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venerdì 18 aprile 2014

Munari politecnico

[di Valentina Colombo]

Faccio parte di quello stuolo di ammiratori (quasi) incondizionati che ha praticamente fatto il conto alla rovescia per l'apertura della mostra dedicata a Bruno Munari dal Museo del Novecento, a Milano. Dal 6 di aprile al 7 settembre, al piano terra di questo bellissimo spazio, potrete vedere numerose opere del designer, pittore, scultore, scrittore, teorico, filosofo, artista, futurista, concretista... insomma di Munari “politecnico”. Un aggettivo che, secondo il curatore Marco Sammicheli, racchiude proprio l'indiscussa poli-tecnicità di Munari. Abbiamo già parlato svariate volte di lui in questo blog, in relazione ai suoi libri per bambini, ma anche alla sua estetica, alla filosofia e al metodo da lui creato, che ormai hanno fatto scuola.
Dare conto di questo immenso corpus di ricerca e di opere è una impresa non da poco. Le collezioni Munari sono sparse un po' ovunque. Quello che è presente alla mostra in corso proviene in gran parte dalla Fondazione Vodoz-Danese, dove si è realizzata la prima retrospettiva, nel 1996, di cui questa è una ideale prosecuzione e un ampliamento; dalle Collezioni Civiche del Comune di Milano; dallo stesso Museo del Novecento e dagli archivi dell'ISISUF (Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo).

Alta tensione, 1996

Macchina aerea

Chi conosce le opere di Munari forse da una retrospettiva si aspettava una quantità e una varietà di opere diversa. 

In primo piano, Fossili del 2000, 1979. Sullo sfondo si vedono
 i disegni per Nella notte buia, libro uscito nel 1956.
Scrittura illeggibile di un popolo sconosciuto, 1984-1985

Una delle teche con i lavori editoriali di Munari.
A sinistra, Le Macchine di Munari, a destra un suo taccuino.
Solo poche tavole dedicate ai suoi libri, pochi dei suoi bellissimi Libri illeggibili: la parte editoriale del suo lavoro è forse la più assente in questo allestimento, curato da Paolo Giacomazzi, molto ben riuscito, coerente con la limpidezza e la pulizia del lavoro di Munari.

Bambù, 1965
La mostra è suddivisa in quattro sezioni: la formazione artistica giovanile; il rapporto con la scienza e la relazione tra questa e la prassi e teoria creativa; quello con l'arte, l'estetica e il fare artistico e, infine, con i movimenti con cui Munari è venuto in contatto nel corso della sua vita. Intorno a questi quattro pilastri alcuni spunti, sprazzi di quello che accadeva a Milano e nel mondo, a dialogare con le opere esposte, cercando di far emergere le citazioni, le rielaborazioni e le riflessioni di Munari sulla contemporaneità. E quindi si trovano, sulle pareti laterali della sala, tra gli altri, Franco Grignani, Max Huber ed Enzo Mari.
Di nuovo, mai visto altrove, almeno per me, c'erano i Vasi di Bambù, ma soprattutto un accenno, peccato sia solo tale, alla presenza fondamentale della moglie Dilma, autrice di un piccolo collage, tra i primi esposti, che sembra giocare con le opere del marito.

Carlo Belloli, Tipogrammi per Marinetti, 1943

Dilma Munari, Collage su carta senza titolo, 1936

Enzo Mari, Interno, 1952

Max Bill, Farben um schwarz und Weiss, 1977
Eppure, da una retrospettiva su un artista così, in una cornice tanto importante, forse mi sarei aspettata di più. Si sente, pesante, l'assenza dell'elemento del gioco, così fondamentale per Munari. Se ne vede bene l'aspetto sperimentatore, polimaterico, politecnico, appunto. 

Proiezioni dirette, 1951

Si nota il lavoro teorico e pratico sui materiali, e quindi, sul design. Ci si diverte a spulciare tra le diapositive esposte ordinatamente nelle teche, e a immaginare i Tessuti ottenuti dagli errori delle macchine stampatrici degli anni Ottanta sulla sedia di design esposta in uno degli eventi della Design Week, appena terminati.

Tessuti ottenuti dagli errori delle macchine stampatrici, 1982

Mi chiedo che cosa si volesse trasmettere di Munari, a chi e utilizzando quale chiave di lettura. Mi resta una sensazione di incompletezza, di non chiarezza. C'è sempre una semplicità nelle sue opere, data dal fatto che il primo motore di conoscenza in Munari è sempre stata l'esperienza, intesa proprio come sperimentazione casuale, pratica, giocosa del mondo e di tutte le manifestazioni della creatività umana. Una mostra come questa è forse troppo, per così dire, seriosa. 


Sarebbe stato bellissimo se tra una limpida bacheca e l'altra ci fosse stata qualcuna delle splendide foto esposte nella sala attigua: una raccolta di scatti di Ada Ardessi e Atto con il titolo Chi s'è visto s'è visto (un titolo che credo Munari avrebbe amato perché racchiude una ironia e un gioco di parole ricchi di spunti di riflessione) che avrebbero contribuito a creare quel ritratto di uomo minuto e curioso che invece fatica ad emergere.
Infine, dal punto di vista di una appassionata, è un peccato che questa retrospettiva si limiti solamente alle opere provenienti dalle collezioni comunali e dalla Fondazione Vodoz-Danese. 

Lo scorso settembre, ad esempio, tra le tante iniziative, al MoMA di New York, Corraini, editore ormai di quasi tutto il corpus delle opere diMunari, ha presentato la sua collezione di libri d'artista, opere fuori catalogo e bozzetti. Sembra che le due mostre non abbiano in nessun modo dialogato tra loro, ed è un peccato, perché Munari politecnico è anche Munari illustratore e grafico di libri per bambini, e non solo. Ma penso anche alla bella Collezione di Cantù. Questo anche perché il 3 giugno si terrà una giornata internazionale di studi su Bruno Munari, con esperti provenienti da ogni parte del mondo.

Movimento apparente di una texture, 1960
La mostra è senz'altro degna di essere vista, sia che si conosca bene Munari sia che ci si avvicini a lui per la prima volta. C'è tanta bellezza in quelle sale da rimanerne folgorati a vita, e tante sollecitazioni visive e metodologiche da scriverne pagine e pagine. E sicuramente mi rimane la grande curiosità del catalogo, in corso di realizzazione. Non si tratterà, a quanto sembra, di un normale catalogo delle opere esposte, ma di un ritratto di Munari attraverso gli occhi di chi lo ha conosciuto e ha lavorato con lui. Il libro verrà presentato a fine mostra, quindi dovremo attendere ancora qualche mese. Un altro conto alla rovescia per me.  

venerdì 31 gennaio 2014

La misura di tutte le cose

Nell'autunno del 1994, Elizabeth Lortic, de Les Tois Ourses, inviò i primi libri di Katsumi Komagata a Bruno Munari, chiedendogli un'opinione. Munari rispose così:

Come una cosa si trasforma in un'altra
Verosimilmente, tutti i bambini del mondo, dopo aver giocato un po' con un giocattolo, finiscono per smontarlo, per vedere come è stato fatto. Allora, gli adulti dicono che il bambino «ha rotto» il giocattolo. Ma non è vero: i bambino lo «apre» per vedere che cosa c'è dentro, come fanno gli adulti, quando «rompono» un'arancia per mangiarla. Nella maggior parte dei casi, non è possibile costruire qualcosa con i pezzi di un giocattolo rotto. A volte è possibile farlo solo con pezzi disparati. Allora, perché non inventare degli oggetti visuali (si è detto un giorno Katsumi Komagata) con pezzi disparati che si possano combinare in modi diversi? Basterà che questi pezzi disparati siano tutti uguali, cioè di dimensioni modulari, in modo da poterli assemblare. 



In Oriente, esiste un gioco antichissimo che ha la caratteristica di poter essere composto in una gamma infinita di possibilità: è il tangram. Ma (può darsi abbia pensato Katsumi Komagata) proviamo a giocare, oltre che con i colori, con le forme. Bisogna trovare dei moduli insoliti: un triangolo con un lato curvo, per esempio. In quante forme si può combinare. Vediamo un po'.
Ecco allora una serie di giochi in nero e a colori proposti da Katsumi e adatti anche ai più piccoli.
Gli stessi bambini saranno stupiti da questo cambiamento, molto più di quanto lo siano da certe fiabe che raccontano di un principe innamorato di una bella principessa: ci sono giochi per tutte le età.


Nel 1994, Komagata non era ancora sbarcato in Europa. I suoi primi libri saranno editi in Francia, da Les Trois Ourses nel 1998. I suoi esordi, Komagata li racconta così:


Quando mia figlia ha compiuto tre mesi, ha cominciato a osservare le cose. Non ero sicuro che potesse vedere, ma i suoi occhi si muovevano da sinistra a destra, poi da destra a sinistra. Cominciava anche a guardarmi, come se si domandasse chi fossi. Il padre è meno vicino al bambino della madre, perché la madre e il bambino hanno vissuto insieme per i nove mesi prima della nascita. Così ho pensato a un modo per dire a quella bambina che ero suo padre, e ho cominciato a  disegnare delle carte per attirare la sua attenzione [queste carte sono poi diventate la serie "Little Eyes", pubblicata da One Stroke a partire dal 1990 e che vedete nelle pagine del catalogo qui fotografate). 



Ho disegnato molte carte, più di cento, per mostrarle alla mia bambina. All'inizio, volevo solo muoverle davanti ai suoi occhi per essere sicuro che ci vedesse. Poi ho capito che erano un mezzo per comunicare con la bambina, anche se non capiva le parole, e che la cosa più importante era condividere qualcosa insieme e divertirsi. Questo è stato il primo passo del nostro dialogo: quello che ci ha permesso di fare conoscenza un po' alla volta.



Ecco, con tutta questa semplicità e purezza sono nati i libri di Katsumi Komagata. Libri importantissimi. Così importanti che spesso ce ne dimentichiamo, come ci dimentichiamo dei libri di Bruno Munari. Ce ne possiamo dimenticare perché sono un po' come la musica di Mozart: qualcosa che abbiamo già dentro, anche se non siamo consapevoli di avercela; e che quando ci viene rivelata magicamente, poeticamente, ci sembra ci appartenga da sempre.


Proprio per questo è particolarmente importante che, a un certo punto, l'opera di questi artisti venga riepilogata, catalogata, esposta ai nostri occhi nella sua interezza, per far sì che ci si possa ricordare, per mai più dimenticare, l'entità del debito che abbiamo nei loro confronti. Come esseri umani, autori, illustratori, editori, bibliotecari, insegnanti, genitori ed ex bambini.


La consapevolezza di questo debito è fondamentale, per non correre il rischio di convincersi di "conoscere e possedere già" l'opera di questi autori, di darla per scontata, di relegarla fra le verità acquisite e le certezze consolidate, quando il pensiero di Komagata, come anche quello di Munari e di Mozart, è un pensiero genuinamente rivoluzionario e, proprio per questo, poco avvezzo a muoversi sul rassicurante terreno delle nostra pretese verità e certezze.


Proprio per questo Les Livres de... Katsumi Komagata, pubblicato nel novembre del 2013 da Les Trois Ourses è un libro essenziale. Essenziale quanto quella barra di platino iridio conservata a Sèvres, al Bureau Internationale des Poids et des Mesures che, dal 1899 ci dà la misura di tutte le cose.


Nel 2008, in un numero speciale della rivista "Le Mook": Quand les artistes créent pour les enfants. Des objets livres pour imaginer, dedicato ai primi vent'anni di attività di Les Trois Ourses, Katsumi Komagata ha scritto:


Recentemente, mia figlia mi ha domandato se avrei continuato a creare libri per bambini così pieni di sorprese e di cose strane. Le ho risposto: «Lo farò.»

E noi aspettiamo i suoi libri, ogni volta con l'ansia e l'aspettativa di quando eravamo bambini.


I precedenti post della rubrica "Leggere l'illustrazione" sono stati dedicati a:

venerdì 6 aprile 2012

lunedì 23 maggio 2011

Sguardo, voce, disegno, parola

La scorsa settimana, foglie; questa, sassi. Ai sassi, appunto, Leo Lionni e Bruno Munari hanno dedicato un libro, a distanza di dieci anni l'uno dall'altro. Entrambi li presentano come oggetti d'elezione dello sguardo. Presenze naturali altre rispetto all'umano, e in quanto tali mute nella loro alterità. Fenomeni in grado di condurre l'osservazione dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande. Misura esatta fra microcosmi e macrocosmi.
Universi estetici su cui esercitare la pratica della lettura fra empirismo e immaginazione, esteriore e interiore.
Da lontano era un'isola (1971) e Sulla spiaggia ci sono molti sassi (1961), entrambi in origine pubblicati da Emme Edizioni, spiegano ai lettori che gli occhi servono per conoscere. E che la conoscenza significa, anzitutto, saper vedere, saper guardare.

Assumere un materiale povero, come un sasso, che si trova ovunque, democraticamente e caoticamente contiguo a milioni di altri sassi, significa fare una scelta di principio. Dichiarare la potenza dello sguardo nell'assunzione e nell'elaborazione di senso, anzitutto.
Quindi, nell'accensione creativa di cui lo sguardo è fautore, quando il fuori, il sasso, diventa spazio dove esercitare i movimenti del dentro, dell'immaginazione, diventando metafora dell'umano e delle sue insopprimibili necessità narrative. Diventando, cioè, voce, disegno, parola.
Serve altro per fare un libro?
In un consigliabile saggio dal titolo Le storie che curano, James Hillman definisce il logos come, sostanzialmente il potere intuitivo della mente di creare un cosmo e di dargli un senso. Guardiamo e riguardiamo i disegni a matita di Lionni, le fotografie in bianco e nero di Munari. Aiutano a capire che quel che chiamiamo stile è prima di tutto una qualità del pensiero.

L'originalità è solo un accidente, una conseguenza. La voluta “povertà” visiva di questi libri, che vanno contro ogni regola di buon senso commerciale, insegna agli editori che cercare di fare libri che “piacciano”, cercare di azzeccare titoli giusti è un'arduo mestiere, non una magica/meccanica pratica di marketing.
Agli autori, che scrivano o disegnino, che l'umiltà è un abito necessario al mestiere poiché è l'unico modo per entrare in relazione con il mondo, e la relazione col mondo è ciò che permette di trovare e mettere a fuoco ciò che abbiamo in noi.

Lo scrittore francese Francis Ponge, in Il partito preso delle cose, (moderno De natura rerum, manuale poetico al metodo di “considerare ogni cosa del tutto sconosciuta, e di passeggiare o di sdraiarsi nel sottobosco o sull'erba e di riprendere tutto dall'inizio”), dedica ai sassi un bel capitolo intitolato, appunto, Il ciottolo, di cui riportiamo un brano:

Se ora voglio esaminare con più attenzione uno dei tipi particolari della pietra, allora la perfezione della sua forma, il fatto che io possa afferrarlo e rigirarlo in mano, mi portano a scegliere il ciottolo.
Il ciottolo è esattamente, d'altra parte, la pietra nell'epoca in cui comincia per essa l'età della persona, dell'individuo, cioè della parola.
Paragonato al banco roccioso da cui deriva direttamente, il ciottolo è la pietra già frammentata e levigata in un grandissimo numero di individui quasi uguali. 

Paragonato alla ghiaia, per il posto in cui lo si trova, per il fatto che anche l'uomo non è solito farne un uso pratico, si può dire che esso è la pietra ancora selvaggia, o per lo meno domestica. Dato che per pochi giorni ancora è senza significato in ogni campo pratico del mondo, approfittiamo delle sue virtù.
(Einaudi, 1979; traduzione, Jacqueline Risset)

Un'estate di qualche anno fa, a Milos, quando ancora eravamo editori in erba, sedotti dai sassi incredibili di quest'isola vulcanica, ci siamo dati, pazzi di gioia, a un'orgia minerale che è culminata così:


venerdì 8 aprile 2011

1, 2, 3… libro!

[di Virginia Stefanini]

Dopo la tappa in provincia di Bologna, in questi giorni (28 marzo-16 aprile) è a Milano, e nei prossimi mesi transiterà da Colbordolo (PU) e nei comuni del Consorzio Sistema Bibliotecario del Nord-Est: sto parlando della Mostra internazionale di libri per bambini da 0 a 3 anni promossa da IBBY Italia, con le sezioni IBBY e gli istituiti culturali di 22 paesi, nell’ambito del progetto Nati per leggere.
 
Una raccolta di 355 libri in 16 lingue diverse provenienti dai 5 contenenti, che viaggiano attraverso l’Italia in compagnia di espositori in legno dalla forma e dai nomi curiosi come fienile, casetta, pentagramma.
Scopo della mostra: presentare al pubblico i migliori libri per bambini piccolissimi, che siano albi illustrati, raccolte di filastrocche, libri dizionario per imparare parole, forme, colori, oggetti; che siano cartonati, di stoffa, tattili, pop up, da sfogliare da soli, da leggere ad alta voce, ma sempre originali e stimolanti.
 E ci riesce, questa colorata biblioteca viaggiante, a stimolare domande e curiosità nei lettori che vi si imbattono. Durante una recente tappa dell’esposizione, come bibliotecaria sono stata un’osservatrice privilegiata e ho collezionato quesiti e risposte sorprendenti.

Può una mostra di libri in 16 lingue diverse essere adatta ai piccoli lettori che parlano – e non sanno ancora leggere – l’italiano?

Certo che sì, se si tratta di bambini curiosi in età prescolare, che si fanno consigliare dall’istinto e attrarre dalle immagini. Così finisce che il libro più sfogliato è Pereputalitsa, parola inventata per intitolare un cartonato proveniente dalla Russia e illustrato da Julia Gukova, in cui, pagina dopo pagina, è possibile mixare fronte, occhi, nasi, bocche e menti diversi per creare volti bizzarri. Sarà che nella nostra biblioteca scarseggiano i libri-identikit come questo (ma, guarda un po’, abbiamo in catalogo il simpatico Il guazzabuglio: chi farà ordine in questo scompiglio?, pubblicato nel 2000 da Nord-Sud, in cui la medesima illustratrice dà vita a un bizzarro mix di animali), sarà per il fascino minaccioso di certe figure/figuri un tantino retrò, ma fra il truce pirata s-figurato e i bambini è amore a prima vista! 

Quali sono le letture preferite dai genitori che visitano la Mostra?
Meno audaci dei loro baby-accompagnatori, gli adulti si rivolgono principalmente ad albi in lingue familiari e traducibili. Ancor meglio se già tradotti, e quindi letti, in italiano: che scarsa fantasia! Vale comunque la pena osservare le mamme e i papà intenti a rileggere ad alta voce A caccia dell’orso di Rosen e Oxenbury senza quasi buttare l’occhio al testo dell’originale inglese We’re Going on Bear Hunt, forti di una memoria allenata a colpi di ripetizioni casalinghe. Per un libro purtroppo fuori catalogo da noi, una bella rivincita internazionale.

Edizione anglo-cinese.
Qual è il libro più “vecchio” della Mostra?
Sebbene uno dei criteri utilizzati dai curatori sia stato quello di includere libri quanto più recenti, nella selezione, hanno trovato spazio alcuni titoli “classici” provenienti dai paesi in cui da più tempo è sviluppata la produzione editoriale per piccolissimi, come quelli di lingua inglese. Il primato per il libro più vecchio della mostra tocca allora agli Stati Uniti.

È del 1947 Goodnight Moon, delicato albo illustrato di Margaret Wise Brown in cui un soffice coniglietto si prepara a dormire dando la buonanotte a ciò che lo circonda. Gli spassosi libri in rima del Dr. Seuss, Hop on Pop e Fox in socks, arrivano direttamente dagli anticonformisti anni Sessanta, così come i colorati albi di Eric Carle, Brown Bear, Brown Bear, What Do You See?, del 1967, e The Very Hungry Caterpillar, del 1969.

Negli stessi anni, in Giappone, si pubblica Inai Inai Baa, intramontabile best-seller della pluripremiata Myoko Matsutani, che propone ai bambini una semplice lettura interattiva del gioco “bu bu settete”, “cucù” o “peek-a-boo”, che dir si voglia: un timido orso si copre il muso con le zampe… e nella pagina successiva si rivela al piccolo lettore al grido di “baa”.
 È solo del 1978 l’ormai classico Each Peach Pear Plum della coppia Janet e Allan Ahlberg, nella vita marito e moglie, che divertono i giovanissimi lettori britannici coinvolgendoli in un gioco di riconoscimento ispirato alle fiabe e alle nursery rhymes più popolari. A sorpresa - ma non troppo - sono gli italianissimi Mai contenti e Toc toc. Chi è? Apri la porta del rivoluzionario Bruno Munari, pubblicati nel lontano 1945, a vincere i titolo di albi più longevi fra quelli in mostra.

Inai Inai Baa
Se i muri della casetta – il rifugio segreto ideale a misura di bambino – potessero parlare, cosa racconterebbero? 
“Cari genitori, educatori e bibliotecari, occhio ai vostri bambini: se tutt’a un tratto li vedete sparire dietro le mie tende a righe bianche e rosse, non è solo perché hanno scoperto il piacere di leggere in solitudine. Oltre la mia soglia si entra in un mondo di esperienze in miniatura da cui voi siete esclusi: niente di meglio della mia finestra per gettar fuori i libri e scoprire la legge di gravità, senza adulti a impedirlo…


 E che bel mercato si può organizzare da una parte all’altra del mio davanzale: ideale per esporre libri da vendere al miglior acquirente, che oggi ti offre la sua caramella e domani persino un bacio! Però non ve la prendete con me se i bambini hanno reinventato lo spazio della lettura: il gioco aiuta a crescere!”



Ma lo spazio, così come la durata di ogni viaggio, è sempre troppo poco e le domande si affollano: che immaginario si nasconde dietro le illustrazioni stilizzate e le buffe onomatopee dei picture book giapponesi di ricerca (Moko moko e Gov gov govo)? E i bambini scopriranno attraverso gli albi che vengono dall’altro emisfero le avventure di animali sconosciuti in Europa (Chiguiro del colombiano Ivar Da Colle)? E dove sono i libri cinesi? Per rispondere a queste e ad altre curiosità, non resta ai lettori che inseguire la Mostra, e ai librai, bibliotecari ed educatori che invitarla nella propria città.


Virginia Stefanini, autrice di questo post, è bibliotecaria specializzata "sul campo" in libri per ragazzi. Da cinque anni lavora per la Biblioteca Comunale "Cesare Pavese" di Casalecchio di Reno, curando e realizzando attività di promozione della lettura per bambini e ragazzi. Ha collaborato al Festival di fumetto Bilbolbul e nel tempo libero si diverte a realizzare spettacoli per tutti, eredità dei suoi studi teatrali al DAMS di Bologna e della specializzazionein scrittura teatrale per l'infanzia e la gioventù al teatro Testoni di Bologna.