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mercoledì 11 luglio 2012

Ma quanto è cresciuta...

Un topo in visita, con Svjetlan Junakovic, Wanda Dal Cin
e un'allieva concentratissima e non meglio identificata
Ogni anno, da qualche anno, in questo periodo ci invitano in un posto. E, ogni volta, sulla via del ritorno, ci viene da dire: «Ma quanto è cresciuta...», come lo si direbbe di una bimbetta. Eppure, Sàrmede, quest'anno, compirà trent'anni.

Ogni anno, Leo, Wanda, Ketty, Monica e tutti gli altri “sàrmediani” riservano nuove sorprese, macinano nuove idee, propongono nuovi progetti. E tutto questo senza dimenticare la qualità dell'insegnamento nei corsi, la proposta di nuovi insegnanti e di nuove materie. Insomma, il mantenimento di quel livello di eccellenza che ha decretato negli anni il successo della scuola e della mostra.

Quest'anno, poi, si vede crescere rapidamente la nuova sede della Fondazione, proprio accanto al palazzo comunale che fino a oggi ha ospitato la mostra e la segreteria organizzativa. Facendo i dovuti scongiuri, sembra che l'ipotesi di vedere per la trentesima mostra per la prima volta nella nuova e definitiva sede sia tutt'altro che peregrina.

Allievi dalla Corea e dal Brasile per il corso di Svjetlan.
La nostra presenza a Sàrmede quest'anno ha coinciso con i corsi di Svjetlan Junakovic e di Linda Wolfsgruber. Siamo passati a visitare gli allievi il pomeriggio, prima dell'incontro serale. Era solo il secondo giorno di attività, quindi non abbiamo potuto vedere i lavori realizzati durante il corso, ma gli allievi erano concentratissimi, nonostante il caldo africano e un'umidità da stagione dei monsoni. Così concentrati da non accorgersi quasi della nostra presenza.

La sera, invece, nel Municipio, ci aspettava una sala consiliare piena. Molta più gente dell'anno scorso, e dell'anno prima, e dell'anno prima ancora. E, questa volta, sotto la guida di Ketty Gallon abbiamo conversato con Linda e Svjetlan, parlando delle bugie che il Vasari diceva su Giotto, di Leon Battista Alberti, di Totti Francesco da via Vetulonia e di mosche che stanno nei quadri. Abbiamo anche mostrato, si parva licet, i libri che verranno pubblicati in autunno.

L'incontro serale con gli allievi.
Alla fine, dal pubblico, una sola domanda, ma di quelle alle quali sembra facile rispondere, ma non è affatto così: «Che cosa vi induce a fidarvi di un esordiente?» Ma di questo, magari parleremo un'altra volta.

Il prossimo appuntamento è il 27 ottobre, per l'inaugurazione della mostra, alla sua trentesima edizione. Sappiamo già che ci saranno sorprese e novità. Ci hanno chiesto di non parlarne, per il momento. Ma quest'anno più che mai sarà importante esserci.

Post scriptum: come al solito, abbiamo dimenticato la macchina fotografica. A rimediare ci ha pensato Ketty Gallon, che ringraziamo per la cortesia.

Ulteriore post scriptum: se andate a Sàrmede, il prosecco buono si compra da una anziana signora a Cappella Maggiore. Per i formaggi, invece, conviene salire al Pian del Cansiglio.

lunedì 9 luglio 2012

Il gatto dei Topi


Catone: [?] luglio 1995 - 8 luglio 2012

Questa notte il nostro gatto se n'è andato: in punta di piedi, proprio come era arrivato, diciassette anni fa in una sera milanese di luglio, chiamandoci dal giardino condominiale, mentre cenavamo a casa di mia madre. Mi affacciai e vidi un piccolo gatto bianco su un pino, che guardava in su, fiduciosamente in cerca di uno sguardo amico. Scesi. Andai sotto l'albero, gli tesi le braccia e lui, in una tempesta di fusa, ci si buttò, senza un'esitazione, un ripensamento. Cominciò così la nostra lunga amicizia. Due notti prima avevo sognato che trovavo un gatto minuscolo e che gli davo un nome più grande di lui: Catone. Che bel nome, pensai al risveglio, per un gatto. Per questo, quando Catone arrivò davvero, così fu battezzato. Era arrivato prima il nome, poi lui. Di questo nome fu all'altezza con quella speciale inimitabile dignità che hanno i gatti. Tutti, dal primo all'ultimo.
È stato un bravo gatto, un po' scontroso, un po' affettuoso. Avventuroso, ma anche un po' prudente. Da piccolo, era così affamato che ci rubava i fagiolini dal piatto. Gli piacevano anche da matti i fagioli. Durante la sua prima estate in campagna si rivelò un formidabile cacciatore di lumache. Nel nostro giardino in campagna, c'era un amareno. Era lì da prima della mia nascita, chissà da quanto tempo: un alberello un po' stortignaccolo che, arrivato a un certo punto della crescita, si è fermato per rimanere immutato per un sacco di anni. Ogni primavera si copriva di fiori immacolati, poi faceva delle amarene buonissime che noi un po'  sbocconcellavamo un po' snobbavamo come si fa con le cose che si danno per scontate e si finisce per non vederle più, tanto sembrano ovvie. Ebbe il suo momento di gloria con Catone, appunto, che un giorno lo elesse a suo oggetto del desiderio. Ci passava su le giornate, come se stesse assolvendo a un ordine superiore, passando da un ramo all'altro, intento a scovare con concentrazione felina e metodica precisione le chiocciole della fiorente colonia che lo abitava, che poi, a una a una, con un colpetto secco della zampina bianca, buttava a terra con immensa e visibile soddisfazione, fino a che non le aveva fatte cadere tutte. Per poi riprendere, con immutato godimento, il mattino successivo.
Stamattina, all'alba abbiamo salutato Catone in un posto bellissimo sulla riva erbosa del naviglio ai piedi di una grande robinia.

Alcuni anni fa, ho scritto una poesia su un piccolo gatto triestino, incontrato in un vicolo di quella bellissima città. Era malato, magrissimo, sofferente e mi colpì moltissimo come appariva sereno, disteso al sole, quieto, paziente. Oggi dedico questa poesia al nostro magnifico gatto.

O Signore delle cose celesti
scendi a questo vicolo di luce, al tuo terrestre
messaggero, appena venti grammi d'ossa - ossa splendenti di piccione
senza il dono del volo, ossa che tacciono, fatate, dal fondo dei millenni,
per umana virtù - un esercito invisibile di topi -
le bestie musicali, selvagge, amano sangue e agguati,
ai fratelli serafici dei muri, ebbri di sole, che la fame consuma,
la luce dona l'estasi e il torpore,
la pazienza e la gioia dei beati afflitti da uno sciame di mali.
Vieni, o Signore,
allo spettacolo disteso della zampa, al gesto prodigioso
dal rosa di conchiglia che gli dei chiama a raccolta
e indica l'orrore confuso del selciato ove trapassa
il bene in male: liquami, sputi, spazzatura, merda.
Venti leggerissimi grammi d'uccello, per una vicinanza
con il cielo, perché la mancanza di peso non affatichi il gesto,
quando da sopra stenderai la mano
a riprendertelo, perché paia di meno l'istante della grazia
che scompare, ma un lieve, segreto, misero andarsene di gatto,
questo prodigio danzante d'eleganza, deposto
sul fragore del mondo.


martedì 24 aprile 2012

Il libro come “oggetto di visione”

La mostra, curata da Giorgia Atzeni (che a voi, come a noi, è più nota come illustratrice e instancabile animatrice della scena culturale cagliaritana) e Barbara Cadeddu in sinergia con la biblioteca che l’ha ospitata nella splendida Cappella tridentina, propone una selezione di trentuno volumi figurati del Quattrocento e del Cinquecento. 
La mostra è il risultato di due anni di ricerca che ha prodotto anche un saggio bibliografico: Letteratura e immagini in tipografia. Il libro illustrato in Sardegna nei secoli XV e XVI offre un significativo repertorio iconografico utile alla conoscenza della cultura figurativa del Rinascimento attraverso i volumi presenti nell’Isola.
Essendo fanaticamente appassionati di libri antichi figurati e consapevoli della forte relazione che lega la tradizione iconografica storica ai picture book di oggi, abbiamo chiesto alle curatrici di condividere con noi e con voi alcune loro considerazioni.

[di Giorgia Atzeni e Barbara Cadeddu]


Le autrici del post all'inaugurazione della mostra.
Tra i secoli XV e XVI, si andò affermando l’uso di inserire le figure nei libri: l’illustrazione, infatti, venne intesa dagli editori come strategico paratesto, in grado di conquistare i lettori e assicurare il buon successo commerciale dei volumi. Il libro a stampa non va infatti inteso solo come veicolo della cultura letteraria, ma anche nella sua veste di “oggetto di visione”, un contenitore di immagini incise, portatore di modelli e fonte d’ispirazione per gli operatori artistici; offre, inoltre, lo spunto per delineare il percorso storico delle arti e tecniche a esso collegate e della loro trasmissione. Negli ultimi decenni del Quattrocento, le innovazioni figurative trovarono spazio nei corredi librari più che nei fogli sciolti: l’illustrazione fu un campo fertile per il progresso delle tecniche e degli stili; attraverso la sua pratica gli artisti entrarono in più stretto contatto con il mondo dell’Umanesimo, con gli autori e gli editori, dando vita a un nuovo orizzonte d’immagini.

Uno dei monumenti bibliografici in mostra, l'opera virgiliana
stampata a Lione nel 1526.
Fermamente convinte che le raffigurazioni impresse a fronte del testo letterario integrino la parola e diano un valore aggiunto alla scrittura, rendendo unica la pagina letteraria, ci siamo impegnate per rendere accessibile questo tesoro nascosto alla cittadinanza cagliaritana e non solo.

Il primo dato significativo è rappresentato dalla quantità di volumi figurati presenti alla Biblioteca Universitaria: circa 5238 incunaboli e cinquecentine, di cui 1934 illustrati. Questo pregevole fondo antico è costituito dalla biblioteca privata di re Carlo Emanuele III di Savoia e da fondi acquisiti a seguito della soppressione dell’Ordine dei Gesuiti nel 1773.

L'Anatomia di Berengario da Carpi, in un'edizione
veneziana stampata nel 1535.
I libri provengono dai maggiori centri editoriali dei secoli XV e XVI, quali Venezia, Roma, Firenze, Lione, Parigi, Basilea, Colonia, Anversa e Francoforte, ma anche da centri minori, come Vico Equense e Cagliari, città in cui la prima tipografia stabile s’impianta solo nel 1566.

L’analisi critica degli esemplari ha permesso l’identificazione sia di monogrammi, immediatamente riconducibili ad artisti di calibro, sia di cifre stilistiche tali da permettere l’attribuzione dei cicli figurativi esaminati a specifici milieu culturali.

Visitatori concentrati la sera dell'inaugurazione.
Spesso le tavole sono anonime e frutto di operazioni collaborative: al delineator o inventor spetta il disegno iniziale, mentre allo sculptor l’intaglio dell’immagine sulla matrice lignea o l’incisione, per esempio a bulino, su quella calcografica. La conseguenza è la scarsità di notizie sugli incisori dovuta anche alla mancanza di firme sulle stampe: l’anonimato ricorre, infatti, nella maggior parte delle incisioni esaminate.

È il caso di uno dei primi volumi interamente illustrati nella storia del libro italiano, le Discordantiae sanctorum doctorum Hieronymi et Augustini (Roma, 1481), che fissa le iconografie di dodici profeti e altrettante sibille, portatrici delle coeve espressioni dell’arte italiana maggiore, con lontane ascendenze donatelliane o castagnesche, fonte di modelli figurativi per gli artisti del momento. Ma anche del Supplementum Chronicarum del 1492, aperto da un frontespizio raffigurante “I giorni della Creazione” in cui illustrazione e decorazione si fondono armonicamente, seguito da due tavole a mezza pagina (vedi sotto: Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre e Caino e Abele, anche qui da un’edizione volgarizzata coeva) in cui si riscontrano forti analogie con la produzione pittorica dei grandi artisti veneziani della fine del Quattrocento.


Resta anonimo anche lo xilografo che illustra l’edizione della Calandra (Venezia, 1526 - vedi sotto). Le tavolette multi-episodiche, caratterizzate da un intaglio semplice ed essenziale, ma ombreggiate da fitti tratti diagonali, presentano un linguaggio assimilabile a quello di incisori operanti nella laguna nello stesso giro d’anni.


Oltre alla presenza di artisti dai profili biografici poco definiti, ma di qualità riconosciuta, come il cosiddetto Maestro del Virgilio di Grüninger, comunque, abbiamo rilevato anche nomi eccellenti, come Albrecht Dürer, probabilmente coinvolto con il suo maestro Michael Wolgemut e Hans Pleydenwurff nel ciclo del Liber Chronicarum di Hartman Schedel (vedi sotto).


È invece accertata la mano di Hans Sebald Beham nelle Biblicae Historiae, unico volume della collezione in coloritura coeva (vedi sotto, ma anche un altro esemplare, sfogliabile, qui).


E si individua il tratto inconfondibile dello svizzero Jobst Amman, xilografo e acquafortista, che firma il Von Kayserlichem Kriegsrechten (vedi sotto, ma anche un esemplare venduto da Christie’s qui).


A volte gli operatori grafici collaborano in squadra a grandi progetti editoriali, come nel caso della Cosmographia universalis di Sebastian Münster, all’Universitaria in lingua francese (parzialmente consultabile qui), nelle cui tavole è possibile riconoscere le sigle di ben sette xilografi: Hans Holbein il giovane, Urs Graf, David Kandel, Jakob Clauser, Heinrich Holzmüller e Christoph Schweicker o Stimmer, il monogrammista HSD, e Hans Rudolph Manuel “Deutsch”; e in quello delle Humanae salutis monumenta, edite dal Plantin nel 1571, che vede all’opera Crispin van der Broeck, Pieter Huys, Pieter van der Borcht e i fratelli Jean, Jerome e Anthoine Wierix (vedi sotto).


Tra gli incisori italiani, invece, troviamo i nomi insigni di Lucantonio degli Uberti, Matteo Pagano da Treviso, Mario Cartaro, ma anche di altri meno conosciuti, come Girolamo Gaieta che sigla, con una certa consapevolezza del proprio ruolo di sculptor, le tavole della Decada de la Passion di Juan Coloma, per i tipi di Nicolò Cañelles, canonico cui dobbiamo la prima officina tipografica stabile in Sardegna, presso il quale il Gaieta aveva un ruolo di factotum (vedi sotto).


Ai nostri fini, più che per eccezionalità bibliografica, vale la pena di segnalare la presenza di un’edizione del De Humana Physiognomonia scritta dal drammaturgo napoletano Giovanni Battista Della Porta per i torchi dell’editore aquilano Giuseppe Cacchi, uscita nel 1586 a Vico Equense (molto, interessante materiale iconografico si trova qui, inserito in cornici insopportabilmente brutte).


L’opera analizza le varietà fisionomiche dell’uomo, individuandovi corrispondenze con quelle animali attraverso un ricco corredo di immagini costituito, per la maggior parte, dall’accostamento di volti umani e fattezze di animali che dimostra la somiglianza e le analogie caratteriali, secondo il principio dello zoomorfismo.


In qualche modo, il volume anticipa le teorie lombrosiane e, se pensiamo alla produzione editoriale dei nostri giorni, è precursore di quel bell’albo Ritratti famosi di comuni animali, di Svjetlan Junakovic, edito dalla spagnola OQO in edizione originale e riproposto in Italia da Logos. Siete d’accordo con noi cari Topi?


Noi siamo, incontestabilmente, d’accordo con voi, care ricercatrici.

[Le foto sono di Gianni Atzeni, che ringraziamo per avercele messe a disposizione]

mercoledì 4 aprile 2012

Fra illustratori: Alessandra Vitelli racconta la mostra di Alessandro Gottardo a Napoli


[di Alessandra Vitelli]

Napoli  è in fermento.
Per la Coppa America, lungomare senza auto: finalmente si respira.
In questa atmosfera da grande evento, si susseguono una serie di belle iniziative, a cui noi napoletani non siamo del tutto abituati.
Venerdì, 30 marzo, si è inaugurata la personale di Alessandro Gottardo in arte Shout, al Pan, il palazzo delle arti di Napoli.
Conoscevo e apprezzavo già le opere di Alessandro, noto illustratore italiano pluripremiato soprattutto all’estero, che ha recentemente esordito come illustratore di libri per ragazzi con C’era una voce, su testo di Alessandra Berardi.
Arrivata al Pan, conosco Alessandro e Francesca Di Transo dell’associazione culturale Hde, che ha organizzato l’evento.
Nella mia città, fino a qualche anno fa, se ti chiedevano «Che lavoro fai?», e tu candidamente rispondevi: «Faccio l’illustratore!» avevi di risposta facce allibite e imbarazzate che palesemente non avevano la minima idea di cosa tu stessi parlando, i più intuitivi e audaci, ti rispondevano: «Ah, ho capito fai i fumetti! Ti occupi di grafica, quindi!»
Chiacchierando con Alessandro, però, ho scoperto che anche a lui, a Milano, è accaduta la stessa cosa e mi sono sentita meno isolata di quello che credevo (mal comune, mezzo gaudio!)


Per fortuna, oggi c’è anche chi comprende cosa faccia realmente un illustratore per mestiere, e per questo dobbiamo ringraziare realtà come l’associazione Hde, che a Napoli opera organizzando eventi di rilievo nel campo dell’illustrazione.


In occasione dell’America’s Cup, Napoli ha chiesto a Shout di realizzare tre tavole inedite che raccontino l’evento e la città che lo ospita. E Shout ha risposto a questo invito con la delicatezza e la poesia della sintesi che lo contraddistinguono da sempre: tre serigrafie su Napoli davvero raffinate e suggestive.
Oltre a queste, la mostra è composta anche da 48 stampe digitali firmate e numerate dei lavori più significativi dell’artista. Il lavoro di Alessandro è semplicemente sublime, scarno ed essenziale, ma mai povero, anzi sempre pronto a svelare una nuova suggestione.



Il minimalismo concettuale di Shout mi affascina tantissimo, ammiro molto la sua capacità di realizzare un’immagine così densa con così pochi elementi.
Le figure, per lo più viste da lontano, con pochi particolari, piccole sul foglio che non raccontano con l’espressione del viso, non ti svelano mai troppo, portano lo spettatore a una lettura fatta di suggestioni e suggerimenti da elaborare.



La maggior parte dei lavori esposti sono commissioni di quotidiani, riviste, agenzie pubblicitarie, studi di design e case editrici, solo pochi sono lavori senza un committente e tra questi spicca sicuramente l’opera “Shout” da cui è nato, poi, il suo nome d’arte.
Nonostante si tratti per lo più di illustrazioni commissionate, si ha l’impressione di essere a una mostra di opere nate dalla ricerca dell’artista: niente sembra essere frutto del compromesso a cui spesso devi scendere nel dialogo con il committente.


A questo proposito, ho chiesto ad Alessandro come si vive il rapporto con la committenza. Lui mi ha rivelato che non sempre è contento del risultato finale, ma quello dell’illustratore è pur sempre un lavoro per conto terzi, e non sempre le esigenze del cliente corrispondono a quello che l’autore vorrebbe fare.
È stato davvero un bel pomeriggio, c’erano molti illustratori campani, tra cui quelli dell’Aperitivattivo, i miei allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, che hanno monopolizzato Shout subissandolo di domande.


Momenti come questo, di coesione, incontro e confronto tra persone che lavorano in campo culturale, artistico e non, sono fondamentali per chi come me sta troppo spesso seduta a un tavolo da disegno a parlare con i suoi gatti. Una boccata d’ossigeno, assolutamente necessaria.

[Le foto a corredo dell'articolo sono © Claudio Morelli]

lunedì 5 settembre 2011

Un anno con la Befi

Un anno e pochi giorni fa, il 1 settembre 2010, con allegro scampanellio, si presentava alla porta dei Topipittori Valentina Colombo: la nostra prima dipendente.

Concentrata al computer o sognante a occhi aperti?
Tutti dicono che è stata fortunata: proprio il lavoro che voleva fare; contratto a tempo indeterminato; viaggi nel mondo.
Ma siamo convinti di essere stati più fortunati noi.
Non è scontato andare d’accordo, lavorare bene insieme, condividere principi e idee, riuscire a discutere senza litigare e risultare tollerabili anche se si ha la luna molto storta.

Con Paola e Luca Notari a Bologna,
nell'espletamento delle sue funzioni
Insieme a Valentina, questo è stato un bellissimo anno, sotto ogni profilo.
Unico neo: l’esplosione dei consumi di tè, miele e gelato (e menomale che la stagione dei mirtilli è breve).
Grazie, Befany.

martedì 30 agosto 2011

Bollettino medico

Siamo quasi alla riapertura. Valentina è già a Milano a "tirare la lima", mentre Giovanna e io siamo via ancora per qualche giorno. Il 12 settembre il blog ripartirà a pieno ritmo.
Vacanze lunghe con qualche sgradevole strascico.
Valentina, per ragioni ancora da chiarire, ma probabilmente legate a un eccessivo entusiasmo nella pratica dello snorkeling all'isola della Maddalena, si è procurata un acufene (o tinnito) bilaterale che non accenna a recedere. Non sembra che il fischio nelle orecchie le stia impedendo di vendere diritti e coedizioni in ogni angolo del pianeta. Ma non la aiuta a dormire e, se non fosse già completamente pazza, ce la farebbe diventare.

 Giovanna, invece, per ragioni assai evidenti, legate a un uso improprio della mountain bike, dal 14 agosto ha il braccio sinistro ingessato per la frattura del capitello radiale (per chi non sa di anatomia, una delle tre ossa del gomito) e il mignolo, sempre sinistro, fasciato e steccato, dopo un'operazione di alta carpenteria metallica  per ridurre una frattura scomposta della base della seconda falange che interessava il tendine estensore.

E da ieri ha anche la mano destra ingessata, sempre a causa dello stesso trauma, per due fratture non diagnosticate al pronto soccorso, ma evidenziate dal dolore persistente e dalla successiva TAC: «distacco volo-ulnare della base prima metacarpale e frattura del polo distale dello scafoide carpale, [...] si confeziona apparecchio gessato...» Tutta questa roba rotta sta dalle parti del pollice.

Per fortuna, come ha detto Ugo Cornia al telefono alla sua morosa: «ha due braccia ingessate ma può fumare.» Infatti, ha ricominciato.

Ah, dimenticavo, io ho un dolorino qui...

Ma non temete, torneremo più belli e vispi che mai.

PS: se proprio decidete di rompervi delle ossa delle mani, fatelo a Modena: il pronto soccorso e il reparto di chirurgia della mano sono eccellenti sotto il profilo medico ed eccellentissimi sotto quello umano.



giovedì 21 luglio 2011

Visto, si stampi!


Oggi abbiamo licenziato le cianografiche di due delle otto novità per l’autunno. Arriveranno in libreria verso il 15 settembre.

Un grazie di cuore ad Alicia, Alessandro, Massimo, Diletta, Marina, Toti, Renzo, Daniele, Roberto (in ordine di apparizione).

giovedì 30 giugno 2011

Come l’acqua nel deserto

Quando siamo sbarcati ad Anafi era notte, tirava un vento micidiale e non si vedeva un accidente. La mattina seguente ci siamo svegliati per scoprire qualcosa che sapevamo, ma alla quale non avevamo creduto fino in fondo. Eravamo capitati nel deserto.

Un deserto meraviglioso, sostanzialmente intatto, quasi spopolato o, meglio, popolato di strani esseri nudi e silenziosi, dediti alla contemplazione, al riposo, alla lettura, ai bagni di sole e di mare. Pensionati di Bologna con molta voglia di fare chiacchiere, taciturni direttori d’orchesta salisburghesi (con una imbarazzante somiglianza al Nando detto Ferdy di Prosciutto e uova verdi del Dr. Seuss), milanesi composti e silenziosi, un residuato tedesco dell’era del Flower Power e qualche greco già del colore dei bronzi di Riace, nonostante la stagione appena cominciata.

Poi un paesino in cima al monte, con un municipio di due stanze, l’ufficio postale aperto due giorni la settimana, due botteghe, due negozi di souvenir, due telefoni pubblici (il cellulare non va), tre bar, cinque taverne, un museo archeologico aperto il venerdì, duecentottanta autoctoni e svariate centinaia di monasteri, chiesette e ossari sparsi per l’isola. Come Macy’s e Harrod’s, le due botteghe vendono tutto: dall’ago all’elefante. Tutto fuorché libri e giornali. Biblioteca, non c’é.

Giovanna si è un po’ agitata: e se finisco i libri? Ne ho portati solo dodici e due li ho già letti. Tredici, in effetti: uno l’ho rubato a Santorini, in albergo. Ma, come tutte le cose non veramente volute, non ha un vero valore. Giovanna l’ha annusato e ha fatto lo sguardo schifato del gatto quando apri la scatoletta che non gli piace.

Mi stupiva soprattutto che nessuno avesse pensato a sfruttare il mercato: in spiaggia o sugli scogli c’è da fare ben poco, a parte leggere. Poi, una mattina, saliti alla Chora presto, quando i negozi e i bar erano tutti chiusi (aprono alle dieci, sappiatelo), Touristica Anafe, specialista in paccottiglia, stava aprendo e una gentile signora cominciava a esporre su strada camicette, pareo e ceramiche rustiche. Non ancora celato, sommerso dalla merce, uno scaffaletto di libri: in tedesco, in inglese, in italiano. Sorpresi, entriamo e chiediamo. No, non si possono comprare. La gentile signora mi porta fuori del negozio e mi fa notare un cartellino in inglese:
LIBRI!!!
PRENDETELI.
LEGGETELI.
E RIPORTATELI!!!

Sono convinto che la gentile signora non sarebbe disposta a fare altrettanto con una maschera da sub o una borraccia termica. Quelle le vende. Quelle sono merce. Ma il libro? Vale così poco da non meritare un prezzo? O vale così tanto da non poter essere venduto, ma solo offerto gratuitamente a conforto dell’improvvido viandante, come un sorso d’acqua nel deserto?

A questa biblioteca affettuosa e artigianale un nostro contributo l’abbiamo lasciato. Ma ci è dispiaciuto davvero non aver pensato a portare una copia dell’edizione greca delle Favole di Esopo. In quello scaffaletto ci sarebbe stata proprio bene.

martedì 18 gennaio 2011

Un pacchetto dalla Corea

Qualche giorno fa, dalla Corea, ci è arrivato il catalogo del 3rd CJ Picture Book Festival. Exhibitions and awards.
A questo evento, interamente organizzato e finanziato dalla CJ Culture Foundation, che in pochi anni ha saputo affermarsi fra i più seri e importanti inerenti al libro illustrato e all'illustrazione, siamo molto legati. Sarà perché nella sua prima edizione, nel 2009, fra i cinque premiati abbiamo avuto la grande sorpresa di trovare i nostri ABC cercasi, di Gwénola Carrère, e Dentro me di Kitty Crowther.  E sarà perché nelle tre edizioni del CJ, fra i cento libri selezionati per la mostra e inseriti nel catalogo, abbiamo sempre avuto la gioia di vedere numerosi nostri titoli.
Questo evento si articola in due grandi mostre, allestite presso il Korea Foundation Cultural Center di Seoul, e due premi: uno assegnato agli editori per i libri migliori; l'altro, agli illustratori per un progetto di storia illustrata. Per l'occasione, viene pubblicato un catalogo di diffusione internazionale e di ottima qualità editoriale, che raccoglie i cento volumi e i cinquanta illustratori selezionati e ha una ricaduta promozionale interessante per chi partecipa, sia come editore sia come illustratore, perché funziona come rigorosa selezione dei migliori titoli e autori nel mondo, inviata a tutte le case editrici partecipanti, e non solo. Un modo per entrare in contatto con autori, libri e realtà editoriali lontane e a volte non facilmente accessibili, nel marasma di realtà, titoli e autori che affollano il mercato mondiale.
Quest'anno i libri vincitori sono stati: Diapason di Laëtitia Devernay  (La joie de lire),  Oda a una estrella di Pablo Neruda e Elena Odriozola (Libros de Zorro Rojo), The Grandmom who Loves Flower di Yunduck Kwon (Sakyejul Publishing), Dos Pajaritos di Dioacho (Random House), Le petit homme et Dieu di Kitty Crowther (Pastel), che pubblicheremo in italiano a settembre.

I nostri libri selezionati sono stati: Una storia guaranì, L'ora blu, Non si incontravano mai, Vorrei avere, Il viaggio di Adele, La coda canterina, Gli uccelli, Ninna Nanna per un pecorella.

Gli illustratori premiati sono stati l'iraniano Soroor Yazd, lo spagnolo Nicolai Troshinsky, la bulgara Emma Vakarelova, la russa Maria Mikhalskaja, il messicano Gabriel Pacheco.
Fra i cinquanta illustratori selezionati, quattro italiani: Agnese Baruzzi, Maddalena Cauraro, Davide Longaretti, Lisa Nanni.

Agnese Baruzzi

Maddalena Cauraro

Lisa Nanni

Davide Longaretti