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mercoledì 1 giugno 2011

La via dell’anima del ballerino

[di Anna Masini]

Heinrich von Kleist scrisse, agli inizi del 1800, un piccolo saggio intitolato Sul teatro di marionette dove conversa con il signor C. (ballerino, nonché suo alter-ego) a proposito della meraviglia che aveva suscitato in entrambi uno spettacolo di marionette montato nella piazza del mercato. I due discutono sul movimento delle figure, e Kleist asserisce di immaginarsi il lavoro del marionettista piuttosto insignificante, come girare una manovella.
«Assolutamente no» replica il signor C. «I movimenti delle sue dita sono se mai in una relazione piuttosto artificiosa con il movimento della marionetta a esse fissata, più o meno come numeri con i loro logaritmi, o l’asintoto con l’iperbole. [...] Ogni movimento è caratterizzato da un centro di gravità: ed è sufficiente governare quello all’interno della figura; le membra, che non sono altro che un pendolo, seguono, senza altro intervento, da sé, in modo meccanico. E la linea che deve descrivere il centro di gravità, da un certo punto di vista è qualcosa di ben misterioso: essa infatti non sarebbe nient’altro che la via dell’anima del ballerino. Egli non dubitava che potesse esser trovata altrimenti che se il macchinista si ponesse nel centro di gravità della marionetta, cioè, in altre parole, danzasse.»



Ho scoperto Stephen Mottram lo scorso autunno al teatro Verdi di Milano, dove ormai da anni vanno in scena alcuni tra i più significativi spettacoli internazionali di teatro di immagine e figura per adulti, nell’ambito del programma IF Festival.

In scena c’era The Seed Carriers, e subito mi sono ricordata della lezione di Kleist. Il movimento delle figure, piccole marionette a filo che diventano automi, misteriosi animali terrificanti, macchinari e marchingegni dal moto lento e inesorabile, non smette mai. L’intero spazio scenico è pieno di movimento, che continua anche quando Mottram abbandona il controllo dei fili per dare vita a qualcos’altro.
Ispirato dall’immaginario cupo della pittura di Hieronymous Bosch, dalla narrativa mistica e visionaria di Aldous Huxley, dalle tetre atmosfere dei film animati dei fratelli Quay, Mottram ha elaborato in The Seed Carriers una sua personale riflessione sul senso della vita e della morte, a lungo meditata dopo la perdita del padre.

Gracili e fragili, i seed carriers sono portatori del seme di una vita claustrofobica e distruttiva, in cui vengono catturati, svuotati, smembrati, buttati via o innestati nel corpo di altre creature oppure, ancora in vita, sfruttati come forza lavoro per dare, a loro volta, movimento.
Artista inglese formatosi a Budapest e noto per la sua tecnica incredibile, Stephen Mottram ha dedicato la sua vita allo studio del movimento delle marionette a filo, studiando attentamente la struttura del corpo umano e manipolandone la struttura per raggiungere, infine l’essenzialità. Combinando l’eleganza e la sintesi, Mottram  - sempre solo in scena - accompagna le sue raffinate immagini in movimento alla musica elettro-acustica di compositori contemporanei con cui costruisce gli spettacoli (Glynn Perrin per The Seeds Carriers).


Se volete saperne di più, qui alcuni estratti delle sue lezioni (purtroppo la qualità di audio e immagini è pessima, ma si riesce ad avere un’idea del suo lavoro).
Nota bene: l’IF Festival porta in Italia spettacoli di teatro di immagine e figura per adulti, e The Seeds Carriers non è adatto ai bambini.

giovedì 5 maggio 2011

Il giro del mondo in 4000 marionette

[di Anna Masini]

A Palermo, nel cuore della Kalsa e a pochi passi dai secolari Ficus (elastica, per la precisione) di piazza Marina, vale davvero la pena lasciarsi alle spalle le incredibili radici di quegli alberi maestosi, e arrampicarsi su per la salita dell’Intendenza, alla ricerca del piccolo vicolo Niscemi. Trovatolo, infilarvisi e camminare piano piano, finché alla vostra destra la strada non si allargherà un poco, lasciando spazio all’antico edificio che fu dell’Hotel de France e che ospitò, nell’epoca del suo splendore, personaggi come Sigmund Freud o Edmondo De Amicis, che erano soliti alloggiare lì quando si trovavano in visita in Sicilia.

Oggi l’Hotel de France non esiste più. Al suo posto troverete invece la meta vivamente raccomandata da questo post: il Museo Internazionale delle Marionette, che porta il nome di Antonio Pasqualino.
Pasqualino fu medico, antropologo e studioso della storia e delle tradizioni popolari della Sicilia; nel 1965 fondò, insieme a un gruppo di studiosi ed intellettuali, l’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari, a cui seguì, dieci anni dopo, l’apertura del Museo.
Al suo interno, la collezione conta circa quattromila pezzi, fra marionette, burattini, ombre, attrezzature sceniche e cartelloni provenienti da tutto il mondo, nonché la più vasta e completa collezione di pupi (siciliani, catanesi e napoletani) a cui Pasqualino si era dedicato per molti anni, con l’intento di reintegrare l’opera dei pupi nella cultura siciliana a lui contemporanea.

Ci siamo. Siete entrati, avete fatto il biglietto, e ora: le scale.
Salite lentamente, e con il naso all’insù, per ammirare e osservare le grandi ombre indonesiane che si lasciano indovinare attraverso una sottile parete che accompagna la scalinata e diventa soffitto. Fabbricate con pelle animale, le figure bidimensionali sono snodate nelle giunture e vanno immaginate nelle rappresentazioni teatrali di Giava e Bali, ovvero animate per mezzo di bacchette, mentre una fonte di luce (in genere una lampada a olio) ne proietta l’ombra su di uno schermo. L’accompagnamento musicale tradizionale è dato da un ritmo di percussioni, mentre le storie narrano solitamente di mitologia e della lotta tra il bene e il male.

Secondo piano. Sorridenti e un po’ enigmatiche, le marionette da tavolo di Baj vi salutano in gruppo, vocianti eppur silenziose, come dei bambini a cui è stato interrotto, all’improvviso, il gioco. Intorno, a piccoli gruppi, serafiche e terrificanti maschere cinesi e africane vi guardano con indifferenza. Voi però avvicinatevi…
Un grande salone arredato con panche di legno ospita le scenografie, le quinte e i cartelloni per le rappresentazioni dell’opera dei pupi. La storia dei pupi affonda le sue radici nella cultura popolare siciliana, e dalla metà dell'Ottocento le testimonianze e la documentazione di questa attività si fanno meno sporadiche: il genere inizia ad affermarsi stabilmente e in breve tempo la città di Palermo e quella di Catania diventano i fulcri di due diverse scuole.

Scolpiti nel legno e differenti per misure (più piccoli e agili i pupi palermitani, un po’ più alti e rigidi quelli catanesi, meno mobili, ma proprio per questo più facili da manovrare quando si mettono in scena i combattimenti) i pupi incarnano i paladini del ciclo carolingio, di cui indossano le luccicanti armature e narrano le eroiche gesta. Le differenze tra l'opera dei pupi palermitana e catanese si riscontrano anche nell'allestimento degli spettacoli: a Palermo il boccascena porta decorazioni più ricche e un cartellone “a scacchiera” con otto riquadri.

A Catania lo sfondo è dato da una singola scena e un unico cartellone. Anche le manovre di scena sono differenti: a causa del peso e delle dimensioni dei pupi della scuola catanese, che possono raggiungere i trentacinque chili per un metro e quaranta di altezza, a Catania i pupi vengono manovrati dall'alto di un ponte montato dietro al fondale.

A Palermo invece, i pupi più agili (non più di novanta centimetri di altezza per quindici chili di peso) vengono animati ai lati del boccascena, cosa che consente di avere un palco con vari piani di scena.

Continuiamo il nostro giro del mondo: dall'altra parte della parete, alcune piccole stanze ci rivelano nuovi tesori segreti. Nella prima, l’impressione è quella di entrare in una taverna dove si stia tenendo una festa di musiche e di canti. Un pianista con le dita nell’aria, danzatori che riprendono il fiato dopo l’ennesimo giravolta, coppie in disparte, forse già stanche. Poi, due scrigni del lontano oriente: India, Thailandia, Birmania, Cina, Giappone... ombre, marionette e burattini dalla lunga storia e tradizione. Infine, la sala dei cavalli e dei cavalieri. In due lunghe doppie file ai due lati della stanza, c’è un esercito di guerrieri, armato di tutto punto e con le corazze scintillanti, addormentato nel silenzio di una finestra aperta sul cortile, mentre un raggio di sole illumina il didietro bardato dei loro fedeli destrieri.

In questa stanza, la prima volta che ero in visita al Museo Antonio Pasqualino, una signora mi è passata accanto dicendo a bassa voce al marito che teneva sottobraccio: È orrendo, sembrano tutti morti.
Non sono riuscita a risponderle, perché io invece avevo il fiato spezzato dall’emozione.
Le marionette di quella stanza le sentivo tutte vive, dal respiro lento e addormentato sì, ma sul punto di svegliarsi da un momento all’altro, pronte a saltare in groppa al loro cavallo o a iniziare una danza appassionata con la loro dama. Gli scudi tintinnano contro le spade al primo filo di vento. Le maschere orientali sussurrano storie in una lingua incomprensibile. I cavalli agitano la coda non appena smetti di guardarli, e i pupi si sgranchiscono volentieri le gambe, quando nessuno li vede.