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venerdì 6 novembre 2015

Ravioli, sono Olivia, ti prego richiamami!

[di Lisa Topi]

Alison Gopnik è docente e ricercatrice all’Università di Berkeley. Nel suo libro Il bambino filosofo, diventato caso editoriale nel 2009, argomenta la tesi per cui è la configurazione della mente dei bambini che ci consente di cambiare il mondo. Gopnik è una delle cento personalità più innovative del pianeta secondo il catalogo 100 Global Minds curato da Gianluigi Ricuperati, al quale devo la lettura di questo saggio, mentre a lei mi sento intimamente debitrice per aver dato una rigorosa struttura teorica a un’intuizione fumosa che mi è capitato di percepire osservando i bambini (così come sarà capitato a chiunque abbia a che fare con i bambini), intuizione che, finora, ho sempre pensato fosse solo il frutto della disposizione introspettiva e poetica del primo bambino che è entrato a far parte della mia vita.


Anni fa seppi che un mio zio neuropsichiatra alla prima seduta consigliava a molti dei suoi pazienti di leggere Il rosso e il nero di Stendhal (non so se adotti ancora questo metodo, ma pensarlo mi dà fiducia nel trionfo della ragione). Alison Gopnik si chiede come mai si ha spesso l’impressione che dai romanzi, dai miti, dal teatro e dalla poesia, si apprenda di più sulla natura umana che dai manuali di psicologia. La finzione letteraria è in grado di rivelarci delle verità nascoste perché non risponde solo a un bisogno antropologico collettivo e una volontà di sublimazione individuale, ma rispecchia una caratteristica evolutiva di fondamentale importanza per la nostra specie, quella che nei bambini si manifesta con il gioco del fare finta.

Facciamo un passo indietro.
Con le sue ricerche, Gopnik intende dimostrare che l’infanzia non è solo uno snodo decisivo dell’esistenza e un dato comune a tutti gli esseri: l’infanzia è esattamente ciò che ci rende umani. Occorre per questo colmare le lacune di duemilacinquecento anni di studi giacché, nonostante i bambini rappresentino una combinazione classicamente territorio della filosofia per il loro modo di essere profondi e sconcertanti, la filosofia non si è mai, o quasi, occupata di loro. Con dovizia di esperimenti e verifiche – che trovo gli aspetti più stupefacenti del libro – Gopnik prova che i bambini esercitano fin da neonati molte delle facoltà che determinano il nostro successo evolutivo. Non sono tanto i risultati ottenuti ad avermi sbalordito quanto la breccia da lei aperta nel percorso di conoscenza della mente infantile, l’angolazione e la messa a fuoco di uno scenario vasto e affascinante del quale tantissimi particolari rimangono ancora oscuri.

Il punto di partenza di questa tesi è che la caratteristica distintiva degli uomini rispetto ad altre specie è la capacità di cambiamento del mondo. I bambini trascorrono gran parte del loro tempo a fingere e, se fino a non molto tempo fa, sulla scia delle teorie psicanalitiche e pedagogiche di Freud e Piaget, si pensava che ciò fosse dovuto alla loro inabilità a distinguere la fantasia dalla realtà, è stato dimostrato che sono ben consapevoli di fingere. Quando i bambini creano scenari immaginari non fanno altro che mettere in pratica il pensiero controfattuale, lo stesso che adottano gli scienziati per formulare le loro teorie. Infatti, poter concepire possibilità multiple, persino inverosimili, è un fattore cruciale per cambiare le circostanze dell’ambiente in cui viviamo e il nostro futuro. Come gli scienziati, i bambini costruiscono delle mappe causali del mondo e del suo funzionamento, basate su modelli che, aggiustandosi di pari passo con la loro crescita, sono in continua trasformazione. Se non fosse per tutti i case studies citati, si crederebbe a stento che fin dai nove mesi i bambini traggono una serie di calcoli statistici e probabilità dalle loro sperimentazioni. Si tratta di mappe inconsce e codificate nel loro cervello, ma a un altissimo grado di complessità e astrazione, ben lontane dallo stereotipo che, fino a solo venti anni fa, voleva i bambini connessi unicamente con l’esperienza percettiva immediata.


Quando, al museo di storia naturale, ho detto a mio nipote cinquenne che l’uomo deriva dalla scimmia, lui, anziché opporre gli interrogativi che visibilmente stavano invadendo la sua testa, ha raccolto in silenzio. Giorni dopo, all’asilo, ne ha dato questa spiegazione: “sì, maestra, noi veniamo dalla scimmia, altrimenti perché mangiamo le banane?”. Come sostiene Gopnik, i bambini producono e chiedono decine di spiegazioni causali al giorno che potrebbero non sempre essere le stesse che fornirebbe un adulto ma rispondono a una logica.


Le mappe causali dei bambini non riguardano solo il mondo fisico ma anche la biologia, l’affettività, la psicologia. Anzi, da specie sociale qual è l’uomo, l’abilità di comprendere la mente umana è un fattore fondamentale per la nostra sopravvivenza. E’ questo lo scopo che serve l’amico immaginario, un fenomeno molto comune nei bambini e, contrariamente a quanto si pensi, niente affatto collegato a forme di nevrosi o genialità. Racconta Gopnik che Olivia, una bambina cresciuta nella Manhattan letteraria, inventò un amico immaginario, Charlie Ravioli, che però era troppo indaffarato per giocare con lei [per cui] gli lasciava sistematicamente dei messaggi nella segreteria ai quali lui non rispondeva mai. A soli tre anni, Olivia ha già interiorizzato la complessità delle relazioni di un intellettuale newyorkese.

Senza azzardare formule o quantificazioni, l’autrice spiega che l’analisi dell’esperienza dei bambini potrebbe contribuire anche a fare luce nella spinosa questione filosofica della coscienza. E’ molto interessante notare che i bambini hanno piena consapevolezza del proprio pensiero ma sembrano attingervi in maniera irrazionale e, soprattutto, non lo concepiscono come un flusso di coscienza spontaneo (si pensa a qualcosa solo se c’è qualcosa da pensare). C’è di più: fin da piccolissimi, si pongono interrogativi morali, i concetti di bene e male non sono collegati a un sistema di ricompense e punizioni, come erroneamente si credeva, ma a un’etica propria. Tendono a comportarsi altruisticamente e a manifestare giudizi nei quali sanno distinguere tra l’infrazione di una regola e un torto vero e proprio. La prima conta meno del secondo, nonostante la natura prevalentemente normativa del loro ragionamento, il che significa che l’empatia nei bambini è una forza in grado di far cambiare le norme più radicate. Una forza rivoluzionaria.

Questo libro offre tanti spunti di riflessione ed è con tre di questi, apparentemente slegati tra loro, che concluderei perché mi sembrano di un’importanza vitale nella prospettiva concreta di migliorare la nostra civiltà.

Uno. Per dare campo all’immaginazione occorre conoscere e, benché il cervello di un bambino sia lo strumento più avanzato e potente di apprendimento, questo processo richiede tempo. Il fatto che il bisogno dei bambini delle cure dei genitori si protragga tanto a lungo, non dipende solo da un istinto primordiale di attaccamento e protezione ma dalla loro necessità di essere liberi dalle incombenze quotidiane per dedicarsi al gioco come strumento cognitivo. Un bimbo di tre anni magari non riesce neanche a infilarsi il cappotto (le distrazioni sono decisamente troppe: deve badare alla tigre fantastica e all’amico immaginario, accertarsi che si copra bene anche lui). In realtà, però, sta esercitando alcune delle capacità più sofisticate e profonde sulla natura umana dal punto di vista filosofico.

Due. Nelle ricerche che tendono a stabilire se a plasmare il carattere del bambino incidano più i fattori ereditari o l’ambiente, si è scoperto che per i bambini poveri il quoziente intellettivo sarebbe meno influenzato dai geni rispetto ai bambini ricchi. Questo significa che investire nella scolarizzazione in ambienti disagiati, anche con interventi minimi, può fare la differenza.

Tre. Gli esseri umani si dedicano ai bambini in maniera più generalizzata e totalizzante di qualsiasi altra specie. I bambini assolvono a una funzione molto più ampia della semplice riproduzione dei geni: consentono di accumulare conoscenze , adattarsi a nuovi ambienti e crearne di nuovi.

Rispettare e coltivare la cultura dell’infanzia, al di là delle preoccupazioni immediate e dell’interesse egoriferito dei genitori, prima ancora che un imperativo morale è un grande vantaggio per tutti noi.



venerdì 5 luglio 2013

Nessuno guarisce dalla propria infanzia

Durante lo scorso fine settimana ho riso. Quasi ininterrottamente.
Il venerdì mattina ero passata da Rizzoli, in Galleria, dove hanno un fornitissimo reparto fumetti (Lizard è marchio Rizzoli), mentre non c'è un libro dei Topi neanche a crepare in mezzo a tutti gli albi del mondo, anche quelli di editori di Osio Sotto e Pezzolo Valle Uzzone.

E, lì, mi sono imbattuta in Zerocalcare. Che ovviamente conoscevo già, essendo diventato un caso editoriale (inizia a fare fumetti per raccontare il G8 di Genova, diventa blogger e con un post su Trenitalia assurge alla gloria, registrando in un giorno 64 mila visite, infine sfonda con libri di fumetti che entrano nelle classifiche dei libri più venduti, con oltre 100 mila copie).

Lo conoscevo, però, per modo di dire, per aver trovato nella mia casella di posta inviti a presentazioni e a eventi vari, non ultimo quello a Milano, a Wow, Spazio Fumetto che gli ha dedicato la prima mostra in assoluto: La coscienza di Zero (qui i video dell'incontro con Zero, durante l'inaugurazione)





















Mai fatto un baffo a me, Zerocalcare. Invece lì da Rizzoli mi sono detta: guardiamo un po' 'sto Zerocalcare. E dopo due pagine di La profezia dell'armadillo ero già in preda alle convulsioni e avevo già deciso di portarmi a casa l'opera omnia. Che però non ho comprato da Rizzoli, ma in una libreria della concorrenza a duecento metri da lì, dove tengono magari non tutti i nostri libri, ma qualcuno, almeno, sì.

Ho comprato i libri di Zerocalcare anche se il mio parere sul suo modo di disegnare non è cambiato. A me il segno di Zerocalcare non piace (ed è la ragione per cui fino a ora non mi sono mai presa la briga di guardare dentro i suoi libri). In compenso mi sono resa conto che il fatto che il segno di Zerocalcare non mi piaccia non è che mi sembra poi così importante. Perché Zerocalcare disegna così e io sono disposta a tutto pur di leggere un fumetto di Zerocalcare.

Perché per me Zerocalcare rientra in quella categoria 'benefattori dell'umanità', in cui metto Matt Groening, Woody Allen, Ernst Lubitsch, Bill Bryson, David Sedaris, Alan Bennet, Franca Valeri, Camilla Cederna, Irene Brin, Anne Fine, Carlo Emilio Gadda, i Fratelli Marx, Mark Twain, Achille Campanile, Monty Python, Arto Pasilinna, Ugo Cornia, Paolo Nori... Personaggi che più distanti non si può e che non c'entrano niente l'uno con l'altro (e sicuramente mi sono dimenticata di qualcun altro), ma che rientrano tutti nella categoria di chi sa far ridere.

Da Time out, zerocalcare.it.

Ma non ridere normale o sorridere, ma proprio riderissimo, ridere come pazzi, come se di fianco avessi qualcuno di spiritosissimo che non ti dà tregua. E oltre tutto, spesso su cose su cui mai avresti pensato di ridere, il che è una bella sorpresa, di quelle che allarga l'orizzonte della sopravvivenza. E scusate se è poco. Per cui a me che il segno di Zerocalcare piaccia o no, mi fa un baffo. E mi va benissimo così. Mi fa ridere anche quello.

Da Un polpo alla gola, Bao Publishing.

Dopo questo fine settimana immersa in Zerocalcare, ieri sono corsa in viale Campania, da Wow, sotto un'acqua torrenziale, a veder la mostra La coscienza di Zero (che dura fino alla fine di luglio). Che un titolo più bello (clonato da un celebre disco di Renato Zero) per questo autore credo proprio sia impossibile trovarlo, considerato il ruolo che nelle sue storie ha la coscienza, o meglio, le molteplici voci della coscienza di Zero, che, praticamente si potrebbe dire compongano un coro da tragedia greca in cui finisce ogni tipo di autorità in cui Zerocalcare si è imbattuto dalla nascita a oggi, nella realtà e nel regno dell'immaginazione (soprattutto).

Da Bollette (e struzzi), zerocalcare.it.

Dalla mirabolante Lady Cocca, cioè la mamma di Zero, che secondo me solo per averla inventata a Zerocalcare bisognerebbe dargli il Nobel, a Terrence Malick, a Vandana Shiva, a Gimmi, quello dei tre porcellini che si fa la casa di mattoni, a Davidgnomo, Darth Fener, Che Guevara, Luke Skywalker, Kurt Cobain... insomma c'è di che essere felicemente scissi in questo pantheon di logorroiche, saccenti, sentenziose celebrità.

Da La profezia dell'armadillo, Bao Publishing.

Ma, insomma, siccome Zerovalcare ormai è un caso editoriale che entra, meritatissimamente, nelle classifiche e vende copie come fossero hamburger, credo non ci sia bisogno che io stia qui a spiegare quello che fa e non fa, tanto lo sapete più o meno già tutti (a parte me, finora...).
Il catologhino della mostra costa 5 euro (in edizione numerata, offerto in bustina da collezionisti fetish), e io l'ho comprato perché contiene il testo dell'intervista che accompagna il visitatore lungo il percorso delle tavole originali esposte, e fa anche lei abbastanza ridere, anzi in alcuni punti molto. Come quando, a proposito dell'abitudine di Zero di trasfigurare le persone in personaggi di cartoni animati, animali eccetera, alla domanda: 
E l'amico “ciocco di legno”? Si è riconosciuto in un tronco d'albero? Si è offeso?
Risponde:
No, lui è grosso, cilindrico e inespressivo, quindi era azzeccatissimo il ciocco di legno. Non si è riconosciuto perché all'epoca non leggeva il mio blog, non so se poi l'ha scoperto...

Da Psicologi, zerocalcare.it.

Ma perché parlare di Zerocalcare in questo blog? Certo non perché faccia fumetti a cui sono minimamente interessati i bambini o i ragazzi, dato che i suoi lettori penso appartengano a quella fascia anagrafica che lui medesimo così definisce: «Credo che i trentenni non esistono più, come gli gnomi, il dodo e gli esquimesi. Adesso c'è l'adolescenza, la postadolescenza e la fossa comune. I trentenni sono una categoria superata, a cui ci si attacca per nostalgia, come al posto fisso.»

Da Perché non possaimo dirci trentenni, zerocalcare.it.

E, allora, perché?
Perché fra le tante cose di cui Zerocalcare racconta ma-gni-fi-ca-men-te ci sono i bambini, protagonisti, quasi sempre autobiografici, delle sue storie. E, in particolare, il modo in cui i bambini vedono gli adulti e cercano di tenerli alla larga. Un punto di vista di cui chi, adulto, ha a che fare con i bambini, credo proprio non possa fare a meno.
Basti dire che Un polpo alla gola in quarta di copertina riporta questa minacciosa sentenza:
Ricorda: nessuno guarisce dalla propria infanzia.

Da Un polpo alla gola, Bao Publishing.

Frase che nella storia è pronunciata da Madame Arbizzati, mostruosa maestra elementare dagli “occhi affilati di efferato macellaio”, che con ghigna da pit bull istruisce una pletora di infanti terrorizzati alla sublime poesia della volpe di Saint-Exupéry.
Ed è sempre Madame Arbizzati che a un certo punto, incontrando gli ex alunni un po' cresciutelli, li apostrofa, demoniaca: «Sono trent'anni che insegno qui al Voltaire. Che lo vogliate o no siete tutti miei figli. Vi ho plasmati. Vi ho lasciato un imprinting come le papere. Vi conosco.»
A me fa ridere, ma nel frattempo mi fa anche venire in mente certi mostri di Stephen King. E anche l'implacabile Flannery O'Connor, una delle più grandi scrittrici americane del Novecento, che ammoniva gli aspiranti scrittori: «Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede abbastanza informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.»
Bravo, bravissimo Zero

E poi la tavola qui sotto è una delle mie preferite in assoluto, nella storia del fumetto.

Da La profezia dell'armadillo, Bao Publishing.


venerdì 13 gennaio 2012

Dal chiasso alla parola/ 3. Nell'aula silenziosa della mente

Nel 2006, Giordana Piccinini mi propose di scrivere la recensione di un libro per la rivista “Hamelin. Storie Figure Pedagogia”. E mi spedì Infanzia di Nathalie Sarraute. Lo lessi subito. Si trattava di una autobiografia di infanzia e raccontava la storia del formarsi di una identità e di una lingua. Mi piacque immensamente e accettai la proposta. La recensione, dal titolo La battaglia delle parole, uscì sul numero 16 della rivista. Oggi ve la propongo in lettura. La trovate qui.
Credo che la storia del modo in cui nella nostra mente, nel nostro corpo, cominciano a formarsi le parole e con esse cominciamo a orientarci nel mondo, nominando e dando significati, coincida per tutti, non solo per la Sarraute, con la nascita della coscienza e, quindi, dell'identità. Ripercorrere la vicenda delle proprie parole, potrebbe rappresentare per tutti la possibilità di accesso a significati vitali per la comprensione della propria esperienza e storia, significati spesso non affiorati alla luce, perché smarriti, negati, occultati, censurati. Accedervi non è facile. La psicoanalisi ci insegna ad addentrarci nella foresta del senso smarrito lasciando cadere una scia luminosa di parole-ciottolo, via via che si spofonda nel buio, per ritrovare la strada di sé. Ci insegna con questo a riconoscere la potenza della parola, la sua capacità salvifica, ma insieme anche la sua forza distruttiva.
Nathalie Sarraute, scrittrice rigorosissima, lucidissima, ha avuto la tenacia e il coraggio di raccontare la vicenda privata e crudele delle parole che l'hanno costruita. La battaglia serrata fra la lingua degli adulti e la lingua in formazione dei bambini. Una battaglia invisibile e sanguinosa, combattuta fra le quattro mura della quiete domestica e, da queste, dissimulata.
Vi assicuro che vale la pena di leggerla.