donne. Una su tre fra i 25 e i 34 anni; una su quattro fra i 35 e i 44; vi dividete equamente fra Macintosh e Windows, ma ormai un po' più di uno su otto si collega attraverso tablet o smartphone. Siete quasi tutti italiani: solo uno su otto risiede altrove. I paesi dai quali riceviamo il maggior numero di visite sono, nell'ordine, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Stati Uniti, Polonia, Portogallo, Belgio, Giappone, Argentina, Corea del Sud, Brasile. Ma sappiamo che ci seguono anche sporadici, ma fedeli lettori da Colombia, Indonesia, Iraq, Iran, Malaysia, Messico, Peru, Thailandia.

Uno dei migliori fra i blog di case editrici: speriamo che il trasloco
si compia e riprendano gli aggiornamenti.

Certo, non siamo Brainpickings, che ha centomila visite al giorno. E anche altri blog italiani dedicati ai libri per ragazzi hanno un pubblico più vasto del nostro (Le figure dei libri, tanto per non fare nomi). Ma a noi questi risultati danno una certa soddisfazione, al di là dei numeri, perché ci rendiamo conto che questo lavoro, nostro e altrui, ha il merito di creare e consolidare una rete di scambio di informazioni e di conoscenze che è importante e supplisce egregiamente a vistose carenze. E chissà che qualche giornalista o direttore di giornale, leggendo questi numeri, ottenuti senza una struttura dedicata - anche se con molto impegno personale - non si renda conto che di letteratura per ragazzi (anche solo per questioni di audience, se non è interessato ad altro) varrebbe davvero la pena di occuparsi.

Le infaticabili Giannine sono attive da anni sul fronte digitale.

lunedì 11 marzo 2013

Nel mondo di Camilla: diario di viaggio

Un acrilico su tavola di Camilla Engman
[di Chiara Torelli]

Sono trascorsi quasi due anni, da quando, grazie a un post dei Topipittori sulla loro pagina Facebook e a un meraviglioso regalo di compleanno, ho avuto la possibilità di partecipare al workshop che Camilla Engman, tramite Ace Camps, organizza ogni anno nel suo studio di Göteborg, in Svezia.
Ricordo che, a proposito di Camilla, i Topipittori avevano scritto, che, una volta scoperta, non ne avremmo più potuto fare a meno.
Ed effettivamente è stato proprio così: ho iniziato a guardare i suoi lavori, che pubblica regolarmente nel suo blog, a conoscere le sue illustrazioni e il fascino del suo mondo è stato immediato e sempre più coinvolgente.

Il poster disegnato da Camilla
per il Film Festival di Goteborg del 2009.

Mi piaceva molto l’idea di unire l’idea di unire un viaggio all’estero a un corso di illustrazione, perché avrei avuto la possibilità di visitare una città come Göteborg e i suoi dintorni, con occhi diversi rispetto a quelli di un semplice turista.
Il corso inoltre è internazionale: ogni anno gli iscritti, massimo dieci, provengono da tutto il mondo. La lingua franca è l’inglese, come del resto avviene quasi ovunque, nel mondo.
Così il 27 Maggio 2011 sono partita per Göteborg, con il desiderio di raggiungere e di scoprire un mondo molto lontano dal mio, sia materialmente sia metaforicamente.

Un'illustrazione di Camilla per l'albo Reisen (Magikon Forlag, 2012).

Göteborg mi ha letteralmente accolta: è una città ospitale. Ma l'ospitalità ha trovato la sua massima espressione in Camilla, che sin dall’inizio del corso ha saputo trasmettermi la sua particolare sensibilità.

Primo Giorno
Fin dall'inizio, Camilla ha tenuto a precisare il significato del nostro stare insieme: lo scopo del corso non era tanto creare un certo numero di illustrazioni di qualità  da riportare a casa per arricchire un portfolio; ma, al contrario, trovare qualcosa di nuovo nel proprio percorso creativo.
E per ottenere questo risultato sarebbe stato necessario rinunciare a ogni preoccupazione estetica: solo sospendendo il giudizio sul risultato del proprio lavoro, il processo creativo poteva diventare più importante dell’illustrazione finita.
Camilla ha deciso di iniziare questo percorso con il disegno dal vero, accompagnandoci a visitare il Giardino Botanico di Göteborg.


Due immagini della nostra visita all'orto botanico.

Secondo Giorno
Raggiunto lo studio di Camilla, abbiamo iniziato la giornata guardando alcuni suoi quadri, numerose illustrazioni, in particolare quelle di Troppo tardi, il picture book, che aveva appena terminato di illustrare per i Topipittori con il testo di Giovanna Zoboli [del quale abbiamo parlato qui, NdE].

Troppo tardi, in edizione italiana e francese.

La lezione pratica è stata dedicata all’utilizzo dei colori acrilici, in particolare alla creazione di sfondi e diverse textures. Per questo Camilla ha messo a disposizione delle tavole di masonite, per farci sperimentare superfici diverse.

Stacchetto pubblicitario: Topipittori ha appena pubblicato il nuovo albo di Giovanna Zoboli e Camilla Engman, C'era una volta una storia, del quale abbiamo parlato qui
Camilla sarà alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, e incontrerà amici e illustratori (oltre a dedicare copie dei suoi libri)  dalle ore 17:00 alle ore 18:00 di lunedì 25 marzo allo stand dei Topipittori, 29D36.

Terzo Giorno
È stato il giorno più impegnativo e, allo stesso tempo, il più interessante, perché in questa giornata Camilla ci ha rivelato più approfonditamente il suo processo creativo.
L'obiettivo pratico era ottenere una nuova immagine partendo da una qualsiasi immagine fotografica (Camilla aveva messo a disposizione degli esempi). L’immagine fotografica doveva essere manipolata, trasformata, semplicemente attraverso il disegno oppure con interventi più invasivi come il ritaglio, la selezione o la distorsione.
Detto così sembra semplice, ma l'ulteriore richiesta era mettere questa immagine in relazione creativa con gli sfondi creati il giorno precedente e gli schizzi fatti al Giardino Botanico.

E questo è il risultato.

Quarto Giorno
Dopo tre giorni di lavoro, mi sembrava ormai chiaro come anche il mio processo creativo, come quello di Camilla, si potesse nutrire di esplorazione (uno sguardo curioso e un'interpretazione personale dell'ambiente), raccolta (oggetti, segni e forme significativi collezionati nel modo più vario: fotografando, tracciando schizzi, raccogliendoli materialmente) e disegno. L'esperimento della coniugazione di questi tre aspetti, complementari e fondativi, non poteva trovare terreno più fertile di una gita fuori porta nella quale mettere in pratica quanto imparato fino a quel momento.
Siamo partiti quindi per Mastrand, una pittoresca cittadina dell’Arcipelago della Svezia occidentale, a poco più di un’ora da Goteborg.

Un panorama di Mastrand.
Quinto Giorno
Dopo una rapida visita al museo Röhsska, il museo del Design e delle Arti Applicate di Göteborg, abbiamo proseguito il nostro lavoro con Camilla nel suo studio, arricchite dall'esperienza del giorno precedente e forti dei nuovi materiali raccolti. Questa è stata la giornata più silenziosa del corso.


Sesto Giorno
Il corso con Camilla si è ormai concluso e l’ultimo giorno è stato dedicato da alcune a una visita alla città (e a un po' di shopping) e da altre a una nuova gita nei dintorni.
La sera abbiamo festeggiato tutti insieme sulla terrazza dello studio di Camilla con un panorama davvero unico: il porto di Göteborg.


Le prelibatezze svedesi preparate da Camilla, che ha dimostrato di essere fantastica anche come cuoca, hanno addolcito il saluto finale.

Poi è arrivata anche qualche lacrimuccia. 

L'appello dei Topipittori a scrivere questo post, provocato da un mio commento a un post di Anna Castagnoli su LFDL, è stato per me particolarmente utile. Mi sono accorta, a due anni di distanza, di quanto quei pochi giorni a Göteborg, in compagnia di Camilla siano stati preziosi, e si siano sedimentati fino a integrarsi completamente nei miei processi creativi, al di là dei suggerimenti tecnici o pratici dei quali ho comunque fatto tesoro. Forse per questo Camilla è una straordinaria docente: quello che ti insegna penetra così in profondità da farti pensare di averlo sempre saputo.