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martedì 18 settembre 2012

Quando pensi che il tempo sia finito

I pani d'oro della vecchina, copertina.

Era il 9 marzo 2009, e fra molte altre mail ci arrivò quella di Annamaria Gozzi. Ci proponeva, con un messaggio sintetico, una storia: La vecchina di Natale (dolci segreti per distrarre la Morte). Aggiungendo due parole: “si tratta di una versione di una fiaba zingara con variazione di finale.” Passarono alcuni mesi. Il 13 luglio lessi la storia e risposi subito a chi l'aveva inviata: “Come vede, se non riusciamo a essere molto rapidi nelle risposte, questa mail attesta che prendiamo in considerazione davvero TUTTO il materiale che ci arriva. Avendo effettivamente trovato solo ora il tempo di visionare i materiali accumulati in questi mesi, le dico 1) che la sua storia ci interessa; 2) che mi auguro che la stessa non sia, nel frattempo, interessata ad altri.” In un messaggio successivo, scrissi ad Annamaria: “La ringrazio della sua telefonata. Mi ha fatto molto piacere parlare con lei. Ricapitolando. Le confermo assolutamente il nostro interesse per la storia che ci ha mandato. Come le ho detto, i tempi di lavorazione saranno lunghi, per le diverse ragioni che le ho esposto, per cui non siamo in grado ora di stabilire una eventuale data di uscita”.

I pani d'oro della vecchina, di Annamaria Gozzi. Illustrazioni di Violeta Lopiz.

Sì, certo, “i tempi saranno lunghi”.  Ma così lunghi, come poi sono stati, non se li sarebbe aspettati nessuno. Violeta Lopiz (che per noi aveva già illustrato La coda canterina) accettò con nostra grande gioia di occuparsi di questo libro. Dopo di che, si immerse nella lettura del testo e nella sua elaborazione. Che durò tre anni. Sì, tre anni tre. Annamaria ha avuto una pazienza infinita. In casa editrice si oscillava fra una crescente impazienza, momenti di scoramento e una caparbia fiducia nel risultato finale. Che poi, puntualmente, è arrivato, ripagando la lunga attesa. E oggi, alla fine di questo lungo percorso, il libro è in libreria col titolo I pani d'oro della vecchina.

I pani d'oro della vecchina, di Annamaria Gozzi. Illustrazioni di Violeta Lopiz.

Ora, misurarsi con la riscrittura di una fiaba non è da tutti. Annamaria Gozzi lo ha fatto con perizia, misura, finezza e modestia (dote più che mai fiabesca). E ha messo a punto un testo bellissimo. Violeta ha rinunciato a tutte le trappole che lo splendore e la ricchezza visivi del testo le tendevano. E ha seguito una strada che somiglia a quella dei bambini nelle fiabe: lunga e costellata di ostacoli di ogni tipo. Dev'essere per questo che ci ha messo tutto quel tempo. Tempo messo bene a frutto. Rappresentare la morte è un terno al lotto: e qui la morte la faceva da star. E nemmeno rappresentare la vecchiaia è un compito semplice. Del resto, quando abbiamo chiesto a Violeta se era interessata a questo libro, lo abbiamo fatto pensando che era uno fra i pochi illustratori con le carte in regola per affrontare questa prova.

I pani d'oro della vecchina, di Annamaria Gozzi. Illustrazioni di Violeta Lopiz.

La grande intuizione di Violeta, oltre a quella di economizzare rigorosamente gli strumenti espressivi (colori, segni, descrizioni), è stata di non seguire la scansione temporale della storia, ma di articolare una scansione visiva temporale autonoma, che si legge come un'unica sequenza, con la medesima unità di luogo e di tempo. Ha fatto questo riuscendo tuttavia a far sì che la sequenza temporale visiva e quella verbale, completamente diverse, quadrassero. Detto così, è complicato. Ma quando avete il libro in mano, è chiaro, chiarissimo. E questo risultato ha qualcosa di miracoloso. E, miracolosamente, funziona. E quando si arriva all'ultima pagina si rimane di sasso, con la gola stretta. E, insieme, con un senso di grande leggerezza.

I pani d'oro della vecchina, di Annamaria Gozzi. Illustrazioni di Violeta Lopiz.

Qualche giorno fa, ero in bicicletta per commissioni, e sono passata di fronte a una scuola elementare al momento dell'uscita dei bambini. Davanti al portone spalancato, una folla di papà, di mamme, di nonni, venuti a prenderli. Dentro al portone, in attesa di scendere i pochi scalini fino all'uscita, la maestra contornata da un nugolo di bambini. Mi hanno colpita quelle faccine serie, piene di attesa e di ansia. Ognuna di loro cercava il volto della persona conosciuta che era venuta per sorriderle e riportarla a casa. I genitori agitavano le mani, per farsi vedere. La maestra faceva uscire un bambino per volta. Ogni bambino le diceva se aveva visto in quel caos il papà, la mamma, il nonno. E solo allora lei gli permetteva di andare. Così il bambino scendeva i pochi gradini, infilava il portone e scompariva fra la folla sul marciapiede. Era una scena commoventissima. In quel momento, guardando quei bambini, ho rivissuto la paura fisica che si prova da piccoli con straziante intensità, di non trovare nessuno ad attenderti. La paura dell'abbandono e della solitudine. Dell'ignoto.

I pani d'oro della vecchina, di Annamaria Gozzi. Illustrazioni di Violeta Lopiz.

E in quell'esatto momento mi è venuta in mente la vecchina di Violeta e di Annamaria. E per la prima volta ho capito davvero il senso della storia. Della vecchina che invita la morte. Che ha il coraggio di parlarle, di farla sedere alla sua tavola. E che ha la grazia, l'umorismo e il rispetto profondo di sé e della vita per lasciarsi avvolgere, alla fine, lealmente, dal suo bianco infinito.
Mi sono detta: nel momento in cui non abbiamo più bisogno di vedere un volto conosciuto che ci attende fuori, oltre il portone, quando ci spoglieremo finalmente di ogni paura, e l'amore non sarà riparo ma pura forza, solo allora forse diventiamo noi fino all'ultimo atomo, pronti a scendere, soli, i pochi gradini che ci separano dal mistero, per scomparire dentro di esso.

Violeta Lopiz, schizzo preparatorio.
E mi è venuta in mente quella frase di Simone Weil sulla morte: “Ho sempre pensato che l’istante della morte sia la norma, lo scopo della vita. Pensavo che, per coloro che vivono come si conviene, sia l’istante in cui per una frazione infinitesimale di tempo penetra nell’anima la verità pura, nuda, certa, eterna. Posso dire di non aver desiderato per me altro bene.” Sapevo di non averlo mai capito, questo pensiero. E, soprattutto, mai accettato: mi sembrava un'enormità. Oggi, grazie a questo libro e a quei bambini fermi sul portone, credo di averne intuito il senso.


Violeta Lopiz, schizzo preparatorio.





Il pensiero della Weil, il gesto della vecchina che scivola nella bocca della morte per spuntare, rinata, sul bianco immacolato della pagina successiva, significano quello che Giuliano Scabia fa dire a Minghìn da Murmrè nel suo Canto del guardare lontano:

Quando credi che il tempo sia finito
comincia il viaggio che nessuno sa:
sulla soglia davanti è l'infinito
e, dietro, quello che ciascuno ha:
ma ora in questa luce rifiorito
dirò la cosa che accadendo sta:
noi viviamo nel tempo addormentati
sempre in attesa d'essere chiamati.


Che fiaba bellissima.

Violeta Lopiz, schizzo preparatorio.

venerdì 17 giugno 2011

Tapirulan come tapiro

Premio della Critica 2011. João Vaz de Carvalho
Nel 2009, un giorno, sono stata contattata da Fabio Toninelli dell'Associazione Culturale Tapirulan, di Cremona. Motivo: ero disponibile a far parte della giura del concorso di illustrazione per il calendario 2010? Accettai: il presidente della giuria era Sergio Toppi, figuriamoci se io potevo dire di no. È stata la prima volta che sono stata nella giuria di un concorso, e sono stata contenta di esserlo, perché l'esperienza indubbiamente è interessante. Pensavo di essere rigorosa, nei miei criteri di valutazione, ma dopo aver ascoltato Toppi parlare di disegno e illustrazione ho avuto l'impressione di essere una dilettante. Una vera lezione, illuminante. Una delle caratteristiche del concorso di illustrazione organizzato da Tapirulan, è che i presidenti della giuria sono davvero personalità di spicco in questo ambito professionale: oltre a Toppi, Tony Wolf, Milo Manara, Silver, Guido Scarabottolo e, quest'anno, Roberto Innocenti.
Altra caratteristica del concorso, il gran numero di illustratori selezionati: 40, i quali successivamente vengono esposti in una mostra.
Quando feci parte della giuria, criticai un po' questa scelta. Mi pareva che fossero davvero troppi, rispetto alla qualità dei materiali pervenuti. Fabio però mi diede spiegazioni interessanti in proposito. Spiegazioni che trovate, insieme ad altre riflessioni, in questa intervista a cui Fabio gentilmente ha accettato di rispondere.

Il concorso di illustrazione per il calendario che da sette anni organizzate, nasce all'interno dell'attività culturale della vostra associazione, Tapirulan, che spazia dalla fotografia, alla poesia, all'arte, il utto accompagnato da un vivace lavoro editoriale. Mi spieghi in breve quando questa è nata, che tipo di persone ne fanno parte?

Premio Popolare 2011. Elena Di Palma.
Tapirulan nasce soprattutto per amicizia. Durante gli ultimi anni del liceo, dal 1994, io e miei compagni  avevamo iniziato a pubblicare un giornalino umoristico (“Tapirulan”, per l'appunto) perché avevamo tutti delle velleità artistiche e poi ci piaceva divertirci andando in giro per le classi con la scusa di vendere il nostro giornale. Un'occasione unica per perdere tempo, insomma, sognando di diventare scrittori. Finito il liceo, le strade di tutti si stavano pian piano separando. Università diverse in diverse città, poi il lavoro, ecc. Le solite cose. Questioni fisiologiche, si suol dire. Non riuscendo ad accettare che quel gruppo di amici si perdesse, qualche anno dopo, nel 2003, pensai di fondare un'associazione richiamando tutto il vecchio gruppo. E mantenendo il nome, che deriva dal tapiro, un animale che ci piaceva molto e forse ci assomiglia. Poi l'associazione si è evoluta, alcuni si sono persi comunque e altri si sono uniti. Il collante però rimane sempre l'amicizia e la passione per qualche forma artistica: alcuni per la poesia, altri per l'illustrazione, altri ancora per la fotografia e così via.

Che obiettivi persegue Tapirulan e che tipo di valore e di influenza ha nella vita della città?

Secondo premio. 2011. Sara Donati.
Da un lato ci sono obiettivi generali di promozione dei talenti emergenti, a livello nazionale e anche – almeno questa è l’ambizione - internazionale. Dall'altro ci sono obiettivi di ambito locale. La nostra sede è a Cremona, una città molto bella che può vantare un passato di ricchissimo interesse culturale. Ma al giorno d'oggi viene generalmente considerata una città poco vivace, una città di provincia, una sorta di satellite di Milano. Nel nostro piccolo cerchiamo di sfatare questa considerazione e di dare il nostro contributo per vivacizzarla. Per esempio adesso stiamo facendo una guida illustrata della città che uscirà il 30 giugno. Ci sarà anche la mostra delle illustrazioni pubblicate e una biciclettata per scoprire la città da un punto di vista diverso… Da circa un anno e mezzo abbiamo anche aperto una sede aperta al pubblico dove mettiamo in consultazione i libri di illustrazione, di poesia e di racconti. C'è inoltre un piccolo spazio per le mostre e regolarmente organizziamo presentazioni di libri. Per adesso non abbiamo certo rivoluzionato gli assetti della città, ma a Cremona una realtà come la nostra è sicuramente atipica.

Nel tempo, il vostro concorso di illustrazione è cresciuto, si è articolato, è maturato. Oggi sicuramente fra gli illustratori, in Italia è uno fra i più conosciuti. Che tipo di sforzo vi è costato, in termini di tempo ed energie questo salto di qualità? E che cosa, a tuo avviso, è determinante nel costruire un'immagine affidabile e seria, in un evento di questo genere, per chi vi partecipa, illustratori ma anche visitatori della mostra?

Terzo premio 2011. Francesco Zito
Il tempo e le energie da dedicare all'associazione sono tantissimi. Anche perché il concorso di illustrazione, sebbene sia la nostra iniziativa più importante, non è l'unica. Siamo tutti volontari per ora, abbiamo tutti un altro lavoro che ci occupa gran parte della giornata. Soprattutto con l'avvicinarsi della mostra, le giornate diventano lunghissime perché ci sono decine di cose a cui pensare, il calendario e i cataloghi da preparare, l'allestimento della mostra... Inizia l'ansia e la paura di deludere le persone che verranno all'inaugurazione. Onestamente non so dire cosa sia determinante per costruirsi un'immagine credibile, e tra l'altro non so nemmeno se ce la siamo già costruita questa immagine credibile. Se ti facessi vedere qualche foto di backstage potremmo azzerare immediatamente la nostra reputazione... E poi c'è sempre qualcuno che ci accusa di far vincere gli amici e i parenti, segno che per alcuni non siamo credibili e abbiamo una parentela assai ampia e articolata. Però, penso che in qualche modo traspaia che facciamo le cose con passione. O no?

Organizzare un concorso di questo genere significa avere un'idea abbastanza precisa di cosa sia l'illustrazione. Cosa vi interessa offrire al pubblico, in una mostra come questa: la varietà, le tendenze, le potenzialità, la scoperta di talenti?

Premio della Critica 2010. Daniela Volpari.
Il mondo dell'illustrazione è amplissimo, ci sono innumerevoli approcci diversi, stili, tecniche, finalità. Eppure spesso l'illustrazione viene relegata al solo ambito dell'infanzia. Quindi uno degli aspetti che ci interessa di più è sicuramente quello della varietà. Anche per questa ragione ogni anno cambiamo il presidente di giuria, perché ci aspettiamo che ogni anno vi sia una visione diversa. Attraverso la varietà si scoprono anche le potenzialità dell’illustrazione. Le tendenze non credo ci influenzino. La scoperta di talenti non è uno dei nostri fini, ma se uno degli illustratori del calendario dovesse mai avere un successo planetario, credo che cercherei in tutti i modi di attribuire il merito al nostro concorso e me ne vanterei moltissimo…

Cosa vi piacerebbe che le persone cogliessero del lavoro che fate? A chi vi rivolgete, in particolare, e che tipo di esperienza vi proponete di promuovere nei vostri interlocutori?

Ci rivolgiamo a tutti quelli che amano l'arte, la letteratura, la musica, il cinema, ma che non vogliono prendersi troppo sul serio. Le persone a cui piace confrontarsi, stare in compagnia, parlare di sé, ma anche ascoltare cos'hanno da dire gli altri. Del nostro lavoro vorrei che venisse percepita, come dicevo prima, la passione con cui viene fatto e spero anche la professionalità.

Cosa pensi che possa offrire il vostro concorso, invece, a un illustratore?

Premio Popolare 2010. Sara Gavioli.
Un'opportunità per mettersi in mostra, ma anche per divertirsi. Tutte le opere partecipanti vengono messe online, sono visibili a tutti e possono essere commentate. Anche se molti fraintendono il significato di questo sistema e lo utilizzano in gran parte per ricevere i complimenti degli amici e dei parenti, noi continuiamo a pensare che può essere una grande opportunità di confronto. Ci piacerebbe che gli illustratori esprimessero le loro opinioni sui lavori degli altri, che fossero i primi “critici” di se stessi e degli altri. Insomma che andassero oltre alla mera competizione. Poi pensiamo di garantire una giuria competente. Quest’anno, per esempio, ci saranno Roberto Innocenti come presidente di giuria, Walter Fochesato (rivista “Andersen”), Elena Prette (Associazione Illustratori), Monica Monachesi (direttrice artistica della mostra di Sarmede), Lola Barcelo (edizioni Kalandraka), Valentina Mauri (Centro Fumetto “Andrea Pazienza”) e Daniela Volpari (vincitrice dell’edizione 2010). Per quanto riguarda chi viene selezionato, inoltre, c'è il calendario e il catalogo, la mostra di due mesi, il primo premio di 1000 euro. E poi c'è l'occasione di venire a Cremona e incontrare persone che hanno i tuoi stessi interessi, con cui passare il tempo. Noi definiamo l'inaugurazione della mostra una “festa”, perché cerchiamo di sbarazzarci degli aspetti cerimoniosi e di creare un clima di amicizia con gli illustratori che vengono.

Osservando i calendari fino a oggi pubblicati, l'impressione è che per voi l'illustrazione abbia molte anime. E che quel che vi sta a cuore è metterne in luce la molteplicità. Insomma, la sensazione è che abbiate un'idea molto democratica del lavoro creativo. A questo si può collegare la scelta di allargare a 40 gli illustratori esposti nella vostra mostra?

Secondo premio 2010. Marika Marini.
Sì, esatto. Il nostro è un approccio diverso da quello di una casa editrice che, di norma, persegue giustamente un progetto culturale, attraverso una precisa direzione artistica, che ne garantisce la riconoscibilità ed eventualmente la qualità. Nel caso del nostro concorso cerchiamo, invece, di essere aperti a tutti i generi: il giudizio del presidente di giuria ha sempre un peso preponderante, ma anche i gusti degli altri giurati, ovviamente, trovano spazio. Questo contribuisce certamente a rendere il risultato eterogeneo. Poi lo scorso anno ci sono stati 540 iscritti (200 in più rispetto all'edizione precedente), allora abbiamo pensato di allargare il numero dei selezionati e di pubblicare anche un catalogo, oltre al consueto calendario. Per noi è stato un passo importante.

In che modo vi piacerebbe sviluppare, in futuro, il vostro lavoro sull'illustrazione? Avete progetti, idee, in questo senso?

Terzo premio 2010. Felicita Sala.
Progetti ne abbiamo, certo! Poi vorrei dire che il concorso non è l'unica iniziativa che facciamo rivolta agli illustratori. Un'altra a cui tengo molto è quella dei racconti illustrati. Ovvero: facciamo un concorso di racconti e ogni autore selezionato ha la possibilità di scegliere nella nostra gallery online l'illustratore da cui vorrebbe che il proprio racconto fosse interpretato. Noi li mettiamo in contatto e – se l'illustratore accetta – nasce la collaborazione. I racconti illustrati vengono poi pubblicati in un libro. Ci sono anche i progetti più ambiziosi, quello di ampliare le iniziative legate al concorso, dunque non solo la mostra ma anche incontri e laboratori. E poi ci sono altri progetti ancora più ambiziosi, ma è meglio che non voli troppo con la fantasia…

 Alcuni giorni fa, Le figure dei libri ha dedicato un post da non perdere al catalogo edito nel 2010 da Tapirulan in occasione della mostra di Guido Scarabottolo.

lunedì 10 settembre 2012

Quando passa l'uragano

[di Ilaria Falorsi, Gloria Pizzilli ed Elisabetta Romagnoli]

Locandina "ex post" del corso, di Ilaria Falorsi
Un workshop con Paolo Canton, breve ma intenso.
Un workshop che non inizia il 14 luglio, come il programma vorrebbe, ma prende il via molto prima, ad Aprile, quando sul blog dei Topipittori compare il post sul corso intensivo intitolato “Progettare il libro”, che si terrà in estate nello studio di Simone Rea, a Cecchina. Solo 14 i posti a disposizione, pochi, alcuni già presi in partenza da misteriosi illustratori affermati, tra cui lo stesso Simone. Non c’è tempo per pensare. Un giro di boa e i posti sono tutti assegnati, la classe è fatta.

Passa qualche settimana e gioiosa arriva la prima mail collettiva di Paolo, in cui si scopre chi sono i partecipanti. Di qui è un crescendo. Si organizzano macchinate per il viaggio verso Roma, si propongono gite, ristoranti, visite culturali, ci si consiglia per il pernottamento. Qualcuno, causa imprevisti, è costretto a rinunciare. Qualcun altro si aggiunge.

E così il 14 luglio arriva veloce e il corso, quello vero, inizia. Le facce dei presenti sono curiose, alcune sanno già di cosa si sta parlando e Paolo è preciso, calmo, e paziente. Ripete tutto due, tre, quattro volte se ne hai bisogno. Si scherza, si dice che per fare questo corso devi essere stato dalle Orsoline, visto che siamo tutti con l'ago e il filo in mano, e proprio tutti, anche i più impensabili, infilzano un foglio dietro l'altro e piccole pile di quaderni si accumulano sul tavolo.

Simone Rea non ha fatto le Orsoline.
Daniela Tieni, invece sì.

Si sta stretti nello studio di Simone, ma l'atmosfera è bella, un po' da famiglia ritrovata - condividiamo il tavolo in 14 gomito a gomito, e dove perdi il passaggio, c'è chi accanto te lo rispiega. Si parla non solo di tagli, cuciture e legature, ma si affrontano i problemi legati alle possibilità e alle limitazioni che il mercato dà per i formati di stampa, per imparare a costruire fin dalle basi un progetto che sia effettivamente fattibile. Si parla di numeri, di proposte che giungono alle case editrici, di quante sono e di quanti libri, invece, vengono veramente pubblicati durante l'anno. Ci si imbatte in numeri spaventosi e si rimarca la necessità di sapersi presentare, di dover dare corpo e serietà al proprio progetto, anche per spiccare in mezzo al gruppo – concentrandosi non solo sulla qualità delle illustrazioni, ma iniziando a proporre veri e propri prototipi che siano finiti sia dentro, che fuori.

Appunti ordinatissimi.

Tavoli un po' meno.

Nel frattempo Paolo invita a sperimentare, a interagire tra noi, a sviluppare e combinare tra di loro i progetti base appena imparati. Ci sono arditi/e che creano leporelli che scalano montagne e labirinti di coriandoli, o chi si incanta su un nido spazzato dalla tempesta che a ogni foglio un po' si distrugge e un po' rivela la sua sorpresa. I giorni corrono veloci, non si sta mai fermi e nuovi input vengono continuamente aggiunti (un po' da Paolo, un po' guardando i progetti degli altri) e fai appena in tempo ad accennare un'idea su un foglio che è l'ora di pranzo e poi di cena e temi quasi che non riuscirai a riportarti tutta questa energia a casa, che qualcosa finirà un po' persa sulla strada di ritorno.

L'invito a sperimentare accolto con entusiasmo.

I giorni si susseguono, i rapporti si stringono, si inseguono fragole e panna nella notte e si bisticcia sulla gelateria preferita. Il lunedì si decide, come una vera famiglia, di fare la scampagnata al mare. Da bravi furbacchioni convinti pensiamo che, essendo lunedì ed essendo tardi, ci arriveremo agilmente. Passiamo un'ora e mezzo in macchina, c’è traffico e il sole ci tortura ma siamo in macchina tutti  insieme e cantiamo canzoni folk russe al neonato Orlando, sperando di distrarlo. Arriviamo al mare e poco alla volta tutti si fanno coraggio ed entrano in acqua, si fanno foto, ci si stringe negli asciugamani e si fanno disegni sulla sabbia. A fine serata, stanchi morti ma con le pance piene arranchiamo ognuno verso la propria branda e un po' mogi si ripensa al fatto che domani è l'ultimo giorno.

Un progetto di Marina Marvcolin

Martedì inizia e Paolo parla di copta, filza notarile e copertina rigida, e non si fa in tempo a realizzare ognuno il proprio prototipo (la copta era particolarmente insidiosa) che la giornata finisce, e pensando che peccato, che vorresti maneggiare matite, ago e filo ancora per un po', Paolo stupisce tutti e prepara i compiti (ritagliati su misura persona per persona) e consegna quaderni e progetti da sviluppare a casa, e pensi che mai i compiti estivi ti sono piaciuti così tanto.

E uno di Anna Castagnoli

L'ultima cena, la fine del workshop e gli ultimi abbracci (per alcuni). Si brinda al prossimo incontro e si gioca e si disegna, pesticciando i piedi per non far finire la giornata. E più che mai adesso si sente la voglia di stare vicini, ché quando gli illustratori si incontrano, si ricaricano. E fa tanto, tanto bene.

Il corso visto da Gloria Pizzilli
Ma il workshop non è finito il 17 luglio, come era nei patti.  Perché Paolo è uno che non centellina le informazioni, non è avaro di sé stesso. È uno che se per qualche fortunato motivo lo incontri sulla tua linea della vita, ti investe con la sua personalità, ti fa salire a bordo e ti fa volare con sé. E lo ha fatto anche il 18, per farci approdare nel laboratorio incantato di Mook. Una veloce gita a Roma, due piccole stanze, rese ancor più piccole dalla incredibile quantità di cose, scarti, pezzi di legno, lastre, sculture, matrici, prove di stampa, chiodi, materiali usati e da usare, presenti dappertutto. Qui, con incredibile pazienza, Carlo Nannetti ci ha mostrato un po’ del suo mondo. Ci ha fatto sognare con la sua perizia tecnica, con il carisma di chi sa cosa vuole e come agire per ottenerlo. Ulteriore dimostrazione che per raggiungere la spontaneità bisogna essere dei veri maestri.

Cinque giorni che hanno lasciato il segno. Cinque giorni da cui si esce storditi, al termine dei quali non si sa più bene chi si è e dove si vuole arrivare. Cinque giorni che costringono a reinventarsi.
Ed è normale, quando passa l'uragano.

Messaggio a scopo promozionale: il prossimo corso "Progettare il libro", dedicato al rapporto fra le strutture del libro e la struttura della narrazione, si terrà alla Scuola Superiore d'arte applicata del Castello Sforzesco di Milano. Saranno otto lezioni serali, dalle 19.00 alle 22.00, in date da definire, ma sempre e comunque il martedì, fra la fine di ottobre 2012 e la fine di febbraio 2013. Sarò assistito, in alcune lezioni da Giulia Sagramola di Teiera Autoproduzioni. La partecipazione ha un costo di 240 euro. Il numero dei posti disponibili è 20. Per informazioni potete contattare la segreteria della scuola al numero telefonico 02-34932021. Il 13 settembre, dalle 19 alle 22, ci sarà un Open Day della scuola, alla quale sarò presente se qualcuno desidera chiarimenti. Indirizzi e dettagli li trovate qui.


lunedì 23 settembre 2013

Nove voci per un corso

Un libro a spirale di Julia Racsko
A giugno, a Sàrmede, ho tenuto il corso “Progettare libri”. Le conseguenze di questa decisione sconsiderata sono qui da leggere: pensavo di insegnare qualcosa sul libro e su come pensarlo e realizzarlo; invece sembra che sia stato una sessione di psicoterapia collettiva.
Chi volesse provare la stessa sconclusionata ebbrezza, può tentare con le prossime edizioni: 
* a Monopoli dal 10 al 13 ottobre (informazioni qui); o 
* a Milano, alla Scuola del Castello, per otto martedì sera, a partire dal 29 ottobre (informazioni da progettarelibri@gmail.com); e naturalmente, 
* a Sàrmede, a giugno 2014.


Una fanzine di Nicoletta Silvestrin

Testa bassa e pedalare di Laura Campadelli
Momento 1
Io. «Paolo, puoi leggere questo e dirmi se potrebbe essere un buon testo per un libro illustrato?»
Lui. «Certo.»
Legge.
Lui. «Mi sono già rotto le scatole.»
Io. «E’ una noia? »
Lui. «Una noia mortale. L’hai scritto tu? »
Io (cercando di non scomparire nell’ombra tra gli scalini). «Sì.»
Poi mi fa ascoltare su youtube Ugo Cornia che legge se stesso. Un’illuminazione.

Una fanzine di Laura Campadelli

Momento 2
Io. «Paolo puoi guardare i definitivi del mio libro e dirmi che ne pensi?»
Lui. «Certo.»
Stende le immagini lungo il corridoio. Le guarda.
Lui. «Non sei William Blake. E dovresti essere lui per risolvere queste sette tavole. Dovresti rifarle.»
Io (cercando di non soccombere all’infarto) «Ah. Ok.»
In effetti non mi chiamo William, credo proprio che le rifarò.

Un libro a pieghe "zig zag" di Rossana Bussù

Dalla fine di Rossana Bossù
Disfacendo la valigia del materiale utilizzato al corso, ho trovato un filo rosso impigliato nell’astuccio delle matite. Mi è sembrato un segno, come nelle favole, quando il protagonista si risveglia da quello che sembra essere stato un sogno e ritrova un oggetto che gli dimostra che l’avventura vissuta era reale.
Quando partecipo ai corsi a Sàrmede ho sempre la sensazione che il tempo scorra velocissimo, compresso, ma anche che si prolunghi, si espanda. Quel filo, per me, come il fil rouge che ha caratterizzato il corso.
I vari tipi di rilegatura che abbiamo affrontato hanno stimolato le idee per il contenuto dei libri e i fili che abbiamo cucito, incrociato, annodato si sono estesi come ramificazioni, propaggini di radici.
Ogni punto che abbiamo dato ha contribuito a tenere insieme i fogli ma ha anche legato me agli altri componenti del gruppo.
Ho scoperto come Nicky sa sintetizzare attraverso degli schemi e creare libri con idee funzionali. Da Julia ho imparato come un libro può essere poetico senza essere vago. Laura B. mi ha insegnato cosa vuol dire “Si sta come ragni” tra fili di seta. Laura C. con il suo progetto mi ha indicato la via dell’unità stilistica. Sara mi ha portata a guardare le cose dal punto di vista dell’autrice. Elisa è un vulcano di idee. Irene e Alessandra hanno illustrato mille modi per legarsela al dito. Dall’eclettica Luisa ho imparato la differenza tra acquaforte e punta secca. Inoltre con Luisa e Floriane ho scoperto di avere una condizione comune che ci ha legate attraverso un cordone. Giulia, Giorgia e Ilaria sono state una ventata di aria fresca che ha portato i fili a volare via. Nicoletta e Stefano con la loro presenza discreta hanno creato un legame ancora da scoprire.
Last but not least le connessioni create da Paolo, che per ognuno di noi aveva sempre pronta una citazione o l’indicazione di un libro da consultare, di un albo illustrato, di un artista di cui scoprire il lavoro, una mostra, un video…
A casa sono tornata alle mie radici ma l’albero sta crescendo e i rami si estendono lontano.
Forse questa sarebbe una bella storia da raccontare per un libro infinito.

Quando la luna ha la luna storta: una fanzine di Laura Berni.

Crisi creativa di Laura Berni
Il corso è stato impostato in modo tale per cui la parte riflessiva/teorica potesse avere uno spazio e un tempo significativo così come quella creativo/manuale.
Paolo ha volutamente impostato queste lezioni in modo da far si che la tematica del libro illustrato potesse essere visualizzata da innumerevoli punti di vista: economico, finanziario, tipografico, tecnico, artistico etc etc…
In tutte le lezioni si intravedeva un chiaro intento di permettere all'illustratore, reduce per lo più da scuole , accademie, corsi di tecnica, di ridisegnare il proprio obiettivo in un'ottica molto editoriale che, come ben sappiamo, fatica a far entrare nei propri codici. Completamente contro la mia volontà mi sono rimasti impressi due pensieri che sono passati prepotentemente in primo piano e che penso cambieranno per sempre il mio modo di lavorare.
1. La creatività nasce dai vincoli quindi da una certa ristrettezza che ti mette di fronte a un problema che a sua volta ti spinge a a cercare risorse per risolverlo.
2. Lo spaziare nel cosmo delle infinite possibilità, è sinonimo di immobilità, paralisi. Questo enorme potenziale che rimane informe  che non si va a definire mi fa venire in mente una riflessione di Albert Einstein: La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorgono l'inventiva, le scoperte , le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. L'unica crisi pericolosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.
Spero di poter fare sempre appello a questo spirito nei momenti di bisogno.

C'era una volta un re: un libro infinito di Elillisa.
Storie e strade di Elillisa
Non c’è niente da fare: io odio la macchina. O meglio, ho paura di affrontare rotonde, incroci, discese e salite seduta al volante di una quattro ruote. Ho paura anche quando mi ritrovo in mezzo a gente esperta a fare cose di cui io ho solo frammentate conoscenze.
Mi pare che qualche psicoterapeuta incoraggi il superamento di un trauma buttandocisi nel mezzo, del trauma. Così, ho preso come si suol dire due piccioni con una fava e ho partecipato al corso Progettare Libri: ogni giorno, due ore e mezzo di macchina (casa-Sàrmede-casa); e, tutto il giorno a stretto contatto con un editore affermato, illustratrici professioniste e grafici provetti.
Ho qualche dubbio che le paure siano state effettivamente superate, ma davvero ogni minuto di quei giorni è stato tesoro prezioso.
Mi par di sentirvi: la tua psicosi da motori non ci interessa, dacci più notizie sul corso!
Che dire? È stato tante cose. È stato bello. È stato scoprire che il più delle volte è il libro stesso, oggetto serissimo con confini, limiti e pagine dalle precise dimensioni, a sussurrarci nell’orecchio come raccontare di mondi fantastici e sgangherati, di personaggi bellissimi e bislacchi. È il libro che, in momenti di aridità creativa, può suggerirci LE storie: storie senza una fine e storie in piedi, storie bucate e storie gemelle, storie con un centro e storie con un salto (non ve ne stanno già venendo in mente, così…al solo sentirne parlare?). Storie che aspettano solo di essere pensate e scritte e disegnate e rimesse dentro quel distinto assemblaggio di segnature che le ha ispirate.
Contenti?
E sapete che vi dico? Mi sa che là fuori una storia impaurita sta aspettando anche me.

Alessandra de Cristofaro e Irene Rinaldi
se la sono legata al dito.
Una settimana lunga un anno di Giulia Poggio
È  acclarato: una settimana a Sàrmede dura un anno. Io ne ho fatte due consecutive e mi pare di scrivere di un corso cdi molto tempo fa. In quel paesino alle pendici del Cansiglio i giorni, le ore, si vivono intensamente a contatto con altre persone che diventano all’istante compagni di viaggio.Un viaggio che si fa ogni giorno per andare a lezione, per andare in visita alla Tipoteca, ma anche un viaggio interiore.
Primo giorno, primo anno per me. Arrivo un’ora prima dell’inizio della lezione (non sono l’unica), all’esterno mi mostro calma ma è tutta apparenza poiché dentro di me è il caos: pensieri, dubbi, non sentirsi all’altezza, forse il posto scelto è sbagliato, non so dove andare, che altro ancora?
Inizia poi il corso e, a parte una prima incertezza del non sapere come “muovermi”, noi timidi si sa a volte vorremmo essere solamente un’ombra, il tutto va per il meglio. Giorno dopo giorno, ora dopo ora prendo confidenza, imparo cose nuove, conosco persone interessanti. Tra rilegature e libretti, che vengono a trovarmi anche nei miei sogni, porterò nel cuore di questa bell’esperienza la pazienza di Paolo, le risate ma anche il “duro lavoro” fino alle sette di sera quando nessuno voleva ancora andarsene dall’aula. Oltre agli insegnamenti che sicuramente hanno ampliato la mia conoscenza e la mia visione del mondo del libro, penso che quest’esperienza sia data soprattutto dalle persone: competenze, scambi di idee, confronti e aneddoti. Perché è stato un po’ come mettersi in gioco, svelare una parte di sé e anche se non è sempre stato tutto facile, alla fine sorrido.
È un racconto un po’ confuso ma come dice Perrault «poca eloquenza, grande amore!»

Cosa succede ai panni nella lavatrice? La risposta di Luisa Valenti

ABC topesco di Luisa Valenti
A di Anna Castagnoli: perché teneva un corso a Sarmede in contemporanea col nostro e  imperversava ovunque col suo entusiasmo.
B di “Briciola e Berni”: un'appassionante storia d'amore tra una cagnolina a salsiccia un po' feticista e Laura, la mia dolce compagna di stanza.
C di Calabria: grazie a Nicoletta per i suoi schemi, la sua gaiezza e le sue olive calabre.
D di Donne: c'eravamo solo noi, fatta eccezione per Paolo e Stefano. Magari se scrivo che eravamo tutte belle, brave e simpatiche la prossima volta aumentano gli iscritti maschi!
E di Esercizio: mentale e fisico.
F di Fare fluire le idee senza fermarsi mai: fantastico, ma che fatica!
G di Gravidanze: vince 3 a 1 il corso Canton vs. corso Castagnoli... ho dato il mio contributo personale.
H di Honegger, come Warja Lavater Honegger: che emozione stendere i suoi lunghissimi leporelli sul tavolo e perdersi in un universo di segni colorati.
I di illustratrici: perché l'essenza di un corso è l'incontro con persone uniche che condividono i tuoi interessi.
J di jogging: lo sport è la droga più sana, Paolo docet.
K di fattore K: quello strano mix che fa di questo corso un evento memorabile e del confronto tra persone diverse una risorsa imprescindibile.
L di leccalecca: offerti dall'organizzazione per il nostro sostentamento. Metà li ho mangiati io.
M di maternità: la scusa per rimandare i compiti, eh, eh.
N di Nostalgia.
O di Olive di Nicoletta: mi ripeto, ma non si vive di solo cibo per l' anima.
P di Paolo: solo grazie.
Q di Quando ci rivedremo tutti?: Magari a Bologna?
R di Rilegatura: come vincolo di contenuto.
S di Sàrmede: un posto magico.
T di Topi: Topipittori, Topomobile e Topo Canton. Anche se amo i gatti son costretta a pensare: “Dove sarebbero i gatti senza topi?”.
U di Unicità e Unione.
V di Vincolo: per trovare la propria libertà all'interno del confine.
W di wire-o: adesso sappiamo che non è una rilegatura a spirale!
X e Y di ascisse e ordinate: un corso per trovare le coordinate delle idee nella mappa della propria fantasia.
Z di Zavrel, Stephan: grazie per aver portato l'illustrazione a Sàrmede.

Il libro che mangia i pesci. A Nicky Petruzza non piaceva, ma a noi sì.

Il leone di Nicky Petruzza
C’era una volta un leone stupido. Passava le giornate a lamentarsi continuamente con tutti gli animali della foresta e con tutti gli amici su facebook, per la sua sorte infausta: l’avevano messo in gabbia da piccolo e da allora aveva perso la sua libertà! Non faceva che ripetere: se trovo chi ha messo qui queste sbarre lo sbrano vivo, è tutta colpa sua se la mia vita è rovinata, se da qui non vedo il mare, e non posso andare a casa di mamma a mangiare le melanzane ripiene! (Era un leone stupido calabrese). E ruggiva, ruggiva sempre, ruggiva forte e contro chiunque, non faceva altro, tutto il giorno. Ruggiva. E mangiava. Per il nervoso, diceva.
Poi un giorno nella gabbia finì, per caso, un volantino del corso “Progettare libri”. Sapete, dentro a una gabbia si ha tanto tempo libero, non si può fare niente se non ruggire, mangiare, leggere Le Figure dei Libri, e fare disegnini per terra con le unghie. Così il leone decise di partire. Era un leone curioso. Ed anche molto coraggioso.
Nei seguenti sei giorni a Sàrmede, tra libri, fili, cartoncini, colori, sorrisi e persone meravigliose, il leone stupido imparò un mucchio di cose: scoprì che un semplice foglio di carta ha la capacità di contenere tutte le storie che hai dentro, e anche di più; sperimentò che si può ridere ininterrottamente per una giornata intera senza morire; capì di essere un leone stupido. A volte, per uscire dalla gabbia basta solo voler uscire.
È stata un’esperienza di vita intensa, oltre ogni aspettativa, divertente come una gita di classe al liceo. E profonda, come il mare.
Una fanzine a giostra di Alessandra de Cristofaro

Schemino di Julia Racsko
Di solito i giorni del corso “Progettare Libri” vanno cosí:
0. «Ora tocca a voi!»
1. Ma non ce la faccio, è troppo complicato!
2. Ho un’ idea, ma non riuscirò mai a realizzarla! Non so disegnare!
3. Non finisco in tempo!
4. Finito!

Il libro infinito di Giorgia Massetani.
Un bel ricordo di Giorgia Massetani
Quando penso al corso “Progettare libri” penso alle fresche e luminose giornate che iniziano camminando lungo la piccola stradina di Sàrmede, scendendo attraverso le scalette che arrivano fino alla classe, seguendo il mormorio allegro e le risate dei miei compagni.
Volti allegri, diversi e simpatici, ognuno di noi con una storia diversa da raccontare, altre esperienze, ma tutti lì per imparare cose nuove, conoscere, farsi apprezzare.
Aghi, matite, lapis, spago, colla, cartoncini, tutti sparsi in qua e là per i tavoli, creano una grande composizione di forme e colori, sono la base, il pane quotidiano dell’esercizio del giorno.
Forbici in mano, seguiamo le direttive di Paolo. Un prototipo per la dimostrazione, uno schizzo sul blocco di carta e via la giornata passa alla svelta, anche troppo. Non sono solo gli esercizi che riempiono la giornata, sono anche i pranzi al sacco mangiati all’ombra della scuola, tra racconti e chiacchiere, i piedi a mollo nell’acqua del torrente che scorre lì davanti, le ciliegie mangiate nei momenti di pausa.
Alla fine della giornata si è stanchi ma entusiasti di conoscere un nuovo modo per progettare il proprio libro, felici di aver affrontato le difficoltà e di essere riusciti a terminarlo anche nel momento di crisi, quando tutti i fili e gli aghi che abbiamo per rilegare si sono annodati.
Penso a un leone, a un re, a un mare che va e viene portando con se i ricordi di qualcun altro, penso a un accento toscano, alle  dolci  e tenere attese, all’odore e al rumore della carta, alle stanze della Tipoteca Italiana dove tutti rimangono a bocca aperta. Quando penso al corso “Progettare libri” penso a un bel ricordo.

È proprio vero: alla Tipoteca rimangono tutti a bocca aperta

Per aver raccolto con pazienza certosina le testimonianze della altre reduci, un ringraziamento di cuore a Elisa Negrini, alias Elillisa, alias Geena Forrest: la più simpatica, acuta, effervescente, timida e composta forestale dell'orbe terracqueo.
Le immagini sono poche e non rendono giustizia né alla quantità né alla qualità dei lavori. Me ne scuso con gli allievi e i lettori del blog.


venerdì 14 settembre 2012

La fatica che c'è dietro un'immagine


[di Marina Marcolin]

Il mio mestiere, quello di illustratrice, è uno strano mestiere. Passo giorni e giorni, se non settimane e mesi, alla ricerca di un tono, di un segno, di una sfumatura; dell'equilibrio di una composizione e della coerenza di una sequenza narrativa di tavole. Poi faccio un pacchetto, lo mando a un editore e aspetto, nervosa e paziente, che mi arrivi il libro finito. Che cosa succede nel mezzo, non l'avevo mai visto.

Libri, carta e polvere.
Per vederlo, sono entrata in un labirinto. Il labirinto si trova a San Martino Buon Albergo, e vi si accede da un cancello azzurro affacciato su uno stradone. Grafiche AZ sta scritto, accanto all'ingresso.
Varco il cancello con un po' di emozione, ed è abbastanza strano, perché i libri che si stamperanno oggi non sono miei. Ma mi sembra comunque una cosa importante. Sono un po' nervosa, così mi fermo qualche minuto in auto, nel parcheggio al di là del cancello, apro il taccuino, prendo la matita, e faccio un disegno.

La tipografia mi accoglie con l'offerta di un caffé, sorrisi, stanze, macchine misteriose, carta, pile di libri, ancora carta, un odore pungente e tanta, tanta polvere. Sembra che la polvere e la carta siano inseparabili, non solo sugli scaffali della mia libreria.

Sono venuta per assistere a un avviamento. Anzi due. Il primo è Libri! di Murray McCain e John Alcorn, originariamente pubblicato  nel 1962. Si stamperà sia l'edizione italiana (Topipittori) sia quella francese (Autrement Jeunesse). Sono le otto e mezza del mattino e il foglio di macchina è già su un tavolo inclinato, sotto un'enorme lampada a luce controllata, pronto per essere scrutato da occhi esperti. A me sembra che non ci sia niente da fare o da vedere. È un lavoro a tinte piatte, stampato in tre colori speciali. Cosa siamo venuti a fare?

Si controlla il foglio di macchina di Libri! con l'originale

Paolo mi invita a usare una copia della prima edizione del libro come riferimento per osservare attentamente la stampa. Mentre io, inesperta, passo lo sguardo dal libro al foglio e non mi accorgo di nulla, Paolo e Roberto (che alle Grafiche AZ si occupa di programmazione, controllo qualità e dirige la squadra di stampatori) notano che qualcosa non torna. Ci sono delle disomogeneità nei colori. Un grigio che dovrebbe essere sempre uguale qui tende al verde e lì al viola. E un giallo, che dovrebbe essere giallo, come gli altri tende all'arancio. Ferma la macchina! Il problema è evidente, ma non se ne capisce la ragione. Bisogna parlare con Renzo, il cromista, cioè la persona che ha la responsabilità dei colori.

Abbiamo un problema.

Renzo è quello che apre i pacchetti che gli illustratori spediscono all'editore. È lui che decide se le scansioni si fanno nello scanner piano o in quello a tamburo, che manipola i file digitali per adattarli al tipo di carta che si userà per la stampa e stampa la prima prova. Quella che verrà mostrata dall'editore per eventuali correzioni cromatiche e consegnata agli stampatori come riferimento per il risultato della stampa.

Si controlla tutto molto da vicino.

Con Renzo, si scopre che il problema è digitale: mi viene spiegato che i file nel computer di Renzo sono giusti, ma il programma che li legge e incide le lastre per la stampa li ha letti male e che, perciò, bisogna rifare due delle tre lastre di stampa. Detto, fatto. Non passa un'ora e si ricomincia a stampare. Qualche minimo aggiustamento ai livelli dell'inchiostrazione, mani che indicano dettagli, si ricontrolla da vicinissimo più e più volte. Ora è perfetto. Visto, si stampi!

Anche gli stampatori hanno un linguaggio dei segni.

Prima del secondo avviamento, nel pomeriggio, il labirinto si apre su un cortile che conduce a un altro edificio: la legatoria. Qui Paolo mi spiega pazientemente le varie fasi, mi mostra le macchine che accompagnano i fogli, vedo come li legano, come li incollano e mi circondano pile di libri in attesa di una copertina o pronti per essere spediti.

Si esamina una cucitura.

 La seconda parte della giornata è dedicato a Una stella nel buio di Lucia Tumiati, illustrato da Joanna Concejo. Anche qui si stamperà l'edizione italiana e quella francese, per le Editions Notari. È un libro completamente diverso: disegni a matita e a penna, carte diverse che si sovrappongono. E poi ci sono le tavole originali, conservate nell'imballaggio che Joanna aveva preparato, riavvolte dalla loro protezione in carta velina. (Quindi, cari colleghi, imballate le vostre tavole con cura: il vostro pacchetto sarà la loro casa per tutto il periodo della produzione.)


Originali e prove a confronto.
Vedere le tavole di Joanna su un brutto tavolo, accanto al tavolo inclinato e alla macchina da stampa, in mezzo agli inchiostri, ai prodotti chimici, a gente che si muove rapidamente, con un muletto che sfreccia accanto portando un bancale di carta e tutto quel rumore mi ha fatto venire i brividi. Mi ha fatto pensare dove sono nate. Non conosco lo studio di Joanna, ma nel mio il silenzio è rotto solo dalla musica che scelgo, tutto è pacato e sommesso, fuori c'è il bosco. Come è stato possibile che precipitassero in questo inferno? E se gli stampatori hanno le mani sporche?
Sono stati i gesti a rassicurarmi. Mani che si muovono in maniera disinvolta ma sicura, come solo chi fa questo lavoro da molto tempo sa fare. (E poi erano anche pulite). Quindi state tranquilli. Più o meno.

Le bellissime immagini di Joanna  si affiancano alla prova e al foglio di macchina per confronto e valutazione. E qui rimango senza fiato per la qualità della riproduzione. Mi sorprende anche come il risultato di stampa sia migliore della prova. Come se la prova fosse un livello minimo al di sotto della quale non si può scendere, e la professionalità dello stampatore si manifestasse proprio nel superamento di questo parametro. Qualche ultimo tocco ai calamai per rendere più uniformi i toni delicatissimi delle carte che usa Joanna, a correggere certe lievi dominanti di magenta o di ciano. «Un colpetto al nero» perché gli scuri abbiano la giusta profondità. Scrupolosamente si ricontrolla con la lente. Guardo anch’io e ciò che prima era una sfumatura, diventa una nuvola  di punti di colore sovrapposti e allineati (e mi domando come faccia Renzo a capirci qualcosa).

Tutto OK: ci si può concedere un sorriso

Mai un nervosismo o una superficialità. Ogni più piccolo dettaglio è pensato, osservato. I gesti si ripetono fino a quando tutta la fatica che c’è dietro un’immagine, un progetto, non trovi un riscontro nella dignità dell'oggetto libro. Quando sei davanti al foglio con la matita o sfumi i colori e cerchi esattamente l’intensità che ti serve, non pensi al dopo. Non così tanto almeno. Io penso che continuerò a non pensarci troppo. Anche adesso so che cosa succede, dopo. E tutta la mia fatica ha più senso.

Grazie, Roberto!