lunedì 16 novembre 2015

Piccole sentinelle della patria

Fra le diverse iniziative editoriali per ricordare i cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, specificamente dedicato alla letteratura per ragazzi, è uscito un bel saggio curato da Marnie Campagnaro, La grande guerra raccontata ai ragazzi, che raccoglie saggi di Marnie Campagnaro (Sulle «soglie» della Grande guerra. Visioni e rappresentazioni nella letteratura per l’infanzia), Davide Boero (Cinema, Grande guerra e bambini), Ilaria Filograsso (Infanzie e guerre. Tra dimensioni culturali e problemi educativi), Walter Fochesato (Nani, pinocchi e piccoli alpini. Il racconto della guerra) e una selezione di proposte di lettura a cura di Marnie Campagnaro e Michela Marafini; il volume è corredato delle tavole di Federico Maggioni di cui qui trovate una selezione (grazie all'editore per avercene concesso l'uso). 

Il volume racconta la Grande guerra attraverso la letteratura per l’infanzia, osservata come spiega la presentazione editoriale, «dagli occhi dei bambini e dei ragazzi protagonisti di storie in cui la guerra, con i suoi orrori, consolida legami d’amicizia, fa nascere sentimenti d’amore, causa dolorose separazioni, innesca repentini e spesso traumatici processi di crescita, induce a interrogarsi su chi sia il nemico e incita ad aprirsi al confronto e al dialogo con l’altro. La letteratura, dunque, come spazio per accostare i piccoli lettori di oggi a un evento tanto lontano quanto tragico come la prima guerra mondiale. Attraverso un approccio interdisciplinare, nei saggi che compongono la prima parte del volume si indaga il rapporto fra infanzia e guerra nei libri per ragazzi.» La Grande guerra è «il primo esempio di conflitto in cui all’infanzia è attribuito un ruolo nel dispositivo bellico adulto: i «piccoli combattenti delle retrovie» fanno la loro comparsa nei discorsi patriottici di cui l’infanzia è destinataria privilegiata e i messaggi propagandistici vengono veicolati dalle opere letterarie per bambini e dal cinema, entrambi divenuti funzionali al progetto ideologico nazionale e alla mobilitazione anche dei più piccoli, considerati ormai risorse utili, se non decisive, allo sforzo bellico.»


Il volume offre anche un’ampia rassegna di romanzi e albi illustrati per bambini e ragazzi con indicazioni sull’età di lettura consigliata, le trame, le parole chiave e gli spunti di riflessione, libri che, per qualità di intreccio narrativo e cifra stilistica, costituiscono strumenti preziosi per aiutare insegnanti, genitori, educatori, bibliotecari e operatori culturali a leggere e ricordare insieme ai ragazzi la Grande guerra e, più in generale, per affrontare il tema dei conflitti.
Qui vi proponiamo in lettura alcune interessantissime pagine di Ilaria Filograsso che nel suo saggio esplora il ruolo ricoperto dall’infanzia non solo nella prima guerra mondiale, ma anche in alcune altre guerre contemporanee: bambini al centro di massacri, esodi, odî etnici, ma anche bambini dai quali partire per la costruzione di una cultura pedagogica di educazione alla pace.


Senza menzionare il caso estremo dei ragazzi arruolati, le fonti infantili consentono di polarizzare l’analisi dell’esperienza dei bambini intorno ad alcuni momenti chiave: l’entrata in guerra, l’armistizio, la mobilitazione in età scolare, le ripercussioni fisiche della guerra, la fame, i bombardamenti, il freddo. Lo sconvolgimento materiale del quotidiano è un tema essenziale delle testimonianze infantili e delle rappresentazioni collettive del XX secolo: i bambini, a qualsiasi ceto appartengano, sono afflitti da privazioni e reagiscono con diverse strategie di resistenza alle difficoltà, di resilienza, diremmo con un termine più contemporaneo.
Ma soprattutto la Grande guerra costituisce il primo esempio di conflitto nel XX secolo in cui ai bambini è attribuito un posto particolare nel dispositivo bellico adulto, dai bambini usati come bersaglio dai nemici nelle zone occupate ai discorsi patriottici, moralisti, colpevolizzanti di cui l’infanzia è destinataria privilegiata. I discorsi della mobilitazione rispondono essenzialmente a due esigenze: da una parte, la giustificazione della guerra, che si fonda sull’esaltazione patriottica e sull’odio per il nemico; dall’altra, più sottilmente, la  colpevolizzazione dell’infanzia, messa in condizione di compiere sacrifici pensati a sua misura. 



I due principali vettori di tali discorsi sono i giochi e la scuola, che contribuiscono a rendere onnipresente il conflitto nell’universo infantile, rappresentando due domini complementari ma distinti. Il gioco di guerra, che coinvolge tutta l’infanzia – mentre i giocattoli riguardano soprattutto i figli della borghesia urbana –, diffuso capillarmente tra bambini e bambine (piccoli soldati e piccole infermiere), che con non poca creatività ripropongono abiti, armi e accessori necessari alla finzione, rappresenta il teatro dell’appropriazione, persino violenta o pericolosa, dei valori militari, dell’interiorizzazione dei principi della mobilitazione massivamente attivata soprattutto all’inizio della guerra, volta a stimolare in primo luogo il desiderio ardente di partecipare. Oggetto di ricerche contemporanee di scienziati e psicologi di tutta Europa per valutare l’impatto della guerra sulla psiche dei bambini – e questi studi confermeranno la profonda pressione dell’evento bellico sull’immaginario infantile, per la sua tendenza a fornire codici che modificano in profondità la vita e il mondo dell’infanzia –, il gioco ha un significato essenzialmente preparatorio, propedeutico, evidenziando spesso una drammatica contiguità, spaziale e temporale, con la guerra reale.
 


A scuola i temi privilegiati dalla propaganda sono la valorizzazione dei bambini come «piccoli combattenti delle retrovie» e la loro colpevolizzazione sacrificale in nome di una guerra svolta essenzialmente per loro. Le lezioni di storia e i corsi di morale forniscono l’occasione per una lettura manichea e semplicistica del conflitto, in una retorica binaria che alterna il discorso della fede patriottica e quello dell’odio xenofobo. I disegni e i quaderni ripropongono naturalmente l’esaltazione della Patria del Diritto contro l’Impero del male o l’opposizione tra civilizzazione e barbarie. In Francia l’inferiorità culturale e razziale del popolo tedesco è insita nella caricaturizzazione del nemico, base di un discorso semplicistico e violento, che tende d’altra parte a ritrascrivere la guerra in forma ideale e onirica, omettendone tragicità e violenza diretta. In questa rappresentazione manichea del conflitto l’esito della guerra non dipende soltanto dal coraggio dei combattenti, ma dal ruolo, anche minimo, che ognuno, bambini inclusi, può svolgere offrendo un contributo alla vittoria finale. La propaganda offre ai bambini l’occasione di mostrarsi degni dell’ardire dei soldati, impersonando semplicemente il ruolo di «piccole sentinelle della patria».
 


Il primo compito che i bambini devono eseguire per mostrarsi degni della patria è quello della riuscita scolastica, essendo l’eccellenza scolastica intesa come equivalente dell’eccellenza militare, perché valorizza il principio dell’utilità dei bambini alla causa della guerra: il banco di scuola è il corrispettivo civile e educativo della trincea. Le lettere private evidenziano il desiderio di mostrarsi all’altezza dei soldati riuscendo nei compiti scolastici, mentre i padri dal fronte paragonano spesso la situazione, certo più invidiabile, della scuola a quella della trincea, per rinforzare l’attitudine alla disciplina e l’inquadramento dei figli all’obbedienza: senza dubbio si tratta di un meccanismo di controllo sociale, destinato a sopperire all’assenza dei padri riproponendo, in forma mediata, la loro autorità. Tuttavia, si registra nei documenti proposti da Audoin-Rouzeauil passaggio da uno specifico di ruolo (essere un bravo e ubbidiente scolaro) a un carattere totalizzante dell’essere buon patriota e piccolo soldato, condizione che esige prove e testimonianze che invadono ogni aspetto della vita del bambino. 



I due capisaldi della colpevolizzazione, dunque, sono il lavoro ben condotto in classe e la privazione, la rinuncia, giocando il discorso della guerra anche un ruolo di regolazione sociale, nel caso dei bambini. In effetti, l’interiorizzazione dell’ingiunzione sacrificale si traduce in un’automobilitazione tesa alla ricerca dell’approvazione adulta. Alcune illustri testimonianze vanno in questa direzione. Anaïs Nin a New York, soffrendo a distanza di non partecipare direttamente alla lotta contro gli «indicibili barbari» esognando i tempi eroici di Giovanna d’Arco, rinuncia al cinema per condividere un po’ di travaglio con il suo paese natale, e decide di vestirsi di nero in forma di solidarietà con il lutto dei piccoli orfani, esercitando una maniera tutta cattolica di offrire il proprio sacrificio per la patria.
Così anche Simone de Beauvoir, cresciuta con la Storia dell’Alsazia, raccontata ai bambini dallo zio Hansi (1913), non molto generosa nella descrizione dei vicini di stirpe germanica, ricorda la sua privazione dei dolcetti, organizzando insieme l’esibizione di questa rinuncia, poiché la sua soddisfazione è ancor più rinforzata se il suo gesto diviene pubblico e raccoglie l’approvazione delle sorelle. 



L’impresa della mobilitazione non si occupa solo della dimensione spirituale degli studenti, ma tende a un’utilizzazione pratica dei bambini, coinvolgendoli in lavori manuali che mostrano concretamente il loro contributo, nella confezione di oggetti e di vestiario destinati ai soldati che dalle scuole dell’infanzia sino ai licei rappresenta una vera e propria produzione scolastica per la guerra. Se i soldati, per altro, donano quotidianamente il loro sangue, ai bambini è richiesto di donare il loro denaro, di partecipare anche economicamente all’impresa della guerra: i bambini non sono solo i nuovi bellatores(futuri combattenti, che pagano a loro modo il debito di sangue) ma anche veri e propri
laboratores (coloro che lavorano intellettualmente e finanziariamente per realizzare la vittoria). In misura non uguale, naturalmente, ma in base alla distinzione tra bambini e bambine: queste ultime, infatti, future infermiere e madri di famiglia, ricoprono un ruolo talmente subalterno nell’ordine sociale che non può che tradursi in un «debito infinito», come mostra la loro caritatevole generosità e la loro funzioneprettamente consolatoria in famiglia, limitandosi la mobilitazione delle piccole ai lavoretti manuali, alle piccole privazioni o alle preghiere. 


Infine, i rapporti epistolari con i soldati isolati da parte dei «figliocci di guerra», mobilitati nella corrispondenza con i combattenti al fronte, attribuisce ai bambini un grado ulteriore di responsabilità, questa volta più affettiva che utilitaristica, accrescendo nel contempo il livello di colpevolizzazione fondata sul ribaltamento di una funzione assegnata solitamente all’adulto: quella dell’adozione. 

La mobilitazione dell’infanzia, dunque, diventa spia illuminante di un processo più generale, di una cultura di guerra del 1914-18, di un corpus di rappresentazioni cristallizzatosi in vero e proprio siste ma che dà al conflitto il suo senso profondo. Una cultura non dissociabile da una misura straordinaria di odio nei confronti dell’avversario, da una pulsione sterminatrice, da una forma mentisdello scontro ideologico sul terreno del nazionalismo.

(brano tratto da Infanzie e guerre. Tra dimensioni culturali e problemi educativi di Ilaria Filograsso che ringraziamo per avercene concesso l'uso).


venerdì 13 novembre 2015

L'antologia Scacciapensieri: poesia come terapia

[di Anna Castellari e Dome Bulfaro, per il gruppo di Mille Gru (associazione culturale, Monza)]

Mille Gru pratica la poetry therapy dal 2009, da quando cioè i poeti Dome Bulfaro e Ivan Sirtori hanno avviato insieme il progetto Leggere, con cura presso l’ospedale Alessandro Manzoni di Lecco.
La prima edizione di questa operazione di poetry therapy prevedeva la somministrazione quotidiana di una poesia al giorno per sette giorni in alcuni reparti individuati con i medici dell’ospedale. Era prevista anche la somministrazione di un foglio “in bianco” in cui il paziente poteva scrivere (non necessariamente in versi) pensieri sulla propria degenza.
L’operazione si concluse con un reading di Bulfaro e Sirtori dedicato e di supporto a tutte le categorie ospedaliere ed extraospedaliere che si prendono cura dei degenti, a cominciare naturalmente dai familiari.


Naturalmente quella prima esperienza, pionieristica (almeno per noi dell’associazione Mille Gru), evidenziò pregi e difetti dell’operazione attuata, ma costituì la base per uno sviluppo di Leggere, con cura, non solo su Lecco, per il secondo anno realizzato sempre da Dome Bulfaro e Ivan Sirtori, ma anche nell’Ospedale Maggiore di Milano (progetto coordinato da Patrizia Gioia, supportato e ospitato, come altri successivi, da Fondazione Arbor e SpazioStudio13) e in tutti gli enti ospedalieri di Lugano (progetto coordinato da Fabiano Alborghetti).


L’azione di poetry therapy di Mille Gru dopo Leggere, con cura si è estesa in più direzioni, sempre coordinata da Dome Bulfaro e Simona Cesana, presidente dell’associazione. Tra queste ricordiamo almeno La poesia salva l’anima, progetto di Silvia Monti edito da Mille Gru, e il percorso di formazione come volontario nell’Hospice di Monza da parte di Dome Bulfaro che ha poi portato alla produzione dello spettacolo Pagina Quaranta (regia di Enrico Roveris), finalizzato a diffondere la consapevolezza del ruolo che un hospice svolge all’interno di una comunità, oppure Dire, con cura realizzato da Dome Bulfaro a Melbourne, con gli italiani immigrati degenti nel Centro Coesit.
Tutti questi progetti sono raccolti nella nostra pagina dedicata alla Poetry Therapy, pagina che abbiamo appena aperto per raccogliere i materiali di tutti progetti realizzati in quest’ambito di ricerca dal gruppo di Mille Gru.


Dopo sette anni di lavoro sul campo è maturata l’ultima nostra azione di poetry therapy: l’operazione Scacciapensieri, che prende il via con il libro Scacciapensieri. Poesia che colora i giorni neri, la prima antologia di poesia-terapia in Italia per bambini dagli 8 anni in su.
Scacciapensieri è il secondo volume della collana TITA. Il bambino è padre dell'uomo, edita da Mille Gru con il sostegno di Fondazione Arbor. Si tratta di un’antologia curata da un anno a questa parte da Anna Castellari, Patrizia Gioia, Dome Bulfaro e Simona Cesana. Abbiamo pensato a un libro di poesie che potesse funzionare anche come strumento di lavoro per tutti i genitori, gli insegnanti e gli operatori sociosanitari che intendono aiutare i bambini a trasformare positivamente le loro piccole e grandi paure, i loro piccoli e grandi dolori, le loro piccole e grandi malattie.



L’antologia Scacciapensieri è stata pensata dai quattro curatori a misura di bambino: ovvero come un libro che possa essere maneggiato anche da bambini, che parli il loro linguaggio, che di volta in volta sappia affrontare temi difficili in maniera tanto leggera quanto seria, tanto allegra quanto attenta.
Affinché il libro sia maggiormente funzionale all’uso terapeutico e risulti al tempo stesso più gradevole, il materiale non è stato suddiviso in ordine alfabetico o per autori, ma è stato organizzato classificando le poesie terapeutiche in sette 'medicine' principali + una medicina speciale: amore, dialogo, risata, stupore, natura, tempo, armonia + aforismi.


Come si può notare da queste otto parole chiave, non si tratta di medicine vere e proprie perché, non è superfluo dirlo, questo libro non mira in alcun modo a sostituirsi alla medicina ufficile, bensì ad affiancarla. L'intenzione è quella di somministrare poesie capaci di aiutare a riequilibrare il corpo, la mente, l’emotività, lo spirito, l’anima del bambino (e dell’adulto) per orientarlo e riscaldarlo nelle sue esperienze.
Le otto medicine principali individuate sono state desunte dalle poesie che ci sono arrivate da ciascuno dei quattordici poeti antologizzati (molti dei quali sono tra i più noti autori di poesia per l’infanzia). A volte, alcune poesie contengono, inevitabilmente, più di una medicina, qualità che rende difficile la collocazione del libro Scacciapensieri in una sezione anziché un’altra. Confidiamo che i lettori, e i bambini in particolare, sappiano reperire tra le parole poetiche, al di là della suddivisione che abbiamo adottato, la medicina di cui avranno più bisogno.


Tornando alle singole sezioni, una volta stabilite le medicine che accompagneranno il lettore bambino o adulto nella malattia, abbiamo deciso di scrivere veri e propri bugiardini d’introduzione, con tanto di Composizione, Modo d’uso e Avvertenze. L’esperienza di Dome Bulfaro con i bambini – da anni tiene laboratori alle scuole primarie in cui insegna a realizzare prelibri e libri di poesia con la tecnica pop up – lo ha aiutato nel reperire il linguaggio più adatto per questi bugiardini.
Un esempio può essere quello relativo alla prima medicina: l’amore.

Prima medicina. Amore
Composizione: innamorarsi, prendersi cura, conciliarsi e sognare, sempre far sognare all’amore altro e vero amore.
Modo d’uso: queste poesie sono da usare in caso di nullo, scarso o troppo amore, per trovare in sé la forza di superare le più difficili prove.
Avvertenze: in caso di sovradosaggio non è necessario rivolgersi al medico di base: le parole delle belle poesie non perdono mai colore, diventano trasparenti e familiari, diventano parte di noi.


In questa sezione è contenuta la poesia di Silvia Vecchini, forse tra le più immediate ed efficaci medicine di parole.

Voce di mamma, prima cura

Guancia a guancia,
il nostro primo ballo seduti
m’innamori già e pensa,
ci siamo appena conosciuti

Anche le illustrazioni hanno trovato una collocazione precisa, conseguenza di scelte ben ponderate.
Deka, artista scomparso dieci anni fa per una malattia incurabile, sapeva trasformare macchie di colore in soggetti, facendole diventare di volta in volta personaggi di fantasia, alberi, bambine.

Sono colori brillanti, forme astratte che si trasformano e lasciano che la mente di bambini e adulti vaghi liberamente.
Così, i disegni contenuti nell’antologia, sebbene talvolta rispecchino la sezione nella quale si trovano (pensiamo ad esempio alle immagini degli alberi nella sezione Natura), in realtà raccontano una storia a sé stante, leggibile indipendentemente, quasi fosse un silent book nel libro, dal potere calmante e terapeutico.


I poeti presenti nell’antologia sono Alberto Casiraghy, Azzurra D’Agostino, Bruno Tognolini, Chiara Carminati, Dome Bulfaro, Donatella Bisutti, Francesca Matteoni, Giusi Quarenghi, Marilena Renda, Patrizia Gioia, Roberto Piumini, Silvia Salvagnini, Silvia Vecchini, Vivian Lamarque.

mercoledì 11 novembre 2015

Quadernini: la bellezza e la forza poetica

[di Thomas Pololi]

Sono passati più di dieci anni da quando quasi per caso, nella casa dei miei genitori a Bergamo, aprii il cassetto che conteneva alcuni miei quaderni delle scuole elementari e, anche se allora non lo sapevo, buona parte del mio futuro.
Il progetto Quadernini è nato molto spontaneamente in quel periodo, dal desiderio di raccogliere e diffondere quello che consideravo un vero e proprio patrimonio letterario attraverso un blog.

Negli anni capii che i quaderni avevano ancora più valore di quello che pensavo: come hanno messo in evidenza ricercatori come Juri Meda dell'Università di Macerata, che insieme a Roberto Sani e Davide Montino ha curato un incredibile libro dal titolo School Exercise Books. A Complex Source for a History of the Approach to Schooling and Education in the 19th and 20th Centuries, (1567 -!- pagine di contributi di storici dell'educazione di tutto il mondo), i quaderni sono una fonte complessa, ma fondamentale per lo studio della storia dell'educazione, della società, della psicologia infantile.


La cosa stupefacente è che al di fuori del mondo accademico il quaderno sia, invece, considerato come un oggetto che sì, è bello conservare, ma che al primo trasloco può essere buttato in un cassonetto insieme a vecchie riviste e giornali (non che quelli abbiano meno valore, ma sono prodotti in serie e conservati in archivi, mentre ogni quaderno è un oggetto per sua natura unico, e a pensarci bene non esiste un altro tipo di documento redatto dai bambini in grado di presentarci il loro pensiero e il loro sguardo sul passato recente).


 L'associazione Quaderni Aperti è stata fondata nel 2014 proprio allo scopo di valorizzare la bellezza e la forza poetica, storica, educativa di questo materiale: non si tratta solo di digitalizzare e catalogare quaderni di scuola, un lavoro che viene già svolto da alcuni istituti di ricerca in Italia e nel mondo, ma di cercare di trasmettere qualcosa attraverso una “cura artistica” dell'oggetto quaderno e dei suoi contenuti.
 Attraverso i contenuti prodotti dai bambini vorremmo far riflettere, divertire e a volte fare anche piangere, come accade quando Bing Bong svanisce nel Baratro della Memoria in Inside Out.
L'idea di fondo è quella di “estrarre” dai quaderni il loro potere comunicativo ed evocativo, e utilizzarlo per realizzare attività che vanno dalla divulgazione sul web alla realizzazione di laboratori per le scuole, dagli spettacoli ai seminari.


Per fortuna sul nostro percorso abbiamo incontrato tantissimi sostenitori: insegnanti, artisti, scrittori e curiosi che seguono le nostre attività in rete (il blog e la pagina Facebook Quadernini), ma anche ricercatori (in particolare il già citato Juri Meda, che ci ha persino invitato a presentare i progetti dell'associazione a un simposio internazionale, e il gruppo di ricerca della professoressa Simonetta Polenghi, direttrice del Dipartimento di Pedagogia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore), laboratori innovativi come La Grande Fabbrica delle Parole, reti di associazioni come Milanosifastoria, collezionisti pieni di passione come Carlo Covini del negozio Il Mondo è Piccolo di Milano, e addirittura aziende illuminate come Arbos, una cartiera che si trova vicino a Vicenza con la quale stiamo realizzando un progetto editoriale per portare i temi scritti dai bambini di una volta sui quaderni venduti nelle librerie e cartolerie attuali.


La mostra che inaugurerà il 25 novembre allo spazio Ex Fornace, gentilmente concesso dal Consiglio di Zona 6 del Comune di Milano (che ha anche patrocinato l'iniziativa) sarà la prima occasione in cui presenteremo una panoramica completa su quello che è stato fatto in questi anni.
Il percorso sarà composto da circa 50 pannelli: si partirà dalle vacanze di una bambina di Milano del 1900 durante le quali viene assassinato il re Umberto I e si arriverà alla spesa con la migliore amica alla CittàMercato, passando per i problemi di matematica del fascismo (“Calcola quanti sono i balilla di Montelupo”), per il punto di vista di una ragazza sfollata sulla Milano bombardata degli anni Quaranta e per il viaggio immaginario di un bambino di Macerata verso la Luna, nel 1971.


Si potrà scoprire perché la calligrafia obliqua all'inizio del Novecento è diventata dritta, chi per primo ha sfruttato il potere comunicativo delle copertine, come è cambiato l'approccio al disegno in classe (gli interventi più specifici sono stati sviluppati insieme al Dipartimento di Pedagogia dell'Università Cattolica e da loro supervisionati).
Si potranno sfogliare nove quaderni di ex bambini milanesi, riprodotti integralmente da Arbos, sedendosi a dei banchi originali degli anni Venti, Cinquanta e Settanta, e navigare tra circa 1000 pagine del nostro archivio digitale.


E poi realizzeremo laboratori per le scuole con La Grande Fabbrica delle Parole (andremo in tre quarte elementari a leggere i temi di tre “ex coetanei” degli anni Quaranta, Cinquanta e Ottanta che i bambini successivamente incontreranno di persona all'Ex Fornace) e ospiteremo due seminari, I quaderni raccontano – La parola ai bambini della scuola di ieri (27 novembre, ore 14:30), con l'Università Cattolica del Sacro Cuore, e Bambini e lavoro (30 novembre, ore 14:30) con Milanosifastoria, per andare ancora più in profondità ed esplorare sia i contenuti dei quaderni di scuola che la tematica del lavoro e della formazione dei minori.


 Infine, presenteremo per la prima volta il nostro prossimo, ambizioso progetto, The School Exercise Books Project,  che ha come obiettivo la creazione di un archivio di contenuti di quaderni di scuola internazionali e lo sviluppo delle attività che già realizziamo in Italia anche in altri paesi.

La mostra e tutte le iniziative saranno gratuite e aperte al pubblico (tutte le informazioni si trovano sul sito); sarà possibile lasciare un contributo volontario a sostegno delle attività ordinarie e dei progetti dell'associazione.
La speranza è che per noi questa mostra, oltre a essere un punto d'arrivo, sia anche un punto di partenza e uno slancio verso il futuro.
E che per tutti sia un'occasione di arricchimento, riflessione, divertimento, e anche un po' di Bing Bong.

lunedì 9 novembre 2015

Di qui non si passa!

Di qui non si passa! è il nuovo albo di Isabel Minhos Martins e Bernardo Carvalho, autrice e illustratore ai quali siamo particolarmente affezionati. Il libro, che alla fiera di Bologna ha catturato tutti, è sorprendente per la sua capacità di divertire e far riflettere allo stesso tempo grandi e piccoli. Volevamo raccontarvelo nei migliore dei modi, per questo abbiamo intervistato Isabel Minhos Martins, autrice, ma anche editrice di Planeta Tangerina. E non perdetevi il trailer del libro in fondo al post.

Tra le numerose, brillanti recensioni che il libro ha ricevuto in Portogallo e altrove si dice che Di qui non si passa! è uno “dei più grandi libri di quest’anno”, “un libro obbligatorio”. Anche a noi sembra che siate riusciti a trattare un tema tanto delicato e attuale, una linea di confine dove un divieto si trasforma in una gioiosa rivoluzione, con una stupefacente dose d’ironia. Com’è nata l’idea di questo libro?

Ho cercato di trovare un modo per usare attivamente ciò che si chiama la metà pagina, la linea che separa la pagina sinistra dalla destra. E, a pensarci bene, che cosa rappresenta se non una frontiera? Anche quando si utilizza la doppia pagina per un’illustrazione, bisogna fare i conti con quella linea geografica che può persino rivelarsi utile e interessante per raccontare una storia. Ma quale storia? Mi trovavo alle prese con questi pensieri, quando andai a vedere un film su Hannah Arendt, la filosofa tedesco-americana che scrisse delle questioni di potere, autorità e totalitarismo.



C’è una frase del film che mi rimase impressa quella sera, una frase che il funzionario delle SS interrogato dal tribunale di guerra ripete più volte, e che sentivo poteva diventare l’idea centrale della storia: “Non è colpa mia, stavo solo obbedendo agli ordini dei superiori”. Decisi di trasferire questa idea al libro: che cosa accade quando ci accorgiamo che obbedire agli ordini dei superiori senza pensare con la nostra testa non ha più senso? Poi mi venne in mente la piccola signora guardia, che se ne sta lì sulla frontiera del libro, obbedendo agli stupidi ordini di un generale stupido che vuole avere la pagina destra tutta per sé... Volevo veramente che il lettore si sentisse in rivolta contro questa situazione (ha funzionato?).


La grafica ha un ruolo fondamentale come motore della storia, puoi dirci qualcosa sull’uso quasi munariano dello spazio e della divisone della pagina?

In Planeta Tangerina abbiamo una collana intitolata Cantos Redondos (“angoli arrotondati”) nella quale pubblichiamo albi che sono una sorta di omaggio al libro inteso come oggetto straordinario. Questa collana è nata quando tutti intorno a noi ci chiedevano insistentemente: “Ma quando vi mettete a fare libri interattivi?” Così abbiamo valutato i pro e i contro e abbiamo concluso che fare libri interattivi che possono fare del lettore un lettore attivo poteva essere interessante (anche se, per essere tale, un lettore non ha necessariamente bisogno di questo tipo di giochi). Tuttavia non volevamo che l’interazione si basasse sulla tecnologia. Per noi il libro ha in sé tecnologia a sufficienza e possibilità tali da poter diventare interattivo.



Per questa collana abbiamo creato, per esempio, il Livro Clap nel quale ogni volta che si apre e si chiude una pagina, dentro succede qualcosa; in Este livro está a chamar-te, não ouves? (“Questo libro ti sta chiamando, non senti?”) il lettore segue l’avventura pagina dopo pagina usando le dita, il naso, le orecchie (sempre sulla carta); e con Di qui non si passa! siamo arrivati alla frontiera più alta del libro: la metà pagina!


Ora tutti cercano la realtà su iPad e iPhone (suono, tatto, cose del genere...), dimenticandosi che le vere esperienze avvengono al di fuori di questi dispositivi (sono mobili ma ci rendono così immobili, non è vero?!). Io credo che un libro possa essere anche uno spazio reale, con interno ed esterno, sinistra e destra, vicino e lontano, inizio e fine. E noi raccontastorie possiamo usare questo spazio in molti modi diversi.

Dettagli e schizzi preparatori: Anna e Enrico.
Dettagli e schizzi preparatori: la band. 
Dettagli e schizzi preparatori: Isabella. 
Dettagli e schizzi preparatori: il generale. 
Noi ci siamo innamorati di questo libro alla fiera di Bologna e ci siamo divertiti molto nel tradurlo. Molti personaggi sono davvero comici, tanto che ognuno di noi ha trovato il suo preferito. C’è qualche aneddoto speciale su di loro che vorreste raccontarci?

Ogni personaggio ha la sua storia. Ti faccio solo qualche esempio. Innanzitutto c’è tutta la squadra Tangerina: io (Isabella), Bernardo (l’illustratore), Maddalena, Yara, Cris, Giovanni... e Vivi, il cagnolino di Bernardo. Poi ci sono altre persone che lavorano con noi (per esempio, Babo è il nostro revisore; Anna, la ballerina, è una scrittrice portoghese ed Enrico è suo marito). Poi ci sono Steve (come Stevie Wonder); David (come David Copperfield); Nello, l’astronauta (come Neil Armstrong); i ladri Isidoro e Salgado, che alludono ad alcuni politici e ad altre personalità di potere che sono state arrestate nel nostro paese. Il signor Santino è un tributo al gelato più buono del Portogallo creato negli anni Cinquanta da un migrante italiano. Insomma, come potete vedere, c’è tutto il mondo!

Lo stand di Planeta Tangerina alla fiera di Bologna, invaso dai personaggi di Di qui non si passa!

Nel 2014 Planeta Tangerina è stata premiata dalla fiera di Francoforte come "miglior casa editrice". Inizialmente, nel 1999, era nata come studio di design, ma oggi voi siete editori, oltre che autori, illustratori e grafici dell’intero, o quasi, vostro catalogo. Vi occupate di ogni fase di progettazione del libro, dal concetto alla struttura, al testo, alle illustrazioni, alla grafica, alla stampa, alla commercializzazione e ai diritti. È affascinante! Come riuscite a gestire tutto ciò?

Potrei usare due immagini per spiegarlo: una tratta dal circo, l’altra dal nuoto. Dal circo, ovviamente il giocoliere. A volte abbiamo così tante palline in aria che per tenerle su tutte senza farle cadere e diventare pazzi dobbiamo diventare agili come veri giocolieri. Il paragone con il nuoto è la sensazione che si prova in piscina quando si arriva alla fine di una corsia, a volte riesci a prendere un po’ d’aria, altre no, ma l’importante è nuotare, giusto? Per cui bisogna solo continuare a nuotare! Vai Planeta, vai! Io dico sempre che l’aspetto più difficile dell’avere una casa editrice non è iniziare, ma andare avanti, mantenendo sempre alto il livello di entusiasmo...

venerdì 6 novembre 2015

Ravioli, sono Olivia, ti prego richiamami!

[di Lisa Topi]

Alison Gopnik è docente e ricercatrice all’Università di Berkeley. Nel suo libro Il bambino filosofo, diventato caso editoriale nel 2009, argomenta la tesi per cui è la configurazione della mente dei bambini che ci consente di cambiare il mondo. Gopnik è una delle cento personalità più innovative del pianeta secondo il catalogo 100 Global Minds curato da Gianluigi Ricuperati, al quale devo la lettura di questo saggio, mentre a lei mi sento intimamente debitrice per aver dato una rigorosa struttura teorica a un’intuizione fumosa che mi è capitato di percepire osservando i bambini (così come sarà capitato a chiunque abbia a che fare con i bambini), intuizione che, finora, ho sempre pensato fosse solo il frutto della disposizione introspettiva e poetica del primo bambino che è entrato a far parte della mia vita.


Anni fa seppi che un mio zio neuropsichiatra alla prima seduta consigliava a molti dei suoi pazienti di leggere Il rosso e il nero di Stendhal (non so se adotti ancora questo metodo, ma pensarlo mi dà fiducia nel trionfo della ragione). Alison Gopnik si chiede come mai si ha spesso l’impressione che dai romanzi, dai miti, dal teatro e dalla poesia, si apprenda di più sulla natura umana che dai manuali di psicologia. La finzione letteraria è in grado di rivelarci delle verità nascoste perché non risponde solo a un bisogno antropologico collettivo e una volontà di sublimazione individuale, ma rispecchia una caratteristica evolutiva di fondamentale importanza per la nostra specie, quella che nei bambini si manifesta con il gioco del fare finta.

Facciamo un passo indietro.
Con le sue ricerche, Gopnik intende dimostrare che l’infanzia non è solo uno snodo decisivo dell’esistenza e un dato comune a tutti gli esseri: l’infanzia è esattamente ciò che ci rende umani. Occorre per questo colmare le lacune di duemilacinquecento anni di studi giacché, nonostante i bambini rappresentino una combinazione classicamente territorio della filosofia per il loro modo di essere profondi e sconcertanti, la filosofia non si è mai, o quasi, occupata di loro. Con dovizia di esperimenti e verifiche – che trovo gli aspetti più stupefacenti del libro – Gopnik prova che i bambini esercitano fin da neonati molte delle facoltà che determinano il nostro successo evolutivo. Non sono tanto i risultati ottenuti ad avermi sbalordito quanto la breccia da lei aperta nel percorso di conoscenza della mente infantile, l’angolazione e la messa a fuoco di uno scenario vasto e affascinante del quale tantissimi particolari rimangono ancora oscuri.

Il punto di partenza di questa tesi è che la caratteristica distintiva degli uomini rispetto ad altre specie è la capacità di cambiamento del mondo. I bambini trascorrono gran parte del loro tempo a fingere e, se fino a non molto tempo fa, sulla scia delle teorie psicanalitiche e pedagogiche di Freud e Piaget, si pensava che ciò fosse dovuto alla loro inabilità a distinguere la fantasia dalla realtà, è stato dimostrato che sono ben consapevoli di fingere. Quando i bambini creano scenari immaginari non fanno altro che mettere in pratica il pensiero controfattuale, lo stesso che adottano gli scienziati per formulare le loro teorie. Infatti, poter concepire possibilità multiple, persino inverosimili, è un fattore cruciale per cambiare le circostanze dell’ambiente in cui viviamo e il nostro futuro. Come gli scienziati, i bambini costruiscono delle mappe causali del mondo e del suo funzionamento, basate su modelli che, aggiustandosi di pari passo con la loro crescita, sono in continua trasformazione. Se non fosse per tutti i case studies citati, si crederebbe a stento che fin dai nove mesi i bambini traggono una serie di calcoli statistici e probabilità dalle loro sperimentazioni. Si tratta di mappe inconsce e codificate nel loro cervello, ma a un altissimo grado di complessità e astrazione, ben lontane dallo stereotipo che, fino a solo venti anni fa, voleva i bambini connessi unicamente con l’esperienza percettiva immediata.


Quando, al museo di storia naturale, ho detto a mio nipote cinquenne che l’uomo deriva dalla scimmia, lui, anziché opporre gli interrogativi che visibilmente stavano invadendo la sua testa, ha raccolto in silenzio. Giorni dopo, all’asilo, ne ha dato questa spiegazione: “sì, maestra, noi veniamo dalla scimmia, altrimenti perché mangiamo le banane?”. Come sostiene Gopnik, i bambini producono e chiedono decine di spiegazioni causali al giorno che potrebbero non sempre essere le stesse che fornirebbe un adulto ma rispondono a una logica.


Le mappe causali dei bambini non riguardano solo il mondo fisico ma anche la biologia, l’affettività, la psicologia. Anzi, da specie sociale qual è l’uomo, l’abilità di comprendere la mente umana è un fattore fondamentale per la nostra sopravvivenza. E’ questo lo scopo che serve l’amico immaginario, un fenomeno molto comune nei bambini e, contrariamente a quanto si pensi, niente affatto collegato a forme di nevrosi o genialità. Racconta Gopnik che Olivia, una bambina cresciuta nella Manhattan letteraria, inventò un amico immaginario, Charlie Ravioli, che però era troppo indaffarato per giocare con lei [per cui] gli lasciava sistematicamente dei messaggi nella segreteria ai quali lui non rispondeva mai. A soli tre anni, Olivia ha già interiorizzato la complessità delle relazioni di un intellettuale newyorkese.

Senza azzardare formule o quantificazioni, l’autrice spiega che l’analisi dell’esperienza dei bambini potrebbe contribuire anche a fare luce nella spinosa questione filosofica della coscienza. E’ molto interessante notare che i bambini hanno piena consapevolezza del proprio pensiero ma sembrano attingervi in maniera irrazionale e, soprattutto, non lo concepiscono come un flusso di coscienza spontaneo (si pensa a qualcosa solo se c’è qualcosa da pensare). C’è di più: fin da piccolissimi, si pongono interrogativi morali, i concetti di bene e male non sono collegati a un sistema di ricompense e punizioni, come erroneamente si credeva, ma a un’etica propria. Tendono a comportarsi altruisticamente e a manifestare giudizi nei quali sanno distinguere tra l’infrazione di una regola e un torto vero e proprio. La prima conta meno del secondo, nonostante la natura prevalentemente normativa del loro ragionamento, il che significa che l’empatia nei bambini è una forza in grado di far cambiare le norme più radicate. Una forza rivoluzionaria.

Questo libro offre tanti spunti di riflessione ed è con tre di questi, apparentemente slegati tra loro, che concluderei perché mi sembrano di un’importanza vitale nella prospettiva concreta di migliorare la nostra civiltà.

Uno. Per dare campo all’immaginazione occorre conoscere e, benché il cervello di un bambino sia lo strumento più avanzato e potente di apprendimento, questo processo richiede tempo. Il fatto che il bisogno dei bambini delle cure dei genitori si protragga tanto a lungo, non dipende solo da un istinto primordiale di attaccamento e protezione ma dalla loro necessità di essere liberi dalle incombenze quotidiane per dedicarsi al gioco come strumento cognitivo. Un bimbo di tre anni magari non riesce neanche a infilarsi il cappotto (le distrazioni sono decisamente troppe: deve badare alla tigre fantastica e all’amico immaginario, accertarsi che si copra bene anche lui). In realtà, però, sta esercitando alcune delle capacità più sofisticate e profonde sulla natura umana dal punto di vista filosofico.

Due. Nelle ricerche che tendono a stabilire se a plasmare il carattere del bambino incidano più i fattori ereditari o l’ambiente, si è scoperto che per i bambini poveri il quoziente intellettivo sarebbe meno influenzato dai geni rispetto ai bambini ricchi. Questo significa che investire nella scolarizzazione in ambienti disagiati, anche con interventi minimi, può fare la differenza.

Tre. Gli esseri umani si dedicano ai bambini in maniera più generalizzata e totalizzante di qualsiasi altra specie. I bambini assolvono a una funzione molto più ampia della semplice riproduzione dei geni: consentono di accumulare conoscenze , adattarsi a nuovi ambienti e crearne di nuovi.

Rispettare e coltivare la cultura dell’infanzia, al di là delle preoccupazioni immediate e dell’interesse egoriferito dei genitori, prima ancora che un imperativo morale è un grande vantaggio per tutti noi.